Agricoltore ingegnere

manuale ingegnereMi chiedono in tanti perché a cinquant’anni abbia voluto occuparmi di agricoltura, o meglio, mi chiede chi mi conosce perché abbia voluto sperimentarmi nella coltivazione di un vigneto, dopo una carriera spesa a ingegnare prodotti, progettandoli e mettendoli in produzione.
Non so dare una risposta da ingegnere: probabilmente nessun ingegnere, applicando le nozioni di business che ha recepito, si sarebbe mai avventurato in un’impresa simile. Mi verrebbe da aggiungere: figuriamoci fossi stato un bocconiano (la minuscola è d’obbligo, per la mia esperienza con gli effetti procurati dai bocconani nelle imprese in cui ho lavorato).

E’ riflettendo sulla mia formazione e sulla mia nuova esperienza che mi è venuto spontaneo paragonare le due esperienze e tracciare un piccolo schema.

Ingegnere: definisci le forme
Agricoltore: subisce le forme

Ingegnere: stabilisce le interazioni tra i vari elementi che crea
Agricoltore: subisce le interazioni tra gli elementi della natura

Ingegnere: ha a disposizione la possibilità di sperimentare, con un metodo scientifico e ripetitivo, definendo parametri di prova, controllandoli e variandoli a piacimento
Agricoltore: può sperimentare, stagione per stagione (e al massimo avrà a disposizione qualche decina di cicli stagionali) e ogni stagione sarà condizionata da condizioni esterne che non controlla (meteorologia prima di tutto).

Ingegnere: concepisce il suo prodotto, definendone tutti i dettagli (materiali, forme, funzionamento, limiti, tolleranze)
Agricoltore: subisce il suo prodotto, ne accompagna la crescita, ne facilita la formazione, ma non è assolutamente in grado di pilotarne il risultato finale che cambia di anno in anno, di stagione in stagione, da posto a posto, da mese a mese, e soprattutto il risultato finale è una sorpresa, nei suoi limiti, nelle sue tolleranze, non gestite dall’agricoltore.

Un prototipo si corregge, si aggiusta, si prova, un grappolo d’uva no, non si aggiusta, si prende così come è e si pensa alla stagione successiva, che è tra un anno, e sarà un’altra cosa.

L’agricoltura è affascinante: è come cercare di governare un fiume in piena  illudendosi di potercela fare, quando l’ingegneria è come scalare una montagna, piano piano sai che prima o poi la strada la trovi. Un fiume in piena va dove vuole, una montagna è lì, prima o poi trovo il modo di arrivare in cima. Mondi affascinanti, diversi, affascinanti.

Un ultimo accenno: ho parlato prima dei bocconiani (che peraltro il mio correttore automatico continua a trasformare in bocconcini): il metro di giudizio per giudicare un impresa per un bocconiano è la durata di ritorno del capitale: in quanto tempo cioè riguadagno quello che ho investito. Un anno, massimo due anni, tre per investimenti importanti, quattro o cinque se sei una multinazionale. Se avessimo usato questo criterio nel passato, quanto esisterebbe del ben di dio che abbiamo oggi?

Alla fine di tutte le riflessioni la vera risposta alla domanda iniziale è molto semplice.

La domanda era: “perché a cinquant’anni hai voluto occupati di un vigneto?”

La risposta è: “perché no”

Visite importanti alle Driadi

Sabato 12 dicembre: due importanti visite alle Driadi: un ex collega che vuole approfondire l’avventura per valutare anche lui un’impresa del genere. Spero di avere accompagnato l’entusiasmo con cui parlo della mia avventura con una sana dose di realismo.

Poi un grande vignaiolo piemontese (per pudore non dico il nome, ma lui è un grande) che ha voluto vedere di persona la mia vigna e valutarne le potenzialità, incuriosito dalle mie ambizioni (siamo amici da anni).
La sua diagnosi è stata sorprendente: la vigna si mostra sofferente, ma non è assolutamente compromessa, ha solo bisogno di una spinta e quindi di un buon concime. La posizione è incredibilmente (per lui) favorevole per la vite: ottima esposizione, sorprendente biodiversità, suolo vivo, presenza di ottimi indicatori biologici nelle specie vegetali presenti.
E’ stata un’esortazione convinta, consapevole ed autorevole a continuare a lavorare. Le sue previsioni sono di un cru di eccellenza (da cui il suo invito a vinificare in proprio…).

