Monologhi della vigna: inverno

gennaio…un inverno come tanti, forse leggermente più caldo rispetto a qualche anno fa, il sole radente e basso, una leggera foschia all’orizzonte, il verde domina il panorama, un verde tenue, invernale appunto; uno uomo con una giacca rossa, due poiane che si inseguono, un rumore ritmico, il taglio della forbice con cui l’uomo sta potando la protagonista del dialogo di oggi: la vigna.

affronto il freddo di quest’inverno nuda, mi hanno abbandonato le mie foglie, ma mi rimane l’essenziale, il legno, le radici, ed i miei tesori: le gemme

l’uomo che mi cura mi sta spogliando privandomi di ogni pudore: ora sono tornata snella e libera a orpelli, libera da rami, vinaccioli e rametti, pronta per affondare i rami nel cielo

mi riparo dal freddo, dal gelo, godendo degli sprazzi di sole che spesso arrivano, anche ora, a gennaio, e scaldano il mio cuore, mentre aspetto la primavera

l’inverno è acqua, è neve, è pioggia è sole, ma è riposo, concentrazione, ricarica

nell’infinito incedere del tempo, mi ritrovo a fremere per tornare alla vita: aspetto che le giornate inizino ad allungarsi quando qualcosa finalmente succederà: le gemme mi chiameranno, hanno voglia di crescere, si prenderanno la linfa, come ogni anno, come ogni primavera…per spiccare il volo

e allora mi allungo: prima una, piccola e tenue fogliolina si libera dal suo guscio vellutato: la gemma che l’accudiva, e dopo la prima sanno due, tre foglie, e poi quattro, cinque, e poi ancora le altre e finalmente la primavera e la vita ritorneranno a farmi scoprire il cielo

Il segreto

Assaggiare il vino che esce dal torchio durante la svinatura per me è normale.

Mi serve per decidere quando fermarmi ad estrarre.

Assaggio, gusto, ascolto l’istinto; condivido con chi è presente come in un rituale fino a quando decido che devo fermarmi. A me sembra una cosa non solo normale, ma inevitabile.

Quando lo faccio mi torna in mente che anni fai visitai una piccola chicca nel Chianti Classico, Caparsa, non ricordo se a Radda o Gaiole. Mi mostrò il torchio e mi disse: “questo è il segreto”.

Lì per lì non capii, non avevo ancora una vigna ed un torchio.

Poi andai a Bordeaux, e in particolare a Saint Emillion e a Pomerol. Volevo capire come facevano a fare dei Merlot così buoni. Quando ci andai quando nessuno aveva fiducia in un ingegnere 45enne che voleva produrre ottimi Merlot in bergamasca. Lì imparai molto, per quanto non capii in verità tutto quello che mi dicevano. Capii l’importanza nella cura della vigna e mi venne trasmesso un altro messaggio: “sono le macchine che devono servire la vigna e non viceversa”.

Le due esperienze furono illuminanti soprattutto quella francese dove vignaioli gestori di aziende produttrici di “grand cru” furono molto generosi con quello strano italiano che con un figlio 13enne faceva domande strane.

Anche lì avevano il torchio e vigne fittissime con macchine e uomini che le lavoravano con grande perizia.

Il mio percorso continuò fino ad incontrare tante persone sulla strada, persino quelli che il torchio non l’avevano. “Ma come fai a regolarti con una pressa sulla torchiatura delle vinacce?” “Ho il programma impostato nella pressa: seleziono bianco, rosso, ho varie possibilità.”

Li ho capito quanto la manualità e le macchine possono condizionare quello che facciamo, in questo caso il vino. Non sto dicendo che il vino ottenuto con una pressa sia cattivo, anzi magari è anche molto buono, ma che stiamo perdendo una manualità che ci ha accompagnato per migliaia di anni per una standardizzazione che ha sì regolarizzato, sterilizzato, omogeneizzato i nostri prodotti, ma rischia se non usata bene di fare perdere l’anima a questi prodotti.

Aveva ragione Caparsa.

