Nuvole

I contadini oggi hanno scrutato con ansia l’orizzonte e i nuvoloni che pieni di pioggia, grandine a vento si avvicinavano al loro campo, al loro pane. Il testo di una canzone di Fabrizio De André è dedicato a loro.

Nuvole – Fabrizio De André – 1990

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Ci siamo

La vigna è esplosa, così come l’erba nel sotto filare, la vitalba, i rovi ai bordi e le robinie. Si spollona, si spargono rame e zinco, nei limiti del disciplinare bio, si fa la scacchiatura. Una famiglia di fagiani ci fa compagnia, le lucertole imperversano, qualche lepre fa capolino, mentre le poiane sorvegliano dall’alto.

Una rosa importante

È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.
(Antoine de Saint-Exupéry)

La rosa è un fiore bellissimo, elegante, meraviglioso. È profumato, morbido, ha colori intensi, tenui, sfumati. La sequenza di petali chiusi attorno al nucleo che si aprono è uno spettacolo. Probabilmente è il primo pensiero che arriva alla nostra mente quando si tratta di fare un regalo romantico.

Esistono centocinquanta specie di rose e tantissimi ibridi, con dimensioni che variano dai pochi centimetri fino piante grandi e robuste. I petali vengono usati per estrarne le essenze utilizzate in profumeria, in cosmetica, e addirittura in pasticceria e per la produzione di liquori, ma ha anche proprietà medicinali: Il suo frutto è ricco di vitamina C, è un ottimo diuretico ed ha proprietà sedative. In aromoterapia all’olio di rose si attribuiscono proprietà afrodisiache (eh eh eh, mica le si regalavano per niente, che sagge le tradizioni…), antidepressive, sedative, antidolorifiche, antisettiche, sembra abbia effetti positivi anche sull’apparato cardiaco e digerente. Esiste poi tutt’a la teoria dei colori: ogni colore ha un significato: inutile citare le rose rosse.

Ma perché troviamo le rose nei vigneti all’inizio dei filari?

Qualcuno sostiene che la rosa piantata in vigna donerebbe maggiore aromaticità all’uva, altri invece parlano di scaramanzia, esoterismo e simbolismo, o anche per estetica!

In realtà la rosa funge da sentinella e viene chiamata “pianta spia”; la rosa infatti manifesta prima i sintomi di eventuali patologie che solitamente attaccano la vite e, essendo più debole, ne manifesta i sintomi in anticipo. Viene attaccata più facilmente da parassiti oltre a subire prima l’effetto di carenze minerali. Messe in testa ai filari fungono da “termometro” che va a monitorare e controllare lo stato di salute del filare prevedendo eventuali problemi ed favorendo l’intervento rapido e quindi aiutano, insieme all’osservazione e alla conoscenza delle condizioni ambientali che favoriscono le patologie, l’agricoltore nel definire come difendere la vite.

Tra le malattie “prevedibili” grazie alla rosa ci sono l’attacco della botrite, il famigerato oidio, il marciume radicale lanoso ed il tumore batterico, gli attacchi dei ragnetti rossi e gialli e la metcalfa.

La rosa è in pratica la sentinella, il marinaio che avvisa dell’attacco imminente dei pirati, il canarino utilizzato nelle miniere… Bella ed utile.

L’uva e i falò

Quando la tua professione dipende dai capricci del tempo, non fai fatica a credere nella forza del destino.

Non è nemmeno facile affidarsi alle preghiere per scongiurare il peggio.

