Il contesto: Palazzago

 

Ho giorno parlato del contesto in cui si muove la mia azienda agricola: abbiamo parlato tempo fa della bergamasca, oggi vorrei parlare di Palazzago.

Una delle iniziative interessanti della Regione Lombardia, è la creazione della Banca della Terra Lombarda. In pratica la Legge Regionale n° 30/2014 sancisce la creazione di un albo dei terreni coltivabili, non coltivati, un albo dei terreni abbandonati che possono essere messi a disposizione dai proprietari per le aziende agricole per il temporaneo utilizzo. La legge è una legge complessa che definisce enti e strutture per favorire la de-burocratizzazione e dare una mano alle aziende rurali. Una di queste iniziative è la creazione dell’albo on line dei terreni incolti che i proprietari dichiarano di mettere a disposizione agli agricoltori. Il comune di Palazzago ha pertanto redatto l’elenco dei terreni incolti, al fine di sollecitare i legittimi proprietari a rendere gli stessi disponibili ai poveri agricoltori, sempre alla ricerca di nuove terre da coltivare. Non ho capito l’utilità pratica di tale iniziativa, ritenendo che un proprietario che avesse la possibilità di affittare il terreno lo possa fare, se non lo ha già fatto, senza la Legge Regionale n°30/2014, ma l’elenco redatto dal comune di Palazzago mi da la possibilità di capire tante cose e di conoscere meglio territorio dove si produce il nostro Merlot.

Innanzitutto i terreni incolti: in totale il comune rileva 226 ettari di terreni incolti. Non male.

Come sono composti? Il 50% sono seminativi e vigneti. Esattamente la metà dei terreni oggi incolti erano o vigneti (il 24%) o terreni che producevano. Non è poco. Il 31% sono boschi, e questo si può capire, il 10% sono pascoli.

La classificazione del terreno è catastale, sicuramente risale al secolo scorso, le fonti intercettiate fanno risalire l’opera di riordino che abbiamo attualmente agli anni sessanta, presumo quindi che la classificazione catastale sia la fotografia della destinazione urbanistica dei terreni della prima metà del secolo scorso.

A Palazzago pertanto esistevano 54 ettari di vigneti che oggi sono abbandonati, 58 ettari di seminativi, 20 ettari di pascoli. Questo a confermare la profonda trasformazione del territorio di Palazzago (e delle prealpi lombarde) nell’ultimo secolo. 54 ettari di vigneto sono una bella quantità: tenendo conto di una resa di buona qualità potrebbero essere 5400 quintali di uva, quindi 378.000 litri, quindi 500.000 bottiglie. Potrebbe essere una delle più grandi aziende italiane vinicole se fossero tutti di un unico proprietario.

L’altra indicazione che ne traggo è la grande vocazione vinicola del territorio di Palazzago: una deduzione logica è: se c’erano tutti questi vigneti il vino non doveva essere poi male.

500 mila bottiglie sarebbero un buon fatturato, a riuscire a venderle, e un buon sostentamento per tante famiglie, le famiglie che dagli anni sessanta in poi hanno trovato un migliore impiego nelle fabbriche, nei servizi decretando l’abbandono delle campagne.

I segni di questo grande vigneto sono ancora presenti: i terrazzamenti sono tutti i residui più evidenti dell’antica vocazione del territorio: tutta la costa verso Precornelli, la valletta del Borghetto, tutta la fascia collinare che volge ai paesi della Beita, Secchia, Gromlongo, Belvedre, Capietaglio: posti dove sopravvivono gli ultimi vigneti. I segni dell’abbandono sono parimenti presenti nei boschi incolti, nei (ex)vigneti e nei terreni infestati dai rovi (ne so qualcosa avendone liberato più di un ettaro).

Ma non basta, il seminativo: sono tanti terreni nelle piane, cosa coltivavano? Melgot? C’era un mais tipico a Palazzago, a Rovetta c’era il rosso rostrato, a Gandino lo spinato e a Palazzago? Chissà quante foto negli archivi delle famiglie di Palazzago a testimoniare l’antica vocazione.