Fare le cose manualmente è difficile: occorre spiegare, ascoltare, gustare, gustare. Torchiare (lo prendo a simbolo di manualità e artigianalità) è filosofia che vuol dire andare verso cose vere e non verso una asettica perfezione, senza che dicendo questo io voglia fare un elogio all’imperfeziome.

Chi apprezza questa filosofia, oserei dire atavica e disperata, apre gli occhi verso le cose vere, oserei dire verso l’anima delle cose vere, verso il vino che riflette l’umore del vignaiolo che lo ha prodotto o un mobile che ha il segno di un gesto di stizza.

Le cose vere sono complicate, vive, difficili e meravigliose. Come l’amore o come i sentimenti che non seguono per definizione le cose logiche, ma rincorrono i sensi. Non decidi quanto puoi innamorarti, non hai il programma “mi innamoro poco, medio, tanto”.

Un programma è una cosa senza anima dove l’umanità è “no control”, voglia, pentimento, dubbio, certezza.

Un caos.

Quindi torchiate e viva chi si diverte quando fa vino mettendoci le mani!

Sunniva

Sunniva è una bellissima ragazza Norvegese. È venuta a trovarci in vigna a ottobre nel 2019. Aveva trovato la nostra vigna nei meandri del web, attirata dalla nostra storia, dalle storie del nostro vino, o da chissà quali altri impulsi “cosmici” o no… Già al primo contatto via mail traspariva la sua voglia di un’esperienza da noi: il dialogo, seppure via mail e attraverso una lingua non nostra, l’inglese, faceva trasparire questo desiderio.
Il viaggio in Italia era stato organizzato per festeggiare il marito, un gentilissimo Vichingo, e come Vichingo si è presentò lui. Venivano dal centro della Norvegia e, come sempre in occasione della visita di gente nel nostro vigneto, dovemmo superare il reciproco imbarazzo iniziale prima che le convenzioni lasciassero il passo alla condivisione di spirito. Ma il vino poi diede il suo contributo: anche la gente del nord Europa dopo qualche bicchiere supera l’iniziale freddezza e si lascia andare parlando della propria esperienza; la discussione allora andò oltre la vigna, il vino, arrivò a parlare della vita. E così la visita in vigna divenne, come sempre diventa, una meravigliosa palestra umana, dove in nome Sunniva diventa a sua detta Sofia, perché è il nome italiano più simile al suo e si scopre che in fondo non siamo così lontani.
Ad un certo punto un signore che camminava sul sentiero che passa vicino alla vigna vedendo il momento di convivialità della degustazione, chiede di entrare in vigna e di assaggiare il nostro vino: offriamo così una buona occasione a Sunniva e al marito per approfondire una conoscenza che non è ormai più la vigna, il vino, ma è il nostro modo di essere, il nostro di vignaioli perduti nel bosco, il nostro modo di vivere italiano. Sunniva stenta a credere che io e i nuovi visitatori non ci conoscevamo prima. Per ben tre volte mi chiede conferma in inglese del fatto che non conoscessi l’avventore e che fino a pochi minuti prima non ci fossimo mai incontrati.
Abbozzai questo articolo nell’inverno del 2019, quasi tre anni fa, ma è rimasto in bozza. Non sapevo avesse senso scrivere di questo episodio che mi frullava nella testa, ma poi un giorno ricevo un messaggio che mi chiede, era il marzo del 2020, come stavamo nella tempesta virale che ci stava colpendo: Sunniva era sinceramente preoccupata per noi. Quest’anno gli amici di Sunniva sono venuti a trovarci e a portarci i suoi saluti.
Ci sono infiniti legami che superano lo spazio, il tempo e legano gli animi attenti.

I campanilismi di opinione: naturale o no

Andiamo al cuore di un dibattito surreale benché di attualità, un dibattito che vede discutere sui vini e sulla loro vera o presunta naturalità. La semplificazione estrema del dibattito moderno porta a tutti a semplificare il dibattito ed a ragionare per blocchi contrapposti. E’ così che si estremizzano posizioni e opinioni in un contraddittorio che è impostato su fronti così contrapposti che alla fine non ammette uno scambio vero e costruttivo. E’ così in ogni campo: metafisica contro empirismo, guelfi contro ghibellini, comunisti contro capitalisti, no-vax contro la medicina, ucraini contro russi.

