La danza imprevedibile della fermentazione spontanea

C’è un momento, dopo la vendemmia, in cui il silenzio della cantina cambia. Le vasche cominciano a vibrare, i mosti si risvegliano e l’uva si trasforma, senza che noi tocchiamo nulla. È la fermentazione spontanea che prende vita.

Non è un processo addomesticato o scritto in un manuale: è un’avventura ogni anno diversa. I lieviti indigeni si mettono in moto e iniziano la loro danza invisibile, trasformando zuccheri in alcol, profumi in emozioni. Non sappiamo mai fino in fondo come andrà, quali sfumature porteranno, quali curve prenderà il vino.

Il contadino, intanto, osserva. C’è la curiosità di scoprire che volto avrà quest’annata, ma anche il timore che qualcosa sfugga di mano. Ogni vasca che inizia a ribollire porta con sé un piccolo brivido: “Andrà bene? Sarà come lo immagino o mi sorprenderà ancora una volta?”.

E poi arriva il momento dell’assaggio, quando il mosto è già vino in divenire. Il primo sorso è sempre un misto di emozione e di paura: il cuore batte un po’ più forte, perché lì dentro c’è tutta la vendemmia, tutto il lavoro dei mesi passati. È un momento intimo, che non si dimentica mai.

La fermentazione spontanea non è soltanto un passaggio tecnico, ma un atto di fiducia. È lasciare che la vita fermenti, letteralmente, e che da quell’energia nasca qualcosa di unico. Ogni vendemmia è una storia nuova, scritta da milioni di minuscoli attori invisibili.

E forse il compito del vignaiolo, in fondo, è solo accompagnare questa danza, con rispetto e gratitudine.

Dove la vigna incontra l’uomo

Il vino naturale è una parola semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza. Ma dietro quella semplicità si cela un mondo intero: non una moda, ma un concetto culturale. È il ritorno a un gesto agricolo e artigianale puro, dove la vigna parla senza filtri e il vino diventa racconto.

In ogni bottiglia convivono forze che dialogano tra loro:

la stagione, con i suoi capricci e le sue generosità;

il terreno, con la sua memoria millenaria;

il vitigno, che respira e reagisce al microclima della vigna;

e l’uomo, che non impone, ma ascolta e accompagna.

Ogni scelta – quando vendemmiare, quando svinare, come affinare – è un atto di equilibrio. È una danza silenziosa tra il sapere contadino e ciò che la natura concede. Così nasce un vino che non cerca la perfezione immobile, ma l’autenticità del momento.

Un vino che porta con sé la voce della terra, la luce delle stagioni, la personalità di chi lo cura. Un vino vivo, irripetibile, che non si lascia addomesticare ma invita a un incontro sincero: uomo, terra, vigna e tempo in un unico respiro.

Un calice così non è mai uguale a un altro: è un incontro irripetibile tra uomo e natura, la testimonianza sincera di una stagione, di un luogo e di chi ha scelto di custodirli.

Estetica ed Etica: il cuore del nostro vino

Nella nostra azienda agricola abbiamo scelto di seguire un principio che può sembrare filosofico, ma che in realtà si traduce in scelte molto concrete: curare tanto l’estetica quanto l’etica del vino. Due concetti che si intrecciano e che, se ben coltivati, portano a un risultato autentico e duraturo.

Il filosofo Immanuel Kant scriveva che l’estetica e l’etica sono due cardini dell’agire umano: da un lato la bellezza e l’armonia, dall’altro il dovere e la correttezza. Noi crediamo che questa visione possa ispirare anche il mondo del vino, che non è solo prodotto agricolo ma espressione di cultura, territorio e relazioni.

L’estetica del vino

Per noi “estetica” non è solo un discorso di forma o di immagine. Significa avere cura della qualità del vino, perché un vino deve essere prima di tutto buono. Deve essere corretto, pulito, sano, piacevole da bere. Ogni bottiglia che produco porta con sé la responsabilità di raccontare la bellezza del vigneto, del suolo e del lavoro quotidiano. L’estetica, in questo senso, è il rispetto verso chi berrà quel vino.

