Il cliente del vino

Tutti parlano del “cliente del vino”.

Ma quale cliente?

C’è quello che guarda il prezzo prima ancora dell’etichetta.
Quello che cerca un vino “sano”, anche senza sapere esattamente cosa voglia dire.
Quello che si accende davanti a qualcosa di strano, diverso, fuori schema.
Quello che compra solo se lo ha visto su una guida o glielo ha detto qualcuno di cui si fida.

E poi c’è il ristoratore, che spesso viene chiamato “cliente” come se fosse l’unico.
Come se il vino finisse lì.

La verità è più semplice: non esiste il cliente del vino.
Esistono persone diverse, con priorità diverse, con sensibilità diverse.

Ma forse la domanda è un’altra: come gli raccontiamo il vino.

Perché lo stesso vino può diventare cose completamente diverse.

Può essere solo un prezzo, e allora diventa una bottiglia tra tante.
Può essere un elenco di sentori, e allora mette distanza, crea insicurezza, quasi paura.
Può essere raccontato in modo così tecnico da far sentire chi ascolta fuori posto.
Oppure può essere semplice, diretto, umano. E allora cambia tutto.

A volte il vino fa innamorare.
A volte il vino stanca.
A volte uno si blocca e pensa: “io non me ne intendo”.
A volte, invece, ci si rilassa e beve.

Mi è capitato di vedere persone irrigidirsi davanti a una carta vini piena di parole difficili o davanti a una descrizione troppo tecnica o forbita.
E le stesse persone aprirsi appena qualcuno gli dice:
“Assaggialo. Poi dimmi se ti piace.”

In quel momento il vino torna a essere quello che è: un’esperienza, non un esame.

Per questo continuo a pensare che, prima ancora di parlare di mercato, trend o clienti, ci sia un lavoro più semplice da fare anche se nello stesso tempo è più difficile: darsi un’identità.

Non è uno slogan. È una scelta, anzi, una necessità.

Per noi significa fare un vino che sento mio:
un vino sano, identitario, senza compromessi, ma soprattutto un vino che so raccontare senza nascondermi dietro parole inutili.

Un vino per cui non devo convincere nessuno.
Un vino per cui posso permettermi di dire:

“Chiudi gli occhi. Assaggia.
Se ti piace, è tutto quello che conta.”

E forse è proprio cosi che si crea l’unico vero punto di incontro che non è tra “cliente” e “produttore”, ma tra la persona e il bicchiere di vino.

One Reply to “”

  1. ” Assaggialo, poi dimmi se ti piace”…è cosi che mi piace l’approccio. Non essendo del settore e non avendo competenze e saper raccontare (sentori, note etc), io non voglio sentirmi sotto esame, mi mette a disagio, ma voglio solamente chiudere gli occhi e vivere l esperienza, assaporando il momento in compagnia, la convivialità, concludendo con un ” Mi piace”…

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