


Saremo presenti alla Sagra dell’uva di Pontida






Migliorare e innovare è difficile: vuole dire intraprendere strade nuove, magari sconosciute, a volte senza avere in mente una meta o una mappa che possa guidarci verso l’oltre. Spesso in questo contesto è facile sbagliare, è facile andare incontro ad un miglioramento, ma anche ad un errore, o addirittura a un peggioramento.
La “società” chiede sempre il meglio da te, e se tu non migliori, via, un altro può prendere il tuo posto.
E’ chiaro però (e per la nostra storia caratteriale e professionale per noi è limpido) che non si va da nessuna parte senza osare, senza intraprendere strade sconosciute. L’innovazione e il miglioramento arrivano spesso prima della tecnologia, e il salto è sempre una discontinuità rispetto al passato.
Anche nella nella gestione del vigneto abbiamo sperimentato questa teoria: abbiamo fatto degli errori, abbiamo fatto delle cose egregie, l’importante è rendersene conto e continuare a migliorare; ma come si migliora?
Si migliora sperimentando
Le persone possono aiutarti a capire ed è giusto valutare le loro esperienze. Anche chi contesta un approccio sperimentale va ascoltato per avere una piena consapevolezza dei rischi cui si va incontro, direi di più: è proprio il parere degli scettici che va cercato per capire meglio i rischi. Dobbiamo avere il coraggio di superare la paura dell’ignoto, sapendo che osare è un rischio, ma è l’unica modo di trasformare il miglioramento in innovazione
– al via la fermentazione con i lieviti del nostro vigneto
– al via la ripartizione in zone del vigneto per ricercare freschezza e corpo
Si migliora se non cerchiamo il consenso ad ogni costo:
giusto ascoltare gli altri, ma le loro indicazioni ci porteranno a non superare, ancora, la barriera dell’innovazione: è la nostra scelta che è determinante per il risultato:
– continuiamo l’applicazione delle pratiche agronome desuete, e la sanificazione totale dell’ambiente naturale piuttosto che cercare la semplicità lavorativa che va a discapito della qualità, e se deve essere ortica, ortica sia…
Non fermiamoci a quello che è la regola
non avremmo fatto nulla se avessimo calcolato tutto…non saremmo mai stati capaci di agire solo se tutto fosse stato calcolato o previsto a priori o se avessimo rispettato tutti i passaggi e senza avere osato:
– non accontentiamoci del pensiero comune che assegna un target medio al “merlot bergamasco” e puntiamo a dimostrare che serietà e caparbietà con un ambiente naturale concreto.
Detto questo speriamo di trovare, sempre di più, persone e clienti che credano in questo progetto, la sua sostenibilità dipende da chi crederà in noi.
Eco di Bergamo, 28/07/2017

Il vino è in bottiglia.
Abbiamo imbottigliato “Primabotte”, vendemmia 2015, barricato, e “Driade Felice”, vendemmia 2016, affinato in acciaio. Due vini diversi, due annate diverse, due produzioni diverse, due approcci completamente diverso. Mi chiedono in tanti se mi piace il mio vino, di cosa sa, a cosa lo accosto. Sono sempre in imbarazzo. La risposta che dò è che non so giudicare il mio vino, non so valutarlo in maniera corretta e soprattutto non so giudicarlo in maniera obiettiva.
Nel vino vendemmiato nel 2015 c’è il gusto della novità, c’è la sorpresa della scoperta, il peso dello scoprire cosa volesse dire coltivare un vigneto; c’è la soddisfazione della prima vendemmia, con i grappoli nascosti in una vigna che dopo averla salvata dall’abbandono era cresciuta a dismisura, nella trascuratezza di noi agricoltori di primo pelo che non sapevamo ancora che avremmo dovuto gestire meglio quella massa vegetative. C’è il sudore dei trattamenti, fatti a mano, bidone in spalla su un pendio del 50%, il dubbio delle cose non fatte e l’amarezza di scoprire la peronospora che aveva rapito alcuni grappoli. Ma c’è il gusto dolce dell’uva ad ottobre, con la buccia appiccicosa di zuccheri, la soddisfazione di una uva perfetta portata in cantina e la passione nel vedere quella singola botte, la “primabotte” con la scritta del mio nome tracciata col gesso. Come potrei non apprezzarlo.