L’etica nella filiera

Allo stesso tempo, il vino non nasce solo in vigna o in cantina: è il frutto di una filiera. “Etica” significa quindi scegliere processi sani e corretti in ogni passaggio:

collaborare con aziende che condividono valori di sostenibilità; lavorare con materie prime genuine e rispettose dell’ambiente; riconoscere il giusto prezzo a chi lavora con noi; essere puntuali e trasparenti nei pagamenti, perché il rispetto passa anche da questo.

L’etica non è un dettaglio, ma un pilastro: senza di essa il vino perde credibilità.

Perché estetica ed etica contano per chi beve

Crediamo che il cliente oggi non debba scegliere solo in base al gusto o al prezzo. L’acquisto di una bottiglia dovrebbe essere anche un atto di fiducia: fiducia nella qualità, ma anche nella correttezza dei processi che l’hanno resa possibile.

Per questo dico che trasparenza, estetica ed etica devono diventare criteri di valutazione del vino. Un vino bello e buono, ma anche giusto.

È questa la strada che abbiamo scelto. E ogni volta che stapperete una nostra bottiglia, spero possiate percepire non solo i profumi e i sapori, ma anche i valori che ci guidano

Al di là del bosco

C’è un luogo a Palazzago, in Val Pontida dove il bosco si apre in silenzio, e la vigna ricompare, nascosta tra le pieghe della terra e del tempo.

È lì che abbiamo ritrovato il nostro Marzemino, un’uva antica, quasi dimenticata, che da secoli respira il calcare e l’argilla di queste colline. È in nostro nuovo vino. Al di là del bosco.

“Al di là del bosco” non è solo un nome.

È un invito a superare la soglia del conosciuto, a riscoprire un vitigno che è parte del cuore agricolo bergamasco, a bere un vino che non segue le mode ma il ritmo della terra.

Fermentazione spontanea, nessun intervento estraneo alla natura del frutto.

Poi il silenzio: mesi in anfora, dove il tempo si fa lento, la materia si purifica, e il vino si ricompone secondo la propria volontà.

Il risultato è un rosso vibrante, vivo, che sa di frutti scuri, spezie leggere, terra umida e foglie secche.

Ma soprattutto, sa di origine.

“Al di là del bosco” è un vino che parla piano, ma a lungo.

È il Marzemino che ci rappresenta, quello che abbiamo scelto di ascoltare davvero.

Come lavoriamo in cantina

– la fermentazione

Fermentiamo in piccole botti, preferibilmente in acciaio inox. Questo ci permette di vinificare senza regolazione della temperatura. Così, si possono fare follature manuali e rimontaggi più facilmente. Questo garantisce una maggiore facilità di manutenzione e igiene nella fase più delicata del processo di vinificazione. Per i vini rossi, preferiamo utilizzare le vasche in acciaio inox per facilità di manutenzione e igiene. Durante la vendemmia, le fermentazioni avvengono tenendo le diverse varietà separate. Fa eccezione il caso dei vini provenienti dalla vigna vecchia. In questo caso, le uve rosse per il rosato vengono raccolte insieme.

Le nostre fermentazioni sono spontanee. E questo allo scopo di cercare espressioni di terroir e dell’annata. I lieviti si trovano nella polvere bianca (chiamata pruina) sulla buccia dell’uva e o sono presenti in cantina.

– affinamento e assemblaggio –

Per i mono vitigno ci fidiamo intuitivamente della nostra degustazione. Ascoltiamo il nostro desiderio e di fatto aspettiamo quando per noi è pronto. Così nascono “Driade felice”, “Alto della Poiana” e “Barlinèt”. Per l’assemblaggio di “Così è se vi pare” si valuta ogni volta la base di moscato rosso. Degustiamo l’effetto e valutiamo le diverse combinazioni con i vini di cantina provenienti da vigne vecchie. In particolare, determiniamo le quantità da aggiungere nel blend di Barbera, Cabernet Sauvignon o Merlot. Se mancano elementi di comprensione, o siamo presi dal dubbio, assaggiamo con chi può aiutarci. Valutiamo così anche le percezioni degli altri. In questo modo troviamo la chiave per rispondere alle nostre incertezze ed arriviamo all’assemblaggio finale. Analogo è il processo del “Tilamore”. È più semplice perché i vitigni che aggiungiamo al Bronner, Malvasia Istriana e Moscato Giallo, sono meno rilevanti. Pertanto, l’assaggio delle combinazioni di blend è meno significativo. Solitamente manteniamo il moscato sotto il 15% per evitare che il moscato diventi preponderante al naso.