È quello che è successo ai vignaioli svizzeri e francesi settimana scorsa, quando un’ondata di gelo ha colpito le loro viti appena germogliate. La reazione è stata quella di accendere dei piccoli falò all’interno delle vigne, girano molte bellissime fotografie di splendidi vigneti illuminati da migliaia di candele. Pensate alla disperazione di questi contadini (il reddito di quest’anno sarà comunque ridotto) e alla grandiosità di un gesto così disperato…
La vita nei campi non ti porta a compromessi, e non ti dà alibi: la realtà è onda e cruda.
Il gelo nel vigneto regala in autunno negli stessi posti i cosiddetti “ice wine”, eccellenze enologiche di tutto rispetto, paragonabili lontanamente ai nostri passiti (che al contrario usano il sole, e non il ghiaccio, per togliere acqua e arricchire di zucchero l’acino) a ulteriore conferma della forza della natura che offre rischi e opportunità.
Solidarietà a tutti i vignaioli europei vittime del gelo.
Falò-nei-vigneti-in-Francia1
Immagine tratta dal web

Che tempo fa

Piove, tra qualche giorno, no, le previsioni sono cambiate, pioverà settimana prossima, ma adesso è freddo, la temperatura è calata. Ma forse aumenta. Poi settimana prossima ripiove… si alzerà la temperatura? O rimarrà bassa?
Le regola dei 10? 10cm i germogli, 10°C di media, 10mm di pioggia, non ci siamo, siamo al freddo.

Sono i pensieri di questi giorni in cui la vigna, dopo il germogliamento incomincia ad essere esposta ai suoi più grandi nemici: lo ioidio e la peronospera.

Nel bio occorre navigare a vista e attrezzarsi di sana pazienza, accumulando un po’ di esperienza e di conoscenza.
Sarebbe comodo, passo con un funghicida, dedicato, sistemico, lo faccio assorbire dalle radici, e rendo i grappolini indenni, ma non è questa la strada.

La strada tradizionale e ammessa dai protocolli biologici sono l’utilizzo di zolfo e rame. Lo zolfo per contrastare lo ioidio, il rame contro la peronospera.

Ma non è così semplice per il contadino: come, quanto e cosa vanno definiti a fronte delle combinazioni di parametri fisici ambientali e oggettivi che possono avere varie possibilità.
Le variabili importanti sono: lo stato di sviluppo della vite, con particolare riferimento allo sviluppo della parte vegetative (c’è germoglio, foglia, fiore, grappolo, grappolo colorato), le condizioni di temperatura massima e minima, l’unmidità nell’aria, la presenza di acqua e di precipitazioni più o meno persistenti, che legata alla esposizione del vigneto e alla presenza di sole battente o cielo velato possono determinare un ambiente più o meno favorevole all’instaurarsi della possibilità di sviluppo delle malattie, la presenza di vento.
Malattie che sono di origine funghina, per cui il legame umidità temperatura esposizione al sole è fondamentale.
Non parliamo poi delle forme minerali per i trattamenti: lo zolfo in polvere o lo zolfo bagnabile; idrossido di rame? Rame tribasico?

E come fa il contadino?
Osserva, studia, prova e soprattutto fa. Fa e rifà. Tratta dopo la pioggia e se piove deve rifare, se non piove deve aspettare. Se non piove la vite soffre, se piove potrebbe soffrire. Il contadino deve osservare lo sviluppo vegetativo, l’umidità del terreno, la presenza di microclima pericoloso, e agisce, consapevole che le proprie scelte saranno fondamentali per il successo del proprio lavoro, nella quantità, nella qualità, e quindi nell’integrità di un prodotto sano, pulito e gustoso.

Pensiamo che il tutto poi passerà sulle nostre tavole.

Questione di etichetta

Il vino è vino…
Cosa?
Si, il vino è vino, sanno tutti cosa è, succo d’uva fermentato, e quindi alcool, con un po’ di conservante (contiene solfiti).
E poi?
E poi basta.
Nell’etichetta del vino non ci sono gli ingredienti, o meglio li diamo per scontati; di come è fatto e di cosa ha dentro non sappiamo nulla.
E’ una cosa che mi ha sempre incuriosito: per altri prodotti alimentari la lista di tutti gli additivi, ordinati per quantità decrescente, per il vino no.
Vino rosso, vino bianco, se è un IGT (indicazione geografica protetta) o Doc o addirittura DOCG può darsi ci sia il tipo di uva (ma non è scontato), ma spesso non ne sappiamo nulla.
Sappiamo che contiene solfiti: tutti i vino contengono solfiti, non ho ancora trovato un vino che non ne contenga, poi scopro che la quantità di solfiti in un vino può variare di decine di volte tra un vino e l’altro e la quantità minima per dare specificarne la presenza (10mg per litro) è tale per cui nessun vino ne è privo, anche chi non lo vuole aggiungere se lo ritrova come effetto dei processi di produzione del vino stesso, tant’è che qualcuno dice “senza solfiti aggiunti”, ma è una rarità.

