Andiamo al cuore di un dibattito surreale benché di attualità, un dibattito che vede discutere sui vini e sulla loro vera o presunta naturalità. La semplificazione estrema del dibattito moderno porta a tutti a semplificare il dibattito ed a ragionare per blocchi contrapposti. E’ così che si estremizzano posizioni e opinioni in un contraddittorio che è impostato su fronti così contrapposti che alla fine non ammette uno scambio vero e costruttivo. E’ così in ogni campo: metafisica contro empirismo, guelfi contro ghibellini, comunisti contro capitalisti, no-vax contro la medicina, ucraini contro russi.
Anche nel vino ci sono molti dualismi e molte prese di posizione, certo meno drammatiche di quelle accennate, e soprattutto in campi di battaglia ben più gioviali, ma non per questo meno “accesi”. Peraltro il dibattito ha dei sotto dibattiti interessanti a volte curiosi: “il vino naturale non mi piace perché puzza”, come se tutti i convenzionali fossero ottimi peraltro, sotto dibattiti che generano generalizzazioni assolutamente improponibili.
Ma veniamo al dibattito vero: all’avanguardia “chimico/enologico” del vino in cantina e della vigna convenzionale, che nel frattempo è divenuta una industria, è da qualche anno, complice la passione del verde e del sostenibile che ha inondato ogni dove, che si sente parlare dei vini naturali.
Considerati vini “strani” dai più e comunicati (parlo di comunicazione marketing) in maniera a volte contraddittori (passati a volte come vini del contadino e a volte come vini sperimentali) rappresentano a mio avviso un’avanguardia di nicchia e un interessante fenomeno e tendenza degli ultimi anni. Una tendenza quasi “antropologica”.
La nostra (mia e di mia moglie) generazione è cresciuta talmente addentro nella chimica e nella cultura della scienza che un movimento che si vanta di esaltare la naturalità dei processi limitando al minimo l’azione della tecnologia è già di per sé attraente. In questi ultimi anni poi le vicissitudini pandemiche ben note hanno portato le persone a nuove riflessioni: si scopre il territorio, ci si interroga sul significato delle cose, sul contenuto di quello che troviamo sulla tavola; abbiamo acquisito una competenza e la consapevolezza che recuperare un rapporto diretto con le materie prime e le modalità di elaborarle è condizione necessaria, sebbene non sufficiente, alla ricerca di un benessere psicofisico, quasi “olistico”. E tutto questo dalla gran parte delle persone viene ritenuto importante per il proprio benessere. Ed è da questo punto di vista che i vini naturali attirano curiosità e attenzione.
Ma cosa sono i vini naturali? Una definizione univoca e chiara non c’è. O meglio, non esiste un documento, un disciplinare che fornisce le regole affinché un vino possa avvalersi del titolo “vino naturale”. Ad oggi il “vino naturale” corrisponde a definizioni e requisiti definiti da varie associazioni, organizzazioni le quali danno indicazioni, o meglio danno la loro versione di vino naturale. La Francia, come sempre nel mondo del vino (e per fortuna che c’è la Francia dico io…) è all’avanguardia in questo campo avendo già da tempo un sindacato che promuove un disciplinare che porta ad autorizzare anche dal punto di vista legislativo la dicitura vino naturale (Vin Méthode Nature nel caso francese) in etichetta.
Ma non facciamone una questione di etichetta o di legge: ad oggi tanti produttori in Italia si stanno orientando e appassionando nel cercare di produrre un vino “naturale” indipendentemente dalle questioni di “etichetta” e pertanto al di là di qualsiasi associazione, ente, ideologia cerchiamo di fare chiarezza su quello che noi, noi delle Driadi, intendiamo per vino Naturale.
I princìpi base sono molto chiari:
- la conduzione biologica prima di tutto, di fatto, meglio se (come nel caso nostro) certificata
- come conseguenza del primo punto il non utilizzo di diserbanti e di prodotti di sintesi in vigna, senza trascurare lo sforzo per ridurre l’utilizzo di rame e zolfo come protezione al fine di ridurne l’utilizzo ben al si sotto dei limiti del disciplinare bio
- la vendemmia manuale, come garanzia di selezione e accuratezza nell’utilizzo delle uve
- la fermentazione fatta unicamente con lieviti indigeni; nel nostro caso non utilizziamo pied de cuve
- nessun trattamento “enologico”, vale a dire che l’ingrediente del nostro vino è uva
- assenza di trattamenti su mosti e vino
- un limitato utilizzo di solfiti (riteniamo di non dovere superare i 25mg/l)
- il processo produttivo è totalmente seguito in azienda
Va da se che queste regole sono facilmente applicabili per chi, come noi, ha pochi appezzamenti e gestisce quantità di uve e di vino relativamente basse, con un approccio che molto più da artigiano che da industriale del vino. La conseguenza è che ci sono molti produttori di vino naturale piccoli e pochi produttori che invece producono in grande quantità. Ma questo concetto è applicabile in tutti i campi: molto spesso dico che posso avere orologi funzionali e ottimi sia costruiti da robot in grandi quantità sia costruiti artigianalmente con grande perizia e bellezza.
L’ultima affermazione ci reintroduce al concetto di apertura di questo scritto: la lotta talebana di visioni della vita (e del vino) totalmente contrapposti. Speriamo con queste righe di avere chiarito almeno un po’….