A presto

Tra una “o” e una “u”

Tra una o e una u la differenza è poca e l’assonanza più immediata che viene parlando di colture, è con la parola cultura. In effetti in queste pagine ho parlato spesso di entrambe le cose, ricordo l’articolo sul patrimonio culturale che abbiamo perso (la cultura della coltura mi viene da dire), sulle conoscenze che occorrono per coltivare. L’assonanza mi ha incuriosito e ho voluto per una volta uscire dal seminato (ma non troppo) della rubrica ambiente per capire se l’etimologia delle parole potessero aiutarmi ad avvicinarmi alla radice delle cose.

Cultura deriva dal latino còlere, coltivare, e in senso figurato avere cura, trattare con attenzione, riguardare, nel senso di avere riguardo, e anche onorare, avere cura del luogo che coltiviamo, che poi vuole dire avere cura del luogo che abitiamo.  Ma significa anche venerare  che poi vuol dire avere cura degli dei, da cui poi deriva la parola culto, participio del verbo coltivare. E in agricoltura chi coltiva ha cura, tratta con attenzione e riguardo…

Cultura in latino è un participio futuro: sono participi futuri nascituro, participio futuro di nascere, che è ciò che sta nascendo.  Cultura è ciò che è prossimo alla cura, alla coltivazione, come culto, participio passato, che è ciò che è preparato, coltivato, pronto per dare frutti.

Coltivare e la cultura sono la stessa cosa!

Avere cura, avere riguardo, avere rispetto porta i frutti, porta ad avere cultura e ad avere il raccolto, ad essere colti. La cultura negli antichi era la sapienza della conoscenza che, in tempi in cui la tecnologia aveva come materia prima la natura, aveva come campo di applicazione la natura appunto: la natura che era ciclo delle stagioni, il ciclo vitale delle piante, la sua conoscenza che portava al raccolto: la cultura.

E’ colto chi ha cura, chi studia, chi ha rispetto, è cultura ciò che è capace di dare frutti..

L’agricoltore fa quindi cultura, come lo fa chi si prende cura di qualcosa: prendendo cura si approfondisce la conoscenza, cogliendone gli aspetti e raccogliendone i frutti, siano essi (ormai ho fuso l’articolo e non so più se parlo di u o di o) culturali o colturali. Ed è per questo che il legame con la terra che tanto rinforzo nei miei articoli deve essere “coltivato” e fortemente rinforzato.

Ho letto una frase di quelle che Facebook ti sputa addosso ogni tanto: la terra è bella, abbiamone cura. E come se non coltivando?

Siamo sempre qui: cura, cultura, coltura.

Gli avvenimenti di questi ultimi giorni e le discussioni sulle barbarie degli assassini in nome della religione solo l’effetto della mancanza di cultura, della mancanza della “coltivazione” del “culto” del rispetto e della libertà.

Invito tutti a riflettere su un ulteriore approfondimento: còlere ha la radice di kwel, ruotare, girare; girare è il gesto delle prime comunità umane organizzate, che iniziavano a stabilirsi in un territorio incominciando a coltivare il territorio: girare è ruotare la terra, dissodare (sempre il legame con la terra…); ruotare la terra è ancora avere cura, coltivare, per un frutto futuro, cultura. Con l’agricoltura è iniziata la civiltà, la concezione della circolarità del tempo, l’agricoltura richiede un rapporto forte con il tempo e la concretezza, con il destino e il fato, l’abbandono dell’agricoltura riporta verso il tribalismo, la barbarie e una frammentarietà che è perdita del senso di comunità e di civiltà.

Agricoltura è cultura, coltivare la terra è cultura e il vero culto dovrebbe essere del nostro territorio da cui in fondo traiamo anche il nostro sostentamento.

Oggi la cultura dove sta?

Nella scuola se insegna la passione per la cura e l’approfondimento, e non nel nozionismo e nelle astrazioni; nella tradizione se sono rispetto e approfondimento e non nel finanziamento di sagre e feste come l’orientamento degli assessorati della cultura di questo mondo.

