Tra una “o” e una “u”

Tra una o e una u la differenza è poca e l’assonanza più immediata che viene parlando di colture, è con la parola cultura. In effetti in queste pagine ho parlato spesso di entrambe le cose, ricordo l’articolo sul patrimonio culturale che abbiamo perso (la cultura della coltura mi viene da dire), sulle conoscenze che occorrono per coltivare. L’assonanza mi ha incuriosito e ho voluto per una volta uscire dal seminato (ma non troppo) della rubrica ambiente per capire se l’etimologia delle parole potessero aiutarmi ad avvicinarmi alla radice delle cose.

Cultura deriva dal latino còlere, coltivare, e in senso figurato avere cura, trattare con attenzione, riguardare, nel senso di avere riguardo, e anche onorare, avere cura del luogo che coltiviamo, che poi vuole dire avere cura del luogo che abitiamo.  Ma significa anche venerare  che poi vuol dire avere cura degli dei, da cui poi deriva la parola culto, participio del verbo coltivare. E in agricoltura chi coltiva ha cura, tratta con attenzione e riguardo…

Cultura in latino è un participio futuro: sono participi futuri nascituro, participio futuro di nascere, che è ciò che sta nascendo.  Cultura è ciò che è prossimo alla cura, alla coltivazione, come culto, participio passato, che è ciò che è preparato, coltivato, pronto per dare frutti.

Coltivare e la cultura sono la stessa cosa!

Avere cura, avere riguardo, avere rispetto porta i frutti, porta ad avere cultura e ad avere il raccolto, ad essere colti. La cultura negli antichi era la sapienza della conoscenza che, in tempi in cui la tecnologia aveva come materia prima la natura, aveva come campo di applicazione la natura appunto: la natura che era ciclo delle stagioni, il ciclo vitale delle piante, la sua conoscenza che portava al raccolto: la cultura.

E’ colto chi ha cura, chi studia, chi ha rispetto, è cultura ciò che è capace di dare frutti..

L’agricoltore fa quindi cultura, come lo fa chi si prende cura di qualcosa: prendendo cura si approfondisce la conoscenza, cogliendone gli aspetti e raccogliendone i frutti, siano essi (ormai ho fuso l’articolo e non so più se parlo di u o di o) culturali o colturali. Ed è per questo che il legame con la terra che tanto rinforzo nei miei articoli deve essere “coltivato” e fortemente rinforzato.

Ho letto una frase di quelle che Facebook ti sputa addosso ogni tanto: la terra è bella, abbiamone cura. E come se non coltivando?

Siamo sempre qui: cura, cultura, coltura.

Gli avvenimenti di questi ultimi giorni e le discussioni sulle barbarie degli assassini in nome della religione solo l’effetto della mancanza di cultura, della mancanza della “coltivazione” del “culto” del rispetto e della libertà.

Invito tutti a riflettere su un ulteriore approfondimento: còlere ha la radice di kwel, ruotare, girare; girare è il gesto delle prime comunità umane organizzate, che iniziavano a stabilirsi in un territorio incominciando a coltivare il territorio: girare è ruotare la terra, dissodare (sempre il legame con la terra…); ruotare la terra è ancora avere cura, coltivare, per un frutto futuro, cultura. Con l’agricoltura è iniziata la civiltà, la concezione della circolarità del tempo, l’agricoltura richiede un rapporto forte con il tempo e la concretezza, con il destino e il fato, l’abbandono dell’agricoltura riporta verso il tribalismo, la barbarie e una frammentarietà che è perdita del senso di comunità e di civiltà.

Agricoltura è cultura, coltivare la terra è cultura e il vero culto dovrebbe essere del nostro territorio da cui in fondo traiamo anche il nostro sostentamento.

Oggi la cultura dove sta?

Nella scuola se insegna la passione per la cura e l’approfondimento, e non nel nozionismo e nelle astrazioni; nella tradizione se sono rispetto e approfondimento e non nel finanziamento di sagre e feste come l’orientamento degli assessorati della cultura di questo mondo.

La cultura è nei gesti di ognuno di noi, quando, con costanza e determinazione prendiamo cura di qualcosa e aspettiamo che arriveranno i frutti.

