Le piccole gioie della terra

Chi lavora in campagna impara presto una lezione semplice e preziosa: la felicità non arriva da ciò che è grande, ma da ciò che è vero. Non serve inseguire chissà quali traguardi: basta un grappolo maturo, il sole che finalmente si apre dopo giorni di pioggia, il profumo dell’uva appena raccolta.

Ogni stagione porta con sé fatica e incertezze, ma anche quella gratitudine sottile che nasce dal vedere la terra rispondere al nostro impegno. È una gioia che non si misura con i numeri, ma con la consapevolezza che ciò che si raccoglie è frutto di cura, di attesa, di pazienza.

Così, davanti al raccolto, ci si sente quasi in dovere di dire “grazie”: alla natura, al tempo, a chi ci ha aiutato. Perché il lavoro nei campi non regala solo vino, frutti o prodotti: insegna a riconoscere e custodire il valore delle piccole gioie della vita

Quando il vino diventa una palestra

In cantina è il momento delle follature.

Da fuori sembra un gesto semplice: immergere il cappello di vinacce e rimescolare il mosto. In realtà è una specie di sport estremo che allena bicipiti e pazienza.

Il cappello non collabora mai: sale, si gonfia, si compatta. Ogni volta che lo spingi giù sembra dire: “Ci rivediamo tra un’ora, vignaiolo…”.

E intanto la cantina è tutta un fermento, letteralmente. I lieviti banchettano, le bollicine salgono, gli aromi si spargono nell’aria come a una festa segreta.

Io faccio avanti e indietro con il bastone, tra il serio e il faceto, chiedendomi se alla fine il vino non si diverta più di me.

Un glossario minimo:

Follatura: ginnastica obbligatoria del vignaiolo. Cappello di vinacce: tappo ribelle che non accetta regole. Fermento: lo stato della cantina, ma anche del vignaiolo dopo la decima follatura.

In fondo, la follatura è un dialogo: io spingo, il mosto ribolle, i lieviti ridono.

E insieme stiamo già scrivendo il prossimo vino.

Come resistere coltivando vigne e facendo vino (manuale per aspiranti martiri)

Capitolo 1: Il vignaiolo e la sveglia. Non serve: tanto alle 5 del mattino ti sveglia il trattore del vicino o la tua ansia sul meteo.

Capitolo 2: La vigna è la tua palestra. Dimentica la palestra con aria condizionata: qui il tapis roulant ha nome “filare in salita” e lo squat si chiama “legare i tralci piegato in due ore”.

Capitolo 3: Dialoghi con la natura. Tu parli alle piante. Le piante non rispondono. Le erbacce sì, ma in turco antico.

Capitolo 4: Il vino non si fa da solo. Però tutti ti dicono che “basta pigiare e via”. Allora tu sorridi, apri la botte e aspetti che la fermentazione ti faccia il dito medio.

Capitolo 5: Marketing e poesia. Devi convincere il cliente che il tuo sudore, le tue vesciche e le tue bestemmie si traducono in “note di ciliegia e sentori balsamici”.

Capitolo 6: La vendemmia. È la festa del paese. Non per te. Per te è CrossFit con il mosto addosso e la schiena a pezzi.

Capitolo 7: La filosofia. Ti chiedono perché lo fai. Tu rispondi: “Perché amo la terra.” In realtà è perché ormai hai speso troppo per mollare.

10 motivi (seriamente ironici) per bere vino

Per dimenticare che fai vino. Così, almeno per un bicchiere, ti sembra un bel mestiere.

Per parlare meglio le lingue straniere. Dopo due calici diventi madrelingua di qualsiasi cosa.

Per fare amicizia. Nessuno si è mai abbracciato davanti a una tisana.

Per dare un senso alla cantina piena. Non puoi lasciarla lì a guardarti, no?

Per allenare il naso. Così impari a distinguere il profumo di ciliegia da quello di… ciliegia.

Per giustificare le figuracce. È sempre stato il tannino, mica tu.

Per sentirti filosofo. Dopo il terzo bicchiere, risolvi pure il senso della vita.

Per combattere la noia. Perché guardare la tv, quando puoi guardare il bicchiere?

Per sentirti sano. “Un bicchiere al giorno fa bene al cuore”. Nessuno ha mai detto quanto grande il bicchiere.

