Gli uccellini longevi

E’ pronto il nostro Goumi!

A 4 anni dalla messa a dimora sono riuscito a gustarmi un po’ di queste splendide bacche rosse e allungare la vita di qualche minuto, magari qualche ora e chissà se mi pentirò di averli mangiati o mi rammaricherò di non averne mangiati abbastanza. Eh si perché il goumi, si sa (eh eh eh io lo so…) allunga la vita.

Lo sanno bene gli uccellini del mio vigneto, la maggior parte con le piume ormai bianche e la barba lunga, che insegnano alla loro discendenza la prelibatezza di questo piccolo frutto, asprigno al primo morso ma dolce e vario nella persistenza dei suoi aromi.

Pensandoci potrei sostituire la vigna con goumi: aumentando i frutti potrei mangiare solo goumi e diventare quasi immortale (almeno quanto gli alberelli di goumi). Non soffrono la grandine (quest’anno sono gli unici frutti a non avere sovverto) e non hanno bisogni di avere un uomo che li difenda continuamente dalle avversità del clima, sono anche rossi, in un epoca che nemmeno i pomodori sono più rossi, ma sembra che questo è perché che vengono dalla cina dove sembra siano ancora vivi alcuni comunisti.

In ogni caso: il goumi è disponibile, se volete, prima che gli uccellini si ricordino della loro voglia di immortalità.

Vendemmia 2019

L’annata 2019 è stata un’annata durissima partita con un maggio freddissimo a continuata con frequenti acquazzoni accompagnati spesso da grandinate. Il maggio freddo ha penalizzato l’uva nel periodo di fioritura con un risultato negativo sulle rese, mentre tre sono state le grandinate che hanno colpito il nostro merlot: la peggiore il 22 giugno ha messo a dura prova le piante che hanno dovuto rifogliare, esponendosi allo oidio che nel mese di luglio l’ha fatta da padrone. La lotta contro lo oidio ha comportato un duro lavoro, aggravato dal fatto che le frequenti piogge hanno comportato trattamenti con pompa a spalla, In ogni caso la stagione ha permesso di capire tante cose su questo fungo, sui suoi effetti e sulla lotta per debellarlo, effettuata sempre in maniera bio e mai invasiva.

Una vera annata eroica.

L’ultima grandinata di inizio agosto ha colpito invece l’uva già invaiata, anche in questo caso la reattività in campo e il duro lavoro hanno permesso di riparare i danni, ma porteranno ad una vendemmia leggermente anticipata al fine di evitare che le piogge prevedibili di fine settembre o inizio ottobre portino ulteriori danni all’uva. La maturità fenolica dei grappoli è comunque avanti e l’uva grazie in questo caso anche Grazie caldo, hanno recuperato il ritardo che avevano accumulato fino a fine giugno.

Ed ora andiamo in vendemmia curiosi di vedere il risultato di una annata eroica, sperando in un vino altrettanto eroico, magari meno faticoso.

Naturale/Natural

La scelta di un vino “naturale” è stata veramente semplice…innanzitutto occorre chiarire il concetto di naturalità che per noi. Andando all’essenziale, per noi vino naturale significa un vino proveniente da uve e vinificato riducendo al minimo interventi esterni che non siano la mano dell’uomo. Il minimo di zolfo e rame in vigna, una gestione del verde rispettosa, attenta a salvaguardare la vite, pur sfogliandola e addomesticandola per salvaguardare o garantire la qualità dell’uva; una gestione attenta dell’inerbimento per garantire la massima biodiversità e il completo compimento delle fasi vegetative delle essenze erbacee, senza mettere a repentaglio la vite da una parte, con tagli tardivi, o le api, con tagli continui e irrispettosi. E il vino? Una vinificazione minimale, attenta a valorizzare il terroir, che privilegia lieviti indigeni, un minimo di solforosa, nessuna forzatura, partendo da una selezione attenta delle uve e da una parcellizzazione consapevole del vigneto, mirata a definire particelle omogenee e coerenti con l’obiettivo puntato sul vino da realizzare. Naturale nell’approccio anche se la naturalità potrebbe essere definita meglio come artigianalità non invasiva. E, come dicevo, e scusate il giro di parole, per noi è stato naturale fare così. Non siamo capaci di pensare nemmeno lontanamente a un diserbo, non vogliamo sentire parlare di pratiche enologiche che facilitano, aiutino, addomestichino…pur non riuscendo a fare a meno di mezzi e strumenti assolutamente artificiali, pompe, taniche, botti…