Anche il “Driade Felice” è ingiudicabile. Anche in quel fino c’è tanto sapore, tanto gusto. Il tentativo di diventare “veri” agricoltori, è il vino della conversione bio, dei primi trattamenti con un erogatore serio, in combinazione con i trattamenti a spalla, la sorpresa di vedere una quantità di uva 20 volte maggiore rispetto alla vendemmia microscopica dell’anno prima; oserei dire l’incredulità.
Ma anche la fatica e dubbi di una stagione piovosa che richiedeva di fare e rifare trattamenti quasi tutte le settimane e il chiedersi “ma chi me lo ha fatto fare” quando mi sedevo stravolto in cima al vigneto, o vivevo il dubbio degli amici che mi guardavano (e mi guardano) senza capire cosa mi sia saltato in mente. Il “Driade Felice” è l’etichetta della Driade che sorride, è il vino delle migliaia di bottiglie che il giorno dell’imbottigliamento portiamo al nostro deposito e ci diciamo “ma quante sono”. Driade Felice è il vino che ha il sapore della scommessa quando hai puntato tutte le tue carte sul rosso e la pallina sta ancora girando sulla ruota e speri con tutto il cuore che si fermi dove vuoi tu. E’ il vino che tu compreresti comunque, anche se non fosse perfetto solo per sostenere un progetto che è comunque, ovunque e sempre sarà un progetto folle.
Non ho mai apprezzato tanto il vino da quando cerco di fare (anche) questo mestiere. E ogni volta che assaggio un vino e ho modo di parlare con un viticoltore trovo mille sapori diversi, i sapori delle mille storie di un mestiere antichissimo, che spero di riuscire a continuare a fare.
Nel nostro vigneto si persegue il principio della massima biodiversità: vogliamo favorire la creazione di un clima sano per le nostre vigne operando per un terreno ricco e vivo: la gestione del terreno nella proprietà negli ultimi anni ha fatto passare la vegetazione erbacea da una prevalenza di graminacee perenni ad un ritorno delle angiosperme che garantiscono la presenza di una fioritura costante durante tutto l’anno.
Il nostro obiettivo è avere filari sempre verde e gestire il taglio per porzioni, senza mai tagliare completamente lo spazio interfilare su tutto il vigneto. Il taglio è effettuato con trincia che sminuzza la vegetazione e la lascia nel terreno, importante nutrimento per l’inverno.
Il nostro vigneto ha sempre qualcosa di verde e qualcosa di fiorito.
L’inerbimento assolve anche ad una funzione fondamentale in un terreno come il nostro con una pendenza del 50%: lo protegge dell’erosione e migliora l’infiltrazione dell’acqua, aumentandone l’accumulo.
Per garantire tutto questo abbiamo delle semplici regole:
6 mesi di riposo invernale a garanzia di un inerbimento naturale
Taglio dell’erba con trinciatura
Due filari non vengono tagliati prima del 1 luglio di ogni anno
Naturalmente no erbicidi
Non lavoriamo mai il terreno oltre a 6 cm di profondità (strato aerobico)
I residui di potatura rimangono nel vigneto (apportano fosfati)
stiamo verificando come potere, in base all’attuale legislazione) immettere nel vigneto anche la vinaccia e la feccia
utilizziamo concime naturale (compost)
non irrighiamo
garantiamo un ecosistema sano grazie alla diversificazione del suolo:
nei bordi del vigneti sono stati messi a dimora alberi di specie locali, siepi, cespugli di more, muri a secco, cumuli di legname a bilanciare il rischio di vulnerabilità cui la vite si espone, nel suo sistema monoculturale. Quest’area di compensazione ecologica è pari al 30% della superficie del vigneto.