La cultura è nei gesti di ognuno di noi, quando, con costanza e determinazione prendiamo cura di qualcosa e aspettiamo che arriveranno i frutti.

 

 

 

Fare vino…

 

Quando sono partito a considerare la coltivazione del mio vigneto non mi sono interessato subito a come “fare il vino”. Come riportavo due settimane fa, preso dal sacro fuoco del fare e teso nell’obbiettivo di arrivare ad una vendemmia tutt’altro che scontata non riuscivo a pensare a come “vinificare”, a preoccuparmi cioè di come sarebbe stato il mio vino, attività che ho delegato in fiducia ad una cantina.

Poi mi sono ricordato di due episodi: una volta ero perso in Nord America, precisamente in North Dakota, nella città di Fargo, una città nota nell’immaginario collettivo per le diligenze targate “Wells Fargo” (anche se non so se quel nome fosse veramente legato alla città di Fargo). Ero a cena, in un bel ristorante con delle panche di legno, mi ricordava una puntata di “Happy Days”. Fuori c’erano circa -10°C e cenavo con un collega; il menù era a base di belle bistecche rosse che sceglievi personalmente da una vetrina indicandola a una cameriera svogliata. La carne alla griglia per me è associata indissolubilmente a un buon rosso (per essere più preciso ad un buon Chianti) e con il collega decidemmo di accompagnare una abbondante T-Bone Steack con un vino californiano. Chiesi al collega che mi aveva invitato se avesse qualche produttore particolare da consigliarmi, ma mi rispose semplicemente “Cabernet” Capii che non aveva preferenza alcuna sulla casa vinicola e che per lui Cabernet era sempre lo stesso vino, non importa da quale cantina provenisse. Nacque un’interessantissima discussione in cui si scontravano due mentalità opposte:

Per il collega statunitense era impossibile capire come ordinando un Cabernet si potessero avere vini in Italia, completamente diversi uno dall’altro (come effettivamente avviene), come per lui era impossibile capire ad esempio come una semplice “pasta al pesto” potesse essere diversa in Italia da ristorante a ristorante.

Per lui invece era motivo di vanto potere dire che in America erano più bravi, perché il Cabernet è Cabernet ovunque, buono ovunque, sempre simile, rassicurante. Io sostenevo poco convinto che invece fosse una ricchezza questa forma di diversità, una ricchezza per permetteva ogni volta di scoprire cose nuove.

Poi mi sono ricordato un episodio che era rimasto sopito nella mia mente. Qualche anno fa ho visitato un vignaiolo nelle Langhe, poi siamo diventati amici. Una di quelle menti brillanti e inquiete come è proprio dei geni. Per spiegarmi il suo vino mi porse un bicchiere pieno di terra e sassi invitandomi ad annusare.

“Per anni – mi disse – ho pensato che il vino si facesse in cantina, solo adesso ho capito che dovevo ripartire e che il vino veniva fatto in vigna e oveva essere il risultato del territorio, o meglio, per dirla alla francese del terroir. “

E il suo vino sa di terreno, sa di quel terreno, ha il sapore di quella terra.

Ho capito quindi ancora una volta il rischio di omologazione e standardizzazione che c’è dietro un approccio troppo tecnologico ad ogni attività, e la bellezza straordinaria di ogni peculiarità. Ho capito che le etichette e i brand sono comodi e semplificano, ma ho capito anche che la bellezza è fatta anche di piccole imperfezioni e di cose non standard.

Ho capito che era il solito problema di cui abbiamo già parlato: una tecnologia che omologa, semplifica e appiattisce, annullando le diversità e le puntualità.

Allora ho incominciato a sognare il vino del mio terroir, del mio sudore, della mia vita. Schietto, sincero senza elaborazioni, un vino naturale, che dà un ulteriore motivo è significato a quello che faccio.

Oggi quello che faccio è tante cose per me: recuperare un terreno perduto, ridargli un significato e una sostenibilità economica, permettere ad un terreno di esprimersi, capirne l’essenza e berne o mangiarne i frutti, recuperare una mela perduta, o un vitigno che si credeva morto, recuperare il rapporto con la terra per riappropriarsi di un ciclo vitale, quello delle stagioni, che avevo perduto. È così che un’attività nata quasi per caso diventa interessante per molti che sognano di fare lo stesso. I molti che mi chiedono di spiegare quello che faccio non pensano che in qualche modo potrebbero farlo anche loro.

