Monologhi della vigna: un lungo viaggio

ho radici, ma percorro un viaggio da seimila anni: accompagno l’uomo, i suoi sogni, la sua voglia di evadere; lo accompagno nelle notti allegre e nelle mattine tristi; lo accompagno nella sua fatica giornaliera, con i suoi umori, con le sue gioie, con le sue tristezze

apprezzo i suoi gesti lenti, lunghi, pensati e pensanti e ho bisogno che mi accompagni nel cammino della vita e nel cammino della stagione; è il protagonista della mia vita e della mia migrazione, e lui ha bisogno di me, dei miei frutti e dei miei sogni

sono partita da lontano e ho percorso un filo magico sospeso tra il caldo e il freddo, l’umido e il secco, dove la notte si divide con giorno, dove il giorno non è mai troppo corto e la notte non è mai troppo lunga, mai troppo caldo, mai troppo freddo

è difficile camminare quando hai delle radici, quando sei fatto per vivere nella terra e per la terra, ma la terra di mezzo, la terra tra il freddo e il torrido, è fatta da uomini curiosi, da uomini operosi e da uomini ingegnosi, gli uomini che hanno avuto sempre voglia di sognare

è così che ho conosciuto rocce, sabbie e vulcani; ho navigato e scalato montagne; ho ubriacato eroi, ladri ed assassini; poeti e folli navigatori, ma sempre ed in ogni luogo ogni mia pianta e ogni mia vigna hanno trovato l’uomo che le cura e il terreno che le culla

è così che vicino al mare più limpido o alle distese infinite, nelle colline più aspre o sui vulcani più caldi, per me l’uomo ha liberato foreste e modellato terreni, ed è così che ho trovato il mio luogo, il mio letto, il mio cielo dove potessi esprimere il maglio dai mie frutti, dispensando buonumore e tristezze, allegria e torpore

è dalle mie uve e dalla mia vigna che l’uomo ricava il suo vino; dalle uve e da questa vigna, dalle mie uve, con mio uomo, dal il mio terreno…ed in ogni posto un’uva, un vino, un uomo, un terreno ogni volta diverso…

Monologhi della vigna: la grandine

il cielo si incupisce…

arrivano nuvole, basse, sorde…

tutto il grigio del mondo è ciel…

nemmeno il sole fa sapere dove si trova, tanto è spessa la coltre di nubi; nubi pesanti, nubi lorde, nubi sorde che portano pensieri di terrore

il vento si prende il palcoscenico: suoni e movimenti riempiono lo spazi, le piante ondeggiano e sembrano esprimere la loro paura; sordi tuoni arrivano da lontano: arriveranno fino a qui? arriverà la grandine? arriverà il terrore?

mi chiedo chi possa essere colui che ordisce questa trama fitta, cupa e imperscrutabile, drammatica e comica, questa trama che è come la vita, imprevedibile e a volte terribile

chi può mettere in scena il grigio più cupo, tutte le paure, e chi possa in un attimo trasformarlo nel cielo più limpido e terso

a volte le nubi corrono veloci fino ad arrivare a scatenare l’inferno lasciando basito e inerme quel povero uomo che corre nella sua vigna, inseguendo l’annata, inseguendo il suo vino

il cielo si incupisce…

la vigna è pronta e richiude le sue foglie su sé stesse, si fanno più piccole, quasi a nascondersi della guerra che forse tra poco si scatenerà: chi ordisce questa trama non sarà mai sensibile al mio dolore, e forse si divertirà a sentire l’affanno e le speranze di chi è vittima della sua bizzarria

le prime gocce cadono, sono rare e pesanti,

ma non è pioggia lieve, come quella di primavera, quando accarezzando il terreno lo fanno fiorire, ma nemmeno la pioggia continua d’autunno, che ti stanca e ti infreddolisce, ma che non porta sventure se non quando il terreno lordo e pesante non si abbandona al pendio; è la pioggia d’estate, che ogni volta è una nuova volta, ogni volta è terrore e speranza, tra la vita e la fatica

sarà dura 

quando la pioggia aumenta e il grigio diventa cupo e aumenta il vento, insieme aumenta la paura: a volte come d’incanto il vento si ferma e le mie foglie lentamente si riaprono incredule dello scampato pericolo., a volte arriva lei, la grandine e allora il cuore si addolora pensando a quello che sarà domani, la stagione, il vino

