L’ape e l’uva

Ad ottobre con il mio amico apicoltore abbiamo avuto un bellissimo regalo: il miele prodotto a fine estate aveva un gradevolissimo sapore di uva, anzi di merlot. Era l’effetto dell’intenso lavoro delle api in vigna. Io e Gabriella abbiamo fatto di tutto per cerare una collaborazione con qualche apicoltore che riuscisse a portare le arnie nella nostra vigna e finalmente dal 2019 ci siamo riusciti, premiati quest’anno dal bellissimo regalo di un miele che abbiamo chiamato miele del vigneto. La nostra era una volontà mirata a dare un grande contributo alla biodiversità del vigneto oltre che a dare un segnale concreto di conferma dell’importanza delle api nell’ecosistema.

Ma questo non è il solo regalo che ci hanno fatto le api….

Succede così, le api quando trovano un acino rotto o danneggiato ne succhiano la soluzione zuccherina, in questo modo l’acino rinsecchisce al posto di marcire….è un contributo fondamentale che permette al viticoltore di portare uve sanissime in cantina e come sapete, la salubrità delle uve è il primo fondamentale passo per potere avere un vino naturale e limitare al massimo le pratiche enologiche.

E’ così che tutti siamo più felici: le api che godono di un ambiente sano in cui vivere e riprodursi e l’agricoltore che gode dei benefici dell’attività delle api

Da parte nostra la grande attenzione alle api comporta dei piccoli accorgimenti: non tagliamo mai l’erba tutta insieme in vigna, priveremmo le api dei fiori, siamo poi molto attenti ad avere un ciclo pieno e continuo di fioriture, grazie all’ambiente naturale e a opportuni interventi (in inverno il nostro viburno fiorito è tutto un traffico di api) e la messa a dimora di siepi nei bordi del vigneto sono un altro importante contributo alla creazione di un ambiente ideale per le api (e per l’uva)

Il lavoro congiunto di viticoltori e apicoltori può salvare le api dall’estinzione, migliorare la salubrità dell’ambiente e addirittura migliorare il nostro vino!

La presenza di questi insetti nel vigneto diventa un segno tangibile dell’utilizzo di processi eco-sostenibili e dell’assenza di sostanze chimiche.

Anche la scienza lo conferma: nei vigneti in cui sono presenti degli alveari si è osservata la capacità da parte delle piante di aumentare la produzione di uva, in particolare in annate piovose. Questo perché l’ape funge da impollinatore anche nelle piante di vite. Inoltre, essendo un vettore di lieviti, le fermentazioni in cantina risultano più regolari.

Che dire: viva le api, viva il vino, viva l’uva e viva il miele del vigneto.

aggiornamento

breve aggiornamento sulla stagione alle Driadi.

La terrazza è a riposo: divani e tavoli sono coperti e aspetteremo la primavera o qualche assolata giornata di inverno per usarla per qualche degustazione. In vigna stiamo iniziando la potatura, la pulizia dei vigneti dai rovi, il taglio degli alberi.

E in cantina?

Driade 2019: si è fatto aspettare, ma sta arrivando e a dispetto di una stagione disgraziata, a dispetto della grandine sarà una sorpresa. Siamo di fronte ancora una annata particolare, un vino diverso, un prodotto che ci riempie di soddisfazioni: imbottigliamento sarà a breve (gennaio) e poi 5 6 mesi in bottiglia per un esordio sul mercato che speriamo confermi le aspettative che abbiamo.

Merlot 2020: il 2020 si conferma un’ottima annata, il vino ha già avviato la malo lattica (sempre senza nessun supporto o alto enologico) e a dispetto della stagione autunnale piuttosto fredda l’ha già quasi finita, secondo noi la cantina al terzo anno di vinificazione sta già cominciando a lavorare al meglio. Già ottimo al naso, abbiamo già selezionato la porzione che invecchierà in barrique (alcune barriques sono state rinnovate) per l’Alto della Poiana e la porzione che diventerà Driade Felice. E secondo noi saranno grandi vini.

Cabernet 2020: qui la vera scommessa. Il Cabernet della nostra vigna selvaggia. Saranno circa 600 bottiglie per l’esordio del nostro secondo vigneto che entra in produzione e siamo veramente curioso. Attualmente è tutto un profumo di ciliegia, con profumi primari intensissimi. Per l’invecchiamento ha preso una strada nuova e vecchia nello stesso tempo: invecchierà in barrique, ma in barrique di castagno. L’azzardo può essere grande, ma come si dice…chi non risica….

