L’importanza delle scelte

Ero qualche giorno fa in un centro commerciale e mi stupivo come in un posto artificiale e artefatto come quello ci fosse un estrema attenzione da parte degli acquirenti ai prodotti da acquistare.

Chi provava un abito, chi si ammirava allo specchio, chi chiedeva consigli, chi invece leggeva l’etichetta. Nei corridoi gente con grandi sacchetti, griffati, chi con il nome del negozio, chi con il brand alla moda. La scelta del capo di abbigliamento è fatta con molta attenzione: il brand, l’estetica, forse i materiali, raramente dove è stato prodotto.

E’ vero: la qualità è importante: è importante sapere quello che indossiamo, essere convinti che ci faccia “stare bene”, e che ci permetta di vivere con tranquillità e riesca ad aumentare la nostra autostima.

C’era qualcosa che non mi convinceva, non capivo cosa, ma questa attenzione esasperata al brand, all’immagine, all’apparire non mi metteva a mio agio fino a che sono entrato nel supermercato del centro commerciale e ho capito: lì l’attenzione era rivolta più costo, meno al contenuto; la frutta era ammassata in grandi contenitori e le informazioni si limitavano a pochi dettagli: provenienza e costo al chilogrammo. Nessun brand, nessuna marca (a parte le banane della nota multinazionale…). Solo nel reparto e latticini viene riportato il produttore del latte e del formaggio, e nel reparto vino dove solitamente sono direttamente gli agricoltori i produttori.

Il mondo è strano….

Quello che mangiamo è quanto tocco più profondamente la nostra salute, il nostro benessere, interagisce DIRETTAMENTE con il nostro metabolismo e noi, nella maggior parte dei casi non sappiamo nemmeno da dove proviene, chi lo produce e come è stato prodotto;

siamo capaci di ricercare uno stivaletto griffato, con una decorazione dedicata e capire il dettaglio del materiale di cui è fatto, mentre per un chilogrammo di mele di fermiamo su dettagli insignificanti: “provenienza: Italia; prezzo: 1,6 euro/kg; tipologia: Fuji”. In qualche caso un aggiunta timida: “bio” o “lotta integrata”, poi null’altro.

Mi piacerebbe vedere giovanetti in coda incuriositi dell’ultima novità, del gusto dello zucchino, le tonalità del colore, la forma leggermente ricurva, il gusto delicato, la reazione alla cottura o alla grigliate; mi piacerebbe vedere la gente informarsi del processo produttivo, dello sforzo che fa il contadino a produrlo: questa consapevolezza non c’è, o almeno non c’è nella stragrande maggioranza delle persone.

Eppure l’impatto e le conseguenza sulla nostra vita e sulla salute di quello che mangiamo è molto più impattante di quello che vestiamo. La stessa differenza tra forma e sostanza.

Sarebbe bello: tutti interessati alla prima della ciliegia di Marostica o della mela Ruggine della val Cellina e quindi tutti, giustamente, fuori dall’apple store i primi di settembre ad aspettare le mele sane e pultie; mi immagino già i blog, le recensioni sul gusto leggermente acidulo oppure le anteprime esclusive da quell’agricoltore, che avendo un campo riparato dal gelo invernale, è riuscito ad anticipare la novità dell’anno: l’anguria di primavera.

La realtà invece è che quasi in nessuno c’è la consapevolezza di quanto il lavoro dell’agricoltore sia vicino alla loro vita, e quanto sforzo ci sia da parte di queste persone a riuscire ad arrivare a potere vivere con la loro attività così legata alla terra e così importante per le nostre vite: nessuno infatti è consapevole che ogni giorno tocchiamo  e mangiamo qualcosa che nasce dal lavoro di un agricoltore, ma soprattutto nessuno sa che oggi, fare l’agricoltore, vuol dire soprattutto passione.