Per qualcuno dei nostri colleghi è inconcepibile…tanto è naturale per noi quanto è irrazionale per altri che vedono nel nostro modo di fare un lato di masochismo molto accentuato. Devo dire che un po’ sconcerta anche certi enologhi, quasi indispettiti nel non dovere (o potere) intervenire (fortunatamente non tutti), come quel medico che pur avendoti visitato e non avendoti trovato nulla si sente in dovere di prescrivere comunque una ricetta perché altrimenti si sente di non essersi guadagnato la giornata.

Ma la soddisfazione più grossa è accompagnare passo passo la vigna e il vino: seguire i germogli, proteggerli e vederli crescere, assaggiare spillando dalle botti qualche millilitro di vino seguendolo nella sua evoluzione, cercando di prevederla, quasi a cercare di leggere il futuro nella rossa vitrea sfera del bicchiere.

Ma allora perché devo spiegare i motivi di una scelta, per tanti così estrema di un vino naturale? No, non devo spiegare nulla, saranno gli altri a dirmi perché cercano cose diverse.

Quel filo

Non è passato molto tempo da quando, dopo tre anni di duro lavoro, ci siamo trovati in cantina le prime bottiglie e ci siamo inventati venditori di vino. La cantina era piena e occorreva incominciare a vendere…

Per noi il nostro vino era buono, ottimo, ma si sa, ogni “scarrafone è bello a mamma sua” e il confronto con i “Clienti” faceva effettivamente paura: piacerà? Ma a te piace? Sarà il prezzo giusto? Cosa racconto? Il principale canale di vendita sarebbero stati (almeno speravamo lo divenissero) i ristoranti. Non volevamo andare da ristoratori amici, per noi sarebbe stato imbarazzante, ma lo sarebbe stato soprattutto per loro. Il primo ristorante fu un ristorante che apprezzavamo, avendoci mangiato varie volte, e ci fu indicato da un vicino di casa, che conosceva personalmente i gestori. Grazie a questa amicizia riuscimmo ad avere un primo appuntamento di presentazione del vino.

Il primo appuntamento…

La presentazione (avevamo delle foto del vigneto che aiutavano a raccontare la nostra storia) divenne presto un dialogo, uno scambio di esperienze, opinioni, di storie di vita.

Piacque anche il vino…ed uscimmo orgogliosi di avere ricevuto un primo ordine  e felici di avere incontrato sulla nostra strada delle bellissime persone. Tornati a casa preparammo orgogliosamente le confezioni di vino e la fattura, la nostra prima fattura: la numero uno.

Nel tempo con questi ristoratori il rapporto si è consolidato: abbiamo sempre di più apprezzato la loro cucina coraggiosa, vicina al territorio e a materie prime mai banali, ed è continuato il loro apprezzamento per i nostri vini; consigliamo spesso quel ristorante, almeno quanto loro apprezzano e propongo consigliandolo, il nostro vino.

Avere un ristorante è un lavoro durissimo, fare bene quel lavoro presuppone abnegazione, sacrificio e costante ricerca (perlomeno è quello che vedo in coloro che questo mestiere lo vogliono fare bene) ed è per questo difficile frequentare ristoratori in ambiti diversi dal ristorante. I momenti di contatto con il ristoratore sono sempre fugaci e veloci. Si chiacchiera quando andiamo a cena, o quando portiamo il vino anche se questo non impedisce di instaurare empatia (spero) reciproca.

Nell’ultima consegna del vino al ristorante mi hanno detto con un certo orgoglio:
“dei nostri cari amici ci hanno parlato bene del vostro vino!….lo hanno provato e ce lo suggerivano, gli abbiamo risposto certo che conosciamo, abbiamo fatto loro la fattura numero 1”,

Il legami tra le persone sono un filo a volte sottilissimo, ma resistente.