Bianco 2020: qui parliamo della vera sorpresa: nato per gioco il nostro bianco, macerato sulle bucce, raffreddato empiristicamente come solo noi possiamo fare è già arrivato ad un risultato tanto piacevole quanto inaspettato. Non diciamo altro se non che sarà presto imbottigliato per una piccolissima produzione per i grandi amici e fan che vorranno degustarlo e apprezzarlo.

“A vedere la vite ci si commuove” cit.

Rubo le parole ad un celebre scrittore: Cesare Pavese. “A vedere la vite ci si commuove” e non c’è pensiero migliore in questi giorni di pioggia in cui la vite la si può solo osservare, forzati dal meteo ad un fermo che porta tante riflessioni.

E Cesare Pavese aveva ragione, per tantissimi motivi. Seguire una vigna è un atto di coraggio e soprattutto di ottimismo; la vigna è un grande patto d’amore che si fa con la terra: è un matrimonio che lega l’uomo alla sua vigna nel tempo, nell’attesa, nella cura che si deve porre, nelle ricompense che si ottengono. E’ anche un grande atto di fiducia, quella che rischia di perdersi in questi giorni di pandemia: non possiamo non coltivare la vigna senza avere la fiducia nel nuovo anno, nel nuovo raccolto, nel nuovo vino.

Il rapporto tra l’uomo e la vite è forse e indissolubile, non ci sono altre situazioni simili nel mondo dell’agricoltura: il legame tra il contadino e la sua vigna è uno scambio continuo di attenzioni e di segnali che portano alla vita, che portano al futuro legandolo indissolubilmente al passato. Non esiste vigna senza l’uomo che ne prende cura, la vigna diventa liana, diventa improduttiva, e chi la coltiva non può restare senza vigna, deve seguirla, curarla, crescerla.

Pensiamo alla potatura, che è tema di questi giorni: ogni anno il contadino deve portare la vite: deve scegliere con sapienza i tralci guardando quello che è passato, leggendo com’è la pianta al presente e pensando al futuro. Deve capire cosa sacrificare affinché la vigna riprenda vigoria, e deve decidere e scegliere come citare la vigna che crescerà. Un atto traumatico come il taglio di potatura, quell’incedere secco delle pinze che recidono il tralcio, diventa quindi il primo atto di un futuro pieno di vita che si manifesterà ad aprile come ogni anno in quella misteriosa e affascinante rinascita che è il germogliamento. Allo stesso tempo la vite piange sotto i tagli del contadino quasi come rimpiangesse un passato che viene lasciato alle spalle, prima di voltare pagine e guardare al futuro che arriva, già presente nelle piccole gemme, già in essere e in divenire. Qualcuno che ha potato una vite saprà che intervenire con la forbice significa partecipare e immergersi nella fatica e nella gioia di crescere della pianta: “leggendo” la pianta, valutandone i punti vigorosi, le parti affaticate è come leggerne il diario: ci sono le cicatrici del passato e le gemme del futuro. Il tronco della vite ne è la spina dorsale: nodosa, tormentata, sempre dritta o comunque sempre rivolta, anche nelle viti più tortuose, a ricercare la luce, lo spazio, la vita aggrappata ad essa con le sue radici profonde, capace all’infinito di riproporre, ogni anno, il ciclo della vita.

Eh si, a vedere la vite ci si commuove, come a pensare alla propria vita anche lei un procedere verso il futuro tra potature, pianti e slanci incredibili.

E solfito sia

Prima di parlare di solfiti nel vino è meglio chiarire e ribadire che la famosa scritta “contiene solfiti” presente in ogni etichetta di vino non esclude che altri alimenti non la contengono, anzi, il vino non è nemmeno quello che ne contiene di più. Certo c’è una diffusa ricerca di vino senza solfiti, come è ricercato il pane senza glutine, o il biscotto o dolce senza burro… Ma occorre conoscere cosa è l’arcipelago solfiti.

Innanzitutto quello che nel vino è “solfiti”, nel resto del mondoalimentare ha un codice: gli 8 tipi di solfiti ammessi negli alimenti sono codificati dalla lettera E e da un numero che va da 220 a 228. Quindi da E220 a E228 in etichetta significa presenza di solfiti per una quantità minima. La quantità minima di solfiti perché ci sia l’obbligo di dichiarazione in etichetta è 10mg/kg o 10mg/litro.