In ogni caso non ci sono aggiunte enologiche. I solfiti sono aggiunti solo in caso di necessità (in caso di innalzamento della volatile).

Vigna, Vendemmia e Vinificazione

I nostri vigneti sono suddivisi tra diverse particelle situate sulle prime pendici delle Prealpi sul versante Sud del monte Linzone. La catena collinare è orientata est-ovest. È solcata da vallette percorse da ruscelli con andamento nord-sud. Questo predispone il territorio collinare ad esposizioni diverse. I vigneti sono rivolti a est, sud, e ovest. Ogni lato della collina possiede caratteristiche di suolo diverse. C’è una dominanza di terreno calcareo argilloso. Vi è anche una presenza diffusa di Flysh di Pontida. Per questo abbiamo creduto fin dall’inizio in un percorso di ricerca. Volevamo offrire vini per ogni particella. Questi vini dovevano essere puri sia per annata che per area geologica. 

Orientamento a Est 
Ci troviamo in un’oasi immersa nella natura chiamata anticamente “Barghèt”. È situata nel mezzo di un bosco di querce dove abbiamo rilevato nel 2014 il “Ruch dei Seane”. Qui si trovano due nostri vigneti ad un’altitudine di 400 metri sul livello del mare. Questa esposizione aiuta a riscaldare rapidamente il vigneto fin dalle prime ore del mattino. Poi la sera, il vigneto gode della brezza proveniente dalle pendici del Linzone. L’età media di questi vigneti è di circa 25 anni, impiantati con una densità di 6.00 piante per ettaro, allevati a guyot. Il terreno è prevalentemente argilloso e calcareo. È ricco di minerali e “matù”, la “pietra matta”, caratteristica della zona. La caratteristica di questi terreni si riflettono nel vino nella grande sapidità e freschezza, con tannini croccanti. In questi vigneti produciamo Tilamore (bronner) e i nostri Merlot (Alto della Poiana e Driade Felice). Alto della Poiana proviene dalla zona più aspra e sassosa del vigneto. Questa è la parte centrale. Ha un passaggio in barrique. Tilamore e Driade Felice invece fanno un passaggio in acciaio.   

Orientamento Sud 
La valletta del torrente Rienza si trova in un declivio volto a mezzogiorno. È nel comune di Palazzago a circa 300 metri sul livello del mare. Abbiamo il vigneto di Marzemino, impiantato nel 2020. C’è anche un piccolo vigneto di Malvasia.

Qui la densità del vigneto è di 5000 piante per ettaro piantato secondo guyot. Il vigneto è costantemente sottoposto ad una brezza naturale proveniente dalla valletta del torrente Rienza. Questo lo rende più freddo del vigneto a Merlot. Sebbene il vigneto a Merlot sia a una quota più alta, gode di una migliore esposizione. Qui stiamo sperimentando il recupero in zona del Marzemino e stiamo verificando come si comporta la Malvasia istriana. 

Orientamento Ovest 
Nella zona alletta della riviera di Pontida, a Gaggio, abbiamo il nostro vigneto più vecchio. Anche questo vigneto è a circa 350 metri slm. Questo vigneto è a bacche miste ed ha un’età variabile tra i 40 e gli 80 anni.

La densità del vigneto è di 5000 piante per ettaro. Sono piantate secondo un sesto che si adatta alle curve di livello del terreno. Il vigneto ha molte varietà interessanti. Oltre a merlot e cabernet, nel vigneto si trova schiava. Ci sono anche barbera, grisa nera, moscato rosso e aostana. In questo vigneto produciamo le uve per il nostro rosato. Il vigneto è disposto lungo vecchissimi terrazzamenti a dimensione variabile. L’andamento del vigneto e i numerosi pali di castagno pennellano il paesaggio. Tutte le attività nel vigneto sono fatte a mano compresi i trattamenti sanitari che sono fatti a spalla.
Un altro vigneto con orientamento ad Ovest è il vigneto a Cabernet Franc che si trova a qualche chilometro dalla cantina. Anche in questo caso il vigneto è posto su terrazzamenti naturali a 400 metri sul livello del mare ed è gestito tutto a mano.