 

 

 

Un piccolo premio

La Fivi, associazione italiana di produttori indipendenti, mi ha premiato per questa foto nell’ambito del concorso fotografico “Indipendenti Per Natura” con il 5° premio per questa fotografia.

Sabato ritirerò il premio presso la fiera di Piacenza “Mercato dei Vini della FIVI”. A questo punto dovrò anche io iscrivermi alla Fivi, non appena ne avrò le caratteristiche.

Grazie alla FIVI.

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Val Pusteria, estate 2015

 

Fare vino…

 

Quando sono partito a considerare la coltivazione del mio vigneto non mi sono interessato subito a come “fare il vino”. Come riportavo due settimane fa, preso dal sacro fuoco del fare e teso nell’obbiettivo di arrivare ad una vendemmia tutt’altro che scontata non riuscivo a pensare a come “vinificare”, a preoccuparmi cioè di come sarebbe stato il mio vino, attività che ho delegato in fiducia ad una cantina.

Poi mi sono ricordato di due episodi: una volta ero perso in Nord America, precisamente in North Dakota, nella città di Fargo, una città nota nell’immaginario collettivo per le diligenze targate “Wells Fargo” (anche se non so se quel nome fosse veramente legato alla città di Fargo). Ero a cena, in un bel ristorante con delle panche di legno, mi ricordava una puntata di “Happy Days”. Fuori c’erano circa -10°C e cenavo con un collega; il menù era a base di belle bistecche rosse che sceglievi personalmente da una vetrina indicandola a una cameriera svogliata. La carne alla griglia per me è associata indissolubilmente a un buon rosso (per essere più preciso ad un buon Chianti) e con il collega decidemmo di accompagnare una abbondante T-Bone Steack con un vino californiano. Chiesi al collega che mi aveva invitato se avesse qualche produttore particolare da consigliarmi, ma mi rispose semplicemente “Cabernet” Capii che non aveva preferenza alcuna sulla casa vinicola e che per lui Cabernet era sempre lo stesso vino, non importa da quale cantina provenisse. Nacque un’interessantissima discussione in cui si scontravano due mentalità opposte:

Per il collega statunitense era impossibile capire come ordinando un Cabernet si potessero avere vini in Italia, completamente diversi uno dall’altro (come effettivamente avviene), come per lui era impossibile capire ad esempio come una semplice “pasta al pesto” potesse essere diversa in Italia da ristorante a ristorante.

Per lui invece era motivo di vanto potere dire che in America erano più bravi, perché il Cabernet è Cabernet ovunque, buono ovunque, sempre simile, rassicurante. Io sostenevo poco convinto che invece fosse una ricchezza questa forma di diversità, una ricchezza per permetteva ogni volta di scoprire cose nuove.

Poi mi sono ricordato un episodio che era rimasto sopito nella mia mente. Qualche anno fa ho visitato un vignaiolo nelle Langhe, poi siamo diventati amici. Una di quelle menti brillanti e inquiete come è proprio dei geni. Per spiegarmi il suo vino mi porse un bicchiere pieno di terra e sassi invitandomi ad annusare.

“Per anni – mi disse – ho pensato che il vino si facesse in cantina, solo adesso ho capito che dovevo ripartire e che il vino veniva fatto in vigna e oveva essere il risultato del territorio, o meglio, per dirla alla francese del terroir. “

E il suo vino sa di terreno, sa di quel terreno, ha il sapore di quella terra.

Ho capito quindi ancora una volta il rischio di omologazione e standardizzazione che c’è dietro un approccio troppo tecnologico ad ogni attività, e la bellezza straordinaria di ogni peculiarità. Ho capito che le etichette e i brand sono comodi e semplificano, ma ho capito anche che la bellezza è fatta anche di piccole imperfezioni e di cose non standard.

Ho capito che era il solito problema di cui abbiamo già parlato: una tecnologia che omologa, semplifica e appiattisce, annullando le diversità e le puntualità.

Allora ho incominciato a sognare il vino del mio terroir, del mio sudore, della mia vita. Schietto, sincero senza elaborazioni, un vino naturale, che dà un ulteriore motivo è significato a quello che faccio.