Anche nel vino ci sono molti dualismi e molte prese di posizione, certo meno drammatiche di quelle accennate, e soprattutto in campi di battaglia ben più gioviali, ma non per questo meno “accesi”. Peraltro il dibattito ha dei sotto dibattiti interessanti a volte curiosi: “il vino naturale non mi piace perché puzza”, come se tutti i convenzionali fossero ottimi peraltro, sotto dibattiti che generano generalizzazioni assolutamente improponibili.

Ma veniamo al dibattito vero: all’avanguardia “chimico/enologico” del vino in cantina e della vigna convenzionale, che nel frattempo è divenuta una industria, è da qualche anno, complice la passione del verde e del sostenibile che ha inondato ogni dove, che si sente parlare dei vini naturali.

Considerati vini “strani” dai più e comunicati (parlo di comunicazione marketing) in maniera a volte contraddittori (passati a volte come vini del contadino e a volte come vini sperimentali) rappresentano a mio avviso un’avanguardia di nicchia e un interessante fenomeno e tendenza degli ultimi anni. Una tendenza quasi “antropologica”.

La nostra (mia e di mia moglie) generazione è cresciuta talmente addentro nella chimica e nella cultura della scienza che un movimento che si vanta di esaltare la naturalità dei processi limitando al minimo l’azione della tecnologia è già di per sé attraente. In questi ultimi anni poi le vicissitudini pandemiche ben note hanno portato le persone a nuove riflessioni: si scopre il territorio, ci si interroga sul significato delle cose, sul contenuto di quello che troviamo sulla tavola; abbiamo acquisito una competenza e la consapevolezza che recuperare un rapporto diretto con le materie prime e le modalità di elaborarle è condizione necessaria, sebbene non sufficiente, alla ricerca di un benessere psicofisico, quasi “olistico”. E tutto questo dalla gran parte delle persone viene ritenuto importante per il proprio benessere. Ed è da questo punto di vista che i vini naturali attirano curiosità e attenzione.

Ma cosa sono i vini naturali? Una definizione univoca e chiara non c’è. O meglio, non esiste un documento, un disciplinare che fornisce le regole affinché un vino possa avvalersi del titolo “vino naturale”. Ad oggi il “vino naturale” corrisponde a definizioni e requisiti definiti da varie associazioni, organizzazioni le quali danno indicazioni, o meglio danno la loro versione di vino naturale. La Francia, come sempre nel mondo del vino (e per fortuna che c’è la Francia dico io…) è all’avanguardia in questo campo avendo già da tempo un sindacato che promuove un disciplinare che porta ad autorizzare anche dal punto di vista legislativo la dicitura vino naturale (Vin Méthode Nature nel caso francese) in etichetta.

Ma non facciamone una questione di etichetta o di legge: ad oggi tanti produttori in Italia si stanno orientando e appassionando nel cercare di produrre un vino “naturale” indipendentemente dalle questioni di “etichetta” e pertanto al di là di qualsiasi associazione, ente, ideologia cerchiamo di fare chiarezza su quello che noi, noi delle Driadi, intendiamo per vino Naturale.

I princìpi base sono molto chiari:

  • la conduzione biologica prima di tutto, di fatto, meglio se (come nel caso nostro) certificata
  • come conseguenza del primo punto il non utilizzo di diserbanti e di prodotti di sintesi in vigna, senza trascurare lo sforzo per ridurre l’utilizzo di rame e zolfo come protezione al fine di ridurne l’utilizzo ben al si sotto dei limiti del disciplinare bio
  • la vendemmia manuale, come garanzia di selezione e accuratezza nell’utilizzo delle uve
  • la fermentazione fatta unicamente con lieviti indigeni; nel nostro caso non utilizziamo pied de cuve
  • nessun trattamento “enologico”, vale a dire che l’ingrediente del nostro vino è uva
  • assenza di trattamenti su mosti e vino
  • un limitato utilizzo di solfiti (riteniamo di non dovere superare i 25mg/l)
  • il processo produttivo è totalmente seguito in azienda