L’ultima riflessione è: quanto paga un’attività di questo tipo? Siamo abituati a concepire il lavoro affinché ci dia ricchezza, ricchezza da utilizzare per i nostri piaceri e il nostro tempo libero. Un vigneto non mi arricchirà mai di denaro, anche se l’obbiettivo è la sostenibilità economica, ma vi assicuro che piacere di fare una cosa che “appaga” è “impagabile” e di per se non occorre che si guadagni per arricchirsi.

 

Il paesaggio diverso

L’immagine di un vigneto è sempre una splendida pennellata di colore e una splendida visione: la natura si concilia con l’ordine, l’intervento umano mette in linea la vegetazione, i filari oltretutto sono molto “fotogenici”. Tutti hanno in mente gli splendidi colori, il verde intenso della vigna che contrasta con il rosso del terreno e il blu del cielo.

Parliamo di colore appunto.

Come ormai avrete capito non sono un tecnico agronomo e il mio affrontare le tematiche dell’agricoltura, della sostenibilità e dell’enologia è più emozionale che scientifico.

Ma cosa c’è dietro queste pennellate di colore? In verità ci sono diverse realtà e diverse situazioni che possono riflettersi nelle diverse soluzioni nel modo di approcciare la coltivazione del vigneto.

La striscia marrone sotto-filare o peggio l’erba secca di colore rosso nel vigneto è vittima di diserbo chimico: una pratica diffusa perché poco dispendiosa in termini di manodopera e quindi economica, molto economica. Nei vigneti cresce l’erba, la limitazione dell’erba è necessaria per evitare che la vegetazione interfilare cresca troppo e in maniera incontrollata che possa entrare in competizione e togliere risorse alla vite. Come si può rispondere a questa necessità: le soluzioni estreme oggi sono rappresentate dalla pratica del diserbo chimico e dalla pratica del sovescio o della coltivazione nell’inter-filare di varietà vegetali utili alla vigna.

Immaginate un passaggio di qualche ora con un trattore equipaggiato da un bidone pieno d’acqua e sostanze chimiche e bocchette nebulizzatrici: in poche ore possiamo trattare un ettaro di terreno che nei giorni immediatamente successivi diventano una landa desolata e marrone rossa di erba secca. Immaginate invece un vigneto con erba altra e sostanze fiorite nell’inter-filare che vengono tagliate un paio di volte all’anno, magari a file alterne per non privare con un unico taglio la vigna della presenza di vegetali fioriti, avendo cura di effettuare il taglio solo quando leguminose o foraggiere siano giunte a maturazione in modo da garantire il rinnovo annuale delle varietà vegetali grazie al rispetto della maturazione del seme.

La rappresentazione sembra una forzatura mia nell’estremizzare i due poli opposti, invece sono realtà diffuse e praticate, entrambe.

Sono le due facce dell’agricoltura moderna, MODERNA!!

Ribadisco il concetto di moderna: la chimica è costantemente aggiornata, l’offerta di diserbanti è una punta della chimica in agricoltura, tanto è che la loro introduzione ha rappresentato nel secondo dopoguerra una vera e propria rivoluzione (la Bayer tedesca è stata l’antesignana dei diserbanti chimici). Le tecniche dell’agricoltura sostenibile, del sovescio, della biodinamica sono molto recenti e oggetto di continui studi e approfondimenti: pur essendo queste tecniche il recupero di pratiche antiche sono state approfondite per avere una teorizzazione e una modalità applicativa che ha tolto la loro applicazione dal limbo della pratica antica e magari modaiola o nostalgica, dandogli dignità di tecnica culturale scientifica.

Concludo al solito con qualche invito: osservate le fotografie e imparate a “leggere” il paesaggio (e il vigneto) in agricoltura, cercate di capire il “carattere” di quello che vedete e di conseguenza di quello che bevete o che mangiate.

Di seguito alcune considerazioni sulle differenze tra diserbo chimico e approccio naturale alla coltivazione, ricordando che la chimica ha un impatto diretto sulla nostra salute, e una biografia essenziale per chi voglia approfondire.

