Monologhi della vigna: inverno

gennaio…un inverno come tanti, forse leggermente più caldo rispetto a qualche anno fa, il sole radente e basso, una leggera foschia all’orizzonte, il verde domina il panorama, un verde tenue, invernale appunto; uno uomo con una giacca rossa, due poiane che si inseguono, un rumore ritmico, il taglio della forbice con cui l’uomo sta potando la protagonista del dialogo di oggi: la vigna.

affronto il freddo di quest’inverno nuda, mi hanno abbandonato le mie foglie, ma mi rimane l’essenziale, il legno, le radici, ed i miei tesori: le gemme

l’uomo che mi cura mi sta spogliando privandomi di ogni pudore: ora sono tornata snella e libera a orpelli, libera da rami, vinaccioli e rametti, pronta per affondare i rami nel cielo

mi riparo dal freddo, dal gelo, godendo degli sprazzi di sole che spesso arrivano, anche ora, a gennaio, e scaldano il mio cuore, mentre aspetto la primavera

l’inverno è acqua, è neve, è pioggia è sole, ma è riposo, concentrazione, ricarica

nell’infinito incedere del tempo, mi ritrovo a fremere per tornare alla vita: aspetto che le giornate inizino ad allungarsi quando qualcosa finalmente succederà: le gemme mi chiameranno, hanno voglia di crescere, si prenderanno la linfa, come ogni anno, come ogni primavera…per spiccare il volo

e allora mi allungo: prima una, piccola e tenue fogliolina si libera dal suo guscio vellutato: la gemma che l’accudiva, e dopo la prima sanno due, tre foglie, e poi quattro, cinque, e poi ancora le altre e finalmente la primavera e la vita ritorneranno a farmi scoprire il cielo

Naturale/Natural

La scelta di un vino “naturale” è stata veramente semplice…innanzitutto occorre chiarire il concetto di naturalità che per noi. Andando all’essenziale, per noi vino naturale significa un vino proveniente da uve e vinificato riducendo al minimo interventi esterni che non siano la mano dell’uomo. Il minimo di zolfo e rame in vigna, una gestione del verde rispettosa, attenta a salvaguardare la vite, pur sfogliandola e addomesticandola per salvaguardare o garantire la qualità dell’uva; una gestione attenta dell’inerbimento per garantire la massima biodiversità e il completo compimento delle fasi vegetative delle essenze erbacee, senza mettere a repentaglio la vite da una parte, con tagli tardivi, o le api, con tagli continui e irrispettosi. E il vino? Una vinificazione minimale, attenta a valorizzare il terroir, che privilegia lieviti indigeni, un minimo di solforosa, nessuna forzatura, partendo da una selezione attenta delle uve e da una parcellizzazione consapevole del vigneto, mirata a definire particelle omogenee e coerenti con l’obiettivo puntato sul vino da realizzare. Naturale nell’approccio anche se la naturalità potrebbe essere definita meglio come artigianalità non invasiva. E, come dicevo, e scusate il giro di parole, per noi è stato naturale fare così. Non siamo capaci di pensare nemmeno lontanamente a un diserbo, non vogliamo sentire parlare di pratiche enologiche che facilitano, aiutino, addomestichino…pur non riuscendo a fare a meno di mezzi e strumenti assolutamente artificiali, pompe, taniche, botti…

Per qualcuno dei nostri colleghi è inconcepibile…tanto è naturale per noi quanto è irrazionale per altri che vedono nel nostro modo di fare un lato di masochismo molto accentuato. Devo dire che un po’ sconcerta anche certi enologhi, quasi indispettiti nel non dovere (o potere) intervenire (fortunatamente non tutti), come quel medico che pur avendoti visitato e non avendoti trovato nulla si sente in dovere di prescrivere comunque una ricetta perché altrimenti si sente di non essersi guadagnato la giornata.

Ma la soddisfazione più grossa è accompagnare passo passo la vigna e il vino: seguire i germogli, proteggerli e vederli crescere, assaggiare spillando dalle botti qualche millilitro di vino seguendolo nella sua evoluzione, cercando di prevederla, quasi a cercare di leggere il futuro nella rossa vitrea sfera del bicchiere.

Ma allora perché devo spiegare i motivi di una scelta, per tanti così estrema di un vino naturale? No, non devo spiegare nulla, saranno gli altri a dirmi perché cercano cose diverse.

Annata 2018

L’annata 2018 si è caratterizzata da frequenti piogge, umidità relative molto alte e caldo. La vendemmia come negli ultimi anni è a inizio ottobre, leggermente anticipata rispetto alla tradizione.