Per brindare. A cosa? A tutto: al sole, alla pioggia, al vicino antipatico, persino alla suocera… col vino tutto sembra brindabile.

Agricoltura e paesaggio: perché bere locale conta

L’agricoltura non è solo produzione: è cura del territorio.

Un vigneto ben tenuto significa colline ordinate, paesaggi che restano vivi, luoghi che mantengono valore per chi ci abita e per chi li visita. La viticoltura, in particolare, contribuisce in modo decisivo: i filari che si snodano come pennellate sulle colline non sono solo estetica, ma il frutto di lavoro e dedizione quotidiana.

Bere locale significa riconoscere questo valore. Significa sostenere chi lavora la terra e, allo stesso tempo, contribuire a un paesaggio più bello e armonioso.

Ma c’è anche un aspetto economico: scegliere vini del territorio vuol dire alimentare una rete che va oltre il vignaiolo — coinvolge artigiani, ristoratori, operatori turistici — e rafforza la filiera locale.

In un bicchiere di vino locale non c’è solo un sapore, c’è un territorio che vive

Driadi Harvest Experience

C’è chi paga per fare squat, chi per fare spinning… e chi sceglie la vendemmia.

Alzi una cassetta, la posi. La rialzi, la riposi. Decine di volte al giorno, finché le braccia non sembrano più tue.

Poi carichi la deraspatrice, che diventa un tapis roulant infinito, e muovi secchi col mosto come se fossero kettlebell.

In cantina arriva il turno della follatura: spinte, torsioni, respiro che si fa corto, il corpo che si oppone e la testa che dice “ancora una”.

È una palestra vera, senza specchi né abbonamenti.

La differenza è che qui la fatica non è un passatempo, è un dovere. Eppure, se ci pensi bene, è solo lo sguardo che cambia: chiamata lavoro pesa come un macigno, chiamata fitness diventa un gioco.

Forse la vendemmia ci insegna proprio questo: che la fatica non è nemica, ma un modo per sentirsi vivi, presenti, dentro a ciò che si sta creando.

E allora viene da sorridere: se paghiamo per fare fatica in palestra la chiamiamo fitness, se la facciamo in campagna la chiamiamo lavoro. 

La danza imprevedibile della fermentazione spontanea

C’è un momento, dopo la vendemmia, in cui il silenzio della cantina cambia. Le vasche cominciano a vibrare, i mosti si risvegliano e l’uva si trasforma, senza che noi tocchiamo nulla. È la fermentazione spontanea che prende vita.

Non è un processo addomesticato o scritto in un manuale: è un’avventura ogni anno diversa. I lieviti indigeni si mettono in moto e iniziano la loro danza invisibile, trasformando zuccheri in alcol, profumi in emozioni. Non sappiamo mai fino in fondo come andrà, quali sfumature porteranno, quali curve prenderà il vino.

Il contadino, intanto, osserva. C’è la curiosità di scoprire che volto avrà quest’annata, ma anche il timore che qualcosa sfugga di mano. Ogni vasca che inizia a ribollire porta con sé un piccolo brivido: “Andrà bene? Sarà come lo immagino o mi sorprenderà ancora una volta?”.

E poi arriva il momento dell’assaggio, quando il mosto è già vino in divenire. Il primo sorso è sempre un misto di emozione e di paura: il cuore batte un po’ più forte, perché lì dentro c’è tutta la vendemmia, tutto il lavoro dei mesi passati. È un momento intimo, che non si dimentica mai.

La fermentazione spontanea non è soltanto un passaggio tecnico, ma un atto di fiducia. È lasciare che la vita fermenti, letteralmente, e che da quell’energia nasca qualcosa di unico. Ogni vendemmia è una storia nuova, scritta da milioni di minuscoli attori invisibili.

E forse il compito del vignaiolo, in fondo, è solo accompagnare questa danza, con rispetto e gratitudine.

Dove la vigna incontra l’uomo

Il vino naturale è una parola semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza. Ma dietro quella semplicità si cela un mondo intero: non una moda, ma un concetto culturale. È il ritorno a un gesto agricolo e artigianale puro, dove la vigna parla senza filtri e il vino diventa racconto.

In ogni bottiglia convivono forze che dialogano tra loro:

la stagione, con i suoi capricci e le sue generosità;

il terreno, con la sua memoria millenaria;

il vitigno, che respira e reagisce al microclima della vigna;

e l’uomo, che non impone, ma ascolta e accompagna.