Quando penso a questo fatto mi viene sempre in mente la disperazione di un allevatore di bovini che conobbi, quando mi raccontò che, avendo perso le chiavi dell’auto (una utilitaria), il concessionario gli aveva chiesto per duplicarle di pagare il prezzo cui aveva acquistato lo un vitello lo stesso giorno: si chiedeva disperato dove sarebbe andato a finire il mondo se una chiave, potesse costare più di un vitello. E mi chiedo io dove finirà il mondo se un litro di latte, pagato 0,3 euro al contadino (e l’allevatore non ha feste, domeniche, ferie, ponti, o vacanza) lo troviamo poi a 2 euro in supermercato; dove finiremo?

Questa è l’essenza della distanza che abbiamo posto tra chi produce cibo in agricoltura e chi lo consuma, una distanza che ha portato il distacco tra forma e sostanza, riducendo il tutto a una mera valutazione di costo….

La conseguenza più grossa è la perdita di controllo da parte del consumatore della filiera che più incide sulla sua salute, lasciando agli agricoltori la scelta se soccombere rinunciando alla qualità per la quantità, o perseverare nella passione alla ricerca di chi ha la sensibilità di acquistare i suoi prodotti per la tutela dell’angolo di mondo che c’è intorno a loro. Questa perdita di controllo ha spianato la strada alle esasperazioni di oggi che portano gli agricoltori a scendere in piazza con la maggior parte delle persone che indifferentemente continuano a comprare come se niente fosse successo senza chiedersi cosa comprano, inconsapevoli che con la loro scelta scelgono il loro futuro.

14

La biodiversità come esperienza a km zero

Oggi proviamo a parlare di biodiversità.
Biodiversità è la presenza naturale di una varietà incredibile di specie animali e vegetali sulla terra.
La terra è un equilibrio fantastico tra queste specie, che sono frutto di millenni di evoluzione, di adattamenti, di selezioni naturali che hanno fatto di ogni specie vegetale un microcosmo che accumula in sé tutta la storia dell’evoluzione.
La biodiversità è un tema dell’Expo; la biodiversità è stato un tema di un G8. A Siracusa i politici delle 8 nazioni più industrializzate nel 2008 hanno scritto la carta di Siracusa, una carta d’intenti per la salvaguardia della biodiversità . Si sa, i politici predicano bene, ma poi per quanto riguarda i fatti…di fatto il 2010 è stato l’anno della biodiversità, ma nessuno se ne è accorto. La carta di Siracusa però è importante, sancisce per la prima volta che la tutela della biodiversità è una questione economica.
La carta afferma che i politici sono “preoccupati che la perdita della biodiversità e la conseguente riduzione e danno dei servizi ecosistemici possa coinvolgere l’approvvigionamento alimentare e la disponibilità di risorse idriche, nonché di ridurre la capacità della biodiversità per la mitigazione e per l’adattamento al cambiamento climatico, così come mettere a repentaglio i processi economici globali;
Ma malgrado la preoccupazione non ricordo personalmente atti concreti.

Abbiamo parlato globalmente di biodiversità, ma personalmente? Beh, l’impatto della riduzione di biodiversità lo viviamo tutti i giorni. Facciamo un esempio: quando compriamo le mele, quante tipologia di mele compriamo? Golden? fuji? Stark? Renetta? E poi?
Ci sono circa 3000 varietà di mele, ma il 70% della produzione è per 6 tipi di mele. La val Seriana era un terreno vocato per le mele. Il Pom Diaol, il Pom féra, e altre varietà erano rigogliose nella piana di Albino e approdavano a Milano quasi ogni giorno prima dell’avvento della cultura del gelso da baco da seta e dell’industrializzazione della valle. C’era la mela morbida, quella che diventava buona solo dopo qualche mese, importante scorta alimentare (senza conservanti) per l’inverno. Queste mele stanno sopravvivendo, grazie a pochi volenterosi che stanno conservando e riproducendo le antiche varietà. Il recupero delle mele però non basta, e vogliamo anche noi dare un contributo alla tutela della biodiversità.

Una piccolissima azienda agricola in bergamasca ha deciso di cercare e recuperare vecchi vitigni bergamaschi. La viticoltura bergamasca ha vissuto negli anni ’50 e ’60 l’invasione dei vitigni francesi, merlot e cabernet in primis. I vitigni francesi, abituati a climi peggiori del nostro erano più resistenti e produttivi, per cui vennero eliminati i vitigni elaborati da centinaia di anni per adattarli al nostro territorio per sostituirli con merlot e cabernet ( la Doc Valcalepio è il classico taglio bordolese merot+cabernet).