L’etichetta del vino eppure è una delle materie più dibattute e sottoposto a vincoli e leggi di qualsiasi altro cibo alimentare, per arrivare a scrivere alla fine etichette che non chiariscono nulla.
Per non andare lontano ho letto cosa l’ente vini bresciani, la realtà enologica più affermata nelle vicinanze, ammette nelle pratiche enologiche per la produzione del famosissimo Franciacorta, cito a caso:
aggiunta di tannino (immagino il sommelier che esalta il sapore leggermente tannico…), o l’aggiunta del ferrocianuro ci potassio, che poi se ci pensiamo bene, il cianuro non è che quagli bene, anche se associato al ferro e al potassio. E’ ammesso l’uso della gomma arabica, non ho trovato riferimenti alla gomma del ponte, mentre c’è l’acido ascorbico, che poi non è altro che la vitamina C, sarà che comunque si sta.
Inquietante il polivinilpolipirrolidone, insieme a batteri lattici e lisozima, che poi con il tartrato di calcio fa una coppia imbattibile.
E nell’etichetta?
Franciacorta; Vino Spumante di Qualità Superiore
Il consorzio vini bresciani gioca comunque a carte scoperte, e quello che ammette è quello che è previsto dai regolamenti europei, quindi nulla di strano, anzi, tanto di cappello nell’avere chiarito qui quello che è ammesso, sta di fatto però che a fronte delle 43 pratiche enologiche ammesse e di una lista di ingredienti inquietante il bevitore non sa nulla; un viticoltore potrebbe aggiungere il sale di ammonio, un altro no, ma alla fine dall’etichetta non si capirebbe nulla.

A bere il vino bianco viene il mal di testa: sono i solfiti.

Mah sarà vero? Sono i solfiti o il resto?

La consapevolezza e la conoscenza approfondita di quello che mangiamo o beviamo è importante: è importante per potere bere meglio ma soprattutto è importante per influenzare, grazie ad una scelta consapevole, e quindi indirizzare le scelte del produttore (di vino o di qualunque altra cosa) verso una più chiara e trasparente gestione, sopratutto in campi dove la legislazione lascia spazio ad un’ampia variabilità di comportamenti.

Gli alibi che abbiamo

img_0709-1Una (vecchia) canzone dei REM dice “Everybody hurts”; “tutti soffrono”.

Sometimes everything is wrong
Now it’s time to sing along
When your day is night, alGli one (hold on, hold on)
If you feel like letting go (hold on)
When you think you’ve had too much
Of this life, well hang on
‘Cause everybody hurts
Take comfort in your friends
Everybody hurts

A volte tutto è sbagliato
Ora è il momento di cantare insieme
Quando il tuo giorno è la notte, solo (tieni duro)
Se ti senti come se perdessi il controllo (tieni duro)
Quando pensi di averne avuto abbastanza
Di questa vita, tienila stretta
Perché tutti soffrono
Trova conforto nei tuoi amici
Tutti soffrono

Spesso capita nel lavorare la terra di capire che hai sbagliato, che dovevi correggere, che hai seguito l’istinto e non la ragione; spesso mi capita di capire che ho preso una strada sbagliata e che insistere non porterebbe a nessuna parte, e occorre quindi fermarsi e riflettere, confrontarsi con chi ti sta vicino, famigliari, amici, contadini e cercare di capire, osservando e ragionando.

