Riscopriamo il mondo

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L’estate dell’anno scorso è stata molto piovosa. Avevo programmato le mie vacanze in Val Pusteria, un luogo che frequento spesso e che amo tantissimo, in Alto Adige o Sud Tirolo come dicono tanti miei amici che abitano lì.
Impossibilitato a scoprire rifugi, valli e pascoli per la continua pioggia e voglioso di scoprire cose nuove ho avuto l’opportunità di fare un’escursione alla scoperta delle erbe spontanee della montagna con un esperto conoscitore, un bel diversivo alla pioggia. Messi quindi scarponcini e kway ho raggiunto il luogo di ritrovo (una valletta laterale della valle Aurina), armato di macchina fotografica; mi spettavo una passeggiata un po’ noiosa e sinceramente nozionistica, il mio obiettivo era “imparare un po’ di nomi” in modo da riconoscere piante ed erbe, nulla di più.
La mia guida di erbe era un simpatico vecchietto, un volto rugoso, vissuto, la pelle scura e secca tipica di chi si abbronza in montagna; arido di parole ha aspettato con pazienza il gruppettino che doveva seguirlo e ci ha spiegato il programma della passeggiata: con accento altoatesino ha indicato una malga in fondo alla valletta, a non più di un cinquecento metri, spiegandoci che era il punto di arrivo; la passeggiata sarebbe stata sulla strada, lungo la valletta di cinquecento metri, o forse meno. “Quante erbe vuoi trovare in un chilometro?” gli avevamo chiesto e lui ci risposte che ne avremmo trovate qualche centinaia. Da quel momento il vecchietto ha mostrato ancora una volta il valore della saggezza e sapienza antica: una sapienza che abbiamo e che non sappiamo di avere! Ha passato le ore successive a illustrare l’enorme patrimonio di biodiversità che ci circonda e noi tutti ad ascoltarlo attentamente.

Cinquecento metri, quattro ore di continue meravigliose scoperte.

Ogni specie arborea aveva un nome, un aneddoto, un uso o un una caratteristica, ogni pianta aveva un utilizzo, se volete una ragione d’essere. Ogni tre passi la nostra guida si fermava e mostrava una pianta diversa e di specie arboree ne abbiamo riconosciute e trovate centinaia e non erano nemmeno tutte.
“Il prato, la natura è la farmacia degli umili” diceva la nostra guida: la sapienza popolare, grazie alla storia, alla tradizione, ha selezionato, con metodi non propriamente scientifici una propria medicina, basata essenzialmente sull’utilizzo di elementi presenti in natura, ma soprattutto basato sull’osservazione dei gli effetti generati dal loro utilizzo e quindi sull’esperienza.

Non voglio in questa sede parlare di quello che ho imparato sulle doti dell’ortica piuttosto che dell’achillea, valeriana, rafano o tarassaco, e non vi parlerò di come si trattino le malattie circolatorie o del fatto che tutto quello che ha del giallo (fiore o radice) ha effetti benefici sul fegato o altro: troverete dei trattati, libri o pagine e pagine di internet su questo argomento.

Quello che voglio trasmettere è che la natura offre tantissime opportunitàche abbiamo saputo sfruttare; viviamo in un periodo in cui tutti pensiamo che la tecnologia sappia o debba offrire una risposta ad ogni soluzione: è vero, ma occorre sempre ricordare che una soluzione può essere creata, sintetizzata dal nulla come insegna la chimica, ma se partiamo dalla saggezza antica utilizzando le conoscenze di oggi quanto potremmo assicurarci un futuro più sostenibile?

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Da quel giorno curo le punture di insetto o di ortica strofinandomi con la piantaggine (una pianta comunissima che tutti calpestiamo quanto passiamo in un prato – qui sopra in foto), spesso accompagno la fine della mia giornata rilassandomi con un po’ di valeriana, curo i muscoli affaticati con un buon unguento di arnica, aiuto la digestione con l’infuso di finocchio e mio figlio ferma i primi raffreddori con un buon sciroppo di mugo.