Le bordature del vigneto corrispondono a vari spazi con culture diverse fungendo da recettori di spore, permettendo a lieviti e funghi di diffondersi nel vigneto (lieviti per la vinificazione, e concorrenti per funghi nocivi). Le bordature sono pensate per una biodiversità naturale, con cespugli, arbusti e piante di diverse altezze e sono completati da elementi strutturali quali mucchi di legna o pietre, scrigno per la biodiversità.
Ogni pianta di vite ha un albero a meno di 80metri.
l’uso di fitofarmaci in viticoltura è una necessità al fine di preservare il raccolto dai principali patogeni: iodio e peronospora
nella nostra azienda abbiamo l’obiettivo progressivo di ridurre l’utilizzo del rame a 2,5kg per anno, e la quantità di zolfo a 30kg per anno.
Driade felice è la parte di uva vendemmia 2016 affinata in acciaio. All’incirca la metà dell’uva raccolta a ottobre 2016 diventerà Driade Felice, un Merlot che ha nel frutto e nella freschezza la sua forza.
In assoluta anteprima l’etichetta fresca di definizione.
Il 30 maggio l’imbottigliamento della Driade Felice e poi, finalmente saremo pronti a farvelo assaggiare.
Abbiamo imbottigliato!!!
Finalmente le prime 300 bottiglie del nostro vino sono in bottiglia. Primabotte! Si, perché tutta l’uva della vendemmia 2015 è finita in una botte: la nostra prima botte.
A breve la storia di questo vino.
Ecco la retroetichetta, a completare la descrizione del nostro vino.

Ho giorno parlato del contesto in cui si muove la mia azienda agricola: abbiamo parlato tempo fa della bergamasca, oggi vorrei parlare di Palazzago.
Una delle iniziative interessanti della Regione Lombardia, è la creazione della Banca della Terra Lombarda. In pratica la Legge Regionale n° 30/2014 sancisce la creazione di un albo dei terreni coltivabili, non coltivati, un albo dei terreni abbandonati che possono essere messi a disposizione dai proprietari per le aziende agricole per il temporaneo utilizzo. La legge è una legge complessa che definisce enti e strutture per favorire la de-burocratizzazione e dare una mano alle aziende rurali. Una di queste iniziative è la creazione dell’albo on line dei terreni incolti che i proprietari dichiarano di mettere a disposizione agli agricoltori. Il comune di Palazzago ha pertanto redatto l’elenco dei terreni incolti, al fine di sollecitare i legittimi proprietari a rendere gli stessi disponibili ai poveri agricoltori, sempre alla ricerca di nuove terre da coltivare. Non ho capito l’utilità pratica di tale iniziativa, ritenendo che un proprietario che avesse la possibilità di affittare il terreno lo possa fare, se non lo ha già fatto, senza la Legge Regionale n°30/2014, ma l’elenco redatto dal comune di Palazzago mi da la possibilità di capire tante cose e di conoscere meglio territorio dove si produce il nostro Merlot.
Innanzitutto i terreni incolti: in totale il comune rileva 226 ettari di terreni incolti. Non male.
Come sono composti? Il 50% sono seminativi e vigneti. Esattamente la metà dei terreni oggi incolti erano o vigneti (il 24%) o terreni che producevano. Non è poco. Il 31% sono boschi, e questo si può capire, il 10% sono pascoli.
La classificazione del terreno è catastale, sicuramente risale al secolo scorso, le fonti intercettiate fanno risalire l’opera di riordino che abbiamo attualmente agli anni sessanta, presumo quindi che la classificazione catastale sia la fotografia della destinazione urbanistica dei terreni della prima metà del secolo scorso.
