Ho le dita nere

Ho le dita nere. Direi di più: abbiamo le dita nere…

E’ lo zucchero che penetra, il colore dell’uva, il colore del sole trasformato da foglie e radici, e adesso mi ritrovo le mani nere. Sembrerà strano ma di tutto quello che abbiamo fatto per la vendemmia e per la vinificazione la cosa che mi ha colpito di più è proprio questa: le dita nere…

ma non solo, le dita profumate di mosto, un profumo di dolcezza che è penetrato nella pelle, nel corpo, come il nero delle dita.

E dire che l’avevo notato, tempo fa, quando in cantina ci andavo a degustare o a cercare di capire: avevo notato quelle dita nere in qualche viticoltore, forse quelli più appassionati, oggi capisco, quelli che nel mosto ci mettevano le mani, quelli che le bucce le tolgono dai serbatoi, quelli che il vino se lo sentono dentro.

Ogni tanto mi guardo le mani, le annuso, e penso al mio vino, che mai avrei pensato di riuscire a fare, mentre ora è li, che mi aspetta e mi dico, orgoglioso, ho le dita nere.

Annata 2018

L’annata 2018 si è caratterizzata da frequenti piogge, umidità relative molto alte e caldo. La vendemmia come negli ultimi anni è a inizio ottobre, leggermente anticipata rispetto alla tradizione.

In campo abbiamo avuto un giugno e luglio difficile: piogge frequenti hanno lasciato spazio a finestre operative per i trattamenti molto strette. Per un lungo periodo il terreno umido ci ha fatto operare manualmente, tra una pioggia e l’altra, mettendoci a dura prova, con in aggiunta l’attività pesante per il controllo delle erbe infestanti quest’anno particolarmente rigogliose. Fortunatamente non abbiamo avuto grandine, ma abbiamo insetti che hanno “bucato” foglie e acini che ci porteranno a riflettere su come procedere per l’anno prossimo.

Uve comunque sane e abbondanti, buon inizio per la nuova stagione in cantina.

Biodinamici?

La biodinamica ha avuto un grandi meriti nella viticoltura dei nostri giorni:

Ha spostato l’attenzione alla vigna, al terreno, alla coltivazione, al contadino, quando dai rampanti anni ’90 il vino era fatto in cantina più che in vigna…

Ha riportato (nel nostro modo di applicarla) una nuova consapevolezza: la cura del terreno, della vigna e il rispetto della natura e della biodiversità fanno bene al vino, fanno bene alla vigna, fanno bene al paesaggio, fanno bene a chi la pratica, riportando al centro dell’attenzione la Natura, come protagonista e non le ricette, le formule, le alchimie.

Ha lavorato creando di fatto un “brand” che ha attirato attenzione, avvicinando al mondo naturale persone che altrimenti non si sarebbero mai interessato della metodologia di coltivazione, ma sarebbe rimasta concentrata sul vino. Spesso alle manifestazioni cui partecipo il nome “biodinamico” mi permette di aprire lo sguardo al vino, alla vigna, al terreno….

Rimane sempre però chiaro in me l’obiettivo di mettere al centro il “vino”, che poi, volenti o nolenti è il frutto del lavoro dell’azienda Driadi, frutto di passione sudore, ma il prodotto tangibile per cui essere misurati con il più impietoso dei giudici: il mercato.

Nella ricerca quindi del nostro vino l’attenzione sarà sempre nel garantire un processo di vinificazione rispettoso, minimale, semplice e discreto per esaltare le qualità della nostra uva, del nostro vigneto, del nostro territorio.

Vino naturale? Per me sarà il vino naturale per eccellenza.

Vino biologico? Sicuramente si, ma per definirlo tale ci penserà chi i regolamenti europei del bio ha deciso debba farlo.

Vino biodinamico? Il rispetto e la cura del vigneto sono in piena coerenza con l’approccio steineriano (impropriamente definito biodinamico). Lo abbiamo fatto nella cura del terreno, nella cura della vigna. Lo abbiamo fatto anche con la scelta dei materiali utilizzati per la cantina, o con le imprese che vi hanno lavorato, tutte del posto, così come chi ci dà una mano, dove troviamo sempre appartenenti al tessuto sociale dei nostri territori, quanto basta per noi per definirci e definire il nostro vino steinerano o se si preferisce biodinamico, anche senza le foto dei cavalli in vigna.

Cosa altro?

Un Brindisi!!!

Anarchico

I grandi vini sono puri, razionali e armonici. Quindi per definizione anarchici. Questo diceva Veronelli!