A me sembra che le cose funzionino.

Il mio non è uno spot alla farmacia naturale, ma è un invito all’osservazionea e all’approfondimento della conoscenza senza delegare tutto alla tecnologia (e lo dico da ingegnere): la sapienza e la conoscenza ha radici antiche e un valore basato sulla forza dell’osservazione tramandata nei secoli; a volte questa osservazione ha portato ad individuare soluzioni sicure anche senza una base giustificativa solida (e tecnicamente definibile scientifica). Ma possiamo anche noi imparare, proviamo, verifichiamo e osserviamo, io faccio così.

Detto questo aggiungo che non sempre la tecnologia porta progresso. Non serve citare quanto è successo qualche anno fa il caso Volkswagen a supporto di quello che ho detto: la multinazionale che più di tutte investe in ricerca e sviluppo al mondo, non ha saputo trovare un motore “a norma” e ha investito tanta sapienza per imbrogliare in un test, per generare una truffa. Tutto questo dovrebbe bastare ad incutere cautela nella fiducia estrema che siamo abituati ad avere nella tecnologia che, beninteso, ci ha dato benessere e ricchezza, ma come tutte le cose va considerata con saggezza e con attenzione.

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Concludo con un salto pindarico e un’osservazione sulla relatività del progresso e sulla nostra falsa convinzione di essere l’apice di una evoluzione tecnologica che procede sempre progressivamente e linearmente: tutti conosciamo Ötzi, la mummia ritrovata sul ghiacciamo del Similaun nel 1991: ebbene nel suo equipaggiamento l’uomo venuto dal ghiaccio aveva materiali ottenuti da 18 tipi di legno diversi: per ogni oggetto il legno più adatto, oltre ad altri materiali quali corteccia, rafia, erbe, pelle e selce, sapientemente lavorati per farne oggetti e abiti funzionali. Non sappiamo se Ötzi avesse fabbricato personalmente tutti gli oggetti, ma probabilmente erano frutto di scambio o addirittura acquisti.
E’ comunque evidente che Ötzi e gli uomini del suo tempo possedevano un’ottima conoscenza delle materie disponibili in natura. La capacità di sfruttare al meglio ciò che la natura offriva era di importanza vitale per le persone di allora.
Era tecnologia? Siii, certamante! Nello sfruttamento di quello che la natura dà, Ötzi era tecnologicamente più avanzato dell’uomo moderno. Qualcuno lo chiamerà ancora uomo primitivo?

“Ogni conoscenza che tu cerchi al solo fine di arricchire il tuo sapere, di accumulare tesori, ti fa deviare dalla tua strada; ogni conoscenza però, che tu cerchi per maturarti sulla via della nobilitazione dell’uomo e dell’evoluzione del mondo, ti porta avanti di un passo.” Rudolf Steiner

di Luciano Chenet

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L’estate dell’anno scorso è stata molto piovosa. Avevo programmato le mie vacanze in Val Pusteria, un luogo che frequento spesso e che amo tantissimo, in Alto Adige o Sud Tirolo come dicono tanti miei amici che abitano lì.
Impossibilitato a scoprire rifugi, valli e pascoli per la continua pioggia e voglioso di scoprire cose nuove ho avuto l’opportunità di fare un’escursione alla scoperta delle erbe spontanee della montagna con un esperto conoscitore, un bel diversivo alla pioggia. Messi quindi scarponcini e kway ho raggiunto il luogo di ritrovo (una valletta laterale della valle Aurina), armato di macchina fotografica; mi spettavo una passeggiata un po’ noiosa e sinceramente nozionistica, il mio obiettivo era “imparare un po’ di nomi” in modo da riconoscere piante ed erbe, nulla di più.
La mia guida di erbe era un simpatico vecchietto, un volto rugoso, vissuto, la pelle scura e secca tipica di chi si abbronza…

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Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi, non desidera più essere un albero. Desidera soltanto essere ciò che è.