Risultato? Un vino dignitoso, con delle eccellenze, ma comune, diffuso,senza le vere caratteristiche del terroir bergamasco. Per questo l’azienda -agricola Le Driadi si è impegnata in questa opera di ricerca agroarcheologica: crede che qualche varietà antica sia sopravvissuta, vorrebbe trovarla, riprodurla, verificarne le caratteristiche e conservarla. Abbiamo deciso di sostenerla e di chiedere aiuto ai nostri lettori: se avete memoria di vecchie piante, vecchi vigneti, orti piante contorte, ma ancora vive segnalatele, parlate con gli anziani, chiedete che vino o che uva era, magari la varietà aveva un nome dialettale, aveva delle caratteristiche e segnalatecela: sarete complici in un tentativo di recupero e conservazione e paladini protagonisti della conservazione di un piccolo frammento di biodiversità, piccolo, ma significativo.

La bellezza delle piccole cose

imageI miei nonni non hanno buttato nulla nella loro vita.
Quando dico nulla, è nulla. Hanno usato, consumato, trasformato, ma non hanno buttato via mai nulla.
Ho la fortuna di possedere la casa di famiglia, una grande casa, sperduta in un paesino nelle dolomiti da cui nel secondo dopoguerra scapparono tutti. Tra quelli che scapparono da quel posto ci furono mio padre e mio zio, gli unici figli che i miei nonni riuscirono a portare all’età adulta e a fare studiare.
La casa fu costruita negli anni ’20 con i soldi che il fratello di mio nonno aveva raccolto e risparmiato in America dove era andato, poco più che ventenne a lavorare nello Utah, vicino a Salt Lake City.
Quando sentivo la sua storia stentavo a credere che fosse possibile nel 1911 partire da un paesino del Bellunese ed arrivare a Salt Lake City, più precisamente a Bingham Canyon, dove ancora oggi esiste la più grande miniera di rame del mondo.

Ma torniamo a noi.
La grande casa è stata abitata fino alla fine degli anni ’70, quando insieme ai miei nonni morì tutta una generazione, la generazione che dovette vivere procurandosi ogni giorno il cibo, procurandoselo letteralmente. La casa è rimasta intatta fino a quando, raggiunta l’età adulta ho ricominciato a frequentarla, riscoprendone angoli, oggetti, particolari. Quella casa è stata uno scrigno che ho lentamente aperto e guardandone lentamente è riaffiorato un mondo, il mondo dei nostri nonni.

Nella soffitta c’era (e c’è) di tutto: vecchi scarponi, vecchi copertoni, e poi vecchi scarponi con le suole ottenute da vecchi copertoni. Ho due caschi della prima guerra mondiale cui mio nonno aggiunse saldandole tre gambette e un manico, rendendoli padelle. Uno ha dei fori, probabilmente lo usava per le caldarroste, sperano che quei fori li avesse fatti lui.

I miei nonni erano una famiglia allargata, vivevano con la sorella di mio nonno, che faceva la sarta, la nipote, che accudiva le mucche. La sorella di mio nonno mi misurava tutte le volte che l’estate andavo a trovarla, segnando con la squadra sulla porta la mia altezza. Posso sapere quanto sono stato alto io le mie sorelle e i miei cugini. Fino al 1977, quando in quella casa la gente ha smesso di abitarci ed il tempo si è fermato.
Avevano qualche mucca, che tenevano nella stalla e che l’estate mandavano all’alpeggio. Ho trovato pentoloni di rame dove facevano il formaggio, anzi dove facevano lo schitz, un formaggio povero ottenuto riutilizzando il siero povero di grassi da cui avevano ottenuto il formaggio migliore, un formaggio forte, con una crosta irregolare dal sapore amarognolo che io cercavo ogni volta che l’estate me ne veniva offerto un pezzetto. E solo dopo avere spremuto il latte per ottenere lo schitz buttavano via un po’ del rimanente, ammesso che non lo facessero ri-bere alle mucche. Mio nonno d’estate tagliava l’erba, con la falce; ricordo quei gesti morbidi ed eleganti, calmi e lenti di chi sa che per lavorare tanto deve fare con costanza e regolarità senza strafare, e tagliava l’erba sui pendii, sfidando l’avanzare del bosco.