A Palazzago resistono probabilmente gli antichi vitigni, e forse esiste ancora la cultura e l’abitudine antica di coltivare seguendo le fasi della luna. Sarebbe bello che l’amministrazione potesse cercare di recuperare prima del definitivo abbandono questa antica cultura. A Palazzago probabilmente esistono ancora le tracce dei vitigni autoctoni della zona, negli anni ’90 a Palazzago venne rinvenuto un vitigno locale: il Camoretti (ne esiste traccia in un libretto edito dalla provincia di Bergamo negli anni ’90). Chissà mai che possa collaborare con un’amministrazione attenta al recupero della sapienza antica e dei nostri vecchi vitigni e rilanciare una specialità locale.

Mah

Ogni tanto viene voglia di fare bilanci, mettere insieme quello che hai fatto, quello ca fai, anche solo per capire, e non è come l’arrivare al traguardo, dopo tanto affanno, delle prime bottiglie che occorre misurare e pesare, contare e ricontare.
Chi ha guadagnato da questa nostra impresa…
Innanzitutto Coldiretti, hanno trovato un cliente esigente, ignorante, un’azienda che scopriva un vaso di Pandora che ogni volta ha pagato il dazio…compenso per l’assistenza, la quota di iscrizione, l’inserimento delle pratiche. Coldiretti deve persino dichiarare quanta uva ho prodotto, potrei farlo io, ma nessuno sa come fare, se non Coldiretti e forse qualche funzionario statale…il contributo per la coltivazione in area di montagna mi costa chiederlo il 30% dello stesso.
Ha guadagnato il Comune dove risiede il vigneto, con i diritti di segreteria per ogni pratica che ho fatto.
Ha guadagnato lo stato: marche da bollo, infinite tasse e gabelle, a volte basta scrivere in un preliminare caparra al posto di anticipo (che poi se vai sul vocabolario scopri che la caparra è un anticipo), che la tassa da pagare passa dallo 0,5% al 3%, ma se cerchi di fare da solo queste cose non lo sai. La marca da bollo…nell’era dei pagamenti on line, devo trovare il tabaccaio, che on line…la stampa.
Ci hanno guadagnato i lavoratori che hanno lavorato per me. Il primo che ha lavorato era un amico che doveva lavorare…con me non ha voluto i vaucher, non sapevamo come funzionavano, quindi invece di incassare 7,5 euro a fronte del mio esborso di 10 euro all’INPS, ne ha presi 6 netti da una cooperativa di somministrazione lavoro che ne incassava da me 14.
Hanno guadagnato il lavoratori della cooperativa sociale che ha potato gli anni successivi, e i ragazzi che hanno scacchiato, pettinato, spollona to, con tanto di contributo allo stato.
C’è da dire che chi ha lavorato per me ha sudato e il lavoro era visibile. Ho avuto anche chi ha lavorato dichiarando a me ore che poi non faceva. Ho imparato che la vita è fatta anche di queste cose, io ho fatto finta di nulla e non gli ho detto nulla, l’indignazione non paga, ma non ho più fatto lavorare quella persona. E ha capito…spero gli serva da lezione.
Hanno guadagnato chi ha rivenduto due decespugliatori e una motosega che hanno prelevato dal mio magazzino. Spero ne avessero tanto bisogno, sarebbe stato comunque meglio parlarne, non è così che si risolvono i problemi. Oggi non ho quasi nulla nel magazzino e faccio fatica a portare tutto avanti e indietro, e credo che il ladro non abbia risolto nulla.
Ha guadagnato anche chi ha rubato le piante che ho piantato. Erano mele salvate dall’abbandono, di qualità sconosciutoa. Sorrido quando penso che quelle mele sono in qualche giardino e comunque hanno aiutato al mio obiettivo, salvare la qualità, anzi è addirittura meglio che sia stata diffusa oltre al mio giardino. Me l’avesse chiesta gliela avrei data volentieri, evitandogli lo scavo serale, vigile e attento, la fuga furtiva con le piante sotto braccio, l’ansia che credo avesse, nel momento del furto. Rischi non ne ha corsi, nella nostra nazione l’impunità si fa un baffo delle leggi.