Non c’è nulla di “intelligente” o di “guidato” nell’evoluzione umana. Tutto si è evoluto in base ad una casuale contingenza e ad una splendida casualità. Evoluzione non è un processo tracciato e programmato, è la fantastica successione di una meravigliosa casualità.

Il disegno è il famoso albero dell’evoluzione, dal taccuino degli appunti di Charles Darwin, con la premessa, nell’angolo a destra, “I think”

Albero: esplosione lentissima di un seme

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Ogni sera passeggio con i mei due cani in un parco, si trova vicino casa mia, a Torre Boldone. In posizione defilata nel parco, lontano dai due ingressi, c’è un grande cedro del Libano (Cedro dell’Atlante). Lo guardo tutte le volte, anzi a dire la verità non lo guardo: lo ammiro.

E’ alto quaranta metri, la chioma ha una circonferenza di una settantina di metri, il tronco non riesco ad abbracciarlo da solo. E’ in posizione defilata, ma non periferica; malgrado le dimensioni per assurdo non si nota: probabilmente la sua presenza è così consolidata che nessuno si accorge di lui. E’ parte del paesaggio, è come scontato, ma è alto più dei palazzi che ci sono intorno.
Quando lo guardo mi viene in mente la frase che diceva diceva Bruno Munari, uno dei grandi geni che il secondo dopoguerra italiano ci ha dato: “albero: l’esplosione lentissima di un seme“, ed è stupefacente riflettere come da un seme, che immagino una piccola pigna o addirittura un pinolo, possa essere nato, cresciuto e formatosi un albero di quaranta metri. Ci saranno voluti più cento anni: la lentissima esplosione di un seme, appunto.

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In vigna la potatura invernale elimina qualsiasi ramo, riportando la pianta alla sua essenza legnosa, avendo cura di lasciare i germogli che “esploderanno” in primavera. Da fine aprile a fine giugno una rivoluzione: una pianta di vite esplode, germogli che ad aprile sono una fogliolina a maggio sono lunghi 30 cm ed a fine luglio qualche metro. Se non si limita (cimando) la vite, il filare diventa un bosco impenetrabile, la vite diventa una pianta infestante, una pianta che cerca in ogni modo di ritornare alla terra, protendendosi, allungandosi e ricadendo verso di essa (non per nulla la vite è sempre stata simbolicamente usata per rappresentare le vita, al contrario del cipresso che crescendo alla ricerca del cielo rappresenta in un certo senso la morte).

Nessun processo “artificiale” è capace di “esplosioni” di questo tipo: l’attività umana e l’industria trasforma la materia, una pianta trasforma la materia, l’aria, l’energia del sole concentrandola nei rami. In un certo senso queste esplosioni sono uniche.

La riflessione successiva quando guardo il Cedro è che qualcuno, qualche anno fa lo ha piantato; se non ci fosse stato quell’atto, oggi il parco sarebbe diverso e io non sarei qui a parlarvi dell’amato cedro. La riflessione è che quando abbiamo qualcosa, lo dobbiamo alla generosità di un gesto, consapevole o inconsapevole, fatto da qualcuno che ci ha preceduto. Chissà quante volte facciamo qualcosa che avrà un’impronta nel futuro, chissà se tra cento anni qualcuno ammirerà quello che abbiamo “piantato”.

La riflessione successiva è una domanda senza risposta: chissà se stiamo facendo abbastanza per garantire al futuro un mondo da ammirare, un mondo sostenibile (la sostenibilità è il filo rosso dei miei articoli, l’avrete capito). Non ho risposte, non possiedo le competenze per valutare quello che stiamo facendo anche se cerco di limitare il mio impatto (o come si dice adesso di footprint) come impegno alla salvaguardia della sostenibilità.

