Monologhi della vigna: inverno

gennaio…un inverno come tanti, forse leggermente più caldo rispetto a qualche anno fa, il sole radente e basso, una leggera foschia all’orizzonte, il verde domina il panorama, un verde tenue, invernale appunto; uno uomo con una giacca rossa, due poiane che si inseguono, un rumore ritmico, il taglio della forbice con cui l’uomo sta potando la protagonista del dialogo di oggi: la vigna.

affronto il freddo di quest’inverno nuda, mi hanno abbandonato le mie foglie, ma mi rimane l’essenziale, il legno, le radici, ed i miei tesori: le gemme

l’uomo che mi cura mi sta spogliando privandomi di ogni pudore: ora sono tornata snella e libera a orpelli, libera da rami, vinaccioli e rametti, pronta per affondare i rami nel cielo

mi riparo dal freddo, dal gelo, godendo degli sprazzi di sole che spesso arrivano, anche ora, a gennaio, e scaldano il mio cuore, mentre aspetto la primavera

l’inverno è acqua, è neve, è pioggia è sole, ma è riposo, concentrazione, ricarica

nell’infinito incedere del tempo, mi ritrovo a fremere per tornare alla vita: aspetto che le giornate inizino ad allungarsi quando qualcosa finalmente succederà: le gemme mi chiameranno, hanno voglia di crescere, si prenderanno la linfa, come ogni anno, come ogni primavera…per spiccare il volo

e allora mi allungo: prima una, piccola e tenue fogliolina si libera dal suo guscio vellutato: la gemma che l’accudiva, e dopo la prima sanno due, tre foglie, e poi quattro, cinque, e poi ancora le altre e finalmente la primavera e la vita ritorneranno a farmi scoprire il cielo

Nuvole

I contadini oggi hanno scrutato con ansia l’orizzonte e i nuvoloni che pieni di pioggia, grandine a vento si avvicinavano al loro campo, al loro pane. Il testo di una canzone di Fabrizio De André è dedicato a loro.

Nuvole – Fabrizio De André – 1990

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Esiste una ricetta?

Le diete sono la nova religione. Non è un caso che il declino delle religioni abbia conciso con il crescere della popolarità delle diete. Oggi avere cura del proprio peso coincide con il definire ed inseguire un percorso sano e virtuoso di cura del proprio corpo e che, molto spesso, sfocia in una dieta.

Sempre più frequentemente sentiamo parlare di vegani, fruttasti, vegetariani, salutisti… Persino il nostro ex presidente del consiglio, sempre all’avanguardia con le novità, è riuscito a far parlare di sé ultimamente solo per scelte clamorosamente improbabili (come Bertolaso sindaco di Roma) tra cui appunto il suo nuovo status di vegano (chissà jeeg Robot se venisse a sapere che Berlusca è vegano, lui che non ha fatto altro che combatterli).

L’inseguire però uno schema collaudato, guidato e regolamentato è una mera illusione. Le ricette dicono sì come procedere, determinano quantità modalità di esecuzione, tempi di cottura, ma tralasciano un fondamentale concetto: la qualità degli ingredienti. Spesso infatti ci si dimentica che le formule risolutive dipendono non solo dalle modalità organizzative e dal mix di ingredienti, ma essenzialmente dalla qualità degli ingredienti stessi, che alla fine sono la componente fondamentale.

Cosa sarebbe una crostata con una marmellata amara, un minestrone fatto con verdure poco appetitose, una dieta vegana senza ingredienti sani.

L’ossessione nei confronti delle formule danno l’illusione di facilitare la vita, offrendo “pacchetti preconfezionati” o meglio kit di soluzioni comode e facilmente disponibili e tralasciano di occuparsi della cosa che è più importante: la qualità dei componenti o meglio degli ingredienti.

