Vino Naturale: Un Viaggio di Scoperta Sensoriale

Nell’approccio alle degustazioni, spesso noto che risulta difficile inquadrare i nostri vini nei canoni degli insegnamenti. Le regole della moderna “sommelierie” creano a volte del disagio nell’affrontare un vino naturale. Talvolta le persone tendono a ricercare lo stesso vino ovunque. Spesso, quando assaggiamo un vino, ci concentriamo sulle sue caratteristiche e su quanto è lontano dal nostro ideale di vino. Se assaggiamo un Pinot ad esempio, ci concentriamo più su quanto è vicino allo standard che abbiamo in mente. Ci preoccupiamo per assurdo meno del gusto del vino stesso.

Perché? Perché è rassicurante. “Non preoccupatevi, tutto è sotto controllo”, hai bevuto quello che ti aspettavi e che è codificato. Questo atteggiamento, legato ai vini che ne cavalcano l’approccio, porta a una uniformazione dei vini, uniformazione dei gusti.

Ci sono tantissimi vini. Semplificare il tutto a elementi facilmente classificabili riesce a creare una zona di confort per il consumatore. Lo vedo spesso anche nelle domande: “quanti giorni di macerazione”, “quanti mesi di botte”. Dare una risposta che trasmette l’idea di un protocollo definito a priori sembra quello che l’amatore del vino desidera. Un protocollo stabilito è proprio ciò che si aspetta. Un approccio che invece valuta e decide di volta in volta non è quello che immaginano.

Ma con questo approccio, alla fine si rischia di avere un vino. È sempre lo stesso vino. Un gusto che si ripete all’infinito. E questa è la morte.

La vita nel vino è un’altra cosa: è diversità, è varietà, è pluralità. La vita è il piacere dei sensi e dello spirito. La vita è il piacere di scegliere secondo l’umore, la voglia e le circostanze. La vita è l’attaccamento al patrimonio culturale, alla memoria. La vita è delle radici, delle origini. La vita è la difesa del naturale contro l’artificiale. La vita è diventare adulti. Capire che il vino è una sostanza viva e mutevole. Comprendere che la vita non ha prezzo. La vita è capire che il piacere non è un prodotto che si compra. La vita è un atto di rispetto: rispetto dell’uva, rispetto del territorio, rispetto dell’uomo e del suo ambiente.

E in questo atto di rispetto, si definisce e si trova un’anima: l’anima del vino come dell’uomo.

Il vino nasce dalla vita. Deriva dagli scambi tra l’anima e il corpo. È il frutto della mediazione tra stagione e terroir. Ha ed è una singolarità propria. È il vino che nasce tra la Terra e il Cielo. In questo è unico.

Di questa nascita è testimone e traghettatore il viticoltore.

Il viticoltore sperimenta e sviluppa principi legati alle proprie convinzioni. Egli favorisce lo slancio vitale piuttosto che l’approccio preformattato verso il quale ognuno può essere tentato di scivolare. Sviluppa la propria filosofia di vino spesso con purezza e autenticità.

La convinzione che sta dietro a un viticoltore naturale è coraggiosa. Lui è sicuro e convinto. Se i consumatori assaggiano questi vini, non vorranno più gli altri.

Di fatto, questo modo di concepire il vino è semplicemente libertà di espressione. Questa libertà reinventa le regole e le abitudini. Tuttavia, il lavoro del vignaiolo è solo fare diventare il vino ciò che è. Il suo compito è accompagnare il vino in divenire.

Ascoltare la propria vite significa sapersi ascoltare per fare un vino che piace, che ti piace.

È la ricerca di un’armonia, di un equilibrio, di un momento effimero.

Nello stesso tempo, solitamente, il vignaiolo si mette permanentemente in discussione. Cerca di interpretare il loro grande paradosso. Deve cercare la singolarità nei gesti più semplici. Fa questo cercando di agire senza forzare. D’altra parte la vite è ciò che è, dove si trova.

I vini naturali secondo noi hanno un’anima, ed è l’anima della natura.

Tutto ciò come si traduce nel bicchiere? Ciò arriva al cuore dei motivi che mi hanno portato a fare vino naturale. Quando si bevono questi vini naturali, soprattutto all’inizio, si è sorpresi dal loro lato mutevole. Può anche essere addirittura instabile. Spesso ciò che si muove, disturba, disturba, infastidisce. Alla fine il vino naturale ti rimane addosso, sai che è diverso, sai che è unico.