Premessa fondamentale: il processo di vinificazione è un produttore naturale di solfiti e pertanto la quantità naturale si solfiti nel vino può arrivare anche fino a 40mg/l, per cui trovare vini senza la dicitura “contiene solfiti” è molto difficile.

La quantità ammessa di solfiti nel vino è basata su due regolamenti: Reg. CE n°606/2009 (vino convenzionale) e Reg. CE 203/2012 (vino biologico). La non identificazione nell’etichetta del vino del codice E22(X) è dovuta a mio avviso al fatto che nel caso del vino i solfiti non sono aggiunti (e quindi non sono ingredienti noti, ma una parte dei solfiti è prodotta dal vino stesso e quindi non classificabile.

 DI VINOVINO CONVENZIONALE (Reg. CE n°606/2009)VINO BIOLOGICO (Reg. CE 203/2012)VINI DRIADI
Vini rossi150 mg/l100 mg/l20mg/l
Vini bianchi e rosati200 mg/l150 mg/l
Vini passitia 300 mg/l (in base al grado zuccherino)+ 30 mg/l
Vini frizzanti e spumanti185-235 mg/l205 mg/l
Regolamento livello di solfiti nel vino e quantità di solfiti nei nostri vini

E negli altri alimenti? Ecco di seguito i limiti massimi di solfiti, presenti in etichetta, negli alimenti più comuni, al fine di una nuova consapevolezza.

ALIMENTOLIMITE MASSIMO DI SOLFITI (ml/l – mg/Kg)
patate congelate e surgelate100
ortaggi bianchi, inclusi i funghi e i legumi bianchi50
pomodori secchi200
albicocche, pesche, uva, prugne e fichi secchi2000
frutta a guscio500
biscotti secchi50
scorze di agrumi canditi100
crostacei e cefalopodi freschi, congelati e surgelati150
crostacei e cefalopodi cotti50
aceto170
succo di lime e limone350
birra50
sidro200
notissima bevanda gassata350
patatine fritte2000ppm

Quindi?
Il vino senza solfiti non esiste? 10mg/l è il fondoscala degli strumenti, se lo strumento non legge nulla siamo sotto i 10mg/l, ma non possiamo dire nulla e poi importa fare i sofisti?
I solfiti sono usati ovunque? Si, sono un conservante industriale ampiamente utilizzato.
I solfiti provocano danni? Io personalmente li sento, forse sono sensibile e mi viene il classico mal di testa, ma per gli effetti a lungo andare meglio affidarsi agli esperti (sperando che veramente lo siano).

Innanzitutto gli esperti mi smentiscono sul mal di testa, infatti “le reazioni avverse più comuni per le persone che sono ipersensibili ai solfiti includono vampate, battito cardiaco accelerato, respiro sibilante, orticaria, vertigini, disturbi di stomaco e diarrea, collasso, formicolio o difficoltà a deglutire”. In generale comunque “secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), i solfiti sono generalmente considerati un additivo sicuro per i consumatori. Nelle popolazioni europee, sono state osservate assunzioni di solfiti superiori alla dose giornaliera ammissibile (DGA) di 0,7 mg di solfiti per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Per contestualizzare tale dato, per una persona media di 70 kg di peso corporeo occorrono circa 1,5 bicchieri di vino bianco per superare la DGA (considerando la dose massima consentita di solfiti per il vino). Tuttavia, attualmente l’EFSA non vede motivi di preoccupazione per eventuali effetti (a lungo termine) sulla salute”

Le parti virgolettate “” sono tratte da “food facts for healthy choice”.

In ogni caso, se con un bianco con solfiti raggiungete la dose giornaliera dopo 1,5 bicchieri, bevetene 10 di Tilamòre!!

perché la barrique?

Chi mi conosce sa che sono convinto che la cultura del vino e la coltura della vite hanno un legame a filo doppio con lo sviluppo della cultura umana. La storia dell’uomo, quantomeno nella fascia temperata del pianeta, è sempre accompagnata da alcune presenze costanti, una delle quali il vino. Non per niente il vino è protagonista nella liturgia della religione più diffusa dell’area mediterranea.

Vino e cultura vanno quindi di pari passo.