Biografia:

“La rivoluzione del filo di paglia. Un’introduzione all’agricoltura naturale”

Fukuoka Masanobu

Qui un intervento di Giuseppe Li Rosi, un agricoltore siciliano sensibile al problema diserbo, alla rassegna TED di Vicenza.

NOTE:

Il Diserbo Chimico:

  • mette a rischio la salute degli operatori (pensate che è obbligatorio la maschera durante il diserbo per l’operatore)
  • nuoce a chi viva o transiti nelle zone limitrofe alle aree diserbate che entra a contatto con queste sostanze che una volta nebulizzate mantengono la propria tossicità a lungo termine;
  • produce un appurabile aumento delle frane e degli smottamenti provando il terreno della naturale protezione del manto erboso e del relativo apparato radicale
  • abbassa drasticamente la biodiversità vegetale ed animale dell’eco sistema naturale privando il terreno di tutte le sinergie possibili
  • contamina le falde acquifere sotterranee e permanere e come per il terreno, per anni con conseguenti danno su chi usufruirà dei prodotti derivati da quelle colture;
  • riduce sensibilmente l’assorbimento dell’anidride carbonica e l’abbattimento delle sostanze azotate contenute nelle acque superficiali da parte della copertura vegetale eliminata.

E l’approccio green?

  • salvaguardia della fertilità naturale del terreno;
  • riduzione di ogni forma di inquinamento determinato dalle tecniche agricole che prevedono l’utilizzo di concimi e diserbanti chimici e fitofarmaci;
  • produzione di Vini di elevata qualità e dalle più integre caratteristiche organolettiche;
  • preservazione della biodiversità di un determinato ecosistema;
  • riduzione dei danni provocati a breve e lungo termine dai prodotti chimici/tossici utilizzati in vigna, nell’uomo.
  • mantenimento di un paesaggio verde e di un equilibrio uomo-Natura rispecchiato dalla bellezza delle campagne e delle vigne sul territorio.
Vigneto diserbato con erba secca
Vigneto diserbato con erba secca
Vigneto con sovescio
Vigneto con sovescio
Vigneto dierbato
Vigneto dierbato
Vigneto nella zona di Cartizze (dal sito di Slow food)
Vigneto nella zona di Cartizze (dal sito di Slow food)
Il paesaggio del vigneto
Il paesaggio del vigneto

Il vino

Piccolo aggiornamento sul vino delle Driadi: si passa in botte. L’ottima vendemmia lascia presagire un vino adatto per l’invecchiamento! Al via la ricerca della botte e nel prossimo mese si mette tutto nel legno.

Il Cru delle Driadi, L'”Alto della Poiana” comincia a prendere forma.

barrique

La fortuna del principiante

Riflettiamo su temi che a molti sembrano lontani, mentre dovrebbero sentirci molto coinvolti: la sostenibilità e la biodiversità.
In effetti siamo portati a vivere e percepire il nostro rapporto con la Terra non strettamente legato a temi come il lavoro, l’economia, e la democrazia, quando invece il legame è fortissimo. Oggi noi pensiamo che gli essere umani siano separati dalla Terra, che la formazione della ricchezza sia una cosa separata dalla natura, dai lavoratori, dalle generazioni future, e pensiamo che le azioni che facciamo siano separate dalle conseguenze che generano. Purtroppo questi tre paradigmi sono le convinzioni che allontanano oggi l’umanità (intesa come insieme degli essere umani) dalla natura, la società dalla gestione del suolo, i temi dell’economia dai temi dell’ecologia.

In effetti sarei felice che le mie note e riflessioni, servissero alle persone per far si che si maturasse la coscienza, se non la convinzione, del fatto che tutto quello che succede nell’ambiente ha riflessioni importanti su tutta la nostra vita, compresa l’economia.
Sono temi importanti, generali, oserei dire “troppo grandi”, ma vorrei cercare di trasmettere come la rottura di un equilibrio possa avere riflessi inaspettati anche nelle piccole cose in modo da fare capire come un problema così grande possa avere riflessi su un’esperienza minima come quella che vado a descrivere.