Monologhi della vigna: mi godo la pioggia

mi godo la bella pioggia, che ora è vita…ora è vita, e non è solo gioia:

a volte goccia, a volte Fiume in piena…pioggia che lascia il tempo di bere, e pioggia che affonda le radici nel fango o pioggia che scava, che toglie il respiro, che toglie la terra, che ti toglie la vita mettendo a nudo le mie intime radici

e allora ogni volta ti trovi, a sperare nella pioggia, nella pioggia che disseta, e a sperare che poi venga subito il sole, ad asciugarti per essere sempre più bella

a volte però il cambio di modi porta una nebbia che oscura le foglie e che si prende i miei grappoli

allora supporto e sopporto l’uomo, che con pazienza mi aiuta a trovare la piccola resistenza, mi viene in soccorso la terra, la natura, l’acqua, il sole…aspetto quella goccia di acqua, quella gocce di essenza, di ortica, di salice, di zolfo, di rame, quella goccia di sudore, in un raggio di sole, quella goccia di tutta la speranza mi accompagna verso l’apoteosi della mia stagione, quello che l’uomo che mi cura chiama vendemmia

e allora aspetto sole, pioggia, acqua, rame, zolfo, e ancora acqua, sole, rame, zolfo, e poi sole, pioggia e di nuovo acqua rame e zolfo sperando la nebbia non arrivo

chissà se io e l’uomo che mi cura, riusciremo anche quest’anno a portare zucchero nel nostro frutto, e amore nel nostro vino

Monologhi della vigna: si parte!

cammino per i filari tra l’erba già alta ora già dipinta di verde accanto ad alberi vicini ancora spogli, i ciliegi stanno dicendo che esistono: i boschi sono punteggiate di alberi bianchi con i loro fiori

controllo, salendo lentamente, il mio vigneto più ripido, i tralci che saranno madre hanno le gemme gonfie, e sono nate prime foglie

sembra incredibile, oggi vedo una gemma, una piccola foglia, domani sarà un piccolo tralcio, settimana prossima dovrò curarlo, controllare che cresca bene che sia ben orientato e protetto e poi tra un mese dopo avere cercato il cielo si piegherà verso la terra se non sarò capace di trovargli la giusta via

arriverà la pioggia e la su crescita accelererà fino a non riconoscere giorno con giorno la pianta del giorno prima per riconoscere nel tutto il senso della vita

è una lentissima esplosione quella che si prepara, non mi accorgo del lento movimento, della crescita costante, è la lentissima esplosione della vite, del capo a frutto che diventa portatore di uva, del mio prossimo vino che nascerà

devo fare attenzione nell’accompagnare i tralci e la vigna nell’aiutare il raggiungimento del nostro obiettivo, il frutto che è futuro, vino per me, seme e vita per la vite

da oggi inizia il mio viaggio in vigna, da oggi devo accompagnare questa vigna nel suo percorso dalla Gemma ino al frutto, ci legheremo io e la vigna, mano nella mano, in questa annata attraverso il caldo, il freddo, il sole, la pioggia, il vento, la tempesta, la sete fino alla vendemmia

Monologhi della vigna: primavera

piove…la nuova linfa freme e ancora la mia voglia di crescere si fa sentire: i tralci incominciano a sentire il peso dei giorni, cercano il cielo, e nella loro crescita verso il cielo il peso lì piega:

aspirano al cielo, ma lì attira la terra

mi aiuterà l’uomo con il suo gesto paziente che, raccogliendo le mie liane, infilandole a una a una, mi raddrizza, mi pettina, mi rende più bella e così i miei viticci ballando nell’aria riescono ad aggrapparsi a qualcosa di solido: i filo, un altro tralcio, un palo finché alla fine ogni ramo si avvicinerà al suo sogno: arrivare al cielo

mi godo la bella pioggia, che ora è vita, ma quello vita non è solo gioia: a volte è goccia, a volte è torrente, è pioggia che mi lascia il tempo di bere ed è pioggia che mi affonda le radici nel fango, o peggio pioggia che scava, che toglie il respiro, che mi toglie la terra, che ti toglie la vita scoprendo anche le mie intime radici

e allora ogni volta ti trovi, dopo la pioggia sperare il sole, l’afa, l’umido fino a temere che questo folle alternarsi di tempi e di modi non porti la nebbia che oscura le foglie e che si prende i miei grappoli

allora supporto e sopporto l’uomo che con pazienza mi aiuta a trovare la piccola resistenza, mi viene in soccorso la terra, la natura, l’acqua, il sole e allora aspetto quella goccia di acqua, quelle gocce di essenza, di ortica, di salice, di zolfo, di rame, di odore, di sudore, di acqua, di sole, e di tutta la speranza mi accompagna verso l’apoteosi della mia stagione, quello che l’uomo che mi cura chiama vendemmia

e allora sole, pioggia, acqua, rame, zolfo, e ancora acqua, sole, rame, zolfo, e poi sole, pioggia e di nuovo acqua rame e zolfo

chissà se io e l’uomo che mi cura, riusciremo anche quest’anno a portare zucchero nel nostro frutto, e amore nel nostro vino