I vigneti sperimentali

In collaborazione con l’università di Trento e la cooperativa dei vivai trentini, ci siamo resi disponibili. Abbiamo deciso di impiantare due campi sperimentali di nuove varietà resistenti. Uno è con un clone di Schiava. L’altro è con una varietà a bacca bianca. 

La Vendemmia 

Senza dubbio il momento più eccitante dell’anno, dove finalmente si tirano le somme. Abbiamo vigneti su versanti diversi nelle colline di Palazzago e Pontida. Per questo, sappiamo che la vendemmia ha sempre una sua progressività. Molto si basa sull’assaggio delle uve, ci interessa il sapore più di ogni altra cosa e deve essere ben formato. Negli ultimi anni stiamo anticipando sempre di più la raccolta. Iniziamo i primi giorni di settembre in bronner. Terminiamo ad ottobre con il Cabernet Franc e Sauvignon. Raccogliamo a mano, l’uva posta in ceste da circa 20kg viene trasportata in Cantina dove viene selezionata manualmente. Solitamente raccogliamo le uve al mattino. Cerchiamo di fare in modo che entrino nei tini ad una temperatura non superiore ai 15°C. Questo evita fermentazioni troppo violente. 

Vinificazione 

Tutti i nostri vini sono il risultato di processi fermentativi molto lenti, che durano fino a 2 mesi. Le fermentazioni avvengono in botti di acciaio. Una volta riempito il tino iniziamo con i rimontaggi aperti da 2 a 4 al giorno, sulla base dell’andamento fermentativo. La nostra cantina è un piccolo incubatore microbiologico. Abbiamo sempre fermentato spontaneamente. Quindi, avremo sicuramente una moltitudine di lieviti diversi. Questi lieviti si adoperano ciclicamente svolgendo la fermentazione nelle prime settimane. In alcuni casi agiscono parallelamente allo svolgimento della fermentazione malolattica che negli ultimi anni è sempre più impaziente. 

Quando le fermentazioni si arrestano e lo zucchero residuo è scomparso, sviniamo. Passiamo alla fase di invecchiamento. Inizialmente, lasciamo il vino in acciaio. Alla fine dell’inverno, effettuiamo un travaso nelle botti di rovere per i vini per i quali è previsto legno. Per la torchiatura abbiamo dei vecchi torchi verticali manuali.

Nulla viene aggiunto al vino, oltre a piccole quantità di solfiti che stiamo cercando di diminuire sempre di più, avendo come scopo futuro quello di eliminarli e a volte ci riusciamo. I nostri vini non sono semplici e mal si adattano ai protocolli fatti a tavolino, vista la loro sensibilità all’ambiente. È per questo che ogni anno cambiamo qualcosa cercando di adattarci all’annata. Quello che facciamo è semplicemente accompagnare, non dominare il processo. Abbiamo fiducia nei nostri vigneti e nel lavoro che svolgiamo in campo, il vino è affidato chi vive il podere in prima persona. 

Tutto quello che facciamo è volto a lasciar affiorare l’anima della nostra terra. 

Affinamento in legno

I nostri vini sono fermentati in tini di rovere o castagno. Una volta svinati, iniziano la loro maturazione in botte. Anche qui non c’è una regola, ogni annata viene ascoltata. Alcune annate hanno bisogno di respirare nella botte per periodi più lunghi, anche 24 mesi, altre, soprattutto le annate accalorate, 10-12 mesi di botte manifestano altre esigenze

Cerchiamo di non disturbare troppo il vino. Evitiamo ulteriori travasi (massimo una volta all’anno). Evitiamo l’aggiunta di solfiti che potrebbero influire negativamente sul processo di invecchiamento. Al contrario, il processo di invecchiamento dovrebbe essere il più lineare possibile. Il vino attraversa periodi di riduzione o rifermentazione. Ma non ci spaventa. Anzi, questo è ciò che aiuta a mantenere quell’energia e quella vitalità che fanno la differenza. 

Quando il vino ha esaurito il suo rapporto con il legno, lo spostiamo in vasche di acciaio per riposare. I sedimenti si depositano. Questo processo porta all’imbottigliamento. 

Una volta deciso che il vino è pronto, è questione di aspettare la luna giusta ed imbottigliare.

Marzemino?