Va da se che queste regole sono facilmente applicabili per chi, come noi, ha pochi appezzamenti e gestisce quantità di uve e di vino relativamente basse, con un approccio che molto più da artigiano che da industriale del vino. La conseguenza è che ci sono molti produttori di vino naturale piccoli e pochi produttori che invece producono in grande quantità. Ma questo concetto è applicabile in tutti i campi: molto spesso dico che posso avere orologi funzionali e ottimi sia costruiti da robot in grandi quantità sia costruiti artigianalmente con grande perizia e bellezza.

L’ultima affermazione ci reintroduce al concetto di apertura di questo scritto: la lotta talebana di visioni della vita (e del vino) totalmente contrapposti. Speriamo con queste righe di avere chiarito almeno un po’….

Vendemmia 2021

Avvicinandosi l’inverno, passo a passo, siamo arrivati alla nostra settima vendemmia. Sette….sembra ieri quando siamo partiti con questa avventura.

Ma come è andata?

Complessivamente la stagione è stata un’ottima stagione. Alla primavera piovosa con una stagione partita con un paio di settimane di ritardo rispetto all’anno scorso, si è alternato un inizio estate molto asciutto. Con l’avvicinarsi dell’estate sono infine arrivate le piogge che hanno recuperato fino alle piogge settembrine che hanno fatto in modo di recuperare i ritardi di maturazione per arrivare ad un periodo vendemmiale simile a quello dell’anno precedente. La grandine, la nostra più grave nemica, è stata sempre in agguato con danni in ogni caso limitati ad eccezione del vigneto di Villa di Serio.

Quest’anno è stato un anno importante per noi: nuovi vigneti si sono aggiunti e quindi nuovi vini in cantina.

Abbiamo iniziato a fine agosto con il nostro Bronner che abbiamo vinificato, sempre in naturale con fermentazione spontanea. La macerazione è stata un po’ più spinta rispetto all’anno scorso, il risultato sarà probabilmente diverso, stiamo a vedere. La bella notizia è che quest’anno il nostro Tilamore avrà qualche bottiglia in più. Il moscato che dà l’aromaticità caratteristica del Tilamore viene dal vigneto Ronchi di Pontida.

Abbiamo proseguito poi con una nuova esperienza: la vinificazione della vigna didattica del comune di Biassono in Brianza, una raccolta di comunità che ci ha visto protagonisti nella raccolta e assoluti protagonisti nella vinificazione. Il risultato sarà un Pinot nero, il nome è Sgurbatèl, che tornerà a Biassono dove è nato.

La vendemmia successiva è stata fatta a metà settembre nel vigneto Ronchi presso Gaggio a Pontida: un vigneto superstite del passato glorioso dell’enologia della nostra zona: in vigneto di varietà mista e a settembre abbiamo raccolto i rossi che abbiamo vinificato in rosa per la seconda vera sorpresa: un rifermentato rosé che segnerà il nostro esordio nel mondo delle bolle. Anche in questo caso fermentazione spontanea.

La vendemmia dei rossi è iniziata a fine settembre con il Cabernet Franc raccolto alla Secchia di Palazzago e con la porzione del vigneto Ronchi di Pontida: per il Cabernet Franc siamo alla seconda annata, a breve sarà sul mercato la prima annata. Il piccolo CRU del vigneto Ronchi è invece un ottimo rosso dai primi assaggi, inizierà un suo affinamento per valutarne le potenzialità.

Ultma vendemmia, conclusa con una bella festa, in nostro Merlot, che anche quest’anno ci ha premiato con una discreta quantità e un’ottima qualità. Speriamo che anche Driade Felice e Alto Della Poiana 2021 saranno degni dei loro predecessori.

A presto

Occorre essere all’altezza

Vero: ad ogni vigneto la sua altezza. Ecco quindi le quote sul livello del mare dei nostri vigneti.