Monologhi della vigna: potando

abbasso lo sguardo, accarezzo il piede, osservo il tronco da terra fino all’estremità…guardo il tralcio che ha prodotto, lo sperone che ha liberato le sue gemme, devo scegliere dove tagliare, cosa tagliare, cosa lasciare

mi rivedo come oggi un anno fa, la stessa attenzione, lo stesso sguardo, gli stessi pensieri

via i polloni, via i rametti, via il capo a frutto: è il taglio del passato

pensiamo al presente, all’anno che arriva, al nuovo vino

così senza rimorsi un taglio netto al capo a frutto del passato, alle cose che hanno già dato e lasciamo il tempo alla speranza più forte: il tralcio più vigorose

e poi ancora, un altro taglio per il futuro, uno sperone, da cui nascerà la riserva per l’anno venturo, cosî il ciclo della vita si compie, un taglio al passato, viviamo il presente e pensiamo al futuro

potare è come mettere ordine nella propria vita, quando ci si guarda intorno, pensiamo a quello che abbiamo fatto, a quello che siamo e a quello che vogliamo

si rompe col passato, si vive il presente e si imposta il futuro

ma non c’è tempo da perdere…allungo la mano e prendo il tralcio del passato, lo getto a terra…lo raccoglierò con calma e procedo…un altro passo, un altro sguardo: cambio pianta e ricomincio,

Il taglio ritmato della cesoia accompagna il verso della poiana che vola sull’ vigneto, all’orizzonte la foschie dell’inverno tremano al rumore del da fare umano

Sono qui nel mio paradiso e la vigna mi guarda, aspetta che la spogli per ripartire con un nuovo viaggio

Monologhi della vigna: inverno

gennaio…un inverno come tanti, forse leggermente più caldo rispetto a qualche anno fa, il sole radente e basso, una leggera foschia all’orizzonte, il verde domina il panorama, un verde tenue, invernale appunto; uno uomo con una giacca rossa, due poiane che si inseguono, un rumore ritmico, il taglio della forbice con cui l’uomo sta potando la protagonista del dialogo di oggi: la vigna.

affronto il freddo di quest’inverno nuda, mi hanno abbandonato le mie foglie, ma mi rimane l’essenziale, il legno, le radici, ed i miei tesori: le gemme

l’uomo che mi cura mi sta spogliando privandomi di ogni pudore: ora sono tornata snella e libera a orpelli, libera da rami, vinaccioli e rametti, pronta per affondare i rami nel cielo

mi riparo dal freddo, dal gelo, godendo degli sprazzi di sole che spesso arrivano, anche ora, a gennaio, e scaldano il mio cuore, mentre aspetto la primavera

l’inverno è acqua, è neve, è pioggia è sole, ma è riposo, concentrazione, ricarica

nell’infinito incedere del tempo, mi ritrovo a fremere per tornare alla vita: aspetto che le giornate inizino ad allungarsi quando qualcosa finalmente succederà: le gemme mi chiameranno, hanno voglia di crescere, si prenderanno la linfa, come ogni anno, come ogni primavera…per spiccare il volo

e allora mi allungo: prima una, piccola e tenue fogliolina si libera dal suo guscio vellutato: la gemma che l’accudiva, e dopo la prima sanno due, tre foglie, e poi quattro, cinque, e poi ancora le altre e finalmente la primavera e la vita ritorneranno a farmi scoprire il cielo

Il segreto

Assaggiare il vino che esce dal torchio durante la svinatura per me è normale.

Mi serve per decidere quando fermarmi ad estrarre.

Assaggio, gusto, ascolto l’istinto; condivido con chi è presente come in un rituale fino a quando decido che devo fermarmi. A me sembra una cosa non solo normale, ma inevitabile.

Quando lo faccio mi torna in mente che anni fai visitai una piccola chicca nel Chianti Classico, Caparsa, non ricordo se a Radda o Gaiole. Mi mostrò il torchio e mi disse: “questo è il segreto”.

Lì per lì non capii, non avevo ancora una vigna ed un torchio.

Poi andai a Bordeaux, e in particolare a Saint Emillion e a Pomerol. Volevo capire come facevano a fare dei Merlot così buoni. Quando ci andai quando nessuno aveva fiducia in un ingegnere 45enne che voleva produrre ottimi Merlot in bergamasca. Lì imparai molto, per quanto non capii in verità tutto quello che mi dicevano. Capii l’importanza nella cura della vigna e mi venne trasmesso un altro messaggio: “sono le macchine che devono servire la vigna e non viceversa”.