Le venti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa di Agostino Gallo nobile bresciano. anno del signore 1775

– Quali viti sono migliori tra noi per fare delle uve assai?
– Lodo primamente che si piantino quelle che dicono le uve groppelle nere morbide, per renderne più delle di più uve gentili, le quali stanno bene accompagnate con tutte le altre che uve nere e bianche. Vero è che le groppelle gentili sono più delicate da mangiare, e fanno miglior vino, benchè sia poco, ma patiscono facilmente i mali tempi, e la fersa.
Poi sono mediocremente buone le vernaccie nere, perciocchè non fallano a produrre frutto assai: ma il proprio loro è di accompagnarle con le trebbiane bianche o con le groppelle dette, perchè altrimenti non farebbono vino saporito nè potente, e sarebbe anco carico di colore.
Ancora sono buone per piantare le schiave nere grosse di grano, perciocchè abbondano di uve che fanno vino affai benchè fia debole e fumofo, ma migliora accompagnandolo col groppello.
Appresso lodo le uve marzamine, che fanno i graspi lunghi ed i grani grossi, per abbondare di vino gentile, che tiene dell’ amabile, ma carico di colore, il quale si accomoda con ogni altro purchè non sia insipido.
Similmente sono buone le besegane e rossere, le quali per essere conformi di grossezza, di tenerezza e di sapore abbondano anco di vino in copia, il quale per essere debole e di poco colore, migliora non poco ad accompagnarlo col groppello o marzamino; ed oltrechè le besegane hanno un solo acino per grano, fanno ancora il vino picciolo e delicato per l’estate.

Vino Naturale: Un Viaggio di Scoperta Sensoriale

Nell’approccio alle degustazioni, spesso noto che risulta difficile inquadrare i nostri vini nei canoni degli insegnamenti. Le regole della moderna “sommelierie” creano a volte del disagio nell’affrontare un vino naturale. Talvolta le persone tendono a ricercare lo stesso vino ovunque. Spesso, quando assaggiamo un vino, ci concentriamo sulle sue caratteristiche e su quanto è lontano dal nostro ideale di vino. Se assaggiamo un Pinot ad esempio, ci concentriamo più su quanto è vicino allo standard che abbiamo in mente. Ci preoccupiamo per assurdo meno del gusto del vino stesso.

Perché? Perché è rassicurante. “Non preoccupatevi, tutto è sotto controllo”, hai bevuto quello che ti aspettavi e che è codificato. Questo atteggiamento, legato ai vini che ne cavalcano l’approccio, porta a una uniformazione dei vini, uniformazione dei gusti.

Ci sono tantissimi vini. Semplificare il tutto a elementi facilmente classificabili riesce a creare una zona di confort per il consumatore. Lo vedo spesso anche nelle domande: “quanti giorni di macerazione”, “quanti mesi di botte”. Dare una risposta che trasmette l’idea di un protocollo definito a priori sembra quello che l’amatore del vino desidera. Un protocollo stabilito è proprio ciò che si aspetta. Un approccio che invece valuta e decide di volta in volta non è quello che immaginano.

Ma con questo approccio, alla fine si rischia di avere un vino. È sempre lo stesso vino. Un gusto che si ripete all’infinito. E questa è la morte.

La vita nel vino è un’altra cosa: è diversità, è varietà, è pluralità. La vita è il piacere dei sensi e dello spirito. La vita è il piacere di scegliere secondo l’umore, la voglia e le circostanze. La vita è l’attaccamento al patrimonio culturale, alla memoria. La vita è delle radici, delle origini. La vita è la difesa del naturale contro l’artificiale. La vita è diventare adulti. Capire che il vino è una sostanza viva e mutevole. Comprendere che la vita non ha prezzo. La vita è capire che il piacere non è un prodotto che si compra. La vita è un atto di rispetto: rispetto dell’uva, rispetto del territorio, rispetto dell’uomo e del suo ambiente.

E in questo atto di rispetto, si definisce e si trova un’anima: l’anima del vino come dell’uomo.

Il vino nasce dalla vita. Deriva dagli scambi tra l’anima e il corpo. È il frutto della mediazione tra stagione e terroir. Ha ed è una singolarità propria. È il vino che nasce tra la Terra e il Cielo. In questo è unico.

Di questa nascita è testimone e traghettatore il viticoltore.