Ci hanno guadagnato i vicini, che la domenica vengono a trovarmi, bevendo e brindando con me al crepuscolo, scambiando le chiacchiere sul tempo e sul governo, sulla vita e sulla fatica, sulla voglia di continuare. Loro mi hanno aiutato, e hanno ricevuto quello che hanno chiesto, nella forma più semplice di collaborazione: il baratto. Ho ripulito tutto il bosco regalandogli tutta la legna che ne traevano.

Ci hanno guadagnato i venditori di attrezzi, chi lungimirante e serio, che mi rivede ritornare, chi furbo e approfittatore che con me alla fine ha venduto una cosa sola, e chissà se si chie come mai non torno.

Ci ha guadagnato il paesaggio, il mio vigneto è una pennellata di verde nelle colline di Palazzago.

Ho guadagnato tanto anche io: la fatica della terra paga più della palestra, e la gioia del raccolto è immensa. Ho guadagnato il piacere dell’alba, la riscoperta delle lucciole, il ritmo delle stagioni, e la consapevolezza della naturalità del destino. 

Il bilancio finale? Continuiamo!!!

Aggiornamento

Rieccoci a per un veloce aggiornamento della nostra situazione, è passato ormai quasi un anno dalla Vostra visita.

Anno molto intenso e molto importante per noi. A Gennaio Gabriella ha definitivamente scelto di dedicarsi al vigneto al 100% per cui ogni giorno dedica con dedizione e passione il suo tempo alla cura del nostro paradiso.

  • Il vigneto è rimesso a nuovo: rinnovate e legate le piante di vite, preparate le buche per la messa a dimora delle barbatelle di rinnovo, ripulito il sottofilare dalle infestanti più invadenti (sempre manualmente e senza prodotti di sintesi)
  • Ci stiamo avvicinando all’imbottigliamento!!! Ad Aprile avremo in bottiglia la vendemmia 2015, e a maggio la vendemmia 2016. Allora ci sarà il primo vero riscontro alla nostra passione: piacerà? Non piacerà? Noi ce l’abbiamo messa tutta.
  • Stiamo pianificando la nostra presenza nelle manifestazioni del territorio (Andar per corti a Caprino a maggio e street food a Ponte San Pietro i primi di giugno, VI ASPETTIAMO)
  • Continuano a credere nel nostro sogno e comunichiamo con orgoglio che è in via di finalizzazione l’acquisto del nuovo terreno per il nuovo vigneto (ci stiamo orientando verso un clone di marezzino molto interessante…ma se volete approfondiamo.
  • Abbiamo pronte le mele le mele “agordine”, salvate dall’abbandono, pronte ad essere piantate (a presto la loro storia)
  • Abbiamo approfondito i temi relativi all’agricoltura biologica e i principi di coltivazione steineriani, potrebbe essere argomento di un’altro interessante confronto.
  • Stiamo finalizzando brochure ed etichette per presentare i nostri prodotti con una cornice degna.

Vi aspettiamo presto da noi (da maggio se desiderate con assaggio…)

Un cordialissimo saluto

Luciano, Gabriella, Marco con Fea e Doris

Il contesto: approfondimento

scanzo

Nel mio ultimo articolo abbiamo parlato dell’importanza del ruolo dell’agricoltura nella tutela del paesaggio. Ma vorrei approfondire questo aspetto.
La provincia di Bergamo è una provincia di 1,108,000 abitanti e ha una superficie di 2,746 km quadrati. Come diceva il poeta (di famiglia bergamasca) Torquato Tasso:

« Terra che il Serio bagna e il Brembo inonda,
che monti e valli mostri a l’una mano
ed a l’altra il tuo verde e largo piano,
or ampia ed or sublime ed or profonda »

Già nel XVI secolo in poche righe Torquato sottolineava il carattere peculiare della nostra provincia: il legame tra monti, valli e la grande pianura, e l’incredibile legame del territorio con i suoi fiumi e i caratteri dei suoi fiumi, che bagnano, ma anche inondano.