Seguirà una rassegna fotografica periodica a presentare ogni vigneto; la famiglia dei vigneti si sta ampliando, ed è ora di fare il punto.

Vigneto Merlot
Località Driadi (Palazzago)
Forma di allevamento: Cordone Speronato
Sesto impianto: Rittochino
Quota slm: 400-440m
Superfici: 1ha
Anno impianto: 2002
Anno presa in gestione: 2014
Certificazione: Bio dal vendemmia 2019
Vini prodotti: Driade Felice, Alto della Poiana

Vigneto Bronner
Località Driadi (Palazzago)
Forma di allevamento: Guyot
Sesto impianto: Terrazzato
Quota slm: 425-435m
Superficie: 0,14ha
Anno impianto: 2019
Anno presa in gestione: 2019
Certificazione: Bio
Vini prodotti: Tilamòre

Vigneto Marzemino
Località Belvedere (Palazzago)
Forma di allevamento: Guyot
Sesto impianto: Rittochino
Quota slm: 310-335m
Superficie: 0,56ha
Anno impianto: 2019
Anno presa in gestione: 2019
Certificazione: Bio
Vini prodotti: da vendemmia 2021

Vigneto Cabernet Franc
Località Secchia (Palazzago)
Forma di allevamento: Guyot
Sesto impianto: Terrazzato
Quota slm: 360-400m
Superficie: 0,37ha
Anno di impianto: 2010
Anno presa in gestione: 2019
Certificazione: In conversione bio dal 2020, bio da vendemmia 2023
Vini prodotti: da vendemmia 2020

Vigneto Merlot, Moscato Giallo, Moscato Di Scanzo, Cabernet
Località Pomarolo (Villa di Serio)
Forma di allevamento: Guyot
Sesto impianto: Rittochino
Quota slm: 420-450m
Superficie: 0,3ha
Anno di impianto: 1970
Anno presa in gestione: 2020
Certificazione: In conversione bio dal 2021, bio da vendemmia 2024
Vini prodotti: da vendemmia 2021

Vigneto Merlot, Cabernet, Moscato Giallo
Località Ronco (Pontida)
Forma di allevamento: Guyot
Sesto impianto: Terrazzato
Quota slm: 420-440m
Superficie: 0,27ha
Anno di impianto: 1980
Anno presa in gestione: 2021
Certificazione: In conversione bio dal 2021, bio da vendemmia 2025
Vini prodotti: da vendemmia 2021

Naturale?

In questi giorni sto scacchiando…la parola in bergamasco, come mi insegnano i miei vicini è “sniolà”. Per una volta l’italiano è più duro e meno poetico, è piuttosto onomatopeico per il rumore caratteristico dei germogli quando li taglio e li selezioni. Ma è naturale quello che faccio? No, non è naturale selezionare i germogli, questa è la “scacchiatura”, come non è naturale potare, reggimentare la vigna, tagliare l’erba. Ma allora come mai qualcuno parla di vino naturale?

Innanzitutto occorre chiarire il concetto di naturalità che per noi. Per noi vino naturale significa un vino proveniente da uve e vinificato riducendo al minimo interventi esterni che non siano la mano dell’uomo. Il minimo di zolfo e rame in vigna, una gestione del verde rispettosa, attenta a salvaguardare la vite, pur sfogliandola e addomesticandola per salvaguardare o garantire la qualità dell’uva; una gestione attenta dell’inerbimento per garantire la massima biodiversità e il completo compimento delle fasi vegetative delle essenze erbacee, senza mettere a repentaglio la vite da una parte, con tagli tardivi, o le api, con tagli continui e irrispettosi.

La naturalità è la pesantezza del gesto, il gesto è umano e va a controllare la natura. Un gesto che va a orientare la vite nel suo processo primario: quello di dare frutti.