Due esempi concreti: la dominazione veneta nella Repubblica Veneta che ha condizionato i vitigni della zona, introducendo vitigni dai Balcani come le Malvasie o (sembra) lo stesso Marzemino o anche lo sviluppo indotto nella vinificazione dall’impero Britannico che, dominando il mondo nel XVIII e XIX secolo, riscopriva il vino: l’effetto fu un grande sviluppo della viticoltura a Bordeaux che era il porto più vicino per potere portare vino in Inghilterra (distanze superiori rendevano incompatibile conservazione del vino in un viaggio via mare). Anche i cosiddetti vini “alcoolizzati” come lo Sherry, il Marsala, il Porto e il Madeira erano una risposta commerciale oltre che gustativa a portare nei pubs e nelle case di quello che allora era il primo cliente mondiale vini: per portare ottimi vini in Inghilterra con lunghi viaggi in nave occorreva alzarne il livello di alcool, per permetterne la conservazione.

Ma come si portava il vino in Inghilterra? con la Barrique.

la misura inglese utilizzata nelle transazioni e con cui si definivano i prezzi era il Gallone Imperiale: 1 Imperial gallon equivaleva (anzi equivale) a 4,54609 litri.

Quale è il volume della barrique: 225 litri vale a dire 50 galloni guardavano: una misura comodissima da usare e facile da gestire nelle transazioni economiche.

E se un gallone a quando bottiglie corrisponde? Se faccio 4,54 diviso 0,75 ottengo 6. Un gallone corrispondeva a 6 bottiglie e quindi….il volume di 0,75, venne definito ancora per rendere più semplice le transazioni commerciali:

1 barrique = 50 galloni = 300 bottiglie e da qui iniziò la tradizione della bottiglia bordolese.

E’ cos’ che uno standard ultra celebrato per la finezza e l’equilibrio che riesce a dare ad alcuni vini deriva in fondo da una convenzione commerciale economia; è proprio il caso di dire: di necessità virtù.

E in Italia? In Italia il mercato era locale e il re dei contenitori era il fiasco che aveva alcuni pregi interessanti: la forma era sferica e questo permetteva di massimizzare il volume in rapporto al vetro utilizzato, veniva soffiato a mano senza stampi e poi ricoperto da una gabbia di paglia. In effetti nelle rappresentazioni pittoriche fino all’era moderna i contenitori di vino erano sempre fiaschi.

E poi possiamo definire tutte le teorie che vogliamo sull’equilibrio della barrique, che 225 litri siano meglio di 300 o di 180, ma alla fine è vero: il vino e l’uomo sono intimamente e indissolubilmente culturalmente legati.

Terroir

Il nostro vigneto più grande è un vigneto di Merlot. Abbiamo più di 6.000 piante, siamo a 400 metri sul livello del mare, in un vigneto esposto a est con una pendenza del 50%, ma non produco merlot.
Produco Driade Felice ed Alto della Poiana.
Merlot lo producono in tutto il mondo, dalla California al Cile, Dal Sud Africa alla Cina. Utilizziamo Merlot, produciamo i nostri vini.

Questo è il significato di terroir.

Ma non è la mia opinone: lo stesso Veronelli diceva “i vitigni appartengono ai territori dove sono piantati” traducendo a suo modo lo stesso concetto: il concetto di terroir.

Ed è vero. Il merlot che produco assume le caratteristiche peculiari che proviene dal nostro vigneto, in altre parole il merlot, come tanti altri vitigni, è fortemente influenzato dal luogo e dal modo in cui viene coltivato per cui le caratteristiche varietali vengono mediati dal nel vino che viene messo in bottiglie dove emerge sì il varietale, ma anche quello che i francesi definiscono terroir.

E’ per questo troviamo dei Pinot Nero completamente diversi uno dagli altri, come in Sangivese o i Merlot.

E’ per questo che occorre approcciare la degustazione con mente aperta, nessun preconcetto e la voglia, nel bicchiere, di trovare il valore intrinseco del vino che è dato dal terroir e non solo dalla tipologia dell’uva.