In campo abbiamo avuto un giugno e luglio difficile: piogge frequenti hanno lasciato spazio a finestre operative per i trattamenti molto strette. Per un lungo periodo il terreno umido ci ha fatto operare manualmente, tra una pioggia e l’altra, mettendoci a dura prova, con in aggiunta l’attività pesante per il controllo delle erbe infestanti quest’anno particolarmente rigogliose. Fortunatamente non abbiamo avuto grandine, ma abbiamo insetti che hanno “bucato” foglie e acini che ci porteranno a riflettere su come procedere per l’anno prossimo.

Uve comunque sane e abbondanti, buon inizio per la nuova stagione in cantina.

Verso la vendemmia

Speriamo che il peggio sia passato…e che finalmente arrivi l’estate. In questo scorcio di fine primavera ho proprio pensato che i tropici e i monsoni si trasferissero da noi. A giugno nel vigneto sono caduti 251mm di acqua, il che equivale a 251 litri per ogni metro quadro, una colonna d’acqua enorme. Lo so, il dato non vuole dire nulla, ma per dare un’idea pensiamo che in tutto l’anno, fino al 18 giugno ne sono piovuti 714 di millimetri, questo vuole dire che nei primi cinque mesi dell’anno è piovuto il doppio di quanto è piovuto nei soli primi 18 giorni di giugno; è vero, non possiamo fare la media del pollo, è logico che la media è una media e terrà conto di mesi più e meno piovosi, ma tant’è che il giugno di quest’anno è stato un picco importante. Tanto per fare un paragone il luglio del 2014, che tutti ricordano come un luglio in cui “ha piovuto tutti i giorni” i mm di pioggia furono circa 200 nella stessa zona: parliamo in effetti di una prima metà di giugno eccezionalmente piovosa, una pioggia da record.

La vigna che sembra non ne abbia risentito: il carico di pioggia eccezionale ha lasciato le foglie “scoperte” della loro bio-protezione di zolfo e rame, ma non si intravedono per ora le avvisaglie delle due malattie temute dai viticoltori: lo iodio e la peronospora. Per contro i tralci raggiungono in alcuni casi il metro e mezzo; considerato che ad aprile erano germogli  un bel successo (in un altro articolo citai Munari che definì l’albero “l’esplosione lentissima di un seme”, definirei il tralcio di vite, l’esplosione quasi veloce di un germoglio…)

La dipendenza da fattori assolutamente naturali contro i quali ci si sente spesso impotenti è una caratteristica forte della mia “impresa” agricola: nulla è certo, tutto è trasformabile, i segnali di un’annata eccezionale possono essere distrutti da mezz’ora di grandine quanto da una pioggia insistente di qualche giorno. Settimana scorsa altri “nemici” ad esempio: un gregge di pecore ha invaso il vigneto: oddio, un po’ di pulizia all’erba non fa male, ma le pecore mangiano i germogli della vite? La cosa è ancora dibattuta in famiglia e dai “pensionati” che monitorano regolarmente il mio lavoro in vigna e che consulto spesso: “la pecora guarda in basso, non mangia i germogli!!” la sentenza più probabile, ma chi si fida?

E’ così che tra lo scortare l’orizzonte carico di nuvole nere, nel consultare i siti di previsione del tempo, nel telefonare ai vicini ansiosi: “ha grandinato?” e nel cercare sulle foglie i segni del temuto mal bianco (iodio) o della peronospora la riflessione porta sempre a pensare a quanto la nostra esistenza sia appesa a fenomeni naturali la cui evenienza condiziona irrimediabilmente e fatalmente oserei dire, il risultato stesso delle nostre azioni. E non c’è come avvicinarsi alla natura che il senso della nostra debolezza emerge a ricordarci che è lei la vera padrona.

Permettetemi una citazione colta sul senso della vita: da “Cuore di pietra” di Sebastiano Vassalli (Einaudi), l’epilogo finale.