E il vino? Una vinificazione minimale, attenta a valorizzare il “mondo vigneto” (terroir è una orribile parola), che privilegia lieviti indigeni, un minimo di solforosa, nessuna forzatura, partendo da una selezione attenta delle uve e da una parcellizzazione consapevole del vigneto, mirata a definire particelle omogenee e coerenti con l’obiettivo puntato sul vino da realizzare. Naturale nell’approccio anche se la naturalità potrebbe essere definita meglio come artigianalità non invasiva. E, come dicevo, e scusate il giro di parole, per noi è stato naturale fare così. Non siamo capaci di pensare nemmeno lontanamente a un diserbo, non vogliamo sentire parlare di pratiche enologiche che facilitano, aiutino, addomestichino…pur non riuscendo a fare a meno di mezzi e strumenti assolutamente artificiali, pompe, taniche, botti…

Qualcuno vede nel nostro modo di fare un lato di masochismo molto accentuato. Devo dire che un po’ sconcerta anche certi enologhi, quasi indispettiti nel non dovere (o potere) intervenire (fortunatamente non tutti); è un po’ come quel medico che, pur avendoti visitato e non avendoti trovato nulla di anomalo si sente comunque in dovere di prescrivere una ricetta perché altrimenti si sente di non essersi guadagnato la giornata.

Ma la soddisfazione più grossa è accompagnare passo passo la vigna e il vino: seguire i germogli, proteggerli e vederli crescere, assaggiare spillando dalle botti qualche millilitro di vino seguendolo nella sua evoluzione, cercando di prevederla, quasi a cercare di leggere il futuro nella rossa vitrea sfera del bicchiere.

Ma allora perché devo spiegare i motivi di una scelta, per tanti così estrema di un vino naturale? No, non devo spiegare nulla, saranno gli altri a dirmi perché cercano cose diverse.

A che punto siamo?

Siamo partiti nel 2014 dalla vigna di Capietaglio che veniva detta in zona della suora perché anni prima lì ci viveva una suora eremita. La vigna di merlot era abbandonata, il bosco la stava riconquistando, il terreno era un roveto e a volte pensavo di avere preso un rettilario per quante bisce vedevo strisciare tra i rovi.

Il merlot non era messo benissimo, fallanze, potature non fatte, e l’opera di ricostruzione ha portato alla prima vendemmia “vera” del 2016 che fruttò il primo “Driade Felice” e il primo “Alto della poiana”.

Un ettaro che segnò l’inizio.

Come siamo messi adesso a vigneti?

Capietaglio:

Vigna a Merlot, impianto 2002. 380-440mslm. Cordone speronato in parte riconvertita (guyot, alberello). Produzione di Alto della Poiana e Driade Felice

Vigna a Bronner, Impianto 2019. 410-430mslm. Alberello.
Produzione di Tilamòre

Belvedere:

Vigna a Marzemino, Impianto 2019. 310mslm. Guyot. Inizio produzione 2021. Produzione di Marzemino d’annata per un vino fresco e fruttato. Da valutare dopo la vinificazione.

Vigna a Malvasia, Impianto 2021. 310mslm. Inizio produzione stimata 2023. Produzione di Malvasia per Tilamòre

Secchia:

Vigna a Cabernet Franc, Impianto 2010 (stima). Guyot. Conduzione nostra dal 2020. Prima vendemmia 2020 per un vino che sarà pronto probabilmente nel 2022-
Produzione di Cabernet d’annata affinato in barriques di castagno.

Poi due novità 2021:

Pomarolo

Vigna mista a Merlot, Cabernet, Moscato Giallo, Moscato di Scanzo con l’aggiunta di altre varietà. Guyot (riconvertito da pergola). Conduzione nostra dal 2021.
Produzione da valutare dopo la vinificazione. Nelle intenzioni i vitigni rossi saranno valorizzati per un vino di vigna, mentre il moscato giallo sarà valutato per il Tilamòre

Ronchi:

Vigna mista a Merlot, Cabernet, Moscato Giallo. Guyot. Conduzione nostra dal 2021.
Produzione da valutare dopo la vinificazione. Nelle intenzioni i vitigni rossi saranno valorizzati per un vino di vigna, mentre il moscato giallo sarà valutato per il Tilamòre

La Palazzago agricola del 1929

Il profondo radicamento agricolo dell’Italia e della Lombardia è cosa nota a tutti. Più difficile avere evidenza oggettiva di questa tradizione grazie al recupero di dati statistici storici.