Questo concetto non è solo applicabile alle diete. Cosa succede oggi, e troppo spesso, nelle aziende alla ricerca di razionalizzazione, efficienza, produttività? Si applica un modello: l’organizzazione per processi, le metodologie Lean oppure il metodo “registrato” della società di consulenza più o meno prestigiosa. Come se un’organizzazione prescindesse dalla qualità degli “ingredienti”, che nel caso di aziende sono “persone” che la compongono.
Diffidiamo pertanto dei marchi, delle diete, delle soluzioni preconfezionate: in agricoltura, nelle organizzazioni e nella vita in generale valutiamo veramente la qualità degli ingredienti che ci circondano. Solo così potremo salvaguardare la nostra salute e la salute delle persone cui vogliamo bene. Impariamo piuttosto a ‘pesare’ la qualità degli ingredienti, considerarne la consistenza, il carattere, la persistenza e i suoi effetti. Questo vale se si parla di ricette, di soluzioni, di organizzazioni. Ogni soluzione, ogni ricetta, è risultato di un equilibrio tra il risultato che vogliamo ottenere (strategia, target), gli strumenti che abbiamo (ingredienti, persone, mezzi) e l’organizzazione che definiamo (ricetta, modalità organizzative). Ogni elemento non può prescindere dagli altri.

Non posso ambire ad ottenere la una torta più buona (strategia) se non ho un forno e ingredienti di qualità (mezzi, strumenti, risorse) e non ho idea di come amalgamarli (organizzazione, ricetta); non posso ottenere un grande Merlot (strategia) se non ho un ottima uva e non so come fare vino, così come non posso essere innovativo (strategia) senza incentivare la ricerca, mettendo a disposizione le strutture adeguate.

Ho la luna storta

“ho la luna storta”
“sono a terra”
“era radioso”
“è una persona lunatica”
“è solare”
“ha i piedi per terra”
“camminava a due metri da terra”
“era alle stelle”

da sempre i nostri stati d’animo sono stati metaforicamente rappresentati attraverso gli elementi “astronomici” o “stati fisici”. La luna è notte, ombra, tristezza, occulto. Il sole è energia, vita, forza. L’aria è leggerezza, vacuità tanto quanto il fuoco è distruzione, ma anche ricostruzione.
Il mio contatto progressivo con la natura e quindi con me stesso mi ha sempre più avvicinato al recupero di questi aspetti ancestrali.
La terra, la luna e se vogliamo anche i pianeti del sistema solare possono (e hanno) dare un contributo o influenzare le nostre vite? Può un pianeta o un satellite portare dei cambiamenti nella nostra vita?
Una volta dovevo acquistare una trave di larice per sostenere un solaio: in quella occasione scoprii dal venditore che avrebbe dovuto cercare una trave tagliata con “la luna giusta”: le crepe che si formano nelle travi che sostengono i nostri soffitti infatti, si formano con più o meno forza a seconda che l’albero sia stato tagliato durante le fasi di luna crescente o di luna calante (e maledetta la mia memoria, non ricordo se vada tagliato a luna calante o a luna crescente).

Per la verità il venditore mi assicurava che la trave tagliata nel periodo giusto non si sarebbe crepata.

Ma la saggezza popolare non si fermava qui: le foglie vanno piantate con la luna crescente (le foglie “crescono” verso l’alto), le radici (carote, patate, ….) con la luna calante (le radici crescono verso il basso).
Antiche opinioni, credulità o concetti veri scientificamente provati?
La tradizione popolare ha sempre, a mio avviso, una base realistica: la tradizione popolare si basa sull’osservazione e come dicevo in qualche articolo di qualche tempo fa, è basata sul tramandarsi millenario dell’osservazione della natura e quindi basato su basi statistiche di assoluto rispetto, benché difficili da dimostrare in quanto tramandati dalla sapienza non scritta dei nostri vecchi. Ma perché non credere se non con una forte evidenza provata scientificamente?
Le maree esistono: sono l’effetto della forza di gravità della luna che periodicamente “attrae più o meno” le masse d’acqua degli oceani e dei mari: è una forza spaventosa se pensiamo a quanta forza deve avere un fenomeno che riesce a sollevare il livello del mare per decine di metri in quota e per milioni di chilometri quadrati in superficie. Nessuno di noi mette in discussione questo fenomeno e il contributo della forza della luna e allora perché pensare che la luna possa dare SOLO questo contributo.

