Il vino naturale, un atteggiamento. Come Driade Felice

Ci sono parole che a forza di ripeterle perdono peso. “Naturale” è una di queste. Nel vino è diventata una bandiera, un’etichetta, a volte perfino un modo per distinguersi senza sapere davvero perché.

Eppure, per me, il vino naturale non è mai stato una moda. È un atteggiamento.

Un modo di stare in vigna e in cantina con un’idea precisa: non fare troppo rumore.

Lasciare che la fermentazione dica la sua. Fidarsi dei lieviti. Accettare che un vino non debba per forza essere perfetto, ma vivo.

Questa idea non nasce da un libro o da una tendenza. Nasce da un vino:

Driade Felice, il mio primo vino.

Non lo dimenticherò mai, perché è stato il vino in cui ho capito una cosa semplice e definitiva:

che fare vino naturale non significa togliere, ma togliersi — lasciare da parte l’ego, la volontà di controllo, l’ansia di dimostrare qualcosa.

Con Driade Felice ho lasciato parlare l’uva, un Merlot raccolto su una parcella in pendenza, recuperata dall’abbandono. Quindici giorni di macerazione, fermentazione spontanea, acciaio, nessuna scorciatoia.

È nato un rosso fruttato, leggero, elegante, di una bevibilità quasi ingenua: il vino che non sai se ti ha scelto lui o se sei stato tu a permettergli di farlo.

Ecco perché oggi mi dà fastidio vedere il vino naturale trasformato in un trend, in una categoria da scaffale, o peggio ancora in uno stile da imitare.

Non è uno stile.

Non è nemmeno un protocollo.

È un atteggiamento.

È stare al fianco del vino, non davanti a lui.

È riconoscere che non c’è un “ideale sommelieristico” a cui tendere, perché l’ideale non esiste: esistono solo vini autentici, e vignaioli che cercano di non rovinarli.

Se c’è una cosa che Driade Felice mi ha insegnato, è che il vino naturale non nasce da un manifesto. Nasce da un gesto: quello di abbassare il volume del proprio intervento per ascoltare il vino che si sta formando.

E ogni volta che stappo quella bottiglia, mi ricordo che il vino non deve essere perfetto per essere vero.

Deve solo essere sincero

Come ho conosciuto i vini naturali

Il primo vino “naturale” che mi capitò di bere si chiamava Semplicemente Vino, di Stefano Bellotti. Solo in seguito scoprii che Bellotti era stato uno dei pionieri della rinascita del movimento del vino naturale in Italia. Quel vino mi colpì subito: fresco, vibrante, e con qualcosa che all’inizio non sapevo definire. Avrei capito più tardi che era proprio l’essenza del vino naturale: essere un vino diverso, un vino di territorio, di vignaiolo, di artigiano e, perché no, anche di artista. Un vino irripetibile, genuino e vero.

Lo bevevo d’estate, acquistandolo nell’enoteca di fiducia durante le vacanze, finché un anno non lo trovai più. Stefano era passato dal tappo in sughero al tappo a corona, e l’enotecario aveva deciso di non comprarlo. Quel dettaglio mi fece riflettere molto: possibile che la qualità straordinaria di un vino potesse essere messa in discussione da un tappo considerato “povero”?

Eppure era una scelta coerente, radicale, geniale. Proprio come il nome: “Semplicemente Vino”. Due parole forti, di rottura. La semplicità in contrasto con i vini convenzionali, spesso troppo costruiti. E “vino” detto così, senza aggettivi, a ribadire che alla fine di tutto si tratta solo di questo: vino.

Sono passati vent’anni. Nel frattempo tante cose sono cambiate, ma quella lezione rimane intatta

Come resistere coltivando vigne e facendo vino (manuale per aspiranti martiri)

Capitolo 1: Il vignaiolo e la sveglia. Non serve: tanto alle 5 del mattino ti sveglia il trattore del vicino o la tua ansia sul meteo.

Capitolo 2: La vigna è la tua palestra. Dimentica la palestra con aria condizionata: qui il tapis roulant ha nome “filare in salita” e lo squat si chiama “legare i tralci piegato in due ore”.

Capitolo 3: Dialoghi con la natura. Tu parli alle piante. Le piante non rispondono. Le erbacce sì, ma in turco antico.

Capitolo 4: Il vino non si fa da solo. Però tutti ti dicono che “basta pigiare e via”. Allora tu sorridi, apri la botte e aspetti che la fermentazione ti faccia il dito medio.

Capitolo 5: Marketing e poesia. Devi convincere il cliente che il tuo sudore, le tue vesciche e le tue bestemmie si traducono in “note di ciliegia e sentori balsamici”.

Capitolo 6: La vendemmia. È la festa del paese. Non per te. Per te è CrossFit con il mosto addosso e la schiena a pezzi.

Capitolo 7: La filosofia. Ti chiedono perché lo fai. Tu rispondi: “Perché amo la terra.” In realtà è perché ormai hai speso troppo per mollare.

Dove la vigna incontra l’uomo

Il vino naturale è una parola semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza. Ma dietro quella semplicità si cela un mondo intero: non una moda, ma un concetto culturale. È il ritorno a un gesto agricolo e artigianale puro, dove la vigna parla senza filtri e il vino diventa racconto.