Ogni scelta – quando vendemmiare, quando svinare, come affinare – è un atto di equilibrio. È una danza silenziosa tra il sapere contadino e ciò che la natura concede. Così nasce un vino che non cerca la perfezione immobile, ma l’autenticità del momento.

Un vino che porta con sé la voce della terra, la luce delle stagioni, la personalità di chi lo cura. Un vino vivo, irripetibile, che non si lascia addomesticare ma invita a un incontro sincero: uomo, terra, vigna e tempo in un unico respiro.

Un calice così non è mai uguale a un altro: è un incontro irripetibile tra uomo e natura, la testimonianza sincera di una stagione, di un luogo e di chi ha scelto di custodirli.

Estetica ed Etica: il cuore del nostro vino

Nella nostra azienda agricola abbiamo scelto di seguire un principio che può sembrare filosofico, ma che in realtà si traduce in scelte molto concrete: curare tanto l’estetica quanto l’etica del vino. Due concetti che si intrecciano e che, se ben coltivati, portano a un risultato autentico e duraturo.

Il filosofo Immanuel Kant scriveva che l’estetica e l’etica sono due cardini dell’agire umano: da un lato la bellezza e l’armonia, dall’altro il dovere e la correttezza. Noi crediamo che questa visione possa ispirare anche il mondo del vino, che non è solo prodotto agricolo ma espressione di cultura, territorio e relazioni.

L’estetica del vino

Per noi “estetica” non è solo un discorso di forma o di immagine. Significa avere cura della qualità del vino, perché un vino deve essere prima di tutto buono. Deve essere corretto, pulito, sano, piacevole da bere. Ogni bottiglia che produco porta con sé la responsabilità di raccontare la bellezza del vigneto, del suolo e del lavoro quotidiano. L’estetica, in questo senso, è il rispetto verso chi berrà quel vino.

L’etica nella filiera

Allo stesso tempo, il vino non nasce solo in vigna o in cantina: è il frutto di una filiera. “Etica” significa quindi scegliere processi sani e corretti in ogni passaggio:

collaborare con aziende che condividono valori di sostenibilità; lavorare con materie prime genuine e rispettose dell’ambiente; riconoscere il giusto prezzo a chi lavora con noi; essere puntuali e trasparenti nei pagamenti, perché il rispetto passa anche da questo.

L’etica non è un dettaglio, ma un pilastro: senza di essa il vino perde credibilità.

Perché estetica ed etica contano per chi beve

Crediamo che il cliente oggi non debba scegliere solo in base al gusto o al prezzo. L’acquisto di una bottiglia dovrebbe essere anche un atto di fiducia: fiducia nella qualità, ma anche nella correttezza dei processi che l’hanno resa possibile.

Per questo dico che trasparenza, estetica ed etica devono diventare criteri di valutazione del vino. Un vino bello e buono, ma anche giusto.

È questa la strada che abbiamo scelto. E ogni volta che stapperete una nostra bottiglia, spero possiate percepire non solo i profumi e i sapori, ma anche i valori che ci guidano

Al di là del bosco

C’è un luogo a Palazzago, in Val Pontida dove il bosco si apre in silenzio, e la vigna ricompare, nascosta tra le pieghe della terra e del tempo.

È lì che abbiamo ritrovato il nostro Marzemino, un’uva antica, quasi dimenticata, che da secoli respira il calcare e l’argilla di queste colline. È in nostro nuovo vino. Al di là del bosco.

“Al di là del bosco” non è solo un nome.

È un invito a superare la soglia del conosciuto, a riscoprire un vitigno che è parte del cuore agricolo bergamasco, a bere un vino che non segue le mode ma il ritmo della terra.

Fermentazione spontanea, nessun intervento estraneo alla natura del frutto.

Poi il silenzio: mesi in anfora, dove il tempo si fa lento, la materia si purifica, e il vino si ricompone secondo la propria volontà.

Il risultato è un rosso vibrante, vivo, che sa di frutti scuri, spezie leggere, terra umida e foglie secche.

Ma soprattutto, sa di origine.

“Al di là del bosco” è un vino che parla piano, ma a lungo.

È il Marzemino che ci rappresenta, quello che abbiamo scelto di ascoltare davvero.