Bronner, un’altra scelta

Abbiamo spiegato cosa ci ha portati a scegliere il Marzemino come vitigno da impiantare nel nuovo vigneto nel 2018. Ma la storia non finisce qui. Si perché anche quest’anno abbiamo richiesto e ottenuto la possibilità di impiantare un altro piccolo vigneto. Un altro tassello nella nostra storia. In questi giorni ho eliminato tutte le piante della zona che abbiamo intorno alla cantina. C’era qualche noce, qualche ciliegio, qualche carpino. Erano cresciuti sui terrazzamenti che rimangono il residuo dei terrazzi che fino al 2000 erano protagonisti nel nostro vigneto. Attorno al 2000 infatti il precedente proprietario ha “raddrizzato” quasi tutti i terrazzi per facilitare l’utilizzo del trattore, impiantando l’attuale vigneto, tralasciando un piccolo particolare: la pendenza, che essendo oltre al 40% avrebbe limitato comunque l’uso del trattore. Ma questa è un’altra storia.

Quindi nel 2000 il gradoni sono stati quasi tutti spianati tranne una parte, la più ripida, dove sono rimasti i resti degli antichi terrazzamenti. Le opere di terrazzamento nella zona di Pontida sono iniziati nel XI XII secolo, ma essendo il mio vigneto uno dei più alti, devo dedurre che è più recente anche se credo di potere dire che la vite, nella mia tenuta è presente da almeno 300 anni.

Ma che vigneto impiantare? che scelta fare?

Al solito i consigli di vicini, appassionati ed esperti…: un altro rosso; no, non puoi fare anche la vinificazione in bianco, devi mettere rosso…
ma che rosso mettere? L’autoctono non ci fanno avere le barbatelle (vedi articolo precedente); il marzemino l’ho già messo, il cabernet… non mi piace….ma perché no un bianco?

Ma che bianchi ci potrebbero essere? Pinot Grigio, potremmo fare un macerato, tanto di moda…o un Kerner, anche lui ci piace molto, ma che senso avrebbe in bergamasca…potremmo mettere un vitigno internazionale, ma no, ce ne sono già molti in zona.

Incominciavo comunque a credere di avere fatto l’ennesimo atto di incoscienza quando invece pensandoci bene stavo facendo un grande atto di speranza: in effetti è un grande atto di fiducia fare una vigna: vuol dire avere speranza nel futuro, fiducia nel futuro, vuol dire legarsi alla terra, allearsi con lei.

Pertanto abbiamo riconsiderato attentamente tutti gli aspetti della nostra impresa: il vigneto in quella zona è impervio, arido, sassoso, nell’ambito di questi vincoli occorre fare scelte semplici: ci si lavora solo a mano: e quindi sarebbe meglio ridurre i trattamenti per non impazzire. E’ accidentato il terreno, quindi i filari non sono un vincolo, possiamo avere qualsiasi schema.

E il vitigno? Dobbiamo fare qualcosa di diverso; abbiamo un vitigno internazionale, uno autoctono, cosa vogliamo mettere per divertirci?

La scelta finale quindi è stata qualcosa di diverso, di unico.

Alla fine ho capito che nel piccolo vigneto ci sarà una bellissima vigna
sesto d’impianto ad alberello (per contrastare l’esposizione solatia del posto), a quinconce (per massimizzare il numero di viti e facilitare il radicamento profondo delle radici)
il vitigno sarà il Bronner, un vitigno resistente che dovrebbe risparmiarci parte dei trattamenti permettendoci di ridurre la quantità di rame.

Speriamo sia una scelta giusta, di speranza e non di incoscienza.