L’aspetto di “vino cambiante” che mi ha sempre affascinato e interessato.

La mutevolezza di un vino naturale, peraltro, non cambia sempre allo stesso modo. I vini cambiano e si muovono. Passano e ripassano attraverso stati individuabili.

Se i vini convenzionali, frutto di un approccio tecnologico, si evolvono in modo lineare e standardizzato: giovinezza, maturità e declino, non è affatto lo stesso con i vini naturali

Elementi viventi e complessi, seguono un’evoluzione dinamica e circolare più o meno rapida a seconda del suo modo di elaborazione. Il processo è veloce con i vini di macerazione carbonica e più lento per gli altri. Quando il vino è fatto naturalmente con rese basse e lunghe fermentazioni, il processo dinamico diventa più lento. Inoltre, il vino assume un suo carattere e personalità.

Questo approccio permette di scoprire la complessità del vino naturale. La sua dinamica circolare gli offre una flessibilità per accompagnare tutti i piatti.

Bianco, rosato o rosso, il vino naturale gira e gioca con le consistenze, le acidità o le spezie.

Oltretutto di fatto il vino naturale fa saltare le codificazioni borghesi in materia di abbinamenti cibo – vino.

Peraltro spesso bevendo un vino naturale, la tavola diventa divertente e conviviale. Le opinioni e le osservazioni degli uni e degli altri sono in relazione alle sensazioni percepite. Ciascuno condivide i propri punti di vista senza più dettami, ma con diverse e varie prospettive.

L’assenza di prodotti chimici rende il vino molto digeribile. A volte anche l’assenza di zolfo, questo portatore di mal di testa, contribuisce alla sua digeribilità.

Per gli ospiti, il vino naturale è perfetto. Non crea disaccordi perché si adatta con tatto a qualunque menu proposto.

Bianco, rosato o rosso, il giro può iniziare! Salute a tutti!

Accompagnare l’uva: il segreto del buon vino

Alle Driadi, l’uva è il bambino re. La vite è la regina madre. Il viticoltore è un pastore. Il suo compito è accompagnare.

Come interpretiamo questo approccio in questa ottica?

Da parte nostra abbiamo sempre cercato di conciliare la nostra vita con la nostra filosofia e allo stesso tempo cerchiamo di integrare il nostro lavoro nel rispetto della natura. Questo è l’obiettivo personale che ci siamo proposti. Amiamo infatti la natura. Anche se può essere capricciosa, è a volte crudele, alla fine ci soddisfa sempre e spesso si dimostra generosa.

In questa ottica la nostra azione è fatta di gesti semplici. Raccogliamo l’uva a mano per proteggerla e la mettiamo nelle nostre cassette, la schiacciamo per creare il mosto e ne seguiamo attentamente la fermentazione lasciamdo lavorare i lieviti indigeni. La seguiamo nel riposo. Nella misura in cui l’uva è sana non usiamo S02, solo uva.

Questo processo ci obbliga ad essere accompagnatori e non trasformatori.

Il trasformatore è un uomo di conoscenza. Utilizza strumenti e prodotti che canalizzeranno l’uva e il vino. Ha un obiettivo ben preciso che si è prefissato. Se l’uomo ha talento, elaborerà un prodotto a sua immagine. Potrà dimostrare la sua capacità di comprendere i fenomeni. Si approprierà di loro e quindi sarà onorato con il risultato che attende.

L’accompagnatore corre molti rischi. È necessario che sappia, che abbia conoscenze, la allo stesso tempo, non deve esserne prigioniero. Ha un obiettivo di lavoro, ma deve accettare e essere in grado di adattarsi. Deve modellare quell’obiettivo in base alle circostanze in modo che l’uva possa dare il meglio di sé.

L’accompagnatore avrà bisogno di esperienza. Gli servirà molta intuizione. È necessaria anche una buona dose di serenità e una capacità di accettazione di quello che la natura fa. Il viticoltore deve infatti adeguare le sue aspettative all’uva che la pianta produce e alla sua capacità della pianta di produrre. La vite è in grado di inviarci un messaggio chiaro con il suo comportamento. Questo messaggio risponde alla nostra richiesta. Esso si manifesta nella chioma, nella postura e nel gusto che esprime. Il viticoltore deve leggere e interpretare tali segnali. Se riesce in questo accompagnamento, in questa intima relazione, c’è un bilancio tra fare e non fare. C’è anche un bilancio tra conoscenze intime e relazionali. Allora il prodotto, il vino, è un prodotto naturale.