La purezza ci ha portato a rifiutare fin da subito un approccio sistemico/convenzionale/chimico nella gestione della vigna! Contro il parere dell’agronomo, contro il parere degli esperti, contro il parere degli uomini navigati. Ci hanno dato dei pazzi e degli incoscienti, eravamo, e forse lo siamo, convinti che un po’ avessero ragione.

Razionalmente abbiamo cercato la nostra via, oserei dire con testardaggine e caparbietà, piangendo e sudando, rifiutando di rispondere alla domanda “ma che ci è saltato in mente?”. Abbiamo comprato qualche macchinario, abbiamo cercato qualche aiuto, abbiamo faticato (e stiamo faticando) a trovare la formula giusta, ma ogni giorno mettiamo un mattoncino sopra l’altro.

L’armonia è venuta da se, nel verde delle foglie della vite e nei colori dei fiori, nei brindisi con il vigneto e nel cercare comunque di avere amici che collaborano con noi piuttosto che aiutanti, e clienti che credono al nostro progetto e che ci fanno da veri sponsor, che è molto di più che essere un cliente.

Per cui l’anarchia è vivere questa realtà fuori dalle regole, o da fuori nelle regole, cercando il merlot che nessuno non ha perché viene dal nostro vigneto, dalla nostra purezza, dalla nostra armonia.

Le immagini storiche

Grazie al suggerimento del precedente proprietario del nostro vigneto, ecco alcune immagini aeree della zona vinicola di Pontida e Gromlongo risalenti al 1953.

La Riéra e la zona di Gromlongo erano un immenso vigneto! Nella prima immagine si può vedere tutta la zona con i suoi vigneti. Nelle altre immagini si notano invece i dettagli dei nostri vigneti: il vigneto delle Driadi, e il vigneto di Rienza.

Le ultime immagini riportano invece le immagini del 1997 quando i vigneti erano al minimo storico.

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Ecco la Riera di Pontida nel 1953, un immenso vigneto.
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Ecco in Vigneto delle Driadi, sempre nel 1953, le “soe” sono evidenti
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In questa immagine di vedono entrambi i nostri vigneti, il vigneto delle Driadi, in alto e la vigna nella valletta del Rienza in basso.
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foto aerea del 1997 in cui si vede nettamente l’evoluzione dal 1953: lo sviluppo edilizio della pianura e delle frazioni, l’aumento delle superfici a bosco, la diminuzione dei vigneti. 
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Nel 1997 il vigneto delle Driadi stava diventando bosco
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Il vigneto Rienza

 

Ol Ruch dì Seane ai Barghet

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“Ol Ruch di Seane ai Barghet”

Ecco finalmente l’antico nome del vigneto delle Driadi: abbiamo individuato il vecchio nome della zona e il vecchio nome del vigneto.
La zona è individuata come area dei Barghét, ovvero la collina che sovrasta l’agglomerato del “Belvedere”, la frazione medioevale di Gromlongo, e la cascina Capietaglio, il vecchissimo castelletto di guardia della Briantea, antica strada militare che congiungeva Bergamo a Como, nota anche come strada della Regine. In particolare “i Barghet” è la lingua collinare fatta di arenaria che separa la valletta del ruscello Rienza a est e la Valmora a ovest che parte dal monte Valmora e dal Picco Alto.

Il vigneto era chamato “Ol Ruch dì Seane”.

Ruch è la traduzione bergamasca di Ronco, che come riportato qui e deriva “dal latino runcus (sostantivo) e runcare (verbo)” e di fatto “sta ad indicare un podere terrazzato terreno dissodato in collina: anche se sembra che il termine, nell’accezione di campo coltivato, sia ormai davvero poco diffuso e sia soprattutto presente, almeno nel Nord Italia, nel nome di agriturismi (‘ronco del gelso’, ‘ronco della sera’…), oppure di siti ‘storici’ particolari alla periferia di comuni.”
Il toponimo Ronco risale alla voce latina medievale runcus/roncus “roveto, luogo incolto coperto di rovi”, deverbale del latino runcare “disserpare; ripulire da sterpi e rovi un terreno”, passato poi nel significato di “dissodare, diboscare un terreno” solo nei secoli medievali e continuato nel medesimo valore anche nell’italiano»

La “séa” invece è il piano dei terrazzamenti, sempre in dialetto bergamasco, che diventa seana nel caso del nostro vigneto perché particolarmente ampia. In passato, prima del rifacimento del vigneto all’inizio di questo secolo, era tutto terrazzato e i terrazzamenti erano la continuazione dei terrazzamenti presenti nel bosco adiacente al vigneto, terrazzamenti ampi e dolci, in grado di ospitare più di un filare.

Peccato non avere fotografie del passato della zona.