Il viticoltore sperimenta e sviluppa principi legati alle proprie convinzioni. Egli favorisce lo slancio vitale piuttosto che l’approccio preformattato verso il quale ognuno può essere tentato di scivolare. Sviluppa la propria filosofia di vino spesso con purezza e autenticità.

La convinzione che sta dietro a un viticoltore naturale è coraggiosa. Lui è sicuro e convinto. Se i consumatori assaggiano questi vini, non vorranno più gli altri.

Di fatto, questo modo di concepire il vino è semplicemente libertà di espressione. Questa libertà reinventa le regole e le abitudini. Tuttavia, il lavoro del vignaiolo è solo fare diventare il vino ciò che è. Il suo compito è accompagnare il vino in divenire.

Ascoltare la propria vite significa sapersi ascoltare per fare un vino che piace, che ti piace.

È la ricerca di un’armonia, di un equilibrio, di un momento effimero.

Nello stesso tempo, solitamente, il vignaiolo si mette permanentemente in discussione. Cerca di interpretare il loro grande paradosso. Deve cercare la singolarità nei gesti più semplici. Fa questo cercando di agire senza forzare. D’altra parte la vite è ciò che è, dove si trova.

I vini naturali secondo noi hanno un’anima, ed è l’anima della natura.

Tutto ciò come si traduce nel bicchiere? Ciò arriva al cuore dei motivi che mi hanno portato a fare vino naturale. Quando si bevono questi vini naturali, soprattutto all’inizio, si è sorpresi dal loro lato mutevole. Può anche essere addirittura instabile. Spesso ciò che si muove, disturba, disturba, infastidisce. Alla fine il vino naturale ti rimane addosso, sai che è diverso, sai che è unico.

L’aspetto di “vino cambiante” che mi ha sempre affascinato e interessato.

La mutevolezza di un vino naturale, peraltro, non cambia sempre allo stesso modo. I vini cambiano e si muovono. Passano e ripassano attraverso stati individuabili.

Se i vini convenzionali, frutto di un approccio tecnologico, si evolvono in modo lineare e standardizzato: giovinezza, maturità e declino, non è affatto lo stesso con i vini naturali

Elementi viventi e complessi, seguono un’evoluzione dinamica e circolare più o meno rapida a seconda del suo modo di elaborazione. Il processo è veloce con i vini di macerazione carbonica e più lento per gli altri. Quando il vino è fatto naturalmente con rese basse e lunghe fermentazioni, il processo dinamico diventa più lento. Inoltre, il vino assume un suo carattere e personalità.

Questo approccio permette di scoprire la complessità del vino naturale. La sua dinamica circolare gli offre una flessibilità per accompagnare tutti i piatti.

Bianco, rosato o rosso, il vino naturale gira e gioca con le consistenze, le acidità o le spezie.

Oltretutto di fatto il vino naturale fa saltare le codificazioni borghesi in materia di abbinamenti cibo – vino.

Peraltro spesso bevendo un vino naturale, la tavola diventa divertente e conviviale. Le opinioni e le osservazioni degli uni e degli altri sono in relazione alle sensazioni percepite. Ciascuno condivide i propri punti di vista senza più dettami, ma con diverse e varie prospettive.

L’assenza di prodotti chimici rende il vino molto digeribile. A volte anche l’assenza di zolfo, questo portatore di mal di testa, contribuisce alla sua digeribilità.

Per gli ospiti, il vino naturale è perfetto. Non crea disaccordi perché si adatta con tatto a qualunque menu proposto.

Bianco, rosato o rosso, il giro può iniziare! Salute a tutti!

Accompagnare l’uva: il segreto del buon vino

Alle Driadi, l’uva è il bambino re. La vite è la regina madre. Il viticoltore è un pastore. Il suo compito è accompagnare.

Come interpretiamo questo approccio in questa ottica?

Da parte nostra abbiamo sempre cercato di conciliare la nostra vita con la nostra filosofia e allo stesso tempo cerchiamo di integrare il nostro lavoro nel rispetto della natura. Questo è l’obiettivo personale che ci siamo proposti. Amiamo infatti la natura. Anche se può essere capricciosa, è a volte crudele, alla fine ci soddisfa sempre e spesso si dimostra generosa.