Anche a costo di risultare retorico vorrei chiudere questo articolo con un invito, un suggerimento ed un consiglio. Osservate sempre la natura cercando di cogliere tutte le cose incredibili attorno a noi! Osserviamo le esplosioni lente e quelle meno lente. Alziamo gli occhi a cercare gli alberi che ci circondano: nella nostra zona ci sono alberi centenari, alberi monumento, alberi che hanno alle spalle centinaia di anni, e pensiamo alla lenta esplosione che li ha portati a noi! Osserviamo anche le esplosioni più veloci: la primavera che porta un albero nudo a un albero verde con una chiome foltissima, con un processo che in poche settimana li porta a (mi ripeto) “esplodere” di verde. Osserviamo il sopirsi della natura all’avvicinarsi dell’inverno: il cambio di colore, la caduta lenta della foglia, anche questa è un esplosione.

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Vi suggerisco  di andare a vedere a Trescore Balneariopresso la Cappella Suardi, il “Cristo-Vite” di Lorenzo Lotto: è un gioiello nella nostra provincia.

Infine vi consiglio di leggere questi due libri: “L’uomo che piantava gli alberi“bel volumetto di Jean Giono

Alla prossima!

di Luciano Chenet

La fortuna del principiante

Riflettiamo su temi che a molti sembrano lontani, mentre dovrebbero sentirci molto coinvolti: la sostenibilità e la biodiversità.
In effetti siamo portati a vivere e percepire il nostro rapporto con la Terra non strettamente legato a temi come il lavoro, l’economia, e la democrazia, quando invece il legame è fortissimo. Oggi noi pensiamo che gli essere umani siano separati dalla Terra, che la formazione della ricchezza sia una cosa separata dalla natura, dai lavoratori, dalle generazioni future, e pensiamo che le azioni che facciamo siano separate dalle conseguenze che generano. Purtroppo questi tre paradigmi sono le convinzioni che allontanano oggi l’umanità (intesa come insieme degli essere umani) dalla natura, la società dalla gestione del suolo, i temi dell’economia dai temi dell’ecologia.

In effetti sarei felice che le mie note e riflessioni, servissero alle persone per far si che si maturasse la coscienza, se non la convinzione, del fatto che tutto quello che succede nell’ambiente ha riflessioni importanti su tutta la nostra vita, compresa l’economia.
Sono temi importanti, generali, oserei dire “troppo grandi”, ma vorrei cercare di trasmettere come la rottura di un equilibrio possa avere riflessi inaspettati anche nelle piccole cose in modo da fare capire come un problema così grande possa avere riflessi su un’esperienza minima come quella che vado a descrivere.

Qualche anno fa, voglioso di dare nuovi stimoli e un nuovo obiettivo alla mia vita, ho iniziato a recuperare un vigneto che era abbandonato da 4/5 anni. Per la verità i precedenti proprietari avevano due vigneti, e anche l’altro vigneto ha trovato qualcuno che ha cominciato il recupero. Il mio recupero è, oserei dire, manuale, mentre l’altro acquirente ha seguito un’impostazione più industriale, ma il recupero parallelo mi ha permesso di avere l’opportunità di confrontarmi con l’altro acquirente il quale incaricando terzisti attrezzati con macchinari ha sicuramente faticato di meno e in un certo senso “lavorato” di più.

Il vigneto aveva 6600 piante, dopo il recupero circa 600 erano morte e ho dovuto rimpiazzarle; ho fatto i conti con le mie capacità e disponibilità di tempo e ho deciso di sostituire nel 2015 200 piantine. Ne avessi comprate di più non sarei riuscito a piantarle in un week end, avrei dovuto lasciare le barbatelle al buio, ma avrei rischiato di seccarne le radici mentre il mio vicino invece ha rifatto completamente l’impianto, estirpando il vecchio sofferente, sostituendo tutte le piante. Nel farlo ha arato il tutto e diserbato; anche a me avevano consigliato di diserbare chimicamente il sottofilare, ma non ho avuto il coraggio di farlo (parlo di coraggio perché per me diserbare voleva dire uccidere il suolo).
Per mesi andando al vigneto ho confrontato gli impianti, una distesa marrone con le belle piantine verdi disposte regolarmente su file parallele, che era il campo del vicino e il mio campo, che definivo “rasta”, in cui periodicamente passavo a strappare le erbacce che rischiavano di soffocare le barbatelle nuove, ricco di erbe, rami ribelli e con le barbatelle nuove tra le piante adulte.
Le mie 200 piante hanno sofferto: le alte erbacce prima, la siccità poi, anche se la loro presenza nel vigneto con viti più alte hanno fatto in modo che godessero sempre di ombra costante. Alla fine qualcuna non è mai attaccata, qualcuna è morta, ma la maggior parte ha resistito. E quelle del vicino? Il reimpianto è stato fatto su scala industriale, le piantine sono state concimate, il terreno mosso, ma alla fine hanno rischiato: le lepri in primavera hanno mangiato i germogli e l’unica cosa verde che cresceva erano le foglioline di vite morbide e gustose, ma non c’era altro. Nel mio vigneto c’erano erbacce dappertutto, probabilmente c’erano foglie verdi più gustose dei germogli di vite che sono state risparmiate dalle lepri: avevano più scelta se venivano nel mio campo!