Lavorare la terra è un mestiere difficile perché non lascia alibi, non ha scuse, è duro: l’errore lo paghi, mentre la costanza e l’impegno ti premiano.

Hai bisogno di fortuna, ma comunque e sempre il rapporto con la terra è un rapporto franco e leale che non ammette prese in giro, non ammette alibi appunto. E’ un rapporto in cui ottieni e hai se dai e in fondo non è molto diverso da quello che dovrebbe avvenire nei rapporti umani, se il velo delle nostre riserve, delle nostre timidezze o delle nostre vergogne, dei nostri alibi, non nascondesse la franchezza della lealtà dei rapporti dietro un insieme di circostanze che rende tutto più difficile.

E’ vero: l’uomo nel perdere il contatto con il lavoro della terra ha perso probabilmente l’abitudine alla franchezza e ha cominciato a inventarsi gli alibi, a cominciare dal più grande di tutti: il prezzo delle cose.

Ho avuto dei visitatori in vigna: parlavo della mie mele antiche piantate l’inverno scorso recuperate da un vivaio e salvate probabilmente dall’abbandono; i bambini correvano nel prato incuranti del rischio di rompere delle piantine e nei miei pensieri mi pentivo di non avere sensibilizzato i visitatori sulla necessità di precauzione dello scorrazzare in un frutteto con piccole pianticelle con tronchetti di un paio di centimetri e altoi meno di un metro. Non è successo nulla di male per fortuna, solo un po’ di Iris calpestati.

La gente vedendo la mia preoccupazione mi chiedeva del prezzo delle mie piantine, forse nel timore di doverla rimborsare: erano pronti agli alibi.
A ricomprarle costano meno di dieci euro l’una, ma cosa c’è dietro una piantina? Il momento di piantarle, la scelta del posto, lo sperare che germogli, l’annaffiarla, la gioia nel vederla rinascere in primavera, l’attesa della prima mela (e saranno tre anni di attesa…), non avrei voluto ripartire da zero, avrei sofferto si fosse rotta quanto ero deluso di quando invece qualche piantina mi è stata rubata. Come dicevo: la natura è cruda e ti mette di fronte alla realtà, senza alibi, e il VALORE DELLE COSE può essere molto diverso dal loro PREZZO.

E quale è il prezzo quindi di quella piantina: ancora meno di dieci euro?

I bambini hanno concluso la visita piantando 10 nuove barbatelle di Merlot: erano increduli che quei piccoli bacchetti sarebbero diventate piante come le altre presenti nel vigneto: speriamo che questo gesto abbia creato nuova consapevolezza.

Concludo con un’altra citazione del mio cantautore preferito Bob Dylan in Like a Rolling Stones:

… nobody has ever taught you how to live on the street
And now you find out yoùre gonna have to get used to it
You said you’d never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He’s not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And ask him do you want to make a deal?

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Nessuno ti ha mai insegnato come vivere per la strada
Ed ora dovrai abituartici
Dicevi che non saresti mai scesa a compromessi
Con il vagabondo misterioso ma adesso ti rendi conto
Che lui non sta vendendo alcun alibi
Mentre tu fissi nel vuoto dei suoi occhi
E dici “ci mettiamo d’accordo?”

Come ci si sente
Come ci si sente
A contare sulle proprie forze
Senza un posto dove andare
Una completa sconosciuta
Come una pietra che rotola?

Le nuove barbatelle

Con l’arrivo e la posa delle nuove barbatelle di Merlot si completa il rinnovamento del vigneto iniziato nel 2014: abbiamo liberato sei filari dai rovi, eliminato robinie, querce, cespugli che si erano impadroniti di tante zone all’interno del vigneto, eliminati roveti enormi dai bordi del vigneto, alcuni roveti superavano i due metri di altezza (e non abbiamo ancora finito), dando al vigneto l’opportuno respiro; abbiamo riportato in vita i vecchi muri a secco che erano sepolti dalla vegetazione, abbiamo eliminato 54 piante di robinie che soffocavano il vigneto nel lato nord. Con le 250 barbatelle piantate quest’anno diventano 450 le nuove piantine di vite messe a dimora, mentre in tutta la proprietà sono alle 200 le piante di nuova semina; ricordo le mele antiche, le siepi, il biancospino, le bacche ricche di antiossidanti. Che dire? Una faticaccia, ma tanta soddisfazione. Preoccupazioni, fatica, ma anche tanta serenità.