Marzemino, una scelta

Due anni fa ho riflettuto molto su che vitigno piantare in una striscia di terra che ho acquistato da un’amabile e nobile (di fatto) contessa. Un declivio terrazzato, con terrazze ormai consunte dal tempo, sopravvivevano alcune liane di vite, a terra, vite Americana a mio giudizio, ma dominavano i rovi, le robinie, addirittura l’Alianto. Essenze che ancora adesso faccio fatica a sconfiggere. Cosa potevo mettere nel nuovo vigneto? Scartato subito il Cabernet, troppo scontato in zona Doc valcalepio avendo già il Merlot (la Doc valcalepio è Merlot più Cabernet) ho cercato vitigni locali. La premessa è che, forse pochi lo sanno, un viticoltore non può piantare quello che vuole, ma solo un vitigno autorizzato dalla regione, vale a dire un vitigno presente nella lista dei vitigni autorizzati nella provincia di Bergamo. L’azzardo iniziale fu la prenotazione di barbatelle di un vitigno semi sconosciuto appena riconosciuto in Bergamasca, la Merera. Appena autorizzato avevo recuperato faticosamente un vivaio che aveva tenuto qualche marza e avrebbe potuto garantirmi una fornitura. Un vero azzardo: il vitigno era sconosciuto, non c’erano indicazioni e direttive agronomiche, nessuno produceva vino, era una novità assoluta; sopravvissuto al tempo miracolosamente avrei fatto il primo vero impianto. Non riuscii a finalizzare il vigneto Merera; evidentemente non si voleva che un eretico Veneto ripiantato a Bergamo fosse il protagonista di un clamoroso miracolo: il vivaista improvvisamente mi disse che si era sbagliato e quelle barbatelle erano prenotate da altri, non erano più disponibili per me. Mi sentii veramente preso in giro, ma ho voltato subito pagina, l’operazione era veramente un azzardo, avrei potuto trovarmi con una Duna restaurata alla fine dei conti, e avrei capito magari perchè la Merera fu abbandonata e perché ero l’unico a recuperarlo (salvo voi aver fatto venire voglia a qualcun altro di farlo, giusto per impedirlo a me).

Quindi? Come rimediare? Altri vitigni autoctoni non ne trovavo: mi dissero l’Imbergher, ma poi ho capito che era il Franconia, che in Austria è chiamato Limberger da cui la storpiatura fonetica che lo …”localizzava”… Alcuni amici ristoratori avrebbero approvato, ma era un vitigno austriaco, portato a Bergamo dopo l’era napoleonica che a bergamo aveva portato il Merlot, a questo punto era più autoctono il Merlot…

Ma prima di Napoleone?

Lo stato di terra di Venezia…dal 1428 al 1789, quindi per più di 300 anni Bergamo fu città di frontiera, limite occidentale e crocevia dei commerci di Venezia verso l’Europa, soprattutto dal ‘500 in poi quando la scoperta delle Americhe portarono Venezia al declino dello stato di mare e ai commerci con l’estremo oriente a favore dello stato di terra, con i suoi commerci europei.

Avrei trovato la soluzione qui: la fascia collinare delle Alpi a quel tempo era divisa tra regno di Sardegna, i Savoia, e la repubblica Veneta con in mezzo il milanese con i domini spagnoli e francesi….e la vite che fine ha fatto? Qui la cosa più interessante: nell’area piemontese, area severa, nobile, regale c’era anche un vitigno re: il nebbiolo. Dava vini importanti, severi, impegnativi, e dominava tutto l’arco alpino fino alle pendici della Valtellina, dal Monferrato, all’albese, al biellese, alla zona di Ghemme. E nella repubblica veneta? Vini beverini, bianchi, vini importati da Grecia, Cipro, vini cole le malvasie, o come il Marzemino, che deriva dal Marzavi, un vitigno provenienti da Cipro. Vino beverino, colorato, fresco, fruttato…un vino che riflette il Veneto di Goldoni, della commedia dell’arte, di Arlecchino. Anche il nome, Marzemino, altra cosa rispetto al nebbiolo che poi diventa Barolo, Barbaresco, Roero…vini nobili e severi anche nel nome. Ma in Bergamasca? Si, in anche il Bergamasca il Marzemino è citato dal ‘500 tra i vitigni più diffusi, e anche in questo caso non mancò la bergamaschizzazione del vino che da Marzemino è diventato Berzemino, Berzemì, Berzami, quasi a localizzarlo….

E quindi la scelta è stata automatica: marzemino! Un ritorno Veneto in Bergamasca…e in questo caso nessuno che si è messo di traverso e il 10 aprile 2018 le barbatelle sono state messe a dimora. Ai posteri il giudizio di una scelta.

Autoctono?

Anni fa, un illustre distributore di vini naturali, interpellato da me per valutare possibili sbocchi commerciali, non rispose ad una bella mail in cui cercavo di trasmettere perché il mio vino poteva essere interessante nel suo catalogo…

Siccome mi irrita non ricevere nemmeno risposta e dopo molti mesi ho ripreso la mia mail, l’ho re-inoltrata, ho citato il motto e la missione dell’azienda stessa riportata sul loro sito (“cerchiamo vini naturali”) e ho suggerito loro, sempre cortesemente, “insieme ai vini naturali cercate di trovare un po’ di cortesia, la mia mail di qualche mese fa non ha nemmeno avuto risposta”. Il mio sollecito polemico guadagnò almeno una risposta: “grazie per il suggerimento, ma noi non cerchiamo vini da vitigni bordolesi”.