Nel naturale, c’è natura. La dimensione della natura è immensa rispetto alla dimensione umana che interagisce in nella sua azione. Una azione è una relazione che alla fine la magia nella bocca dell’uomo.

La chiave è lì. Mettiamo questa dimensione della natura nel bicchiere. Allora abbiamo il sorriso. L’umore è leggero e porta solo cose buone.

Il Paradosso del Vignaiolo Naturale

Coltivare una vigna, averne cura, raccoglierne i frutti, assecondarne la fermentazione, produrre un vino naturale, significa assecondare grandi dinamiche chimiche. È questo il paradosso del lavoro del vignaiolo naturale. Un paradosso: il paradosso di un vino naturale che si basa su reazioni chimiche.

Una consapevolezza: ogni forma di vita è chimica, ogni reazione biologica, ogni processo vitale ha una base chimica. La fame, la sete, i sentimenti, l’amore, ma anche i profumi, il sapore, forse anche la sete o la fame sono effetti impulsi frutto di una interazione di molecole in una reazione chimica.

Queste considerazioni non turbano e non toccano l’emozione che si genera annusando un vino, assaggiando un chicco di uva prima della vendemmia, osservando il primo germoglio primaverile.

In ogni caso il tutto dipende da piccole grandi reazioni chimiche che peraltro in gran parte hanno come protagonista il carbonio, lo stesso elemento che potrebbe è (forse) una delle minacce per il futuro della nostra specie.

Pertanto occorre sempre avere bene in mente la consapevolezza che ogni gesto che compiamo in vigna e in cantina si basa su un’interazione di processi naturali chimico-fisico-biologico che non dipendono assolutamente da noi e che non possiamo determinare. Sono processi che esistono da sempre a prescindere da noi e che, probabilmente, esisteranno per sempre. Fermentazione, fotosintesi, e tutto quello che avviene tra il germoglio e il vino non è opera nostra.

Come si può non innamorarsi di tutto ciò.

Con il nostro lavoro di vignaioli non facciamo altro che accompagnare queste dinamiche, vigilandone il percorso valutandone nel tempo gli esiti nella speranza che quella complessa interazione chimico fisico biologica possa portare al risultato sperato.

Senza forzare, senza alterare, e soprattutto rispettandone l’equilibrio naturale.

È un gesto che unisce rispetto, cura, collaborazione e tutela, un atto di consapevole armonia con la natura.

Val Pontida: un terroir unico che parla attraverso i suoi vini

La Val Pontida, incastonata tra le colline della Lombardia, è un territorio ricco di fascino e potenziale vitivinicolo. Il suo terroir unico, modellato da un suolo complesso e da un clima caratteristico, regala vini che rappresentano l’essenza di questa terra.

Il suolo: l’eredità del flysch di Pontida

Uno degli elementi distintivi della Val Pontida è il suo suolo calcareo-argilloso, arricchito dalla presenza del flysch di Pontida. Questa particolare formazione geologica stratificata, composta da marne e arenarie, rappresenta una risorsa inestimabile per i viticoltori:

• Le componenti calcaree garantiscono un drenaggio eccellente, evitando il ristagno d’acqua.

• L’argilla trattiene l’umidità necessaria per sostenere le viti nei periodi più aridi.

• I minerali presenti nel flysch conferiscono ai vini una nota di mineralità unica, che li rende immediatamente riconoscibili.

Questo suolo complesso favorisce la crescita di viti robuste, capaci di produrre uve di grande qualità, in grado di esprimere al meglio il carattere del territorio.

Il clima: l’influenza del massiccio del Linzone

Il massiccio del Linzone, che si erge a nord della valle, gioca un ruolo fondamentale nel definire il microclima della zona. Le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, tipiche di questa area, hanno effetti benefici sulla qualità delle uve:

• I composti aromatici si sviluppano in modo più intenso, regalando ai vini profumi eleganti e complessi.

• L’acidità naturale dell’uva viene preservata, contribuendo alla freschezza e alla longevità dei vini.

• La maturazione avviene lentamente e in modo uniforme, garantendo un equilibrio perfetto tra zuccheri, acidità e polifenoli.

Questo clima equilibrato permette di ottenere vini che combinano freschezza, struttura e profondità aromatica.