A Palazzago pertanto esistevano 54 ettari di vigneti che oggi sono abbandonati, 58 ettari di seminativi, 20 ettari di pascoli. Questo a confermare la profonda trasformazione del territorio di Palazzago (e delle prealpi lombarde) nell’ultimo secolo. 54 ettari di vigneto sono una bella quantità: tenendo conto di una resa di buona qualità potrebbero essere 5400 quintali di uva, quindi 378.000 litri, quindi 500.000 bottiglie. Potrebbe essere una delle più grandi aziende italiane vinicole se fossero tutti di un unico proprietario.
L’altra indicazione che ne traggo è la grande vocazione vinicola del territorio di Palazzago: una deduzione logica è: se c’erano tutti questi vigneti il vino non doveva essere poi male.
500 mila bottiglie sarebbero un buon fatturato, a riuscire a venderle, e un buon sostentamento per tante famiglie, le famiglie che dagli anni sessanta in poi hanno trovato un migliore impiego nelle fabbriche, nei servizi decretando l’abbandono delle campagne.
I segni di questo grande vigneto sono ancora presenti: i terrazzamenti sono tutti i residui più evidenti dell’antica vocazione del territorio: tutta la costa verso Precornelli, la valletta del Borghetto, tutta la fascia collinare che volge ai paesi della Beita, Secchia, Gromlongo, Belvedre, Capietaglio: posti dove sopravvivono gli ultimi vigneti. I segni dell’abbandono sono parimenti presenti nei boschi incolti, nei (ex)vigneti e nei terreni infestati dai rovi (ne so qualcosa avendone liberato più di un ettaro).
Ma non basta, il seminativo: sono tanti terreni nelle piane, cosa coltivavano? Melgot? C’era un mais tipico a Palazzago, a Rovetta c’era il rosso rostrato, a Gandino lo spinato e a Palazzago? Chissà quante foto negli archivi delle famiglie di Palazzago a testimoniare l’antica vocazione.
A Palazzago resistono probabilmente gli antichi vitigni, e forse esiste ancora la cultura e l’abitudine antica di coltivare seguendo le fasi della luna. Sarebbe bello che l’amministrazione potesse cercare di recuperare prima del definitivo abbandono questa antica cultura. A Palazzago probabilmente esistono ancora le tracce dei vitigni autoctoni della zona, negli anni ’90 a Palazzago venne rinvenuto un vitigno locale: il Camoretti (ne esiste traccia in un libretto edito dalla provincia di Bergamo negli anni ’90). Chissà mai che possa collaborare con un’amministrazione attenta al recupero della sapienza antica e dei nostri vecchi vitigni e rilanciare una specialità locale.
Ogni tanto viene voglia di fare bilanci, mettere insieme quello che hai fatto, quello ca fai, anche solo per capire, e non è come l’arrivare al traguardo, dopo tanto affanno, delle prime bottiglie che occorre misurare e pesare, contare e ricontare.
Chi ha guadagnato da questa nostra impresa…
Innanzitutto Coldiretti, hanno trovato un cliente esigente, ignorante, un’azienda che scopriva un vaso di Pandora che ogni volta ha pagato il dazio…compenso per l’assistenza, la quota di iscrizione, l’inserimento delle pratiche. Coldiretti deve persino dichiarare quanta uva ho prodotto, potrei farlo io, ma nessuno sa come fare, se non Coldiretti e forse qualche funzionario statale…il contributo per la coltivazione in area di montagna mi costa chiederlo il 30% dello stesso.
Ha guadagnato il Comune dove risiede il vigneto, con i diritti di segreteria per ogni pratica che ho fatto.
Ha guadagnato lo stato: marche da bollo, infinite tasse e gabelle, a volte basta scrivere in un preliminare caparra al posto di anticipo (che poi se vai sul vocabolario scopri che la caparra è un anticipo), che la tassa da pagare passa dallo 0,5% al 3%, ma se cerchi di fare da solo queste cose non lo sai. La marca da bollo…nell’era dei pagamenti on line, devo trovare il tabaccaio, che on line…la stampa.