L’economia globale e il lock down

E poi, purtroppo, arriva, di nuovo, il lock down…

il fine settimana scorso ci siamo di nuovo reimmersi nel nostro angolo di paradiso. Per tutto il sabato e la domenica abbiamo ripulito il vigneto di bronner e parte del confine del bosco di parte degli alberi infestanti che tentavano ancora di estendere la foresta rigogliosissima che circonda a spese del nostro vigneto. Eravamo pronti ad due giornate di lavoro e obiettivamente non ci aspettavamo di dovere fare fronte ad un insolito passaggio di persone che, nei limiti imposti dal DPCM cercavano di godersi le belle giornate e il privilegio di “attività motoria in prossimità della propria abitazione”. Il criterio di prossimità è obiettivamente soggettivo, sta di fatto che prossimi a noi, benché la prima casa con residenti sia a 900 metri dalla cantina, abbiamo scoperto che ci sono tantissime persone che sono “prossime” a noi.

Tanti hanno percorso la strada che costeggia il vigneto, tanti ci hanno chiesto cosa facessimo lì, cosa producevamo, tanti hanno scoperto che a pochi passi (in prossimità appunto) della loro abitazione esisteva un posto con un paesaggio bellissimo e con una produzione vinicola che ambisce alla qualità. Ed è stato bella questa curiosità e questa condivisione.

Vero è che il lockdown è quanto di più lontano poteva capitare a questo nostro mondo che fino a pochi secondi prima dell’arrivo del Covid (e in verità per certi versi anche adesso) era tutto strategicamente rivolto alla globalizzazione; si, perché il rendere tutto brand, ed esasperante in concetto a livello globale aveva in un certo modo messo da parte i nazionalismi o meglio ancora i localismi o i campanilismi per concetti globali di status symbol. In un epoca in cui il vestire “italiano” è fatto da capi confezionati in Vietnam uguali in tutti i negozi del mondo nulla è più controproducente di un lock down che spinge di fatto le persone a rivolgere la loro naturale propensione alla curiosità verso quello che è più sanale e scontato: quello che ci sta intorno.

Quindi ben venga la riscoperta di quel mondo sconosciuto che è a due passi da casa, ben venga la riscoperta del paesaggio, del pane e salame, del vino del contadino, ben venga quella economia ci vede, peraltro in maniera steineriana, membri di uno stesso organismo che vive, collabora e che ci fa sentire parte del tutto. Ben venga questa nuova “non globalità”

Dedicato a chi non potrà visitarci a novembre

Mi piaceva proporvi quanto ricevuto

Cinquecento metri di sterrato nel bosco sono un piccolo salto nello spazio, una passeggiata da nulla, nel caso delle Driadi rappresenta un piccolo salto in un’altra epoca. Il sentiero ombroso ed immerso nel fitto di un bosco di querce sembra inizialmente inghiottirti portandoti dalla luce e dal panorama appena passato ad una foresta quasi impenetrabile se non fosse per una piccola strada che serpenteggia tra querce, castagni e carpini affiancata da un antico muro a secco. Arrivati ad incrociare un allegro ruscello la strada si inerpica ripida sulla collina per arrivare alle Driadi quando improvvisamente il bosco si apre lasciando lo spazio ad un panorama mozzafiato. Un po’ accaldati e senza fiato per il ripido strappo, capiamo subito che siamo arrivati: un cartello di legno scritto a mano ce lo ricorda: “Le Driadi, viticoltori”; un altro cartello ci fa sorridere “bad roads bring good People” un bel messaggio di benvenuto che fa passare subito il piccolo affanno.

“Qui ci arrivi se cerchi noi, oppure se ami passeggiare in questi luoghi meravigliosi, così vicino alla civiltà, ma così lontani da tutto” ci diranno poi Gabriella e Luciano.

Varcato il cancello la vista si apre all’orizzonte: la pianura, le colline di Palazzago, l’Albenza (“quella montagna è l’Albenza, il nostro polmone termico”), in lontananza i colli della “Città di Bergamo”. Città, come diceva il pescatore che accompagnava Renzo Tramaglino nei promessi sposi:
“è Bergamo, quel paese? ”
“ La città di Bergamo, ” rispose il pescatore.
“ E quella riva lì, è bergamasca?”
“ Terra di san Marco. ”.

E il legame con la terra di San Marco è presente anche qui quando Luciano ci mostrerà le mele antiche che ha recuperato dal bellunese.

Dopo i convenevoli è Luciano che ci porta a visitare la vigna di Merlot che avvolge l’area dove è posizionata la nuova cantina e il vecchio ricovero, adibito a shop e magazzino, quello che localmente tutti chiamano “l’eremo della suora” in ricordo della suora che un tempo lo abitò.