 

La frutta italiana è in via di estinzione? — Scuola Ambulante di Agricoltura

Nell’ultimo secolo l’Italia ha perso il 75% della varietà della frutta La frutta italiana è in via di estinzione. A dirlo la FAO, la quale ha stimato che tra il 1900 e il 2000 sia andato perduto il 75% della diversità delle colture. Inoltre, entro il 2055, a causa del cambiamento climatico, scompariranno tra il […]

via La frutta italiana è in via di estinzione? — Scuola Ambulante di Agricoltura

Tanti auguri

È il momento degli auguri!

Auguri a tutti quelli che hanno sostenuto il nostro progetto

Venendoci a trovare

Dicendoci che ci invidiavano (e noi a pensare, ma non avete idea della fatica)

Comprando il nostro vino

Dicendoci che era buono

Dicendoci che era buonissimo

Dicendoci che era inaspettatamente buono 🙂

Tanti auguri a tutti i ristoranti che hanno il nostro vino nella list: Siete i nostri veri sponsor: avete sposato un progetto e assicurate grazie alla continuità di acquisto la possibilità che continuiamo a lavorare, fornendovi cose buone, magari stupendovi un po’

Grazie a quelli che hanno capito che una attività in montagna è comunque un valore, e merita di essere seguita, al di là degli acquisti, perché se il paesaggio è curato è anche perché esiste qualcuno che lo cura.

Grazie ai giornalisti che hanno parlato di noi, è sempre imbarazzante e di grande orgoglio leggere e rileggere le belle cose che avete scritto, tutti ben consci dello sforzo.

Grazie agli amici, parenti e conoscenti che in qualche modo hanno partecipato all’impresa, anche quelli che non l’hanno capita.

Grazie e tutti e buon Natale.

La cricca degli equi, solidali e sostenibili

La nostra azienda ha praticato azioni eque, solidali e sostenibili. Non sto parlando di agronomia o di biologia, ma sto parlando di pratiche sociali.

Abbiamo lavorato con studenti, tirocinanti, cooperative sociali; alcune attività sono state effettuate grazie ad uno scambio mutuo di favori, “se hai voglia e tempo di ripulire il bosco, ti tieni la legna”.

Tutto questo nel massimo rispetto delle leggi, regolarizzando i tirocinanti, dando disponibilità all’alternanza scuola-lavoro, con i contratti regolari per le cooperative sociali, o con i mitici Vaucher. Affermiamo peraltro senza timore di essere smentiti, che tutti quelli che hanno lavorato per noi hanno ottenuto un beneficio mutualmente pari al nostro.

Questo è stato il nostro modo di praticare equità, solidarietà, sostenibilità, in pieno accordo alla concezione Steineriana  di azienda.

Forti di questo fatto abbiamo contattato, per farci conoscere, le varie organizzazioni del mondo, bio, equo, solidale, alternativo, collaborativo. La nostra aspettativa era di continuare l’esperienza di condivisione, equità, valorizzazione del km zero per le quali tante organizzazione si vantano.

Abbiamo compilato tante carte di valori on line, abbiamo descritto per filo e per segno quello che stiamo facendo, il nostro percorso, il nostro approccio bio, il nostro modo di essere solidali, a km zero, sostenibili, ho contattato gas, cittadinanze sostenibili, biodistretti, ma abbiamo avuto la netta sensazione che avevamo un difetto: eravamo indipendenti, slegati, avulsi da ogni sistema organizzato e per questo “non conformi”.

Infatti quale è stato il risultato?

NESSUNO

Nessuna delle organizzazioni del territorio equo, solidale, ecosostenibile, vicino alle realtà del territorio ha fatto il minimo sforzo per rispondere a nessuna richiesta. Nel caso dei Gas o di altre organizzazioni simili la nostra richiesta non era diretta, ma era pure in risposta a questionari on line, per i quali magari si chiedevano dati sensibili. Non una risposta ad una mail, non una ricevuta dei questionari compilati, non un feedback, nemmeno negativo.

Quale è il motivo?

Ce lo siamo chiesti, ma non abbiamo trovato risposta:

Semplicemente ripetiamo, abbiamo pensato di essere troppo indipendenti, troppo non schierati, di non avere santi in paradiso. Abbiamo capito che anche in questo campo forse prevale la logica delle conoscenze, dell’amico dell’amico che noi non abbiamo. Abbiamo anche capito che le “reti” (ci fosse un carattere inferiore al minuscolo userei quello) si fondano sulla mutua solidarietà, ma quella di selezionati amici, svelando una ipocrisia di fondo solida e concreta.

Ma non fa nulla, lentamente il nostro progetto decolla, e lo fa in accordo alle nostre capacità, alle nostre caratteristiche, condividendo di volta in volta, le persone, e i clienti nel nostro progetto che piace, piace, piace, in barba agli equi, solidali a km zero.