La sostenibilità economica come atto di resistenza

Autonomia come scelta di libertà

Quando si parla di sostenibilità nel vino, il pensiero corre subito all’ambiente: al suolo da preservare, alla biodiversità, ai trattamenti ridotti. Ma c’è una sostenibilità meno raccontata, invisibile agli occhi eppure decisiva: quella economica. Senza basi solide, anche i progetti più virtuosi rischiano di svanire come un profumo troppo leggero nel bicchiere.

Un’azienda che coltiva solo l’uva dei propri vigneti, che sceglie di non affidarsi a consulenze standardizzate, rinuncia forse a scorciatoie tecniche, ma conquista indipendenza. È una forma di sostenibilità economica. Si spende meno in mediazioni. Si conserva la libertà di decidere. Ciò comporta assumersi fino in fondo il rischio e la responsabilità.

Il valore di non inseguire le mode

Le etichette “green” o le mode del momento possono sembrare una spinta sicura per le vendite. Ma affidarsi solo a questo significa vivere e morire seguendo il mercato. Resistere a questa tentazione è più difficile, ma permette di costruire un valore autentico, che non evapora quando la moda cambia.

La forza della rinuncia

Un produttore si misura anche da ciò che decide di non mettere in bottiglia. Scartare il vino che non raggiunge lo standard desiderato è un gesto controcorrente, perché significa produrre meno e incassare meno. Eppure è proprio questa rinuncia che diventa investimento: ogni bottiglia che manca rafforza la credibilità di quelle che restano.

Il territorio come capitale

Il terroir non è solo geografia, ma un capitale collettivo fatto di storia, cultura e gesti quotidiani. Proteggerlo significa investire nel futuro, perché il valore economico di un vino dipende anche dal paesaggio che racconta. Dimenticarlo equivale a intaccare non solo l’ambiente, ma anche la stessa tenuta economica dell’impresa.

L’economia della resistenza

La sostenibilità economica, in fondo, nasce da un intreccio di autonomia, scelte scomode e rifiuto delle scorciatoie. Non si misura soltanto con i numeri del bilancio annuale, ma con la capacità di un’azienda di durare nel tempo restando fedele ai propri principi.

Forse è questa la lezione più importante: anche l’economia, quando è vissuta con coerenza, può diventare un atto di resistenza. E senza questa resistenza, nessuna sostenibilità ambientale o sociale avrebbe gambe abbastanza forti per camminare.

Come ho conosciuto i vini naturali

Il primo vino “naturale” che mi capitò di bere si chiamava Semplicemente Vino, di Stefano Bellotti. Solo in seguito scoprii che Bellotti era stato uno dei pionieri della rinascita del movimento del vino naturale in Italia. Quel vino mi colpì subito: fresco, vibrante, e con qualcosa che all’inizio non sapevo definire. Avrei capito più tardi che era proprio l’essenza del vino naturale: essere un vino diverso, un vino di territorio, di vignaiolo, di artigiano e, perché no, anche di artista. Un vino irripetibile, genuino e vero.

Lo bevevo d’estate, acquistandolo nell’enoteca di fiducia durante le vacanze, finché un anno non lo trovai più. Stefano era passato dal tappo in sughero al tappo a corona, e l’enotecario aveva deciso di non comprarlo. Quel dettaglio mi fece riflettere molto: possibile che la qualità straordinaria di un vino potesse essere messa in discussione da un tappo considerato “povero”?

Eppure era una scelta coerente, radicale, geniale. Proprio come il nome: “Semplicemente Vino”. Due parole forti, di rottura. La semplicità in contrasto con i vini convenzionali, spesso troppo costruiti. E “vino” detto così, senza aggettivi, a ribadire che alla fine di tutto si tratta solo di questo: vino.

Sono passati vent’anni. Nel frattempo tante cose sono cambiate, ma quella lezione rimane intatta

Accompagnare l’uva: il segreto del buon vino

Alle Driadi, l’uva è il bambino re. La vite è la regina madre. Il viticoltore è un pastore. Il suo compito è accompagnare.

Come interpretiamo questo approccio in questa ottica?

Da parte nostra abbiamo sempre cercato di conciliare la nostra vita con la nostra filosofia e allo stesso tempo cerchiamo di integrare il nostro lavoro nel rispetto della natura. Questo è l’obiettivo personale che ci siamo proposti. Amiamo infatti la natura. Anche se può essere capricciosa, è a volte crudele, alla fine ci soddisfa sempre e spesso si dimostra generosa.

In questa ottica la nostra azione è fatta di gesti semplici. Raccogliamo l’uva a mano per proteggerla e la mettiamo nelle nostre cassette, la schiacciamo per creare il mosto e ne seguiamo attentamente la fermentazione lasciamdo lavorare i lieviti indigeni. La seguiamo nel riposo. Nella misura in cui l’uva è sana non usiamo S02, solo uva.