Poi è arrivata la siccità: come potete immaginare il nuovo impianto ha sofferto, il tasso di mortalità è stato molto più alto che nel mio vigneto rasta. Poi a luglio purtroppo un’altra disgrazia sul vigneto del vicino: una larva ha rimangiato ancora foglie alle piante di vite. Il motivo? Ancora dovuto all’assenza di altro da mangiare se non le foglie della vite. Posso dire di aver avuto la fortuna del principiante!

Senza saperlo, la mia modalità di gestione ha salvaguardato le piantine, ma quello che è successo mi ha permesso ancor di più di capire che ogni modalità ed ogni scelta comporta delle conseguenze: a volte scelte drastiche e troppo invasive portano il germe a morire proprio perché tali scelte non sono state fatte nel rispetto di un equilibrio generale naturale e sostenibile. Immaginiamo la reazione ai fatti sopra descritti in un impianto intensivo: avrebbero messo trappole per le lepri, veleni per le larve, ma con che conseguenza?

Il mio è un semplice esempio che testimonia come l’utilizzo di una risorsa e la sua coltivazione a tal fine non può prescindere dal considerare la necessità di sostenibilità di questo sfruttamento. Qualsiasi intervento e qualsiasi forzatura esterna dell’uomo, che altera tale equilibrio, comporta una reazione che potrebbe essere imprevedibile e per assurdo, vanificarne l’intervento stesso: le operazioni di salvaguardia del nuovo impianto troppo invasive hanno creato reazioni che hanno messo a rischio l’impianto. Immaginatevi le derive su scala industriale.

Il volo della poiana

Ogni volta che vado al vigneto mi accoglie una coppia di poiaPOIANAna, a volte sono appoggiate su un albero, a volte volano con ampie volte nell’azzurro del cielo, ogni volta però mi fano sentire il loro inconfondibile verso.

Il nome latino della poiana è  “buteo buteo”, dal greco buzo, uccello che grida intensamente; il suo verso è intenso e greve, quasi un lamento ed è inconfondibile e affascinante.

Ecco il volo della poiana (da youtube)

Il ciclo della terra

Il rapporto tra uomo e natura un tempo era molto diverso, un rapporto di sfruttamento e rispetto: dalla natura si ricavava il sostentamento, ma occorreva non esagerare, per non bruciarsi le risorse che davano, appunto, da vivere.
Un tempo si era infatti molto più coscienti di quanto fosse intimo il rapporto tra uomo e l’ambiente, tanto quanto oggi ignoriamo totalmente l’importanza della tutela delle risorse: oggi l’ambiente e la sua conservazione sono considerate dai più alla stregua di una bellezza naturale da conservare, una cosa estranea che dovrebbe essere tutelata, tutti ne siamo convinti, ma una cosa lontana: non siamo consapevoli dell’importanza di preservare l’ambiente intorno a noi come condizione necessaria alla nostra sopravvivenza; e quando dico “preservare” intendo un utilizzo consapevole, responsabile e sostenibile, non una tutela assoluta. Non si tratta di preservare un capolavoro o una città come Venezia, ma di creare un rapporto con l’ambiente che ci permetta di sfruttarlo, senza distruggerlo.
E’ un passaggio importante, ma serve per chiarire che la tutela NON è la riserva naturale, non è il parco, ma il rispetto dell’ambiente in cui viviamo (ripeto IN CUI VIVIAMO), nella consapevolezza che le risorse che consumiamo debbano essere consumate in maniera sostenibile.