“Ogni tanto gli Dei tornano ad affacciarsi sul golfo della pianura delimitato dalle montagne lontane, e applaudono e gridano stando sospesi lassù sopra le nostre teste, mentre assistono alle rappresentazioni di un autore che sa mescolare come nessun altro la tragedia e la farsa, e che si esprime con le vicende degli uomini pur restandone assolutamente estraneo: il tempo! Se gli uomini non esistessero sulla terra, lo spettacolo del tempo si ridurrebbe a ben poca cosa; ed è per questo motivo che gli Dei li hanno fatti esistere. Gli Dei di Omero – è risaputo – sono degli eterni bambini, e tutto li diverte: anche l’aggregarsi e il dissolversi delle nuvole, anche il cadere delle foglie in autunno e lo sciogliersi delle nevi in primavera hanno il potere di fargli schiudere le labbra, e di far scintillare i loro denti immortali; ma perché l’universo intero rimbombi delle loro risate bisogna mettere in scena ciò che il tempo sa fare con gli uomini, dappertutto e in quella pianura circondata dalle montagne che è, appunto, il loro teatro. Bisogna mostrargli la nostra protagonista com’ è adesso, vuota e buia e con i suoi saloni ingombri di calcinacci, di siringhe, di sterchi, di coperte insanguinate, di frammenti di vetro… Oppure, bisogna fargli vedere l’immensa pianura percorsa in ogni direzione da milioni di quei contenitori di metallo che noi chiamiamo automobili, e le piazze e le strade della città di fronte alle montagne, dove passarono cantando e schiamazzando i cortei delle bandiere rosse e quelli delle camicie nere, divenute percorsi obbligati per i nuovi mostri meccanici. Tutto sembra reale, adesso come allora e come sempre, ma è uno spettacolo del tempo: un’illusione, che di qui a poco svanirà per lasciare il posto a un’altra illusione. È perciò che le risate degli Dei rimbombano e rotolano da una parte all’altra del cielo con i temporali d’aprile, e che le loro grida d’incitamento spazzano la pianura con i venti d’ottobre. I personaggi di questa storia che è finita, e gli altri delle infinite storie che ancora devono incominciare, le loro futili imprese, le loro tragicomiche morti non sono altro che alcune invenzioni tra le tante di quell’eterno, meraviglioso, inarrivabile artista che è il tempo. È lui che ci parla con la nostra voce, che ci guida, che manipola i nostri desideri e i nostri sogni e alla fine cancella le nostre vite per sostituirle con altre vite, di altri uomini che noi non conosceremo mai. È lui che ci fa credere di essere il centro e la ragione di tutto, mentre ci ispira comportamenti e pensieri così stupidi che gli Dei ne ridono ancora quando ritornano lassù nel loro eterno presente, abbandonandoci agli sbalzi d’umore e ai capricci del nostro autore e padrone. Un suo battito di ciglia, e l’uomo che ha scritto questa storia non esisterà più; un altro battito di ciglia, e al posto della grande casa sui bastioni ci sarà un edificio di cristallo in cui si rifletteranno le nuvole e le montagne lontane; un terzo battito di ciglia, e i contenitori chiamati automobili saranno a loro volta scomparsi… Perché no? Soltanto gli Dei sono immortali, mentre tutto ciò che esiste nel tempo è destinato a perire. Homo humus, fama fumus, finis cines.”

 

Siamo in fioritura

La stagione procede, tra i capricci del tempo. Un confronto: l’anno scorso le ciliegie erano mature nella seconda metà di giugno, quest’anno le abbiamo avute con un mese di anticipo. Lo sviluppo vegetativo della vigna procede alla grande e siamo in fioritura. Speriamo gli sbalzi termici e le piogge non facciano molti danni. Ad oggi per evitare iodio e peronospora abbiamo dovuto lavorare sodo, e per curare la parte verde dobbiamo porre un’attenzione continua. Quindi via con spollonatura, scacchiatura, pettinatura e pulizia del terreno. Uno dei motivi per cui non ci si sente molto sul sito è proprio questo: il grande lavoro nel periodo dell’esplosione della natura.

Dimenticavo: quest’anno avremo le prime mele antiche, le piantine hanno già qualche melettina.

fioritura
Fioritura

Nuvole

I contadini oggi hanno scrutato con ansia l’orizzonte e i nuvoloni che pieni di pioggia, grandine a vento si avvicinavano al loro campo, al loro pane. Il testo di una canzone di Fabrizio De André è dedicato a loro.

Nuvole – Fabrizio De André – 1990

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Ci siamo

La vigna è esplosa, così come l’erba nel sotto filare, la vitalba, i rovi ai bordi e le robinie. Si spollona, si spargono rame e zinco, nei limiti del disciplinare bio, si fa la scacchiatura. Una famiglia di fagiani ci fa compagnia, le lucertole imperversano, qualche lepre fa capolino, mentre le poiane sorvegliano dall’alto.

Esiste una ricetta?

Le diete sono la nova religione. Non è un caso che il declino delle religioni abbia conciso con il crescere della popolarità delle diete. Oggi avere cura del proprio peso coincide con il definire ed inseguire un percorso sano e virtuoso di cura del proprio corpo e che, molto spesso, sfocia in una dieta.