Oggi quello che faccio è tante cose per me: recuperare un terreno perduto, ridargli un significato e una sostenibilità economica, permettere ad un terreno di esprimersi, capirne l’essenza e berne o mangiarne i frutti, recuperare una mela perduta, o un vitigno che si credeva morto, recuperare il rapporto con la terra per riappropriarsi di un ciclo vitale, quello delle stagioni, che avevo perduto. È così che un’attività nata quasi per caso diventa interessante per molti che sognano di fare lo stesso. I molti che mi chiedono di spiegare quello che faccio non pensano che in qualche modo potrebbero farlo anche loro.

L’ultima riflessione è: quanto paga un’attività di questo tipo? Siamo abituati a concepire il lavoro affinché ci dia ricchezza, ricchezza da utilizzare per i nostri piaceri e il nostro tempo libero. Un vigneto non mi arricchirà mai di denaro, anche se l’obbiettivo è la sostenibilità economica, ma vi assicuro che piacere di fare una cosa che “appaga” è “impagabile” e di per se non occorre che si guadagni per arricchirsi.

 

Il valore del chilometro zero


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I frutti del mio vigneto quest’anno erano troppo buoni per non essere invecchiati in botte. Ho preso pertanto la mia (poca) uva, l’ho caricata sul mio furgone e l’ho portata alla cantina per la vinificazione. Ho comprato anche una botte: il mio Merlot invecchierà lì.
Purtroppo non ho una cantina mia e devo appoggiarmi a qualche esperto attrezzato. Dovrò pertanto gestirmi qualche centinaia di bottiglie di buon Merlot, IGT della bergamasca, da spacciare, vendere o regalare. Conoscendomi la maggior parte andrà in regalo, ma in ogni caso il dover pensare dopo un anno e più di lavoro a come chiudere il cerchio della mia azienda agricola vendendo qualcosa, mi ha fatto fare alcune riflessioni.

Innanzitutto se voglio vendere qualcosa occorre un prezzo. Che prezzofare?
L’enologo mi dice che il vino sarà ottimo, ma non lo conosce nessuno perciò che prezzo di mercato potrebbe avere? Nessuno lo comprerà o forse qualcuno, ma il corretto valore di mercato per questo mio vino chi lo potrebbe quantificare? E’ il primo anno di produzione di un brand sconosciuto, da una zona che per di più non è certo famosa per il vino.

La mia conclusione? Un prezzo di mercato non c’è. Allora ho avuto un intuizione: partiamo dal costo e definiamo il prezzo. Banale direte. Ho fatto le mie somme, il costo dei materiali utilizzati, le ore per la cura del vigneto, la potatura, la spollonatura, il taglio erba, la pettinatura del filari, la vendemmia, i trasporti, la botte di rovere. Molte ore sono le mie, tante sono di altri, alcune sono di amici e parenti. Per le ore dei terzisti non c’è problema, le ho pagate, so quanto costano, ma le mie ore? Quelle degli amici? Alla fine ho fatto la somma di tutte le spese vive che ho sostenuto, non ho quantificato il costo delle mie ore.

Risultato? Dovrei farlo pagare tantissimo! Quest’anno la produzione del mio vigneto è stata molto bassa: è un vigneto recuperato dall’abbandono e poteva essere addirittura nulla il primo anno. Pertanto tutte le spese divise per una bassa quantità di uva, risulta un costo e quindi un prezzo alto. L’anno prossimo probabilmente vendemmierò 20 volte tanto, pertanto il costo sarà per ogni bottiglia molto meno.

Ma del mio vino so tutta la genesi: so delle piante che hanno sofferto, so della produzione inferiore perché ho pettinato in ritardo, so che la qualità era elevatissima perché ogni pianta aveva pochi grappoli e quindi ogni pianta ha riversato in quella pochezza tutta la sua forza, e potrei raccontarla, come potrei dire di ogni pianta quanti polloni ho tolto o quante volte ho legato le sue liane ribelli. Se qualcuno volesse comprare il mio vino (e non è pubblicità, non fraintendetemi), saprei raccontare ogni cosa della stagione che lo ha prodotto, ogni momento, ogni dettaglio. E questo è un valore.

Allora ho capito una cosa fondamentale: che il vino lo venderò solo a chi saprò raccontarlo. Questa è la vera forza del chilometro zero!