La vista ci porta a conoscere tecniche di coltivazione (il bio, la biodinamica) e frammenti di vita in un aneddotica ricca e dettagliata senza mai annoiare, con Luciano, il proprietario che spesso chiede riscontro sul livello di interesse temendo di essere troppo noioso, ma non è così. Si passa dall’uso dell’ortica alla descrizione orgogliosa dell’immensa biodiversità nelle essenze erbose del vigneto; si parla di potatura e di attività in vigna, si parla della fatica nella gestione di una attività quasi esclusivamente manuale e della soddisfazione di vedere la vite che cresce. In questo frangente l’invito a raggiungere il punto più alto del vigneto ci porta ancora di più ad apprezzare il panorama, a chiederci come fanno a lavorare a mano il vigneto e a vedere le arnie delle api, anche esse nella squadra delle Driadi. La vigna è definita “selvaggia”, mantenuta con inerbimento costante, senza forzature e senza cimature, trattata con un rispetto estremo che si conferma quando candidamente ci viene detto “non tagliamo mai tutta l’erba in un giorno, non vogliamo lasciare la vigna e le api senza fiori”. Prima di raggiungere la cantina il passaggio per il frutteto con le mele antiche provenienti dalla Val Seriana e dall’Agordino nel Bellunese, un piccolo vezzo questa collezione.

La visita prosegue in cantina dove il salto nel passato è ancora più evidente. L’obiettivo delle Driadi è mettere in bottiglia il vigneto evitando qualsiasi aggiunta nel vino. Per cui il vino è frutto di fermentazioni spontanee, macerazioni lente e processi, ancora una volta, che sanno di antico e comunque di artigianale: la diraspatura fatta sulla terrazza panoramica (il tetto della cantina) per portare il mosto a fermentare per gravità, le follatura a mano, la parcellizzazione delle zona del vigneto per una vendemmia mirata a valorizzare ogni peculiarità, l’estrema cura dei dettagli, l’assaggio continui dei vini per controllarne l’evoluzione anche se non mancano le moderne analisi e la supervisione di un tecnico che prendendo per mano i proprietari ha condiviso insieme a loro un percorso di vino “naturale” (anche se la definizione è sempre contraddittoria e pericolosa). Tutti passi che conferiscono al loro vino delle Driadi caratteristiche peculiari e uniche.

Tutto questo viene fatto per la vigna di merlot, la vigna storica, e per le nuove vigne: il Cabernet Franc, e le vigne che stanno arrivando a produrre di Marzemino e di Bronner che mischiato a uve raccolte da vigneti storici nei dintorni è stato oggetto quest’anno di una micro vinificazione sperimentale.

Il tutto trasmette passione e ci porta alla voglia di passare alla degustazione, il passaggio sucessivo, che sarà presto riportato qui.