Sempre più frequentemente sentiamo parlare di vegani, fruttasti, vegetariani, salutisti… Persino il nostro ex presidente del consiglio, sempre all’avanguardia con le novità, è riuscito a far parlare di sé ultimamente solo per scelte clamorosamente improbabili (come Bertolaso sindaco di Roma) tra cui appunto il suo nuovo status di vegano (chissà jeeg Robot se venisse a sapere che Berlusca è vegano, lui che non ha fatto altro che combatterli).

L’inseguire però uno schema collaudato, guidato e regolamentato è una mera illusione. Le ricette dicono sì come procedere, determinano quantità modalità di esecuzione, tempi di cottura, ma tralasciano un fondamentale concetto: la qualità degli ingredienti. Spesso infatti ci si dimentica che le formule risolutive dipendono non solo dalle modalità organizzative e dal mix di ingredienti, ma essenzialmente dalla qualità degli ingredienti stessi, che alla fine sono la componente fondamentale.

Cosa sarebbe una crostata con una marmellata amara, un minestrone fatto con verdure poco appetitose, una dieta vegana senza ingredienti sani.

L’ossessione nei confronti delle formule danno l’illusione di facilitare la vita, offrendo “pacchetti preconfezionati” o meglio kit di soluzioni comode e facilmente disponibili e tralasciano di occuparsi della cosa che è più importante: la qualità dei componenti o meglio degli ingredienti.

Questo concetto non è solo applicabile alle diete. Cosa succede oggi, e troppo spesso, nelle aziende alla ricerca di razionalizzazione, efficienza, produttività? Si applica un modello: l’organizzazione per processi, le metodologie Lean oppure il metodo “registrato” della società di consulenza più o meno prestigiosa. Come se un’organizzazione prescindesse dalla qualità degli “ingredienti”, che nel caso di aziende sono “persone” che la compongono.
Diffidiamo pertanto dei marchi, delle diete, delle soluzioni preconfezionate: in agricoltura, nelle organizzazioni e nella vita in generale valutiamo veramente la qualità degli ingredienti che ci circondano. Solo così potremo salvaguardare la nostra salute e la salute delle persone cui vogliamo bene. Impariamo piuttosto a ‘pesare’ la qualità degli ingredienti, considerarne la consistenza, il carattere, la persistenza e i suoi effetti. Questo vale se si parla di ricette, di soluzioni, di organizzazioni. Ogni soluzione, ogni ricetta, è risultato di un equilibrio tra il risultato che vogliamo ottenere (strategia, target), gli strumenti che abbiamo (ingredienti, persone, mezzi) e l’organizzazione che definiamo (ricetta, modalità organizzative). Ogni elemento non può prescindere dagli altri.

Non posso ambire ad ottenere la una torta più buona (strategia) se non ho un forno e ingredienti di qualità (mezzi, strumenti, risorse) e non ho idea di come amalgamarli (organizzazione, ricetta); non posso ottenere un grande Merlot (strategia) se non ho un ottima uva e non so come fare vino, così come non posso essere innovativo (strategia) senza incentivare la ricerca, mettendo a disposizione le strutture adeguate.

Cit. Sepp Holzer, permacultore

I beneficiari dell’agricoltura industrializzata sono i consorzi, come pure i gruppi industriali, i lobbisti della chimica e dell’industria agraria, ma non certo i contadini. Tutte le aberrazioni che conosciamo oggi ne sono la conseguenza: allevamento intensivo di massa, distruzione delle falde acquifere, prodotti alimentari contaminati ed altro ancora. È davvero necessario cambiare mentalità.

Sepp Holzer

In “Guida pratica alla permacoltura” ed Il filo verde di Arianna, pag. 80

Aggiungo: la mentalità cambia partendo da un consumo consapevole.

Burocrazia agricola

Pratica frutteto: ho piantato 100 piante, in un area che era invasa da robinie e che ho bonificato.

Circa 2000 metri.

Tra le piante di mele e di pesco ho piantato il lycium, un arbusto che è azoto fissatore (e quindi aiuta il frutteto) e dà bacche con tanti antiossidanti (in Cina è considerato addirittura una medicina).

Non posso però accreditare all’azienda agricola i 2000 metri (reali) di frutteto perché chi deve valutare (chi sarà?) l’aerofotografia non riuscirà a vederlo in quanto l’immagina satellitare del catasto fa vedere solo le grosse piante (le robinie che ho estirpato) e non le piantine (i meli e i lycium) che ho appena piantato.

Siamo al virtuale che supera la realtà, quello che è vero (e piantato) deve fare i conti col virtuale (quello che è in google o nell’aerofotografia del catasto vecchia di due anni). Inoltre o è meleto o è piantagione di Goji, non è previsto una coltura mista come la mia con mele intramezzate da Goji.

Dove andremo a finire?