Questo processo ci obbliga ad essere accompagnatori e non trasformatori.

Il trasformatore è un uomo di conoscenza. Utilizza strumenti e prodotti che canalizzeranno l’uva e il vino. Ha un obiettivo ben preciso che si è prefissato. Se l’uomo ha talento, elaborerà un prodotto a sua immagine. Potrà dimostrare la sua capacità di comprendere i fenomeni. Si approprierà di loro e quindi sarà onorato con il risultato che attende.

L’accompagnatore corre molti rischi. È necessario che sappia, che abbia conoscenze, la allo stesso tempo, non deve esserne prigioniero. Ha un obiettivo di lavoro, ma deve accettare e essere in grado di adattarsi. Deve modellare quell’obiettivo in base alle circostanze in modo che l’uva possa dare il meglio di sé.

L’accompagnatore avrà bisogno di esperienza. Gli servirà molta intuizione. È necessaria anche una buona dose di serenità e una capacità di accettazione di quello che la natura fa. Il viticoltore deve infatti adeguare le sue aspettative all’uva che la pianta produce e alla sua capacità della pianta di produrre. La vite è in grado di inviarci un messaggio chiaro con il suo comportamento. Questo messaggio risponde alla nostra richiesta. Esso si manifesta nella chioma, nella postura e nel gusto che esprime. Il viticoltore deve leggere e interpretare tali segnali. Se riesce in questo accompagnamento, in questa intima relazione, c’è un bilancio tra fare e non fare. C’è anche un bilancio tra conoscenze intime e relazionali. Allora il prodotto, il vino, è un prodotto naturale.

Nel naturale, c’è natura. La dimensione della natura è immensa rispetto alla dimensione umana che interagisce in nella sua azione. Una azione è una relazione che alla fine la magia nella bocca dell’uomo.

La chiave è lì. Mettiamo questa dimensione della natura nel bicchiere. Allora abbiamo il sorriso. L’umore è leggero e porta solo cose buone.

Monologhi della vigna: la grandine

il cielo si incupisce…

arrivano nuvole, basse, sorde…

tutto il grigio del mondo è ciel…

nemmeno il sole fa sapere dove si trova, tanto è spessa la coltre di nubi; nubi pesanti, nubi lorde, nubi sorde che portano pensieri di terrore

il vento si prende il palcoscenico: suoni e movimenti riempiono lo spazi, le piante ondeggiano e sembrano esprimere la loro paura; sordi tuoni arrivano da lontano: arriveranno fino a qui? arriverà la grandine? arriverà il terrore?

mi chiedo chi possa essere colui che ordisce questa trama fitta, cupa e imperscrutabile, drammatica e comica, questa trama che è come la vita, imprevedibile e a volte terribile

chi può mettere in scena il grigio più cupo, tutte le paure, e chi possa in un attimo trasformarlo nel cielo più limpido e terso

a volte le nubi corrono veloci fino ad arrivare a scatenare l’inferno lasciando basito e inerme quel povero uomo che corre nella sua vigna, inseguendo l’annata, inseguendo il suo vino

il cielo si incupisce…

la vigna è pronta e richiude le sue foglie su sé stesse, si fanno più piccole, quasi a nascondersi della guerra che forse tra poco si scatenerà: chi ordisce questa trama non sarà mai sensibile al mio dolore, e forse si divertirà a sentire l’affanno e le speranze di chi è vittima della sua bizzarria

le prime gocce cadono, sono rare e pesanti,

ma non è pioggia lieve, come quella di primavera, quando accarezzando il terreno lo fanno fiorire, ma nemmeno la pioggia continua d’autunno, che ti stanca e ti infreddolisce, ma che non porta sventure se non quando il terreno lordo e pesante non si abbandona al pendio; è la pioggia d’estate, che ogni volta è una nuova volta, ogni volta è terrore e speranza, tra la vita e la fatica

sarà dura 

quando la pioggia aumenta e il grigio diventa cupo e aumenta il vento, insieme aumenta la paura: a volte come d’incanto il vento si ferma e le mie foglie lentamente si riaprono incredule dello scampato pericolo., a volte arriva lei, la grandine e allora il cuore si addolora pensando a quello che sarà domani, la stagione, il vino

Il volo della poiana

Ogni volta che vado al vigneto mi accoglie una coppia di poiaPOIANAna, a volte sono appoggiate su un albero, a volte volano con ampie volte nell’azzurro del cielo, ogni volta però mi fano sentire il loro inconfondibile verso.

Il nome latino della poiana è  “buteo buteo”, dal greco buzo, uccello che grida intensamente; il suo verso è intenso e greve, quasi un lamento ed è inconfondibile e affascinante.

Ecco il volo della poiana (da youtube)