Bilancio Vendemmia 2020

La stagione 2020, partita con i migliori auspici e l’aggiunta del vigneto di Cabernet franc, è stata pesantemente caratterizzata dal lock down primaverile che ci ha di fatto positivamente focalizzare sulle attività in vigna in primavera a discapito però delle attività di vendita. Partendo dal vigneto di Merlot, le attività di potatura si sono estese al Marzemino, al Bronner e al nuovo vigneto di Cabernet Franc che ha subito un trattamento importante di potatura di ritorno atta a recuperare le piante dall’incuria degli anni precedenti.
La primavera è stata meravigliosa, forse grazie alla chiusura totale che ha tolto parecchio inquinamento dai cieli con bellissime fioriture. Le api hanno prodotto parecchio miele: dal miele al ciliegio primaverile fino al miele millefiori al vino dal sapore di merlot settembrino; in mezzoil miele di tarassaco, di acacia, di castagno, e un gradevolissimo millefiori agostano.
I vigneti di sono stati molto generosi in qualità con una buona resa. Fortunatamente quest’anno non abbiamo avuto problemi di grandine, anche se la resa per ettaro di quest’anno ha un po’ risentito dei danni delle tre grandinate del 2019.
I mesi di difficoltà commerciale sono stati caratterizzati da una bona richiesta di vino da privati grazie alla disponibilità alla consegna a domicilio, attività che ci ha permesso di incontrare e conoscere parecchi clienti già estimatori del nostro vino che fino al lock down avevano apprezzato nei ristoranti. Per questo motivo abbiamo anche deciso alla ripresa di contattare tutti i nostri ristoratori per ringraziarli e per valutare come agevolarli nella ripresa delle attività.
L’estate è stata caratterizzata da una piovosità abbondante, ma regolare senza fenomeni climatici estremi e ha portato in vigna, grazie anche al grande lavoro in campo con trattamenti bio e Biodinamici, uve di qualità a partire dal nostro merlot. Qiest’anno raccolto un piccolo quantitativo di Bronner, abbiamo avuto una prima vendemmia del Cabernet Franc che ci porterà finalmente ad un allargamento della gamma di vini. Un po’ penalizzato purtroppo da una famiglia di Tassi voraci il vigneto Cabernet dove i tassi ci hanno letteralmente “mangiato” metà del raccolto. Speriamo che il 2021 sarà l’anno del Marzemino.
Le uve sono già vino dopo un intenso mese di ottobre in cantina dove la fermentazione spontanea non ha avuto nessun problema, anche l’esperienza della vinificazione in bianco è stata interessante e divertente, per una piccola quantità di un macerato interessante e piacevole.
L’entusiasmo per i vini del 2020 è alle stelle, speriamo che il risultato sia all’altezza delle aspettative.
Altro particolare che ci piace citare è la collaborazione data a due amici neo-vignaioli che quest’anno hanno deciso di recuperare altri vigneti dall’abbandono: entrambi hanno seguito la nostra filosofia. A loro va la mia ammirazione per avere tenuto duro per tutta la stagione con costanza e caparbietà, sperando i nostri suggerimenti siano stati utili per un prodotto sano e buono, ma saranno i risultati (spero) a dirlo.
Altro dettaglio ci sono mancati gli incontri con gli amici vignaioli e amici amanti del vino negli eventi fieristici tutti cancellati. Speriamo di rivederci presto sperando in una scomparsa rapida della pandemia.

E la vendemmia si avvicina

Con agosto e l’inizio della invaiatura del grappolo ci avviciniamo alla vendemmia. Anche quest’anno un’annata diversa, mentre ci avviciniamo con grande entusiasmo al lavoro in cantina. Il 2020 è stato un anno particolare, un anno di riflessione e di approfondimenti. La voglia di osare e di sperimentare è aumentata quasi come se i timori e i pericoli di pandemiche realtà avessero voluto accelerare il nostro progressivo osare, non solo nel lavoro in vigna, ma anche nel lavoro in cantina e chissà mai che qualcuno accorgendosi della passione che ci mettiamo, se la si trova nel vino, si accorga premiando i nostri sforzi apprezzando i nostri vini.

Il nostro Merlot proseguirà la sua strada, da una parte vogliamo ribadire e rinforzare la freschezza di Driade Felice, ma allo stesso tempo vogliamo approfondire la ricerca del nostro barricato. La selezione in vendemmia farà la sua parte la macerazione sulle bucce sarà prolungata sull’Alto della Poiana, a segnare un passo avanti nella ricerca di un vino naturale ricco e corposo, naturalmente tutto fermentato spontaneamente e con un attento uso (e non uso) dei solfiti. Dall’annata 2019 approfondiremo anche il tema chiarifica e filtrazione, topo che timidamente nell’annata 2018 abbiamo già lavorato per un vini che conservi in bottiglia un po’ della mobilità che ne ha accompagnato l’invecchiamento. Quest’anno abbiamo lavorato nel massimo rispetto della vigna. Pochi tagli per l’erba (e il terreno è diventato uno splendido scrigno di biodiversità), una attenta selezione dei grappoli che è seguita ad una potatura attenta a valorizzare ogni pianta portandola verso un equilibrio maggiore.

Poi avremo un primo tentativo di vinificazione dei primi grappoli di Bronner che già dopo il primo anno di messa a dimora ci hanno premiati con la loro presenza. La piccola quantità ci permetterà una diraspatura a mano e una pigiatura soffice, una leggera pressatura per passare a una macerazione che sarà tutta da scoprire.

Altra novità il Cabernet. Abbiamo parlato della nostra vigna selvaggia e altrettanto selvaggio sarà la sua vinificazione. Piccola quantità, piccoli acini per timidi grappoli, con una vendemmia ragionata e una selezione severa una lunga macerazione e un lungo invecchiamento ci faranno vedere, se avremo pazienza, le potenzialità della nostra vigna selvaggia.

Rimanete in contatto…