Chilometro zero (e l’ho capito solo sudando in vigna) è acquistare direttamente da chi produce, capire la passione che ci mette e capire lemotivazioni che ha nel fare quel lavoro. Comprare a chilometro zero vuol dire non delegare le proprie scelte alimentari, ma capire cosa si sta comprando e cosa ci sta dietro. La conoscenza diretta ci può portare a un acquisto consapevole e franco, senza condizionamenti. La conoscenza ci può portare a una consapevolezza migliore nel comprendere il VALOREdel prezzo di vendita, e quindi il VALORE di quello che acquistiamo.

vend3.jpg (720×960)L’ho capito solo adesso.

Faccio un altro esempio, lontano dalla provocazione iniziale sul costo del mio vino: ho conosciuto un allevatore della bergamasca. La sua fattoria di famiglia coltivava foraggio e aveva bovini da carne: vendeva per la grande distribuzione. La sua sostenibilità economica era una tenaglia compresa tra il prezzo di vendita, imposta dal suo cliente, la grande distribuzione, e i costi. Era francamente in difficoltà. L’unica via per la sopravvivenza era diminuire i costi, raddoppiando il numero di animali, e, non potendo raddoppiare le stalle, peggiorarne le condizione di vita aumentando la densità. Forse non sapete che quando la densità di un allevamento è troppo alta la profilassi antibiotica è una profilassi preventiva che viene data a tutti gli animali: sarebbe troppo il rischio di una infezione: si dà a tutti l’antibiotico (credetemi è “normale”).
Questo allevatore ha trovato un’altra via: non ha raddoppiato gli animali, li ha dimezzati. E ha cominciato a vendere direttamente ai clienti. Lui vende ad un prezzo più alto, i clienti comprano ad un prezzo leggermente più alto rispetto alla grande distribuzione. Non ci sono più intermediari pertanto il prezzo al consumatore non è variato molto, ma soprattutto non dà antibiotici: ora tutto il foraggio che produce è il cibo per i suoi animali. In questo modo si è affrancato dal cliente grande distribuzione (che comunque per tanti è sempre una sicurezza, un cliente), il cliente suo sa cosa compra.

Ad Alzano Lombardo periodicamente c’è il mercato dei contadini o meglio conosciuto come MAeNS: è una splendida occasione per capire e per conoscere cova vuole dire veramente chilometro zero perché dietro ogni prodotto c’è una storia, una vita, una esperienza. Vale la pena capire che significato ha quello che state comprando. Tutti i contadini e produttori sono orgogliosi di quello che fanno e non tarderanno a superare l’atavica timidezza per raccontarvi delle loro fatiche e delle loro gioie. Chiedete, informatevi perché sicuramente l’entusiasmo vi contagerà! Date un ritorno ai contadini, sapranno imparare anche da voi e potranno migliorare i loro prodotti. Ripeto: questa è la vera forza del chilometro zero. Tanti pensano che sia evitare i costi di trasporto, invece è acquistare consapevolmente.

Mi raccomando: tutte le volte che avete l’occasione, provate quello che i contadini offrono, chiedete, approfondite, solo così riuscirete a capire il VALORE di quello che comprate.

 

Il paesaggio diverso

L’immagine di un vigneto è sempre una splendida pennellata di colore e una splendida visione: la natura si concilia con l’ordine, l’intervento umano mette in linea la vegetazione, i filari oltretutto sono molto “fotogenici”. Tutti hanno in mente gli splendidi colori, il verde intenso della vigna che contrasta con il rosso del terreno e il blu del cielo.

Parliamo di colore appunto.

Come ormai avrete capito non sono un tecnico agronomo e il mio affrontare le tematiche dell’agricoltura, della sostenibilità e dell’enologia è più emozionale che scientifico.

Ma cosa c’è dietro queste pennellate di colore? In verità ci sono diverse realtà e diverse situazioni che possono riflettersi nelle diverse soluzioni nel modo di approcciare la coltivazione del vigneto.

La striscia marrone sotto-filare o peggio l’erba secca di colore rosso nel vigneto è vittima di diserbo chimico: una pratica diffusa perché poco dispendiosa in termini di manodopera e quindi economica, molto economica. Nei vigneti cresce l’erba, la limitazione dell’erba è necessaria per evitare che la vegetazione interfilare cresca troppo e in maniera incontrollata che possa entrare in competizione e togliere risorse alla vite. Come si può rispondere a questa necessità: le soluzioni estreme oggi sono rappresentate dalla pratica del diserbo chimico e dalla pratica del sovescio o della coltivazione nell’inter-filare di varietà vegetali utili alla vigna.