La vitalità nella vegetazione, negli alberi, è data dalla linfa, un liquido che grazie a forze osmotiche riesce ad alimentare e a mantenere la vita negli alberi. Se potate rami di vite nel periodo sbagliato avrete la triste fortuna di vedere la linfa della vite; piccole goccioline, piccole lacrime che usciranno dal taglio del ramo di vite: è la linfa. Se la vita di un albero è linfa perché non pensare che la luna possa influenzare la vita di un vegetale? D’altra parte la luna è capace di “sollevare le acque” e la potenza e la forza di una marea è sotto gli occhi di tutti.

Le vite è una pianta terrestre: ogni sua foglia va verso il basso, ogni suo ramo cerca la terra, sicuramente la vite crescerà di più durante la luna calante che spingerà la sua linfa verso la terra, verso la vita, verso la rinascita, il contrario del cipresso i cui rami sono tutti orientati vero il cielo, ascendono, anelano all’infinito, sono come fiamme naturalmente protese verso il cielo. Non per nulla la vite è da millenni usata per rappresentare la vita e il cipresso è associato alla morte, all’ascesa. La luna non può non avere influenze diverse su queste piante governandone le fasi di crescita influenzando con la sua enorme forza la presenza di linfa?

In verità una base scientifica su queste teorie c’è ed è basata su tante sperimentazioni: è vero, pensare di incrementare la produttività di una vigna sfruttando la luna non dà business, per cui queste teorie non hanno la spinta “marketing” che si meriterebbero, ma esistono prove scientifiche che peraltro hanno dato origine a calendari, che danno indicazioni su come e quando operare nell’orto o in genere in agricoltura per massimizzare produzioni e risultato.
Quest’anno ho deciso di verificare sulla mia pelle questi calendari e, anche seguendo il consiglio di un amico, farà le mie prove su tanti bei ravanelli: se la teoria è confermata a seconda del periodo di semina avrò forme diverse del ravanello, e diverse forme del ravanello stesso a seconda che la semina sia stata più o meno influenzata da luna, Giove, Saturno, congiunzioni od opposizioni tra pianeti. Vi farò sapere, ma sono fiducioso che farò importanti osservazioni.

Perché scrivere di tutto questo? La nostra vita è influenzata da un infinito numero di parametri; sono situazioni locali, ambientali e cosmiche la cui combinazione genera un risultato: una crescita, uno sviluppo, una regressione, un umore, uno stato d’animo. La nostra vita, quello che facciamo, quello che coltiviamo, quello che creiamo è l’effetto condizionato di situazioni note, e soprattutto, non note, che non conosciamo e che possiamo solo intuire e subire. La scienza ha fatto passi da gigante per interpretare e gestire la natura, ma sa interpretare solo una piccola parte dei fenomeni dell’universo, una minima parte. Di una piccola parte ha una giustificazione logica per la quale riesce, la scienza, a riportare e ricostruire il fenomeno con le categorie di causa/effetto, di una parte ha solo l’interpretazione degli effetti, ma non ha ancora trovato le cause, ma la maggior parte dei fenomeni legati al mistero della vita rimangono ancora senza una spiegazione razionale riconducibile alle categorie umane di rappresentazione.
Non dobbiamo pensare che abbiamo capito tutto, ma abbiamo ancora tutto da imparare. il non trovare la spiegazione razionale o scientifica di un fenomeno non vuole dire che non esiste, la scala temporale per la verifica scientifica, applicando il metodo sperimentale, non è compatibile con i cicli naturali se pensiamo a fenomeni di transizione naturale, cambi climatici, evoluzione…ma tutto questo non presuppone che fenomeni legati da meccanismi di causa ed effetto non ci siano.