I vini della Val Pontida: il riflesso di un terroir straordinario

Grazie alla sinergia tra suolo e clima, i vini della Val Pontida si distinguono per caratteristiche che li rendono unici:

• Eleganza e mineralità: una firma inconfondibile dei terreni ricchi di flysch.

• Freschezza e aromaticità: esaltate dalle forti escursioni termiche.

• Struttura e longevità: merito di un terroir che favorisce uve di grande equilibrio e complessità.

Un futuro da valorizzare

La Val Pontida rappresenta un territorio che ha ancora molto da raccontare. Conoscere e valorizzare il suo terroir significa non solo produrre vini di eccellenza, ma anche tramandare una storia fatta di natura, tradizione e innovazione. Ogni bottiglia diventa così ambasciatrice di una terra che sa coniugare sapientemente semplicità e complessità, radici e visione.

La Magia del Vino: Semplicità e Complessità

Fare vino è un processo che, nella sua essenza, è semplice, oserei dire che è facile fare vino: l’uva cresce, si raccoglie, fermenta, e si trasforma in vino. È un ciclo naturale che accompagna l’umanità da millenni. Eppure, dietro ogni bicchiere di vino si cela un mondo di complessità, decisioni e sfumature che rendono ogni vino unico, in una complessità che riesce a declinare complessità e unicità.

La semplicità del processo

A livello base, fare vino segue un principio naturale: l’uva, quando lasciata a fermentare, si trasforma spontaneamente in vino grazie ai lieviti che trasformano gli zuccheri in alcol. Questo processo è stato scoperto e affinato dagli esseri umani nel corso dei secoli, e questo principio è immutato. È questa la semplicità naturale che rende il vino così affascinante e accessibile: con l’uva, la giusta cura e un po’ di pazienza, chiunque potrebbe teoricamente produrre vino.

Eppure ogni vino è risultato di scelte, dinamiche e contesti che arrivano ad esprimere sempre qualcosa di esclusivo, che è il risultato della complessità dei dettagli che in un processo semplice lo rendono comunque diverso.

La complessità inizia dal vigneto:

Il terroir: la combinazione tra terreno, esposizione al sole, clima, e biodiversità attorno alle vigne influenzano profondamente il carattere del vino. Ogni decisione, dalla potatura alla gestione del suolo, contribuisce a definire l’identità del prodotto.

La vendemmia: decidere quando raccogliere l’uva richiede una profonda conoscenza del proprio vigneto che si può basare sull’esperienza del vignaiolo o su dati oggettivi in un contesto in cui anche un solo giorno di ritardo, una pioggia in più, una temperatura diversa possono portare a risultati diversi generando un diverso equilibrio tra zuccheri, acidità e aromi.

La vinificazione: la fermentazione spontanea è la prima scelta identitaria che abbiamo fatto per tutti i nostri vini, ma è possibile influenzare la vinificazione anche controllando la temperatura, la durata della macerazione, variando alla scelta dei contenitori (acciaio, legno, anfora, resina, cemento): ogni scelta è un bivio che determina il profilo finale del vino.

Il tempo: l’affinamento è un dialogo tra il vino e il tempo e il produttore che sceglie quando secondo lui il vino ha raggiunto la sua espressione più rappresentativa.

Il vignaiolo che mette un pezzo di sé nel vino, la sua esperienza, i suoi studi, le sue intuizioni legandolo al rapporto intimo con la natura e il proprio territorio.

Il paradosso del vino

Il vino è quindi semplice da fare ma complesso da perfezionare.

Ogni scelta può esaltare o deprimere tanto lavoro, ma è proprio questa complessità che lo rende unico. Alla fine un vino è il risultato di un’intenzione, di un legame con la terra e di un’abilità affinata nel tempo.

Alla fine, fare vino è come raccontare una storia: chiunque può farlo, ma solo pochi riescono a renderla memorabile raccontandone l’intensità rendendone la complessità.