Il territorio montano e il collinare vivono il loro legame con la natura e percepiscono il beneficio di una cultura che la curi, che la utilizzi, ma che la coltivi, che faccia coltura, che poi non è molto lontano da cultura (=avere cura).

A fronte di una superficie di 270.000 ettari totale 140.000 sono terreni agricoli, di cui 71.000 ettari sono effettivamente coltivati. 6.700 sono i terreni coltivati in collina, e poco meno in montagna. La maggior parte del territorio coltivato è in pianura con quasi 23.000 ettari coltivati a mais (2013).
Ho raccolto i dati da varie fonti che talvolta danno numeri contrastanti, ma nel contesto della discussione di oggi teniamoli buoni, non è importante una precisione all’ettaro.
6.445 sono le aziende, il 36% in montagna mentre il 19% in collina. Si deduce come è ovvio una presenza di grande aziende in pianura, e una frammentazione della struttura imprenditoriale agricola in montagna dove a fronte di pochi terreni coltivati si cono circa un terzo delle aziende agricole. Ciò significa aziende piccole, familiari, allevamenti con terreni a pascolo, senza coltivazioni. Come è ovvio peraltro.
Ma pensiamo all’effetto della presenza dell’agricoltura in montagna: mantenimento dei boschi, dei pascoli, cura del paesaggio con un effetto benefico alla sicurezza delle vallate, mantenendole vive controllandone l’abbandono già avviato da decenni. L’agricoltura di montagna oggi come non mai avrebbe la possibilità di convertire, investire in culture adatte alla montagna a più alto valore aggiunto (e gustativo…) con preferibilmente il valore aggiunto della trasformazione. Pertanto frutta di nicchia, piante officinali, formaggi. Il contributo dell’agricoltura alla tutela della montagna è altissimo, benché dal punto di vista economico sia, in una provincia industrializzata come quella di Bergamo, irrilevante.
In ogni caso le DOP bergamasche riflettono la qualità delle produzioni montane, riflettendo in prodotti quali il BITTO, il Formai de Mut, l’importanza della qualità. In questo senso occorrerebbe però la tendenza del normatore ad allargare i confini di prodotti di nicchia una volta che ottengono riconoscimenti, facendone perdere le caratteristiche peculiari e di base a favore di una commercializzazione più ampia si, ma contribuendo a svalutane le peculiarità. Il taleggio oggi si può produrre quasi ovunque (a discapito di un nome molto locale), il bitto in Valtellina ad esempio è al centro di lotte per la tutela del disciplinare tradizionale a discapito del suo allargamento verso approcci meno tradizionali e più industriali che ha fatto nascere accanto alla DOP Bitto, il presidio del Bitto Ribelle, o Bitto Storico.

Lascio altri numeri suo quali magari potremmo tornarci:
In bergamasca sono allevati
111.000 bovini
300.000 suini
16.000 caprini
43.000 ovini

Sul territorio bergamasco ci sono 812 ettari di vigne. E poi?

9 formaggi DOP
158 agriturismi
22 PAT (prodotti alimentari tipici)
2 DOC (Valcalepio e Colleoni, o Terre del Colleoni)
1 DCGC (Moscato di Scanzo)

Il contesto

Qualche numero sull’agricoltura bergamasca:
71.000 ettari coltivati di cui 6.700 in collina
6.445 aziende (il 36% in montagna, il 19% in collina) il 24% gestito da donne e il 36% da giovani
In bergamasca sono allevati
111.000 bovini
300.000 suini
16.000 caprini
43.000 ovini

E la vigna?
Sul territorio bergamasco ci sono 812 ettari di vigne, la nostra vigna pertanto è 1/812 esimo del patrimonio vinicolo bergamasco.

e poi?