Un interessante documento però ci fornisce una bellissima fotografia dell’Italia agricola nel 1929 con una analisi molto dettagliata di dati: è il “Catasto Agrario” del 1929 elaborato dall’Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia che ci permette di approfondire questi dati.

Il documento fornisce interessantissimi dettagli relativi alla produzione agricola di quasi tutti i comuni del regno con una bellissima pagina dedicata a Palazzago presente nella categoria della Zona Agraria V, Colline Bergamasche.

Mi piace riportare qui l’analisi che ho fatto approfondendo i dati relativi al comune di Palazzago.

POPOLAZIONE AGRICOLA

Innanzitutto la popolazione di Palazzago nel 1929 è di 2.476 persone (oggi sono 4.458), il che ne faceva un paese abbastanza popoloso nel 1929. Le famiglie dedicate all’agricoltura erano 242 e contavano 1.618 persone il che ci fa capire che nel 1929 più del 65% delle persone dipendevano dalle attività del mondo agricolo.

La statistica non divide tra componenti del nucleo famigliare attivi e famigliari non lavoratori (anziani e bambini), ma riporta solo il numero totale dei componenti. In definitiva le famiglie di agricoltori avevano un numero di componenti medio di 6,6; tutto questo è coerente ai nostri ricordi e alle nostre esperienze di famiglie di nonni e di bisnonni che erano numerose ben più delle famiglie attuali.

Ma gli agricoltori come esercitavano il loro mestiere? La maggior parte erano una figura professionale che oggi definiremmo “Coltivatori Diretti” che nel 1929 erano definiti “Conducono Terreni propri”. Si trattava di 147 famiglie su 242, un gran numero di famiglie nel 1929 viveva pertanto gestendo in proprio i terreni di famiglie. 93 famiglie erano famiglie di Coloni mentre solo 2 le famiglie di addetti all’agricoltura come lavoratori giornalieri.

LA COMPOSIZIONE DELLE AZIENDE AGRICOLE

Interessante anche approfondire la composizione delle aziende agricole: a Palazzago esistevano ben 319 aziende agricole che gestivano 1.103 ettari di terreno. La proprietà era molto spezzettata. Ben 177 aziende gestivano 178 ettari il che significa che il 55% di aziende agricole gestiva il 16% delle superfici agricole, testimonianza di una estrema frammentazione della proprietà e di una taglia aziendale minuscola, probabilmente uno dei fattori importanti nel disgregarsi della attività agricola avvenuto dopo il secondo dopoguerra quando con
l’avvento della meccanizzazione le aziende piccole hanno fatto fatica a sopravvivere.

In generale la dimensione media delle aziende era di quasi 3,5 ettari, una dimensione minuscola valutata con i parametri odierni di dimensioni delle aziende agricole. Per un paragone con il censimento agricolo del 2010 mediamente una azienda agricola lombarda gestisce 18 ettari.
Una sola “grande” azienda conduceva più di 20 ettari (in particolare 28) mentre le aziende con più di 10 ettari erano 14 con una dimensione media di 12,7 ettari.

LA ZOOTECNIA A PALAZZAGO

L’allevamento a Palazzago vedeva assolutamente preponderante l’allevamento dei bovini. Al censimento risultano 507 bovini, 53 suini e 46 ovini.

Interessante trovare il dettaglio delle tipologie di bovini che sono 122 vitelli o vitelle (sotto l’anno), 35 tra manze, manzette e giovenche, 322 vacche, 24 manzi e buoi, 4 torelli e tori.

LE COLTIVAZIONI AGRICOLE A PALAZZAGO

La parte legata alla coltivazione vede un’altra classificazione interessante degli ettari coltivati: innanzitutto vediamo come è suddiviso il territorio di Palazzago.