Immaginate un passaggio di qualche ora con un trattore equipaggiato da un bidone pieno d’acqua e sostanze chimiche e bocchette nebulizzatrici: in poche ore possiamo trattare un ettaro di terreno che nei giorni immediatamente successivi diventano una landa desolata e marrone rossa di erba secca. Immaginate invece un vigneto con erba altra e sostanze fiorite nell’inter-filare che vengono tagliate un paio di volte all’anno, magari a file alterne per non privare con un unico taglio la vigna della presenza di vegetali fioriti, avendo cura di effettuare il taglio solo quando leguminose o foraggiere siano giunte a maturazione in modo da garantire il rinnovo annuale delle varietà vegetali grazie al rispetto della maturazione del seme.

La rappresentazione sembra una forzatura mia nell’estremizzare i due poli opposti, invece sono realtà diffuse e praticate, entrambe.

Sono le due facce dell’agricoltura moderna, MODERNA!!

Ribadisco il concetto di moderna: la chimica è costantemente aggiornata, l’offerta di diserbanti è una punta della chimica in agricoltura, tanto è che la loro introduzione ha rappresentato nel secondo dopoguerra una vera e propria rivoluzione (la Bayer tedesca è stata l’antesignana dei diserbanti chimici). Le tecniche dell’agricoltura sostenibile, del sovescio, della biodinamica sono molto recenti e oggetto di continui studi e approfondimenti: pur essendo queste tecniche il recupero di pratiche antiche sono state approfondite per avere una teorizzazione e una modalità applicativa che ha tolto la loro applicazione dal limbo della pratica antica e magari modaiola o nostalgica, dandogli dignità di tecnica culturale scientifica.

Concludo al solito con qualche invito: osservate le fotografie e imparate a “leggere” il paesaggio (e il vigneto) in agricoltura, cercate di capire il “carattere” di quello che vedete e di conseguenza di quello che bevete o che mangiate.

Di seguito alcune considerazioni sulle differenze tra diserbo chimico e approccio naturale alla coltivazione, ricordando che la chimica ha un impatto diretto sulla nostra salute, e una biografia essenziale per chi voglia approfondire.

Biografia:

“La rivoluzione del filo di paglia. Un’introduzione all’agricoltura naturale”

Fukuoka Masanobu

Qui un intervento di Giuseppe Li Rosi, un agricoltore siciliano sensibile al problema diserbo, alla rassegna TED di Vicenza.

NOTE:

Il Diserbo Chimico:

  • mette a rischio la salute degli operatori (pensate che è obbligatorio la maschera durante il diserbo per l’operatore)
  • nuoce a chi viva o transiti nelle zone limitrofe alle aree diserbate che entra a contatto con queste sostanze che una volta nebulizzate mantengono la propria tossicità a lungo termine;
  • produce un appurabile aumento delle frane e degli smottamenti provando il terreno della naturale protezione del manto erboso e del relativo apparato radicale
  • abbassa drasticamente la biodiversità vegetale ed animale dell’eco sistema naturale privando il terreno di tutte le sinergie possibili
  • contamina le falde acquifere sotterranee e permanere e come per il terreno, per anni con conseguenti danno su chi usufruirà dei prodotti derivati da quelle colture;
  • riduce sensibilmente l’assorbimento dell’anidride carbonica e l’abbattimento delle sostanze azotate contenute nelle acque superficiali da parte della copertura vegetale eliminata.

E l’approccio green?