9 formaggi DOP
158 agriturismi
22 PAT (prodotti alimentari tipici)
2 DOC (Valcalepio e Colleoni, o Terre del Colleoni)
1 DCGC (Moscato di Scanzo)

Questo è il contesto

 

Il paesaggio

Questo è il periodo della manutenzione al vigneto: ho dovuto ripercorrere tutto il perimetro per eliminare la natura debordante che cerca di sottrarsi all’ordine “antropomorfico” che le impongo. Tutto il perimetro del mio vigneto è aggredito da robinie, rovi, persino piccole poverelle. Gli alberi da frutto che ho piantato stanno ritornando alla luce, spogliati dai rovi e dai rampicanti che li aggredivano. Anche il vigneto ha dovuto essere pulito, la zona fra i filari, benché oggetto di 4 “trinciature” (taglio con macina delle sterpaglie) ha comunque fatto crescere qualche robinia, mentre nel sottofilare la situazione è peggiore: non diserbando e non passando con nessun mezzo meccanico, hanno trovato spazio rovi e vitalba, una liana rampicante vigorisissima. Forse non lo sapete, ma una robinia in una stagione “costruisce” un albero con un tronco fino a 7cm di diametro e la vitalba “fabbrica” liane fino a 10 metri nello stesso tempo.

Adesso dopo la pulizia tutto appare al meglio, tra poco, fatta la potatura (l’operazione successiva tra qualche settimana) il vigneto apparirà ordinato, pulito, regolare, proprio come piace a noi, come l’immaginario collettivo ama pensare al vigneto.

vigneti_02

Ho ripulito anche una parte di bosco; si, è stato faticoso e non era indispensabile per il vigneto, ma volevo liberare i castagni sopravvissuti alle malattie e farli respirare. Ora il bosco è pulito, ampio ci si può camminare senza impigliarsi in nulla.

E’ nella fatica di questa attività che ho pensato ancora una volta all’importanza del ruolo degli agricoltori nella tutela del paesaggio. In fondo, quello che ammiriamo e fotografiamo spesso nella natura è la sua parte selvaggia “addomesticata” e “regolarizzata” dall’intervento umano. E’ l’uomo che pulendo, sistemando, mantenendo i prati, i capi, i vigneti riesce a mantenere un ambiente decoroso e un paesaggio che molti ci ammirano. Ed è sotto gli occhi di tutti quanto avviene nelle aree urbanizzate, quando l’agricoltore non c’è più e la tutela del verde diventa un puro costo comunale, un immane sforzo fatto di manodopera, ed è sotto gli occhi di tutti come si facile arrivare, in queste zone al degrado, ad avere aree totalmente innaturali, pur nella loro naturalità, aree impenetrabili, fatte di sterpaglie miste al peggio che l’uomo produce: immondizia, plastica, materassi.

Il ruolo del mantenimento dell’attività agricola va quindi oltre al puro ruolo economico per la collettività; non è solo produzione di cibo a km zero, ma è anche tutela e mantenimento del paesaggio al quale talvolta dà carattere e bellezza ulteriore: sono nella mente di tutti le fotografie dei paesaggi vitati della toscana, dei prati di grano fioriti immortalati da Van Gogh. Cosa sarebbe la montagna senza il paesaggio del pascolo, o la pianura senza i campi di grano.

Non so se tutti sono coscienti di questo: non so se quando mettiamo in tavola un prodotto agricolo sappiamo tutto che abbiamo fatto un bellissimo gesto nella salvaguardia del nostro paesaggio.

Duir

Duir è il nome del vino che, pronto dall’autunno del 2017 è frutto della vendemmia 2015, lasciato maturare il botti di rovere per 18 mesi. Perché Duir? Ecco come ci siamo arrivati.