Ci hanno guadagnato i lavoratori che hanno lavorato per me. Il primo che ha lavorato era un amico che doveva lavorare…con me non ha voluto i vaucher, non sapevamo come funzionavano, quindi invece di incassare 7,5 euro a fronte del mio esborso di 10 euro all’INPS, ne ha presi 6 netti da una cooperativa di somministrazione lavoro che ne incassava da me 14.
Hanno guadagnato il lavoratori della cooperativa sociale che ha potato gli anni successivi, e i ragazzi che hanno scacchiato, pettinato, spollona to, con tanto di contributo allo stato.
C’è da dire che chi ha lavorato per me ha sudato e il lavoro era visibile. Ho avuto anche chi ha lavorato dichiarando a me ore che poi non faceva. Ho imparato che la vita è fatta anche di queste cose, io ho fatto finta di nulla e non gli ho detto nulla, l’indignazione non paga, ma non ho più fatto lavorare quella persona. E ha capito…spero gli serva da lezione.
Hanno guadagnato chi ha rivenduto due decespugliatori e una motosega che hanno prelevato dal mio magazzino. Spero ne avessero tanto bisogno, sarebbe stato comunque meglio parlarne, non è così che si risolvono i problemi. Oggi non ho quasi nulla nel magazzino e faccio fatica a portare tutto avanti e indietro, e credo che il ladro non abbia risolto nulla.
Ha guadagnato anche chi ha rubato le piante che ho piantato. Erano mele salvate dall’abbandono, di qualità sconosciutoa. Sorrido quando penso che quelle mele sono in qualche giardino e comunque hanno aiutato al mio obiettivo, salvare la qualità, anzi è addirittura meglio che sia stata diffusa oltre al mio giardino. Me l’avesse chiesta gliela avrei data volentieri, evitandogli lo scavo serale, vigile e attento, la fuga furtiva con le piante sotto braccio, l’ansia che credo avesse, nel momento del furto. Rischi non ne ha corsi, nella nostra nazione l’impunità si fa un baffo delle leggi.
Ci hanno guadagnato i vicini, che la domenica vengono a trovarmi, bevendo e brindando con me al crepuscolo, scambiando le chiacchiere sul tempo e sul governo, sulla vita e sulla fatica, sulla voglia di continuare. Loro mi hanno aiutato, e hanno ricevuto quello che hanno chiesto, nella forma più semplice di collaborazione: il baratto. Ho ripulito tutto il bosco regalandogli tutta la legna che ne traevano.
Ci hanno guadagnato i venditori di attrezzi, chi lungimirante e serio, che mi rivede ritornare, chi furbo e approfittatore che con me alla fine ha venduto una cosa sola, e chissà se si chie come mai non torno.
Ci ha guadagnato il paesaggio, il mio vigneto è una pennellata di verde nelle colline di Palazzago.
Ho guadagnato tanto anche io: la fatica della terra paga più della palestra, e la gioia del raccolto è immensa. Ho guadagnato il piacere dell’alba, la riscoperta delle lucciole, il ritmo delle stagioni, e la consapevolezza della naturalità del destino.
Il bilancio finale? Continuiamo!!!
Rieccoci a per un veloce aggiornamento della nostra situazione, è passato ormai quasi un anno dalla Vostra visita.
Anno molto intenso e molto importante per noi. A Gennaio Gabriella ha definitivamente scelto di dedicarsi al vigneto al 100% per cui ogni giorno dedica con dedizione e passione il suo tempo alla cura del nostro paradiso.
Vi aspettiamo presto da noi (da maggio se desiderate con assaggio…)
Un cordialissimo saluto
Luciano, Gabriella, Marco con Fea e Doris