  • salvaguardia della fertilità naturale del terreno;
  • riduzione di ogni forma di inquinamento determinato dalle tecniche agricole che prevedono l’utilizzo di concimi e diserbanti chimici e fitofarmaci;
  • produzione di Vini di elevata qualità e dalle più integre caratteristiche organolettiche;
  • preservazione della biodiversità di un determinato ecosistema;
  • riduzione dei danni provocati a breve e lungo termine dai prodotti chimici/tossici utilizzati in vigna, nell’uomo.
  • mantenimento di un paesaggio verde e di un equilibrio uomo-Natura rispecchiato dalla bellezza delle campagne e delle vigne sul territorio.
Vigneto diserbato con erba secca
Vigneto diserbato con erba secca
Vigneto con sovescio
Vigneto con sovescio
Vigneto dierbato
Vigneto dierbato
Vigneto nella zona di Cartizze (dal sito di Slow food)
Vigneto nella zona di Cartizze (dal sito di Slow food)
Il paesaggio del vigneto
Il paesaggio del vigneto

Il vino

Piccolo aggiornamento sul vino delle Driadi: si passa in botte. L’ottima vendemmia lascia presagire un vino adatto per l’invecchiamento! Al via la ricerca della botte e nel prossimo mese si mette tutto nel legno.

Il Cru delle Driadi, L'”Alto della Poiana” comincia a prendere forma.

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Riscopriamo il mondo

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L’estate dell’anno scorso è stata molto piovosa. Avevo programmato le mie vacanze in Val Pusteria, un luogo che frequento spesso e che amo tantissimo, in Alto Adige o Sud Tirolo come dicono tanti miei amici che abitano lì.
Impossibilitato a scoprire rifugi, valli e pascoli per la continua pioggia e voglioso di scoprire cose nuove ho avuto l’opportunità di fare un’escursione alla scoperta delle erbe spontanee della montagna con un esperto conoscitore, un bel diversivo alla pioggia. Messi quindi scarponcini e kway ho raggiunto il luogo di ritrovo (una valletta laterale della valle Aurina), armato di macchina fotografica; mi spettavo una passeggiata un po’ noiosa e sinceramente nozionistica, il mio obiettivo era “imparare un po’ di nomi” in modo da riconoscere piante ed erbe, nulla di più.
La mia guida di erbe era un simpatico vecchietto, un volto rugoso, vissuto, la pelle scura e secca tipica di chi si abbronza in montagna; arido di parole ha aspettato con pazienza il gruppettino che doveva seguirlo e ci ha spiegato il programma della passeggiata: con accento altoatesino ha indicato una malga in fondo alla valletta, a non più di un cinquecento metri, spiegandoci che era il punto di arrivo; la passeggiata sarebbe stata sulla strada, lungo la valletta di cinquecento metri, o forse meno. “Quante erbe vuoi trovare in un chilometro?” gli avevamo chiesto e lui ci risposte che ne avremmo trovate qualche centinaia. Da quel momento il vecchietto ha mostrato ancora una volta il valore della saggezza e sapienza antica: una sapienza che abbiamo e che non sappiamo di avere! Ha passato le ore successive a illustrare l’enorme patrimonio di biodiversità che ci circonda e noi tutti ad ascoltarlo attentamente.

Cinquecento metri, quattro ore di continue meravigliose scoperte.

Ogni specie arborea aveva un nome, un aneddoto, un uso o un una caratteristica, ogni pianta aveva un utilizzo, se volete una ragione d’essere. Ogni tre passi la nostra guida si fermava e mostrava una pianta diversa e di specie arboree ne abbiamo riconosciute e trovate centinaia e non erano nemmeno tutte.
“Il prato, la natura è la farmacia degli umili” diceva la nostra guida: la sapienza popolare, grazie alla storia, alla tradizione, ha selezionato, con metodi non propriamente scientifici una propria medicina, basata essenzialmente sull’utilizzo di elementi presenti in natura, ma soprattutto basato sull’osservazione dei gli effetti generati dal loro utilizzo e quindi sull’esperienza.

Non voglio in questa sede parlare di quello che ho imparato sulle doti dell’ortica piuttosto che dell’achillea, valeriana, rafano o tarassaco, e non vi parlerò di come si trattino le malattie circolatorie o del fatto che tutto quello che ha del giallo (fiore o radice) ha effetti benefici sul fegato o altro: troverete dei trattati, libri o pagine e pagine di internet su questo argomento.

Quello che voglio trasmettere è che la natura offre tantissime opportunitàche abbiamo saputo sfruttare; viviamo in un periodo in cui tutti pensiamo che la tecnologia sappia o debba offrire una risposta ad ogni soluzione: è vero, ma occorre sempre ricordare che una soluzione può essere creata, sintetizzata dal nulla come insegna la chimica, ma se partiamo dalla saggezza antica utilizzando le conoscenze di oggi quanto potremmo assicurarci un futuro più sostenibile?