Le due esperienze furono illuminanti soprattutto quella francese dove vignaioli gestori di aziende produttrici di “grand cru” furono molto generosi con quello strano italiano che con un figlio 13enne faceva domande strane.

Anche lì avevano il torchio e vigne fittissime con macchine e uomini che le lavoravano con grande perizia.

Il mio percorso continuò fino ad incontrare tante persone sulla strada, persino quelli che il torchio non l’avevano. “Ma come fai a regolarti con una pressa sulla torchiatura delle vinacce?” “Ho il programma impostato nella pressa: seleziono bianco, rosso, ho varie possibilità.”

Li ho capito quanto la manualità e le macchine possono condizionare quello che facciamo, in questo caso il vino. Non sto dicendo che il vino ottenuto con una pressa sia cattivo, anzi magari è anche molto buono, ma che stiamo perdendo una manualità che ci ha accompagnato per migliaia di anni per una standardizzazione che ha sì regolarizzato, sterilizzato, omogeneizzato i nostri prodotti, ma rischia se non usata bene di fare perdere l’anima a questi prodotti.

Aveva ragione Caparsa.

Fare le cose manualmente è difficile: occorre spiegare, ascoltare, gustare, gustare. Torchiare (lo prendo a simbolo di manualità e artigianalità) è filosofia che vuol dire andare verso cose vere e non verso una asettica perfezione, senza che dicendo questo io voglia fare un elogio all’imperfeziome.

Chi apprezza questa filosofia, oserei dire atavica e disperata, apre gli occhi verso le cose vere, oserei dire verso l’anima delle cose vere, verso il vino che riflette l’umore del vignaiolo che lo ha prodotto o un mobile che ha il segno di un gesto di stizza.

Le cose vere sono complicate, vive, difficili e meravigliose. Come l’amore o come i sentimenti che non seguono per definizione le cose logiche, ma rincorrono i sensi. Non decidi quanto puoi innamorarti, non hai il programma “mi innamoro poco, medio, tanto”.

Un programma è una cosa senza anima dove l’umanità è “no control”, voglia, pentimento, dubbio, certezza.

Un caos.

Quindi torchiate e viva chi si diverte quando fa vino mettendoci le mani!

Sunniva

Sunniva è una bellissima ragazza Norvegese. È venuta a trovarci in vigna a ottobre nel 2019. Aveva trovato la nostra vigna nei meandri del web, attirata dalla nostra storia, dalle storie del nostro vino, o da chissà quali altri impulsi “cosmici” o no… Già al primo contatto via mail traspariva la sua voglia di un’esperienza da noi: il dialogo, seppure via mail e attraverso una lingua non nostra, l’inglese, faceva trasparire questo desiderio.
Il viaggio in Italia era stato organizzato per festeggiare il marito, un gentilissimo Vichingo, e come Vichingo si è presentò lui. Venivano dal centro della Norvegia e, come sempre in occasione della visita di gente nel nostro vigneto, dovemmo superare il reciproco imbarazzo iniziale prima che le convenzioni lasciassero il passo alla condivisione di spirito. Ma il vino poi diede il suo contributo: anche la gente del nord Europa dopo qualche bicchiere supera l’iniziale freddezza e si lascia andare parlando della propria esperienza; la discussione allora andò oltre la vigna, il vino, arrivò a parlare della vita. E così la visita in vigna divenne, come sempre diventa, una meravigliosa palestra umana, dove in nome Sunniva diventa a sua detta Sofia, perché è il nome italiano più simile al suo e si scopre che in fondo non siamo così lontani.
Ad un certo punto un signore che camminava sul sentiero che passa vicino alla vigna vedendo il momento di convivialità della degustazione, chiede di entrare in vigna e di assaggiare il nostro vino: offriamo così una buona occasione a Sunniva e al marito per approfondire una conoscenza che non è ormai più la vigna, il vino, ma è il nostro modo di essere, il nostro di vignaioli perduti nel bosco, il nostro modo di vivere italiano. Sunniva stenta a credere che io e i nuovi visitatori non ci conoscevamo prima. Per ben tre volte mi chiede conferma in inglese del fatto che non conoscessi l’avventore e che fino a pochi minuti prima non ci fossimo mai incontrati.
Abbozzai questo articolo nell’inverno del 2019, quasi tre anni fa, ma è rimasto in bozza. Non sapevo avesse senso scrivere di questo episodio che mi frullava nella testa, ma poi un giorno ricevo un messaggio che mi chiede, era il marzo del 2020, come stavamo nella tempesta virale che ci stava colpendo: Sunniva era sinceramente preoccupata per noi. Quest’anno gli amici di Sunniva sono venuti a trovarci e a portarci i suoi saluti.
Ci sono infiniti legami che superano lo spazio, il tempo e legano gli animi attenti.