Monologhi della vigna: dicembre

Parla la vigna

ci siamo… 

sembra ieri, ma è passato un anno, un anno della nuova stagione, un anno dal germoglio, un anno per arrivare al frutto, al seme, un anno di tanti, un anno di una vita, una vita di tanti anni, un anno degli anni di lungo, lungo viaggio

eh, sì, perché non si viaggia solo camminando; il tempo ti scorre addosso anche se in verità sto ferma salda alle mie radici; puoi fare scorrere le vita anche se non ti muovi di un passo; già perché non sono io che si muove nella vigna, io sono la vigna, io sono la vite, io sono la mia vita e la vita scorre, nell’aria, nel suolo

le giornate adesso sono corte e ogni giorno che passa la fatica si sente, le forze mi mancano e le mie foglie non riescono più a raccogliere il sole; devo decidere, quanto resistere, quanto curare il frutto che ho in grembo, per lasciarlo andare: inizierà la sua nuova vita, il suo nuovo ciclo ed io esausta aspetterò l’inverno, spoglia delle mie ambizioni, in attesa del mio nuovo ciclo

Monologhi della vigna: il vino

ogni vino alla è fine unico

dalla mente arrivano i ricordi di quelle frasi che ogni tanto ti rimangono impigliate nel cervello…“il vino (il vino di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) può paragonarsi soltanto a un essere umano e vivente, immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso. Esigere un vino “stabile” è la più grande sciocchezza che un bevitore di vino possa commettere.” solo dopo molti anni ho capito cosa voleva dire (Mario Soldati)

il vino “comincia sempre con il rifiutarsi, con garbo e villania secondo il temperamento, e si concede solo a chi aspira alla sua anima oltre che al corpo. Apparterrà a colui che lo sa scoprire con delicatezza” aveva capito tutto (Luigi Veronelli)

E’ vero; il vino è corpo, ma è anche anima: il vino è amore del corpo e dell’anima.

non so se esiste qualcosa dove la relazione tra uomo, vite, terreno, tempo, possa produrre una intimità di tale potenza: l’uomo ha dominato il mondo, solcato i mari, scalato le montagne, ma solo chiedendo alla pianta di legarsi al terreno, aggiungendo la propria passione e la propria pazienza e la propria competenza è riuscito a ricavarne qualcosa di unico, per sé, per gli altri: qualcosa che è il più intimo legame tra me, uomo, la terra dove coltivo, la vigna, la stagione, il tempo

vorrei che tutti capissero e imparassero, ogni volta che sorseggiano un bicchiere a sollevarlo verso il cielo, a guardarlo nel profondo: si può ammirarne il colore, la densità, si può annusare, respirando a pieni polmoni pensando alla terra che lo ha generato, lo si può assaporare con calma ad occhi chiusi, e godervi il sorso che lentamente vi avvolge

ma soprattutto bevete alla salute di tutti quelli che hanno portato vita, sudore e passione in quel bicchiere; pensate alla stagione, alla vite, al terreno; pensate al vignaiolo che con costanza e pazienza, ha lavorato mesi e mesi per portare il vino nel vostro bicchiere, camminando e curando la sua vigna, mirando e curando le sue botti

lui sa la passione che ci ha messo, e lui sa come ha trovato il modo di arrivare alla fine del cammino per fare il vino della sua annata, della sua vigna, che per buono e cattivo che sia se è frutto di passione e amore.

Monologhi della vigna: autunno

adesso riposo, l’uomo ha raccolto i miei frutti ed io insieme al mondo mi godrò l’arrivo dell’inverno, attraversando senza troppo tribolare l’autunno dei colori

aspetto il gelo e allora inizierà il sonno della mia lunga giornata, una giornata di una vita, una giornata lunga un anno

ora mi prendo il vezzo di pennellare i miei filari, lascio che la vita si concentri nelle radici e coloro le mie foglie delle tonalità più calde che, per portare all’occhio del mondo meraviglia: il giallo più vivo, l’arancione tenue, le infinite sfumature del rosso: colorerò il mondo e sarà l’ultima di questa stagione, l’ultimo travestimento, l’ultima festa prima di abbandonarmi al sonno della mia notte invernale

ora rispetto le mie gemme e aspetto la mia prossima primavera, il mio uomo è contento e si rifugerà nella sua cantina: produrrà il vino, e la sua vita e la sua felicità saranno un altra stagione: la stagione del vino;

io aspetterò la neve e godrò di quell’acqua che lentamente avvolgerà le radici, che lentamente affonderà nelle viscere della terra, abbracciandola in un intimo rapporto che germoglierà presto in nuova vita 