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Da quel giorno curo le punture di insetto o di ortica strofinandomi con la piantaggine (una pianta comunissima che tutti calpestiamo quanto passiamo in un prato – qui sopra in foto), spesso accompagno la fine della mia giornata rilassandomi con un po’ di valeriana, curo i muscoli affaticati con un buon unguento di arnica, aiuto la digestione con l’infuso di finocchio e mio figlio ferma i primi raffreddori con un buon sciroppo di mugo.

A me sembra che le cose funzionino.

Il mio non è uno spot alla farmacia naturale, ma è un invito all’osservazionea e all’approfondimento della conoscenza senza delegare tutto alla tecnologia (e lo dico da ingegnere): la sapienza e la conoscenza ha radici antiche e un valore basato sulla forza dell’osservazione tramandata nei secoli; a volte questa osservazione ha portato ad individuare soluzioni sicure anche senza una base giustificativa solida (e tecnicamente definibile scientifica). Ma possiamo anche noi imparare, proviamo, verifichiamo e osserviamo, io faccio così.

Detto questo aggiungo che non sempre la tecnologia porta progresso. Non serve citare quanto è successo qualche anno fa il caso Volkswagen a supporto di quello che ho detto: la multinazionale che più di tutte investe in ricerca e sviluppo al mondo, non ha saputo trovare un motore “a norma” e ha investito tanta sapienza per imbrogliare in un test, per generare una truffa. Tutto questo dovrebbe bastare ad incutere cautela nella fiducia estrema che siamo abituati ad avere nella tecnologia che, beninteso, ci ha dato benessere e ricchezza, ma come tutte le cose va considerata con saggezza e con attenzione.

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Concludo con un salto pindarico e un’osservazione sulla relatività del progresso e sulla nostra falsa convinzione di essere l’apice di una evoluzione tecnologica che procede sempre progressivamente e linearmente: tutti conosciamo Ötzi, la mummia ritrovata sul ghiacciamo del Similaun nel 1991: ebbene nel suo equipaggiamento l’uomo venuto dal ghiaccio aveva materiali ottenuti da 18 tipi di legno diversi: per ogni oggetto il legno più adatto, oltre ad altri materiali quali corteccia, rafia, erbe, pelle e selce, sapientemente lavorati per farne oggetti e abiti funzionali. Non sappiamo se Ötzi avesse fabbricato personalmente tutti gli oggetti, ma probabilmente erano frutto di scambio o addirittura acquisti.
E’ comunque evidente che Ötzi e gli uomini del suo tempo possedevano un’ottima conoscenza delle materie disponibili in natura. La capacità di sfruttare al meglio ciò che la natura offriva era di importanza vitale per le persone di allora.
Era tecnologia? Siii, certamante! Nello sfruttamento di quello che la natura dà, Ötzi era tecnologicamente più avanzato dell’uomo moderno. Qualcuno lo chiamerà ancora uomo primitivo?

“Ogni conoscenza che tu cerchi al solo fine di arricchire il tuo sapere, di accumulare tesori, ti fa deviare dalla tua strada; ogni conoscenza però, che tu cerchi per maturarti sulla via della nobilitazione dell’uomo e dell’evoluzione del mondo, ti porta avanti di un passo.” Rudolf Steiner

di Luciano Chenet

Ascolta

Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi, non desidera più essere un albero. Desidera soltanto essere ciò che è.

Non c’è nulla di “intelligente” o di “guidato” nell’evoluzione umana. Tutto si è evoluto in base ad una casuale contingenza e ad una splendida casualità. Evoluzione non è un processo tracciato e programmato, è la fantastica successione di una meravigliosa casualità.

Il disegno è il famoso albero dell’evoluzione, dal taccuino degli appunti di Charles Darwin, con la premessa, nell’angolo a destra, “I think”

Albero: esplosione lentissima di un seme

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Ogni sera passeggio con i mei due cani in un parco, si trova vicino casa mia, a Torre Boldone. In posizione defilata nel parco, lontano dai due ingressi, c’è un grande cedro del Libano (Cedro dell’Atlante). Lo guardo tutte le volte, anzi a dire la verità non lo guardo: lo ammiro.