La luna ha una grande forza, lo abbiamo visto. Sa sollevare distese inimmaginabili di oceano per metri e metri; il corpo umano è fatto al 75% di acqua, come pensare che la luna non abbia un effetto sul nostro corpo?

“Oggi ho la luna storta….”

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L’albero celtico della vita: simbolo dell’eterno legame tra cielo e terra, luna e sole.

Agricoltore ingegnere

manuale ingegnereMi chiedono in tanti perché a cinquant’anni abbia voluto occuparmi di agricoltura, o meglio, mi chiede chi mi conosce perché abbia voluto sperimentarmi nella coltivazione di un vigneto, dopo una carriera spesa a ingegnare prodotti, progettandoli e mettendoli in produzione.
Non so dare una risposta da ingegnere: probabilmente nessun ingegnere, applicando le nozioni di business che ha recepito, si sarebbe mai avventurato in un’impresa simile. Mi verrebbe da aggiungere: figuriamoci fossi stato un bocconiano (la minuscola è d’obbligo, per la mia esperienza con gli effetti procurati dai bocconani nelle imprese in cui ho lavorato).

E’ riflettendo sulla mia formazione e sulla mia nuova esperienza che mi è venuto spontaneo paragonare le due esperienze e tracciare un piccolo schema.

Ingegnere: definisci le forme
Agricoltore: subisce le forme

Ingegnere: stabilisce le interazioni tra i vari elementi che crea
Agricoltore: subisce le interazioni tra gli elementi della natura

Ingegnere: ha a disposizione la possibilità di sperimentare, con un metodo scientifico e ripetitivo, definendo parametri di prova, controllandoli e variandoli a piacimento
Agricoltore: può sperimentare, stagione per stagione (e al massimo avrà a disposizione qualche decina di cicli stagionali) e ogni stagione sarà condizionata da condizioni esterne che non controlla (meteorologia prima di tutto).

Ingegnere: concepisce il suo prodotto, definendone tutti i dettagli (materiali, forme, funzionamento, limiti, tolleranze)
Agricoltore: subisce il suo prodotto, ne accompagna la crescita, ne facilita la formazione, ma non è assolutamente in grado di pilotarne il risultato finale che cambia di anno in anno, di stagione in stagione, da posto a posto, da mese a mese, e soprattutto il risultato finale è una sorpresa, nei suoi limiti, nelle sue tolleranze, non gestite dall’agricoltore.

Un prototipo si corregge, si aggiusta, si prova, un grappolo d’uva no, non si aggiusta, si prende così come è e si pensa alla stagione successiva, che è tra un anno, e sarà un’altra cosa.

L’agricoltura è affascinante: è come cercare di governare un fiume in piena  illudendosi di potercela fare, quando l’ingegneria è come scalare una montagna, piano piano sai che prima o poi la strada la trovi. Un fiume in piena va dove vuole, una montagna è lì, prima o poi trovo il modo di arrivare in cima. Mondi affascinanti, diversi, affascinanti.

Un ultimo accenno: ho parlato prima dei bocconiani (che peraltro il mio correttore automatico continua a trasformare in bocconcini): il metro di giudizio per giudicare un impresa per un bocconiano è la durata di ritorno del capitale: in quanto tempo cioè riguadagno quello che ho investito. Un anno, massimo due anni, tre per investimenti importanti, quattro o cinque se sei una multinazionale. Se avessimo usato questo criterio nel passato, quanto esisterebbe del ben di dio che abbiamo oggi?

Alla fine di tutte le riflessioni la vera risposta alla domanda iniziale è molto semplice.

La domanda era: “perché a cinquant’anni hai voluto occupati di un vigneto?”