Con i soldi del fratello aveva comprato un prato, da cui otteneva l’erba per l’inverno, un bosco, da cui otteneva la legna, un piccolo campo all’ombra per le patate, uno al sole per l’orto dove troneggiavano fagioli altissimi, ricchissime insalate e tanti fiori, perché negli orti dolomitici non potevano mancare i fiori, portatori di api e di bellezza. Le grandezze dei campi erano misurate sulla capacità del nonno di lavorare e sul fabbisogno della famiglia.

Nel bosco c’era il faggio, il larice, l’abete, ogni essenza aveva la propria funzione, un legno per le ruote dei carri, uno per i manici degli attrezzi, un legno per travi delle abitazioni. C’era anche un pino cirmolo, mio nonno me lo faceva vedere, era prezioso per lui perché, mi diceva, il legno profumava ed era un legno che si intagliava facilmente, non produceva schegge taglienti, avrei potuto usarlo per fare delle sculture. La sua essenza era chiarissima, quasi bianca e rifletteva la luce della luna. Non l’ho mai più ritrovato quel cirmolo, tornando nella zona dove mi sembra di ricordare me lo avesse mostrato.

Nei prati c’erano le piante di mele e di pere, ma non erano tutte uguali: chi maturava prima, chi maturava dopo, chi fioriva prima, chi dopo. Non potevano mai mancare mele e pere in questo modo, perché non poteva andare male ad ogni fioritura. E c’erano le mele da mangiare subito, quelle che si conservavano in soffitta al fresco e ben allineate senza che si toccassero l’una con l’altra e quelle invece asprigne se mangiate appena raccolte, ottime se mangiate dopo il carnevale.
Io non lo ascoltavo, ero un bambino, e ho faticato a raccogliere dagli angoli della mente questi ricordi e a ricollocarli associandoli alle cose che via via trovavo in quella casa.

Oggi, e siamo al tema dell’articolo, tutte le volte che si parla di “ecologia, decrescita, rifiuti zero, biodiversità (io stesso qualche giorno fa in queste pagine), sapienza contadina, chilometro zero, riuso, biodinamica” ripenso ai nostri nonni e a quanta sapienza avessero maturato dal loro passato e a quanto abbiamo gettato prima di accorgerci di avere bisogno di tornare ad imparare cose che per loro erano scontate.
Quante piccole cose facevano i nostri nonni (e per molti lettori di questa testata bisnonni o addirittura trisnonni, mio nonno, tanto per intenderci era del 1892) se ripetute non costerebbero nulla e porterebbero ad immensi vantaggi per l’umanità.

Il rischio di essere retorici è altissimo, ma mi piacerebbe, che tutti potessero, leggendo questo articolo, ricordarsi qualche piccola “sapienza” che i loro nonni o bisnonni usavano mettere in pratica e magari riattivarla, chissà che si riscopri qualche abitudine antica. Per quanto mi riguarda la tematiche di questo articolo sono quelle che riemergendo mi hanno fatto ripensare al vero senso della vita, guidandomi nelle scelte, magari un po’ folli che ne sono la conseguenza, ma per questo ci risentiamo presto.

Cit. Sepp Holzer, permacultore

I beneficiari dell’agricoltura industrializzata sono i consorzi, come pure i gruppi industriali, i lobbisti della chimica e dell’industria agraria, ma non certo i contadini. Tutte le aberrazioni che conosciamo oggi ne sono la conseguenza: allevamento intensivo di massa, distruzione delle falde acquifere, prodotti alimentari contaminati ed altro ancora. È davvero necessario cambiare mentalità.

Sepp Holzer

In “Guida pratica alla permacoltura” ed Il filo verde di Arianna, pag. 80

Aggiungo: la mentalità cambia partendo da un consumo consapevole.