Monologhi della vigna: in fermento

la cantina è in rivoluzione; il mosto sta procedendo: nel silenzio del mondo si sente il bollore della magia della trasformazione: zuccheri che diventano alcool…

non posso perdere tempo nemmeno oggi

anche oggi devo agire, ossigenare, muovere le bucce, affondare il cappello premendo sul follatore

devo annusare, guardare, ascoltare, assaggiare…la fermentazione procede, i profumi inebriano, l’anidride si sparge nell’aria ed io non posso fermarmi…

misura, spilla, muovi, cambia, annota…un giorno dopo l’altro nella corsa che porta dall’uva al mosto, da mosto al vino

ho le mani appiccicose e le dita nere, è lo zucchero che dalla vendemmia ti penetra la pelle, è il colore dell’uva che di prende e ti conquista e che diventa parte di te

ho le dita nere, il segno dell’intimo matrimonio tra me, l’uva, il mosto e il vino: il frutto del matrimonio tra me e la terra

ma ora sono qui, con le dita nere e preparo qualcosa per gli amici che verranno: il lardo, affumicato con il ginepro, sarà ottimo per i nostri vini, affetto il salame che viene dai campi all’orizzonte della vigna e dispongo il formaggio che viene dalla valle

sono le piccole cose che raccolgo dagli amici, pronte a fare conoscere alla piccola fetta di mondo che decide di passare da qui

e sarà bello confrontarsi, condividere, notare le impressioni, valutare le espressioni

è un po’ freddo oggi e non è l’ideale bere il rosso così freddo, ma la stagione è questa, si sentiranno di più i tannini, ma non so se chi verrà a degustare lo capirà, ma non importa, anche questo fa parte della vita

non so nemmeno come ha fatto a trovarmi, chi decide, non sapendo dove andare di prendere una strada che non porta quasi a nulla per venire a trovare me, nel mio paradiso

vedranno le dita nere, ma in questi giorni respireranno il mosto

a volte di inizia con un po’ di freddezza, a volte prevale la timidezza, qualcuno addirittura è un po’ guardingo nel valutare quello che dico, ma finisce sempre con un abbraccio, con la promessa di tornare, tutti consapevoli che le ore passate insieme e attorno ad una bottiglia di vino sono in fondo una fetta di vita che entra nel bagaglio di ciascuno di noi

vedono le dita nere, perché ho messo le mani nel mosto, nelle bucce e nel vino e lo zucchero mi è entrato nella pelle, arrivando nell’anima come il profumo del primo vino

quando verso il vino il silenzio prepara l’attimo della degustazione: in fondo sono venuti qui per questo, per conoscere il mio vino, non per conoscere me

forse ne venderò un po’

è l’atto finale del lungo processo della mia passione ma vorranno sapere di tutto, come è fatto, cosa faccio, come avviene, cosa avviene, i trucchi, i segreti, come evolve, come fosse possibile spiegare davanti a un piatto e a un po’ di vino il miracolo della vita, il miracolo della natura

mi chiederanno cose che non ricorderò: i giorni di fermentazione, l’età della barrique, la temperatura di una certa fase: a volte non ricordo, qualche volta non lo so

qualcuno arriverà all’essenza del miracolo che entra nel bicchiere e solo pochi capiranno, nel loro intimo, che io ho solo fatto il guardiano di un processo antico che non ha bisogno di altro se non del tempo, della pazienza e della passione 

mi chiederanno quale è il vino che preferisco dei miei: quale annata, quale vitigno, ma non ho mai risposta, so solo raccontare la stagione del vino: il vino che viene dall’uva che ha preso più sole, quello che ha preso talmente tanta grandine che ancora arrabbiato, il vino che si è fatto aspettare e il vino che verrà

ci sarà pure un vino migliore dell’altro, quello più buono, quello venuto meglio, si, lo so, ma non riesco veramente a rispondere a una domanda così 

…molti capiscono, molti no, qualcuno mi parlano del difetto che ogni tanto scorgono nel bicchiere di quel particolare sapore, del fatto che qualche mese prima era diverso oppure solo qualche minuto fa…

io so perché è così, so quale scelta in quel momento quel vino ha preso quella strada, forse era la sua strada, forse anche la mia, ed è allora che penso che alla fine ogni vino abbia un senso, per buono e cattivo che sia, e soprattutto penso che il vino, quel vino, non solo sia frutto della vigna della stagione e del lavoro del vignaiolo, ma quando viene bevuto diventi il compimento del ciclo della vita

di tutte quelle persone rimarrà qualcosa del loro passaggio, come a loro rimarrà qualcosa del tempo passato qui