La risposta è: “perché no”

Tra una “o” e una “u”

Tra una o e una u la differenza è poca e l’assonanza più immediata che viene parlando di colture, è con la parola cultura. In effetti in queste pagine ho parlato spesso di entrambe le cose, ricordo l’articolo sul patrimonio culturale che abbiamo perso (la cultura della coltura mi viene da dire), sulle conoscenze che occorrono per coltivare. L’assonanza mi ha incuriosito e ho voluto per una volta uscire dal seminato (ma non troppo) della rubrica ambiente per capire se l’etimologia delle parole potessero aiutarmi ad avvicinarmi alla radice delle cose.

Cultura deriva dal latino còlere, coltivare, e in senso figurato avere cura, trattare con attenzione, riguardare, nel senso di avere riguardo, e anche onorare, avere cura del luogo che coltiviamo, che poi vuole dire avere cura del luogo che abitiamo.  Ma significa anche venerare  che poi vuol dire avere cura degli dei, da cui poi deriva la parola culto, participio del verbo coltivare. E in agricoltura chi coltiva ha cura, tratta con attenzione e riguardo…

Cultura in latino è un participio futuro: sono participi futuri nascituro, participio futuro di nascere, che è ciò che sta nascendo.  Cultura è ciò che è prossimo alla cura, alla coltivazione, come culto, participio passato, che è ciò che è preparato, coltivato, pronto per dare frutti.

Coltivare e la cultura sono la stessa cosa!

Avere cura, avere riguardo, avere rispetto porta i frutti, porta ad avere cultura e ad avere il raccolto, ad essere colti. La cultura negli antichi era la sapienza della conoscenza che, in tempi in cui la tecnologia aveva come materia prima la natura, aveva come campo di applicazione la natura appunto: la natura che era ciclo delle stagioni, il ciclo vitale delle piante, la sua conoscenza che portava al raccolto: la cultura.

E’ colto chi ha cura, chi studia, chi ha rispetto, è cultura ciò che è capace di dare frutti..

L’agricoltore fa quindi cultura, come lo fa chi si prende cura di qualcosa: prendendo cura si approfondisce la conoscenza, cogliendone gli aspetti e raccogliendone i frutti, siano essi (ormai ho fuso l’articolo e non so più se parlo di u o di o) culturali o colturali. Ed è per questo che il legame con la terra che tanto rinforzo nei miei articoli deve essere “coltivato” e fortemente rinforzato.

Ho letto una frase di quelle che Facebook ti sputa addosso ogni tanto: la terra è bella, abbiamone cura. E come se non coltivando?

Siamo sempre qui: cura, cultura, coltura.

Gli avvenimenti di questi ultimi giorni e le discussioni sulle barbarie degli assassini in nome della religione solo l’effetto della mancanza di cultura, della mancanza della “coltivazione” del “culto” del rispetto e della libertà.

Invito tutti a riflettere su un ulteriore approfondimento: còlere ha la radice di kwel, ruotare, girare; girare è il gesto delle prime comunità umane organizzate, che iniziavano a stabilirsi in un territorio incominciando a coltivare il territorio: girare è ruotare la terra, dissodare (sempre il legame con la terra…); ruotare la terra è ancora avere cura, coltivare, per un frutto futuro, cultura. Con l’agricoltura è iniziata la civiltà, la concezione della circolarità del tempo, l’agricoltura richiede un rapporto forte con il tempo e la concretezza, con il destino e il fato, l’abbandono dell’agricoltura riporta verso il tribalismo, la barbarie e una frammentarietà che è perdita del senso di comunità e di civiltà.

Agricoltura è cultura, coltivare la terra è cultura e il vero culto dovrebbe essere del nostro territorio da cui in fondo traiamo anche il nostro sostentamento.

Oggi la cultura dove sta?

Nella scuola se insegna la passione per la cura e l’approfondimento, e non nel nozionismo e nelle astrazioni; nella tradizione se sono rispetto e approfondimento e non nel finanziamento di sagre e feste come l’orientamento degli assessorati della cultura di questo mondo.

La cultura è nei gesti di ognuno di noi, quando, con costanza e determinazione prendiamo cura di qualcosa e aspettiamo che arriveranno i frutti.