In questa ottica la nostra azione è fatta di gesti semplici. Raccogliamo l’uva a mano per proteggerla e la mettiamo nelle nostre cassette, la schiacciamo per creare il mosto e ne seguiamo attentamente la fermentazione lasciamdo lavorare i lieviti indigeni. La seguiamo nel riposo. Nella misura in cui l’uva è sana non usiamo S02, solo uva.

Questo processo ci obbliga ad essere accompagnatori e non trasformatori.

Il trasformatore è un uomo di conoscenza. Utilizza strumenti e prodotti che canalizzeranno l’uva e il vino. Ha un obiettivo ben preciso che si è prefissato. Se l’uomo ha talento, elaborerà un prodotto a sua immagine. Potrà dimostrare la sua capacità di comprendere i fenomeni. Si approprierà di loro e quindi sarà onorato con il risultato che attende.

L’accompagnatore corre molti rischi. È necessario che sappia, che abbia conoscenze, la allo stesso tempo, non deve esserne prigioniero. Ha un obiettivo di lavoro, ma deve accettare e essere in grado di adattarsi. Deve modellare quell’obiettivo in base alle circostanze in modo che l’uva possa dare il meglio di sé.

L’accompagnatore avrà bisogno di esperienza. Gli servirà molta intuizione. È necessaria anche una buona dose di serenità e una capacità di accettazione di quello che la natura fa. Il viticoltore deve infatti adeguare le sue aspettative all’uva che la pianta produce e alla sua capacità della pianta di produrre. La vite è in grado di inviarci un messaggio chiaro con il suo comportamento. Questo messaggio risponde alla nostra richiesta. Esso si manifesta nella chioma, nella postura e nel gusto che esprime. Il viticoltore deve leggere e interpretare tali segnali. Se riesce in questo accompagnamento, in questa intima relazione, c’è un bilancio tra fare e non fare. C’è anche un bilancio tra conoscenze intime e relazionali. Allora il prodotto, il vino, è un prodotto naturale.

Nel naturale, c’è natura. La dimensione della natura è immensa rispetto alla dimensione umana che interagisce in nella sua azione. Una azione è una relazione che alla fine la magia nella bocca dell’uomo.

La chiave è lì. Mettiamo questa dimensione della natura nel bicchiere. Allora abbiamo il sorriso. L’umore è leggero e porta solo cose buone.

Il Paradosso del Vignaiolo Naturale

Coltivare una vigna, averne cura, raccoglierne i frutti, assecondarne la fermentazione, produrre un vino naturale, significa assecondare grandi dinamiche chimiche. È questo il paradosso del lavoro del vignaiolo naturale. Un paradosso: il paradosso di un vino naturale che si basa su reazioni chimiche.

Una consapevolezza: ogni forma di vita è chimica, ogni reazione biologica, ogni processo vitale ha una base chimica. La fame, la sete, i sentimenti, l’amore, ma anche i profumi, il sapore, forse anche la sete o la fame sono effetti impulsi frutto di una interazione di molecole in una reazione chimica.

Queste considerazioni non turbano e non toccano l’emozione che si genera annusando un vino, assaggiando un chicco di uva prima della vendemmia, osservando il primo germoglio primaverile.

In ogni caso il tutto dipende da piccole grandi reazioni chimiche che peraltro in gran parte hanno come protagonista il carbonio, lo stesso elemento che potrebbe è (forse) una delle minacce per il futuro della nostra specie.

Pertanto occorre sempre avere bene in mente la consapevolezza che ogni gesto che compiamo in vigna e in cantina si basa su un’interazione di processi naturali chimico-fisico-biologico che non dipendono assolutamente da noi e che non possiamo determinare. Sono processi che esistono da sempre a prescindere da noi e che, probabilmente, esisteranno per sempre. Fermentazione, fotosintesi, e tutto quello che avviene tra il germoglio e il vino non è opera nostra.

Come si può non innamorarsi di tutto ciò.

Con il nostro lavoro di vignaioli non facciamo altro che accompagnare queste dinamiche, vigilandone il percorso valutandone nel tempo gli esiti nella speranza che quella complessa interazione chimico fisico biologica possa portare al risultato sperato.

Senza forzare, senza alterare, e soprattutto rispettandone l’equilibrio naturale.

È un gesto che unisce rispetto, cura, collaborazione e tutela, un atto di consapevole armonia con la natura.