E’ alto quaranta metri, la chioma ha una circonferenza di una settantina di metri, il tronco non riesco ad abbracciarlo da solo. E’ in posizione defilata, ma non periferica; malgrado le dimensioni per assurdo non si nota: probabilmente la sua presenza è così consolidata che nessuno si accorge di lui. E’ parte del paesaggio, è come scontato, ma è alto più dei palazzi che ci sono intorno.
Quando lo guardo mi viene in mente la frase che diceva diceva Bruno Munari, uno dei grandi geni che il secondo dopoguerra italiano ci ha dato: “albero: l’esplosione lentissima di un seme“, ed è stupefacente riflettere come da un seme, che immagino una piccola pigna o addirittura un pinolo, possa essere nato, cresciuto e formatosi un albero di quaranta metri. Ci saranno voluti più cento anni: la lentissima esplosione di un seme, appunto.

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In vigna la potatura invernale elimina qualsiasi ramo, riportando la pianta alla sua essenza legnosa, avendo cura di lasciare i germogli che “esploderanno” in primavera. Da fine aprile a fine giugno una rivoluzione: una pianta di vite esplode, germogli che ad aprile sono una fogliolina a maggio sono lunghi 30 cm ed a fine luglio qualche metro. Se non si limita (cimando) la vite, il filare diventa un bosco impenetrabile, la vite diventa una pianta infestante, una pianta che cerca in ogni modo di ritornare alla terra, protendendosi, allungandosi e ricadendo verso di essa (non per nulla la vite è sempre stata simbolicamente usata per rappresentare le vita, al contrario del cipresso che crescendo alla ricerca del cielo rappresenta in un certo senso la morte).

Nessun processo “artificiale” è capace di “esplosioni” di questo tipo: l’attività umana e l’industria trasforma la materia, una pianta trasforma la materia, l’aria, l’energia del sole concentrandola nei rami. In un certo senso queste esplosioni sono uniche.

La riflessione successiva quando guardo il Cedro è che qualcuno, qualche anno fa lo ha piantato; se non ci fosse stato quell’atto, oggi il parco sarebbe diverso e io non sarei qui a parlarvi dell’amato cedro. La riflessione è che quando abbiamo qualcosa, lo dobbiamo alla generosità di un gesto, consapevole o inconsapevole, fatto da qualcuno che ci ha preceduto. Chissà quante volte facciamo qualcosa che avrà un’impronta nel futuro, chissà se tra cento anni qualcuno ammirerà quello che abbiamo “piantato”.

La riflessione successiva è una domanda senza risposta: chissà se stiamo facendo abbastanza per garantire al futuro un mondo da ammirare, un mondo sostenibile (la sostenibilità è il filo rosso dei miei articoli, l’avrete capito). Non ho risposte, non possiedo le competenze per valutare quello che stiamo facendo anche se cerco di limitare il mio impatto (o come si dice adesso di footprint) come impegno alla salvaguardia della sostenibilità.

Anche a costo di risultare retorico vorrei chiudere questo articolo con un invito, un suggerimento ed un consiglio. Osservate sempre la natura cercando di cogliere tutte le cose incredibili attorno a noi! Osserviamo le esplosioni lente e quelle meno lente. Alziamo gli occhi a cercare gli alberi che ci circondano: nella nostra zona ci sono alberi centenari, alberi monumento, alberi che hanno alle spalle centinaia di anni, e pensiamo alla lenta esplosione che li ha portati a noi! Osserviamo anche le esplosioni più veloci: la primavera che porta un albero nudo a un albero verde con una chiome foltissima, con un processo che in poche settimana li porta a (mi ripeto) “esplodere” di verde. Osserviamo il sopirsi della natura all’avvicinarsi dell’inverno: il cambio di colore, la caduta lenta della foglia, anche questa è un esplosione.

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Vi suggerisco  di andare a vedere a Trescore Balneariopresso la Cappella Suardi, il “Cristo-Vite” di Lorenzo Lotto: è un gioiello nella nostra provincia.

Infine vi consiglio di leggere questi due libri: “L’uomo che piantava gli alberi“bel volumetto di Jean Giono

Alla prossima!

di Luciano Chenet