La quercia è la latifoglia per antonomasia; è l’albero nella sua definizione più ampia. La sua forma, la sua forza incute rispetto e gli antichi Celti ne osservavano la crescita massiccia e la sua distesa imponente, prendendo questo come chiaro simbolo del fatto che la quercia dovesse essere onorata per la sua tenacia e resistenza oltre che nobile forma.
Indossare foglie di quercia era un segno distintivo di status sociale tra i celti, così come tra gli antichi Greci e Romani, ricorderete opere d’arte e sculture con raffigurazione delle foglie di quercia. “Leafman”, o l’uomo selvatico (l’om selvarech delle alpi bellunesi ad esempio) ha il volto è ricoperto di foglie di quercia e non è nient’altro che l’evoluzione della tradizione che risale alla spiritualità antica e panteista in cui il potere regale della quercia veniva riconosciuto e onorato. Ci sono racconti che fanno risalire il nome di “druido”, lo sciamano, il sacerdote celtico, a “duir”, il termine celtico che indicava la quercia. Ancora più interessante, sapere che l’etimologia di porta, door è duir. Duir è “porta” attraverso cui si accede ai piani eterici del pensiero superiore (la psiche o  l’anima-pensiero).
La quercia attirava (attira) i fulmini, e ciò ne rinforzava l’attributo di potenza, che associata alla sua longevità permetteva di eleggere questo magnifico albero all’affermazione della vita stessa.
La quercia era generosa con i suoi doni, di questo albero si usava tutto e sempre con sommo rispetto, le foglie nella bergamasca stessa (e parlo di non più di 40 anni fa) erano l’alimentazione invernale degli animali in consociazione con il fieno estivo. Oggi sono quasi scomparse anche perché penso che abbiano deciso di lasciare l’uomo al suo destino, molti boschi di querce sono infatti ormai delle piantagioni di robinia, l’albero che ha invaso ne nostre zone.

Un’altro simbolo legato alla quercia è yggdrasil, dove si raffigurano le strade collegate ai mondi dell’esistenza: alla base delle radici vi era il mondo intero, luogo di permanenza dei trapassati (il cui concetto non è equiparabile all’inferno cattolico), a metà sul fusto dell’albero era situato il mondo reale o mondo di mezzo, fino al mondo superiore degli Asi o deità, il luogo dove dimorano i coraggiosi, la terra degli eroi. Attorno alla quercia vi erano le quattro direzioni divise in regione delle nebbie o Nifelheim, regione del fuoco o Muspelheim, il regno dei Vani (regno delle forze dello sviluppo e la crescita), e il regno dei Giganti o Jotunheim.

Quale era il significato celtico della quercia::

vita
forza
saggezza
nobiltà
famiglia
fedeltà
potenza
longevità
patrimonio
Onore

 

 