Esiste una ricetta?

Le diete sono la nova religione. Non è un caso che il declino delle religioni abbia conciso con il crescere della popolarità delle diete. Oggi avere cura del proprio peso coincide con il definire ed inseguire un percorso sano e virtuoso di cura del proprio corpo e che, molto spesso, sfocia in una dieta.

Sempre più frequentemente sentiamo parlare di vegani, fruttasti, vegetariani, salutisti… Persino il nostro ex presidente del consiglio, sempre all’avanguardia con le novità, è riuscito a far parlare di sé ultimamente solo per scelte clamorosamente improbabili (come Bertolaso sindaco di Roma) tra cui appunto il suo nuovo status di vegano (chissà jeeg Robot se venisse a sapere che Berlusca è vegano, lui che non ha fatto altro che combatterli).

L’inseguire però uno schema collaudato, guidato e regolamentato è una mera illusione. Le ricette dicono sì come procedere, determinano quantità modalità di esecuzione, tempi di cottura, ma tralasciano un fondamentale concetto: la qualità degli ingredienti. Spesso infatti ci si dimentica che le formule risolutive dipendono non solo dalle modalità organizzative e dal mix di ingredienti, ma essenzialmente dalla qualità degli ingredienti stessi, che alla fine sono la componente fondamentale.

Cosa sarebbe una crostata con una marmellata amara, un minestrone fatto con verdure poco appetitose, una dieta vegana senza ingredienti sani.

L’ossessione nei confronti delle formule danno l’illusione di facilitare la vita, offrendo “pacchetti preconfezionati” o meglio kit di soluzioni comode e facilmente disponibili e tralasciano di occuparsi della cosa che è più importante: la qualità dei componenti o meglio degli ingredienti.

Questo concetto non è solo applicabile alle diete. Cosa succede oggi, e troppo spesso, nelle aziende alla ricerca di razionalizzazione, efficienza, produttività? Si applica un modello: l’organizzazione per processi, le metodologie Lean oppure il metodo “registrato” della società di consulenza più o meno prestigiosa. Come se un’organizzazione prescindesse dalla qualità degli “ingredienti”, che nel caso di aziende sono “persone” che la compongono.
Diffidiamo pertanto dei marchi, delle diete, delle soluzioni preconfezionate: in agricoltura, nelle organizzazioni e nella vita in generale valutiamo veramente la qualità degli ingredienti che ci circondano. Solo così potremo salvaguardare la nostra salute e la salute delle persone cui vogliamo bene. Impariamo piuttosto a ‘pesare’ la qualità degli ingredienti, considerarne la consistenza, il carattere, la persistenza e i suoi effetti. Questo vale se si parla di ricette, di soluzioni, di organizzazioni. Ogni soluzione, ogni ricetta, è risultato di un equilibrio tra il risultato che vogliamo ottenere (strategia, target), gli strumenti che abbiamo (ingredienti, persone, mezzi) e l’organizzazione che definiamo (ricetta, modalità organizzative). Ogni elemento non può prescindere dagli altri.

Non posso ambire ad ottenere la una torta più buona (strategia) se non ho un forno e ingredienti di qualità (mezzi, strumenti, risorse) e non ho idea di come amalgamarli (organizzazione, ricetta); non posso ottenere un grande Merlot (strategia) se non ho un ottima uva e non so come fare vino, così come non posso essere innovativo (strategia) senza incentivare la ricerca, mettendo a disposizione le strutture adeguate.