Monologhi della vigna: la vendemmia

L’aria è frizzante e non ho dormito: la diraspatrice è controllata, i serbatoi sono puliti, ho anche riguardato tutto quello che serve, con un po’ di fortuna sarà una buona giornata; oggi tutto e tutti saremo impegnati e la giornata sarà molto lunga, e sarà sicuramente una bella giornata

la vigna è pulita, l’erba tagliata, una sfogliatura leggera mette i bei grappoli in vista, qualche grappolo ha qualche problema, anche quest’anno combattere oidio e peronospora è stato molto difficile, ma siamo arrivati qui, con tanto sudore, tanta passione e tante speranze

è difficile accettare, che il risultato di un anno di lavoro abbia una data così importante che segna il confine tra la stagione in vigna e la stagione in cantina: da domani non camminerò più tanto spesso nei filari, ma sarò in cantina, giorno dopo giorno, a sorvegliare il mosto che diventa vino e a controllare che il vino sia quello che mi piace, quel vino fresco e sincero che lega la mia vita e di chi mi accompagna giornalmente in vigna, alla vigna, alla cantina, al terreno, alla stagione

alla spicciolata sono arrivate le persone che mi aiutano,

sono molti oggi, ho preparato la festa che seguirà quando brinderemo al dono della natura: la vendemmia

sono tutti vogliosi di scendere in vigna, nelle mie ripe scoscese ad assaggiare il frutto di tanto lavoro e a riempire le cassette dell’uva pronta alla spremitura

ci siamo organizzati: le cassette in vigna, l’addetto al trasporto delle cassette, la motocarriola con il pieno e pronta a macinare per la giornata filari e filari, la deraspatrice è sul tetto della cantina cosicché il mosto possa scendere per gravità nei serbatoi che sono lindi e pronti

anche quest’anno aspetteremo il miracolo della fermentazione

il vocio in vigna è costante, a coppie chi vendemmia incomincia a parlare della vita, della vigna, del vino, dei figli, e poi tutti scoprono che anche se sono sconosciuti e si trovano in vigna per motivi diversi hanno sempre qualcosa in comune: un amico, una passione, un evento, una idea….

la carriola percorre i filari e il suo motore si affianca alle chiacchiere appassionate, è un rumore costante che a volte si allontana e a volte si avvicina e allora ci prepariamo al primo carico

le cassette vengono scaricate e si guarda l’uva: l’occhio è pronto a cercare difetti, bucce, marciume, occorre fare attenzione e togliere tutto quello che non serve e che potrebbe portare qualcosa che non fa bene al mosto

la deraspatrice inizia a schiacciare il primo carico, l’attenzione di alza: occorre vedere che tutto proceda al meglio: tutto è montato giusto, tutto procede

finalmente il mosto inizia a riempire il serbatoio: le bucce, il succo, il seme: non vedo l’ora di assaggiarlo e di misurare lo zucchero, chiuderò gli occhi mentre lo assaggio pensando al vino che ne verrà dopo che i lieviti avranno incominciato a lavorare e che il tempo avrà trasformato questo mosto dolcissimo nel vino che più amo

la vigna mi guarda, ha voglia di riposo: le foglie sembrano stanche e incominciano ad ingiallire: è ottobre il la temperatura non è così calda e si preparano al riposo

l’ho percorsa una stagione ed ho osservato con lei il cielo sperando che i capricci del tempo non le portassero dolore e non distruggete i miei sogni e per mesi abbiamo lavorato insieme: lei nel farmi capire cosa ha bisogno ed io a curarla per arrivare alla tanto sospirata giornata di oggi

le cassette arrivano, la vasca cresce, sarà una bellissima annata…la gente parla di meno, il caldo, la fatica, il salire e scendere dai filari si fa sentire ed ora sa che deve finire, il tempo regge per fortuna, le gambe meno, ma tutti vogliono arrivare in fondo

“quanto abbiamo raccolto?”, “quanti gradi farà?”, “come ti sembra?”, “quando lo berremo?” la felicità della fine si accompagna alle domande sul futuro: cosa ho fatto? che senso ha quello che ho fatto? quando vedrò il frutto di quello che ho fatto?

la vasca è piena e non resta che aspettare: miracolosamente in pochi giorni il mosto ribollirà, è il miracolo della fermentazione ed è il miracolo dei nostri lieviti che risvegliatisi dal riposo si accorgono di avere zucchero e mosto da trasformare

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