La superficie territoriale era (ed è) di 1.398 ettari. 51 sono gli ettari di superficie improduttiva che pertanto riduce l’area “agraria e forestale” a 1.347 ettari così suddivisi: 320 ettari di seminativi, 18 ettari di prati permanenti, 175 ettari di pascolo (presumibilmente la parte di pascolo relative alle pendici del Linzone con i monti Placca e Spino), 196 sono gli ettari dedicato alle “colture legnose specializzate” (viticoltura, frutta), 498 gli ettari di bosco (compresi i castagneti da frutto) e 140 i terreni “incolti produttivi”. Anche in questo caso la figura può rendere visivamente l’idea della composizione del territorio. Va notato comunque che ben il 37% del territorio era impiegato per una coltura specializzata, il che conferma una vocazione agricola di tutto rispetto, pari alla superficie coperta da boschi.

SEMINATIVI COLTIVATI A PALAZZAGO

Passiamo ora ai seminativi: 320 ettari erano equamente divisi essenzialmente in due coltivazioni: frumento (100% grano tenero) e granoturco. La suddivisione era perfettamente al 50% tra uno a l’altro con una resa media riportata di 20 quintali per ettaro per il frumento e 28 quintali per ettari per il granoturco.

COLTIVAZIONI LEGNOSE A PALAZZAGO

Le coltivazioni legnose a Palazzago erano invece dominate dalla vite: Palazzago era una delle località della bergamasca a maggiore vocazione vinicola. 148 erano gli ettari di coltura di vite specializzata (con una densità media di 8.000 piante ad ettaro e coltura prevalente a Guyot) cui di aggiungevano 77 ettari ci vite a coltura promiscua (con una densità di impianto di 1.500 piante ad ettaro). La produttività media di uva nelle superfici specializzate era di 59,9 quintali per ettaro. Da segnalare nelle coltivazioni promiscue 307 ettari con presenza di Gelsi con una densità di 150 gelsi a ettaro, un’altra rilevanza del nostro territorio.

Ultima nota: i boschi davano evidenza nel censimento di una produzione di 700 quintali di castagne.

I dati sono molto interessanti e sarebbe interessante confrontarli con i dati attuali di cui però è difficile trovare traccia.

Per qualsiasi informazione a approfondimento sul tema chiamatemi pure (Luciano 3924478942) o contattatemi via mail agricolaledriadi@gmail.com

Sold out


L’annata 2017 è stata la più importante. L’annata del nostro vino più fruttato. L’annata della conversione netta verso il naturale. La resa non fu altissima, colpa di un attacco di oidio e dell’ineseprienza nei trattamenti. Tanto tempo è passato da allora e le ultime bottiglie del Driade Felice 2017 adesso sono destinate alla nostra cantina. Non ne abbiamo quasi più e le rimanenti le terremo per eventi speciali e per verificare, di tempo in tempo, la longevità del nostro vino. Non ne vendiamo più…
Rimarrà l’infinito affetto che mi lega a questa annata: la soddisfazione e la sorpresa del vedere il nostro vino apprezzato, nel vedere che sorprendeva appassionati esperti e neofiti, in fondo era la nostra seconda annata….rimarrà la voglia di berlo, di gustarlo estate e inverno apprezzandone la freschezza e quel tocco di speziato, il suo piccolo segreto che qui svelo: quella barrique del 2016 che decidemmo di aggiungere all’ultimo momento, per dargli quel briciolo di carattere in più, quella piccola intuizione che a volte fa diventare il caso protagonista di una storia felice, felice come il suo nome…Driade felice.
Da allora sembra passato tanto tempo, ma in fondo era ieri.
Oggi abbiamo Driade Felice, Alto della Poiana, Folèt, la nostra acquavite di grappa, e avremo il nostro vino bianco (l’etichetta è uno schianto….) e un Cabernet franc tutto da scoprire…
Ma non è finita. Speriamo che quest’anno il marzemino produca i suoi primi frutti e non vediamo l’ora di finalizzare e ufficializzare le ultime novità.

29 agosto 2017 il Merlot che sarà Driade Felice 2017