Burocrazia agricola

Pratica frutteto: ho piantato 100 piante, in un area che era invasa da robinie e che ho bonificato.

Circa 2000 metri.

Tra le piante di mele e di pesco ho piantato il lycium, un arbusto che è azoto fissatore (e quindi aiuta il frutteto) e dà bacche con tanti antiossidanti (in Cina è considerato addirittura una medicina).

Non posso però accreditare all’azienda agricola i 2000 metri (reali) di frutteto perché chi deve valutare (chi sarà?) l’aerofotografia non riuscirà a vederlo in quanto l’immagina satellitare del catasto fa vedere solo le grosse piante (le robinie che ho estirpato) e non le piantine (i meli e i lycium) che ho appena piantato.

Siamo al virtuale che supera la realtà, quello che è vero (e piantato) deve fare i conti col virtuale (quello che è in google o nell’aerofotografia del catasto vecchia di due anni). Inoltre o è meleto o è piantagione di Goji, non è previsto una coltura mista come la mia con mele intramezzate da Goji.

Dove andremo a finire?

Ho la luna storta

“ho la luna storta”
“sono a terra”
“era radioso”
“è una persona lunatica”
“è solare”
“ha i piedi per terra”
“camminava a due metri da terra”
“era alle stelle”

da sempre i nostri stati d’animo sono stati metaforicamente rappresentati attraverso gli elementi “astronomici” o “stati fisici”. La luna è notte, ombra, tristezza, occulto. Il sole è energia, vita, forza. L’aria è leggerezza, vacuità tanto quanto il fuoco è distruzione, ma anche ricostruzione.
Il mio contatto progressivo con la natura e quindi con me stesso mi ha sempre più avvicinato al recupero di questi aspetti ancestrali.
La terra, la luna e se vogliamo anche i pianeti del sistema solare possono (e hanno) dare un contributo o influenzare le nostre vite? Può un pianeta o un satellite portare dei cambiamenti nella nostra vita?
Una volta dovevo acquistare una trave di larice per sostenere un solaio: in quella occasione scoprii dal venditore che avrebbe dovuto cercare una trave tagliata con “la luna giusta”: le crepe che si formano nelle travi che sostengono i nostri soffitti infatti, si formano con più o meno forza a seconda che l’albero sia stato tagliato durante le fasi di luna crescente o di luna calante (e maledetta la mia memoria, non ricordo se vada tagliato a luna calante o a luna crescente).

Per la verità il venditore mi assicurava che la trave tagliata nel periodo giusto non si sarebbe crepata.

Ma la saggezza popolare non si fermava qui: le foglie vanno piantate con la luna crescente (le foglie “crescono” verso l’alto), le radici (carote, patate, ….) con la luna calante (le radici crescono verso il basso).
Antiche opinioni, credulità o concetti veri scientificamente provati?
La tradizione popolare ha sempre, a mio avviso, una base realistica: la tradizione popolare si basa sull’osservazione e come dicevo in qualche articolo di qualche tempo fa, è basata sul tramandarsi millenario dell’osservazione della natura e quindi basato su basi statistiche di assoluto rispetto, benché difficili da dimostrare in quanto tramandati dalla sapienza non scritta dei nostri vecchi. Ma perché non credere se non con una forte evidenza provata scientificamente?
Le maree esistono: sono l’effetto della forza di gravità della luna che periodicamente “attrae più o meno” le masse d’acqua degli oceani e dei mari: è una forza spaventosa se pensiamo a quanta forza deve avere un fenomeno che riesce a sollevare il livello del mare per decine di metri in quota e per milioni di chilometri quadrati in superficie. Nessuno di noi mette in discussione questo fenomeno e il contributo della forza della luna e allora perché pensare che la luna possa dare SOLO questo contributo.

La vitalità nella vegetazione, negli alberi, è data dalla linfa, un liquido che grazie a forze osmotiche riesce ad alimentare e a mantenere la vita negli alberi. Se potate rami di vite nel periodo sbagliato avrete la triste fortuna di vedere la linfa della vite; piccole goccioline, piccole lacrime che usciranno dal taglio del ramo di vite: è la linfa. Se la vita di un albero è linfa perché non pensare che la luna possa influenzare la vita di un vegetale? D’altra parte la luna è capace di “sollevare le acque” e la potenza e la forza di una marea è sotto gli occhi di tutti.