Beh, da una parte almeno mi avevano risposto e poi avevo capito il motivo per cui non mi avevano risposto (oltre alla scortesia): l’onda lunga del nazionalismo è arrivata anche qui.

Non volevano vini da vitigni bordolesi…considerato che la maggior parte dei vitigni sono nipoti del Pinot….è un buon inizio.

La risposta mi fece riflettere sulle tante prese di posizione nel mondo del vino e ho pensato alle varietà che coltivo e alle scelte nel mio vigneto.

Alla mail ricevuta volevo rispondere: “ma il mio merlot è fatto in provincia di Bergamo, ormai è nazionalizzato, ha lo “ius soli”…ma mi sono reso conto che avrei iniziato un discorso tra sordi”.

In effetti il merlot è italiano? E’ francese? E’ alloctono (che ho scoperto essere l’opposto di autoctono)?

Del merlot si parla dal 1700, in Francia, è arrivato a Bergamo sembra a fine ‘700, probabilmente insieme a Napoleone che in quel periodo scorrazzava nelle nostre terre. Ha “sfondato” nel secondo dopoguerra, soprattutto in Veneto, in Lombardia e in Toscana (si Toscana…) e a metà ‘800 era presente nella collezione della scuola enologica di Conegliano. Ma la storia della diffusione della vite è che è una storia senza confini, tanto più che noi abbiamo in mente confini politici più che geografici. Ormai il merlot è Italiano da secoli, è il quarto vitigno più coltivato in Italia, forse ne abbiamo più noi che i Francesi, siamo convinti che sia bordolese, ma forse la cittadinanza italiana se l’è guadagnata.

Tante cose mi accomunano al Merlot: il mio cognome è Chenet, deriva da Knecht, nel ‘600 la mia famiglia era tedesca in Italia più o meno da quando c’è anche il Merlot, non siamo autoctoni, ma comunque non sarei distribuito dal distributore di vini natuali.

Sono d’accordo, è una provocazione.

Aggiungo però che tutte le viti coltivate oggi sono innestate su viti americane, arrivate in Italia all’inizio del secono scorso, quindi anche i vitigni cosiddetti autoctoni sono in verità degli oriundi, dei mulatti…

Ma esistono vitigni autoctoni a Bergamo? Si, a Bergamo esiste il famosissimo Moscato di Scanzo. Salvato dall’oblio nel secolo scorso sopravvive faticosamente sulle colline di Scanzo e in qualche comune limitrofo.

A Bergamo esiste anche altri vini considerati autoctoni: l’Imbergher che per assonanza fonetica viene considerato bergamasco e invece non è nient’altro che Franconia, un infiltrato austriaco. In Austria è chiamato Limberg, in Friuli Borgogna, in questi termini un “ampelografia geografica”, permettetemi il termine improprio, è quasi impossibile.

Un altro vitigno autoctono bergamasco è il cosiddetto Incrocio Terzi: questo si che è un vitigno sicuramente nato a Bergamo: è nato nei vigneti dell’agronomo Terzi, a Sotto il Monte in provincia di Bergamo appunto, ma è figlio di una barbera e di un cabernet franc. Questo si raccontava qualche anno fa, prima che le analisi del DNA dimostrarono che invece del Cabernet Franc il papà è il Merlot, storia di fradimenti tra francesi, sarà l’aria di Sotto il Monte che allora non era ancora santa. Di fatto comunque nemmeno l’incrocio Terzi  è di pura stirpe autoctone, è un Savoia, un Franco/Piemontese. Non si sa se legittimo o no, ma di fatto è un infiltrato, entrambi i genitori non locali, e come si sa nemmeno se in viticultura di adotta lo ius soli.

Sicuramente in Piemonte hanno vitigni autoctoni: il vitigno principe è il Nebbiolo, presente con le sue infinite varianti, origine di vini generosi e austeri, tanto che della loro austerità regale ne portano il nome, severo e importante (Barolo, Barbaresco, Roero, ma anche Ghemme). Tutta l’Italia nord occidentale ha avuto il nebbiolo come vitigno nobile, in contrapposizione con la parte nord orientale, dominata da Venezia con i suoi domini di terra che a vini così severi contrapponeva un vino vivace, colorato, allegro con un nome degno della sua giovialità: il Marzemino. Citato fin dal ‘500 nella repubblica Veneta, ha conquistato tutta la fascia collinare a nord della Pianura Padana fino al lago di Como, con qualche capatina in Trentino dove oggi rimane uno dei vitigni più coltivati.