Tutti ricordano a scuola il ciclo dell’acqua. Io l’ho studiato 40 anni fa (sigh…): ricordo la montagna, il ruscello, la diga con il laghetto, i tralicci della corrente che andavano alle fabbriche e alle case, il fiume a valle della diga che andava al mare e poi il sole, le nubi, la pioggia e la neve in montagna.
Oggi ho scoperto che tutto il nostro ambiente potrebbe essere rappresentato con un ciclo: il ciclo dell’aria, con l’eterno scambio dell’ossigeno, la respirazione che produce anidride carbonica e la sintesi clorofilliana che la consuma rimettendo ossigeno nell’atmosfera, non voglio banalizzare. Anche l’aria ha un ciclo così come la terra, che produce vegetali ogni anno ciclicamente, con generosità e abbondanza, a patto di reintrodurre in altri modi le risorse che le vengono sottratte.
Il problema è quando l’equilibrio e la sostenibilità non sono più garantiti. Non sono uno scienziato e non so se l’effetto serra sia reale o no: i dati di fatto sono che la quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera sono maggiori di quello che la terra e le sue risorse riescono a generare. Questo crea uno squilibrio e un effetto: l’effetto serra; alcuni ne negano le conseguenze, ma sta di fatto che l’Unione Europea ha deciso di reagire e di ripristinare un equilibrio nel ciclo dell’aria con il piano 20 20 20: riduzione dei consumi energetici del 20%, aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili del 20%, riduzione della immissione dei gas serra in atmosfera del 20%, il tutto entro il 2020. Di fatto si tratta di un tentativo di ripristinare l’equilibrio ideale di quello che ho definito il ciclo dell’aria.
Molto più complicato il ciclo della terra dove le risorse sono molto diverse, i processi sono molto più complicati, i bilanci e la sostenibilità sono molto meno evidenti da capire.
Il concetto generale è lo stesso del ciclo dell’acqua o del ciclo dell’aria: ho una risorsa, che mi dà qualcosa, devo garantirne il rinnovo, devo garantirne la perennità e la sostenibilità: dalla terra ricavo il cibo, tanto importante quanto lo è l’aria che respiro, o l’acqua che bevo.
E il legame con la terrà è forse il più importante per gli effetti nel nostro vivere quotidiano ed è la cosa che la rivoluzione industriale ha cambiato di più nelle nostre culture che da contadine sono diventate post industriali. Nel 1881 in Italia il 62% dei lavoratori era occupato in agricoltura, che si abbassa di poco prima della prima guerra mondiale (59%), per coi calare drasticamente: arriva il 50% prima della seconda guerra mondiale, al 44% nel ’51, 30% nel ’61 (con più operai dell’industria rispetto agli agricoltori) fino ad arrivare al 4% di oggi. I dati oggettivi sono riportati a testimoniare il dato di fatto di un cambiamento culturale di fatto, nessuno toglie il valore e la forza dello sviluppo industriale del paese, né tantomeno vuole tornare al passato: i dati danno l’evidenza che il legame fortissimo tra risorsa agricola/alimentazione e sostenibilità che era presente anni fa oggi si è rotto: la risorsa agricola, il cibo, la sua produzione per i più è considerato alla stregua di una produzione industriale, con le stesse regole e principi, abbiamo perso la consapevolezza del ciclo della terra: abbiamo perso la consapevolezza del garantire una sostenibilità delle risorse alimentari provenienti dalla terra.
Lo sfruttamento della terra come risorsa infinita per la produzione di cibo e le conseguenze di questo approccio potrebbe essere, se i lettori apprezzeranno, il tema di una prossima riflessione su queste pagine.

 

Luciano