Le vite è una pianta terrestre: ogni sua foglia va verso il basso, ogni suo ramo cerca la terra, sicuramente la vite crescerà di più durante la luna calante che spingerà la sua linfa verso la terra, verso la vita, verso la rinascita, il contrario del cipresso i cui rami sono tutti orientati vero il cielo, ascendono, anelano all’infinito, sono come fiamme naturalmente protese verso il cielo. Non per nulla la vite è da millenni usata per rappresentare la vita e il cipresso è associato alla morte, all’ascesa. La luna non può non avere influenze diverse su queste piante governandone le fasi di crescita influenzando con la sua enorme forza la presenza di linfa?

In verità una base scientifica su queste teorie c’è ed è basata su tante sperimentazioni: è vero, pensare di incrementare la produttività di una vigna sfruttando la luna non dà business, per cui queste teorie non hanno la spinta “marketing” che si meriterebbero, ma esistono prove scientifiche che peraltro hanno dato origine a calendari, che danno indicazioni su come e quando operare nell’orto o in genere in agricoltura per massimizzare produzioni e risultato.
Quest’anno ho deciso di verificare sulla mia pelle questi calendari e, anche seguendo il consiglio di un amico, farà le mie prove su tanti bei ravanelli: se la teoria è confermata a seconda del periodo di semina avrò forme diverse del ravanello, e diverse forme del ravanello stesso a seconda che la semina sia stata più o meno influenzata da luna, Giove, Saturno, congiunzioni od opposizioni tra pianeti. Vi farò sapere, ma sono fiducioso che farò importanti osservazioni.

Perché scrivere di tutto questo? La nostra vita è influenzata da un infinito numero di parametri; sono situazioni locali, ambientali e cosmiche la cui combinazione genera un risultato: una crescita, uno sviluppo, una regressione, un umore, uno stato d’animo. La nostra vita, quello che facciamo, quello che coltiviamo, quello che creiamo è l’effetto condizionato di situazioni note, e soprattutto, non note, che non conosciamo e che possiamo solo intuire e subire. La scienza ha fatto passi da gigante per interpretare e gestire la natura, ma sa interpretare solo una piccola parte dei fenomeni dell’universo, una minima parte. Di una piccola parte ha una giustificazione logica per la quale riesce, la scienza, a riportare e ricostruire il fenomeno con le categorie di causa/effetto, di una parte ha solo l’interpretazione degli effetti, ma non ha ancora trovato le cause, ma la maggior parte dei fenomeni legati al mistero della vita rimangono ancora senza una spiegazione razionale riconducibile alle categorie umane di rappresentazione.
Non dobbiamo pensare che abbiamo capito tutto, ma abbiamo ancora tutto da imparare. il non trovare la spiegazione razionale o scientifica di un fenomeno non vuole dire che non esiste, la scala temporale per la verifica scientifica, applicando il metodo sperimentale, non è compatibile con i cicli naturali se pensiamo a fenomeni di transizione naturale, cambi climatici, evoluzione…ma tutto questo non presuppone che fenomeni legati da meccanismi di causa ed effetto non ci siano.

La luna ha una grande forza, lo abbiamo visto. Sa sollevare distese inimmaginabili di oceano per metri e metri; il corpo umano è fatto al 75% di acqua, come pensare che la luna non abbia un effetto sul nostro corpo?

“Oggi ho la luna storta….”

image
L’albero celtico della vita: simbolo dell’eterno legame tra cielo e terra, luna e sole.