E’ il Marzemino che ho piantato nel 2018 nel nostro nuovo vigneto. Un veneto oriundo che riporta il vitigno per eccellenza dei veneziani a Bergamo: eh si.

Ma non è finita: dopo un bordolese infiltrato da secoli, e un Marzemino autoctono vero cosa non poteva mancare? Un altro vitigno a bacca bianca ad onorare la ricerca del nord Europa volta ad individuare vitigni resistenti alle malattie: l’obiettivo è ridurre drasticamente l’utilizzo del rame in vigna. Ed ecco il Bronner, un bel vitigno resistente che da vero intruso entrerà a far parte della famiglia delle vigne delle Driadi in quel di Palazzago. Un’altra bella impresa!

Riusciranno i nostri eroi?

La nostra filosofia

Il nostro obiettivo è quello di produrre un vino naturale, pura espressione del nostro territorio. Lavoriamo seguendo il ritmo della natura, senza forzature.
Le lavorazioni in vigna e la vendemmia fatta rigorosamente a mano, ci consente di portare in cantina uve in piena maturità e sane, che vengono lavorate senza utilizzare nessun accorgimento né sostanze chimiche.
La nostra vigna è biologica, biodinamica, biodiversa. Utilizziamo zolfo e rame, macerati vegetali seguendo l’andamento stagionale e curiamo la nostra terra ispirandoci ai principi antroposofici di Rudolf Steiner, cercando di valorizzare e favorire la massima biodiversità nell’azienda.

Il vino d’annata

Così ogni anno c’è un nuovo vino, ogni stagione è una storia che parte da una pagina bianca con tanti protagonisti: le piante di vite, il terreno, le persone che ci lavorano, e soprattutto il clima, mai uguale da un anno all’altro che, con i suoi capricci, che influenzerà inevitabilmente il vino che nascerà. Ma questa storia non finisce in cantina, ma continua fino al giorno in cui il vino arriva su una tavola, dove vivrà altri sentimenti, altri desideri e verrà interpretato da chi lo beve, come si fa per un racconto, confrontando gusto e aspettative nel degustarlo.
Per questo motivo per noi il vino non può essere riassunto da “leggero sentore di aromi di frutti di bosco…, può invecchiare ancora tre anni e sta bene con selvaggina ecc ecc”; secondo noi ognuno deve “vivere” il vino che ha nel bicchiere.
Per noi il nostro vino è tantissime cose: è la potatura nella nebbia di marzo, le robinie che crescono e ricrescono senza sosta, i rovi che bucano i guanti, il peso enorme degli stivali zuppi di fango e la loro leggerezza quando li lavi, è la gioia del primo germoglio, il trattore che non riesce a risalire, i filari gialli di tarassaco, è la primavera, la vitalba che si intrufola ovunque, l’ortica che sta macerando, il germoglio del primo grappolo e il grappolo in fioritura che poi diventa uva colorata, è il meteo che guardi ogni mattina, il sole che spacca, la paura della grandine e lo sguardo verso le nuvole nere, è il peso dell’erogatore a spalla, il filare in salita che non finisce mai, i tralci di vite che ogni giorno crescono, è l’assaggio dell’uva che sta maturando, il primo mosto che cade nella vasca dalla diraspatrice, è ascoltare l’avvio della fermentazione, l’ebrezza del profumo del mosto in fermentazione, è il sentire il mosto che si scalda, il lavare le barriques, l’ansia per il giorno della vendemmia, l’enorme mole di carte da compilare, è la poiana che viene a salutarci, è il cercare di capire se tutto precede per il meglio, è l’assaggio, la condivisione con gli amici, il raccontare i nostro vini:

Driade Felice
Vendemmia il 4 ottobre 2017, fermentato e affinato sei mesi in acciaio poi bottiglia.

Alto della Poiana
Vendemmia 9 ottobre 2016, fermentato in acciaio e affinato in barriques di rovere francese per 18 mesi.