Qualche anno fa, voglioso di dare nuovi stimoli e un nuovo obiettivo alla mia vita, ho iniziato a recuperare un vigneto che era abbandonato da 4/5 anni. Per la verità i precedenti proprietari avevano due vigneti, e anche l’altro vigneto ha trovato qualcuno che ha cominciato il recupero. Il mio recupero è, oserei dire, manuale, mentre l’altro acquirente ha seguito un’impostazione più industriale, ma il recupero parallelo mi ha permesso di avere l’opportunità di confrontarmi con l’altro acquirente il quale incaricando terzisti attrezzati con macchinari ha sicuramente faticato di meno e in un certo senso “lavorato” di più.

Il vigneto aveva 6600 piante, dopo il recupero circa 600 erano morte e ho dovuto rimpiazzarle; ho fatto i conti con le mie capacità e disponibilità di tempo e ho deciso di sostituire nel 2015 200 piantine. Ne avessi comprate di più non sarei riuscito a piantarle in un week end, avrei dovuto lasciare le barbatelle al buio, ma avrei rischiato di seccarne le radici mentre il mio vicino invece ha rifatto completamente l’impianto, estirpando il vecchio sofferente, sostituendo tutte le piante. Nel farlo ha arato il tutto e diserbato; anche a me avevano consigliato di diserbare chimicamente il sottofilare, ma non ho avuto il coraggio di farlo (parlo di coraggio perché per me diserbare voleva dire uccidere il suolo).
Per mesi andando al vigneto ho confrontato gli impianti, una distesa marrone con le belle piantine verdi disposte regolarmente su file parallele, che era il campo del vicino e il mio campo, che definivo “rasta”, in cui periodicamente passavo a strappare le erbacce che rischiavano di soffocare le barbatelle nuove, ricco di erbe, rami ribelli e con le barbatelle nuove tra le piante adulte.
Le mie 200 piante hanno sofferto: le alte erbacce prima, la siccità poi, anche se la loro presenza nel vigneto con viti più alte hanno fatto in modo che godessero sempre di ombra costante. Alla fine qualcuna non è mai attaccata, qualcuna è morta, ma la maggior parte ha resistito. E quelle del vicino? Il reimpianto è stato fatto su scala industriale, le piantine sono state concimate, il terreno mosso, ma alla fine hanno rischiato: le lepri in primavera hanno mangiato i germogli e l’unica cosa verde che cresceva erano le foglioline di vite morbide e gustose, ma non c’era altro. Nel mio vigneto c’erano erbacce dappertutto, probabilmente c’erano foglie verdi più gustose dei germogli di vite che sono state risparmiate dalle lepri: avevano più scelta se venivano nel mio campo!

Poi è arrivata la siccità: come potete immaginare il nuovo impianto ha sofferto, il tasso di mortalità è stato molto più alto che nel mio vigneto rasta. Poi a luglio purtroppo un’altra disgrazia sul vigneto del vicino: una larva ha rimangiato ancora foglie alle piante di vite. Il motivo? Ancora dovuto all’assenza di altro da mangiare se non le foglie della vite. Posso dire di aver avuto la fortuna del principiante!

Senza saperlo, la mia modalità di gestione ha salvaguardato le piantine, ma quello che è successo mi ha permesso ancor di più di capire che ogni modalità ed ogni scelta comporta delle conseguenze: a volte scelte drastiche e troppo invasive portano il germe a morire proprio perché tali scelte non sono state fatte nel rispetto di un equilibrio generale naturale e sostenibile. Immaginiamo la reazione ai fatti sopra descritti in un impianto intensivo: avrebbero messo trappole per le lepri, veleni per le larve, ma con che conseguenza?

Il mio è un semplice esempio che testimonia come l’utilizzo di una risorsa e la sua coltivazione a tal fine non può prescindere dal considerare la necessità di sostenibilità di questo sfruttamento. Qualsiasi intervento e qualsiasi forzatura esterna dell’uomo, che altera tale equilibrio, comporta una reazione che potrebbe essere imprevedibile e per assurdo, vanificarne l’intervento stesso: le operazioni di salvaguardia del nuovo impianto troppo invasive hanno creato reazioni che hanno messo a rischio l’impianto. Immaginatevi le derive su scala industriale.