Analisi del blog nel 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 750 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 13 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Agricoltore ingegnere

manuale ingegnereMi chiedono in tanti perché a cinquant’anni abbia voluto occuparmi di agricoltura, o meglio, mi chiede chi mi conosce perché abbia voluto sperimentarmi nella coltivazione di un vigneto, dopo una carriera spesa a ingegnare prodotti, progettandoli e mettendoli in produzione.
Non so dare una risposta da ingegnere: probabilmente nessun ingegnere, applicando le nozioni di business che ha recepito, si sarebbe mai avventurato in un’impresa simile. Mi verrebbe da aggiungere: figuriamoci fossi stato un bocconiano (la minuscola è d’obbligo, per la mia esperienza con gli effetti procurati dai bocconani nelle imprese in cui ho lavorato).

E’ riflettendo sulla mia formazione e sulla mia nuova esperienza che mi è venuto spontaneo paragonare le due esperienze e tracciare un piccolo schema.

Ingegnere: definisci le forme
Agricoltore: subisce le forme

Ingegnere: stabilisce le interazioni tra i vari elementi che crea
Agricoltore: subisce le interazioni tra gli elementi della natura

Ingegnere: ha a disposizione la possibilità di sperimentare, con un metodo scientifico e ripetitivo, definendo parametri di prova, controllandoli e variandoli a piacimento
Agricoltore: può sperimentare, stagione per stagione (e al massimo avrà a disposizione qualche decina di cicli stagionali) e ogni stagione sarà condizionata da condizioni esterne che non controlla (meteorologia prima di tutto).

Ingegnere: concepisce il suo prodotto, definendone tutti i dettagli (materiali, forme, funzionamento, limiti, tolleranze)
Agricoltore: subisce il suo prodotto, ne accompagna la crescita, ne facilita la formazione, ma non è assolutamente in grado di pilotarne il risultato finale che cambia di anno in anno, di stagione in stagione, da posto a posto, da mese a mese, e soprattutto il risultato finale è una sorpresa, nei suoi limiti, nelle sue tolleranze, non gestite dall’agricoltore.

Un prototipo si corregge, si aggiusta, si prova, un grappolo d’uva no, non si aggiusta, si prende così come è e si pensa alla stagione successiva, che è tra un anno, e sarà un’altra cosa.

L’agricoltura è affascinante: è come cercare di governare un fiume in piena  illudendosi di potercela fare, quando l’ingegneria è come scalare una montagna, piano piano sai che prima o poi la strada la trovi. Un fiume in piena va dove vuole, una montagna è lì, prima o poi trovo il modo di arrivare in cima. Mondi affascinanti, diversi, affascinanti.

Un ultimo accenno: ho parlato prima dei bocconiani (che peraltro il mio correttore automatico continua a trasformare in bocconcini): il metro di giudizio per giudicare un impresa per un bocconiano è la durata di ritorno del capitale: in quanto tempo cioè riguadagno quello che ho investito. Un anno, massimo due anni, tre per investimenti importanti, quattro o cinque se sei una multinazionale. Se avessimo usato questo criterio nel passato, quanto esisterebbe del ben di dio che abbiamo oggi?

Alla fine di tutte le riflessioni la vera risposta alla domanda iniziale è molto semplice.

La domanda era: “perché a cinquant’anni hai voluto occupati di un vigneto?”

La risposta è: “perché no”

Visite importanti alle Driadi

Sabato 12 dicembre: due importanti visite alle Driadi: un ex collega che vuole approfondire l’avventura per valutare anche lui un’impresa del genere. Spero di avere accompagnato l’entusiasmo con cui parlo della mia avventura con una sana dose di realismo.

Poi un grande vignaiolo piemontese (per pudore non dico il nome, ma lui è un grande) che ha voluto vedere di persona la mia vigna e valutarne le potenzialità, incuriosito dalle mie ambizioni (siamo amici da anni).
La sua diagnosi è stata sorprendente: la vigna si mostra sofferente, ma non è assolutamente compromessa, ha solo bisogno di una spinta e quindi di un buon concime. La posizione è incredibilmente (per lui) favorevole per la vite: ottima esposizione, sorprendente biodiversità, suolo vivo, presenza di ottimi indicatori biologici nelle specie vegetali presenti.
E’ stata un’esortazione convinta, consapevole ed autorevole a continuare a lavorare. Le sue previsioni sono di un cru di eccellenza (da cui il suo invito a vinificare in proprio…).

A presto