Vino senza olio di palma

Il mio vino è privo d’olio di palma, probabilmente se lo metto in evidenza bene ne venderò di più…
E’ un’affermazione forte e provocatoria, ma in effetti adesso conta il marketing, l’informazione, nel senso che basta ci sia un’idea di marketing e si passi l’informazione giusta, che poi via vera, verosimile o falsa non importa. Se scrivo “vino privo di olio di palma” in etichetta, non dichiaro il falso (in effetti olio di palma non ne metto) e magari qualcuno che lo compra grazie a questa dicitura lo trovo.
Ma non è giusto quello che dico: non è giusto nel rispetto dei consumatori; scrivendo quello che ho scritto li ho considerati come una massa incapace di discernere.
Però mi ricordo qualche anno fa, agli albori della polemica sull’olio di palma avevo indagato il tema.
Dell’olio di palma allora non mi tornavano due cose:
la prima era che usare, per prodotti di quotidiano consumo, l’olio di palma, un olio evidentemente di produzione “tropicale”, proveniente sempre evidentemente da paesi low cost mi faceva “strano”;
la seconda cosa era il costo. In una visita presso un grossista (il supermarket Metro) avevo appurato un costo infinitamente inferiore dell’olio di palma rispetto a tutti gli altri “grassi”.
Ma allora nella ricetta ci finiva per le doti e le proprietà che conferiva al cibo o per una pura convenienza di riduzione costi o massimizzazione utili (che è la stessa cosa..)?
Il secondo passo che feci fu cercare i prodotti privi di olio di palma; l’olio di palma era specificato chiaramente in TUTTI i tipi di biscotti, in alcuni rari casi (Nutella ad esempio) veniva generalmente citato “oli di origine vegetale”. Solo i biscotti Leibniz erano fatti con il burro.
Per me l’idea era chiara: l’olio di palma si era affermato come ingrediente di base di tutti i biscotti “industriali”, essenzialmente per le sue “doti” di costo, non era peraltro chiaro quali doti “alimentari” portassero all’alimento.
Nello stesso periodo iniziò una campagna durissima contro l’olio di palma.
E’ cancerogeno, distrugge le foreste, se non usassimo più olio di palma non avremmo abbastanza oli alternativi, l’olio di girasole è peggio…
Le informazioni erano troppe e contrastanti, mai documentate in maniera obiettiva.
Ma arriviamo a questi giorni.
L’altro giorno avevo i miei biscotti “Colussi” con la bella scritta “privo di olio di palma” come passando per il corridoio all’esselunga emerge chiaramente come tutti i produttori hanno virato, per la campagna di informazioni di cui ho parlato, verso alternative all’olio di palma.
Cosa ho imparato:
la gestione delle informazioni oggi è isterica e non razionale, passando da un eccesso all’altro: olio di palma no ad ogni costo, senza sapere cosa ci aspetta di alternativo
l’opinione e la forza del consumatore è sempre più influente, tando da avere, di fatto, eliminato l’olio di palma dai biscotti
attenzione a fare le battaglie giuste! Spesso rischiamo di fare battaglie sull’onda dell’emozione e non sulla base di dati scientifici
ma soprattutto: la logica della produzione industriale è incoerente nei confronti del cosumatore: è capace di estendere i maniera massiva l’olio di palma e sostituirlo con la stessa disinvoltura con cui lo ha introdotto: è coerente solo se la si legge dal punto di vista del profitto.
Ancora una volta motivo per dare un occhio concreto e responsabile all’approfondimento di quello che mangiamo, della sua genuinità e della sua origine.
Come il mio vino, che di olio di palma non ne ha.

Pafoj addicted

E poi un giorno, nelle scorribande scanzonate alla ricerca di qualcosa capiti in una cantina in una stradina persa nel Piemonte. Saranno stati 10 o 15 anni fa. Una giornata di sole, frizzante, il blu terso a fare da contrasto il verde marrone dell’autunno, la bruma d’autunno a sfocare il paesaggio. Le visite alle cantine fino ad allora erano interessanti si, affascinanti: il mondo del vino, la vinificazione, l’assaggio, gli aneddoti dei vignaioli, l’acquisto…

Ma in quella cantina di respirava qualcosa di diverso. Nessuno mi mostrò un tino, un attrezzo un serbatoio, ma mi portarono nella vigna, a toccare la terra e vedere l’erba, a toccare le foglie… a vedere il verde e il contrasto con vigne morte magari lì vicino, vigne senza verde…nessuno mi parlava di processo industrializzato, di vasche di inox, di fermentazione, di stabilizzanti o processi più o meno scientifici, ma si parlava di equilibrio, di solstizi, di api, di influenze astrali, di equilibri, di vita, di diversità, di biodiversità.

“nella mia vigna c’è sempre qualcosa in fiore”

una frase che mi è rimasta impressa, e nello spiegarmi l’utilità di quel gesto, di quella “precauzione” si percepiva la poesia di quel gesto: per me poesia è passione, emozione, amore.

Ricordo di avere capito lì la violenza del diserbo, un pugno nello stomaco che la natura fatica ad assorbire, un pugno feroce, ma mai letale. E’ lì che ho capito come la natura a volte sa subire con dignità, e ti punisce con sottile ferocia; ricordo di avere riconosciuto la passione dentro quei vini che poi ho assaggiato, passione che è sudore, caparbietà, coraggio di contrastare il sentire e il pensare comune.

Uno di quei vini era il simbolo di questa continua ricerca:

“Pafoj”

credo voglia dire “non sono folle”, e per me mai un nome più denso di significati fu dato ad un vino: quel nome aveva ed ha dentro tutto quello che ho espresso.

Credo che quella visita abbia risvegliato un seme dentro di me, un seme che probabilmente veniva da lontano e sopito aspettava un vino, una passione e un mentore in grado di farlo germogliare.