In ogni bottiglia convivono forze che dialogano tra loro:

la stagione, con i suoi capricci e le sue generosità;

il terreno, con la sua memoria millenaria;

il vitigno, che respira e reagisce al microclima della vigna;

e l’uomo, che non impone, ma ascolta e accompagna.

Ogni scelta – quando vendemmiare, quando svinare, come affinare – è un atto di equilibrio. È una danza silenziosa tra il sapere contadino e ciò che la natura concede. Così nasce un vino che non cerca la perfezione immobile, ma l’autenticità del momento.

Un vino che porta con sé la voce della terra, la luce delle stagioni, la personalità di chi lo cura. Un vino vivo, irripetibile, che non si lascia addomesticare ma invita a un incontro sincero: uomo, terra, vigna e tempo in un unico respiro.

Un calice così non è mai uguale a un altro: è un incontro irripetibile tra uomo e natura, la testimonianza sincera di una stagione, di un luogo e di chi ha scelto di custodirli.

Al di là del bosco

C’è un luogo a Palazzago, in Val Pontida dove il bosco si apre in silenzio, e la vigna ricompare, nascosta tra le pieghe della terra e del tempo.

È lì che abbiamo ritrovato il nostro Marzemino, un’uva antica, quasi dimenticata, che da secoli respira il calcare e l’argilla di queste colline. È in nostro nuovo vino. Al di là del bosco.

“Al di là del bosco” non è solo un nome.

È un invito a superare la soglia del conosciuto, a riscoprire un vitigno che è parte del cuore agricolo bergamasco, a bere un vino che non segue le mode ma il ritmo della terra.

Fermentazione spontanea, nessun intervento estraneo alla natura del frutto.

Poi il silenzio: mesi in anfora, dove il tempo si fa lento, la materia si purifica, e il vino si ricompone secondo la propria volontà.

Il risultato è un rosso vibrante, vivo, che sa di frutti scuri, spezie leggere, terra umida e foglie secche.

Ma soprattutto, sa di origine.

“Al di là del bosco” è un vino che parla piano, ma a lungo.

È il Marzemino che ci rappresenta, quello che abbiamo scelto di ascoltare davvero.

Marzemino?

Le venti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa di Agostino Gallo nobile bresciano. anno del signore 1775

– Quali viti sono migliori tra noi per fare delle uve assai?
– Lodo primamente che si piantino quelle che dicono le uve groppelle nere morbide, per renderne più delle di più uve gentili, le quali stanno bene accompagnate con tutte le altre che uve nere e bianche. Vero è che le groppelle gentili sono più delicate da mangiare, e fanno miglior vino, benchè sia poco, ma patiscono facilmente i mali tempi, e la fersa.
Poi sono mediocremente buone le vernaccie nere, perciocchè non fallano a produrre frutto assai: ma il proprio loro è di accompagnarle con le trebbiane bianche o con le groppelle dette, perchè altrimenti non farebbono vino saporito nè potente, e sarebbe anco carico di colore.
Ancora sono buone per piantare le schiave nere grosse di grano, perciocchè abbondano di uve che fanno vino affai benchè fia debole e fumofo, ma migliora accompagnandolo col groppello.
Appresso lodo le uve marzamine, che fanno i graspi lunghi ed i grani grossi, per abbondare di vino gentile, che tiene dell’ amabile, ma carico di colore, il quale si accomoda con ogni altro purchè non sia insipido.
Similmente sono buone le besegane e rossere, le quali per essere conformi di grossezza, di tenerezza e di sapore abbondano anco di vino in copia, il quale per essere debole e di poco colore, migliora non poco ad accompagnarlo col groppello o marzamino; ed oltrechè le besegane hanno un solo acino per grano, fanno ancora il vino picciolo e delicato per l’estate.

Accompagnare l’uva: il segreto del buon vino

Alle Driadi, l’uva è il bambino re. La vite è la regina madre. Il viticoltore è un pastore. Il suo compito è accompagnare.

Come interpretiamo questo approccio in questa ottica?

Da parte nostra abbiamo sempre cercato di conciliare la nostra vita con la nostra filosofia e allo stesso tempo cerchiamo di integrare il nostro lavoro nel rispetto della natura. Questo è l’obiettivo personale che ci siamo proposti. Amiamo infatti la natura. Anche se può essere capricciosa, è a volte crudele, alla fine ci soddisfa sempre e spesso si dimostra generosa.

In questa ottica la nostra azione è fatta di gesti semplici. Raccogliamo l’uva a mano per proteggerla e la mettiamo nelle nostre cassette, la schiacciamo per creare il mosto e ne seguiamo attentamente la fermentazione lasciamdo lavorare i lieviti indigeni. La seguiamo nel riposo. Nella misura in cui l’uva è sana non usiamo S02, solo uva.

Questo processo ci obbliga ad essere accompagnatori e non trasformatori.

Il trasformatore è un uomo di conoscenza. Utilizza strumenti e prodotti che canalizzeranno l’uva e il vino. Ha un obiettivo ben preciso che si è prefissato. Se l’uomo ha talento, elaborerà un prodotto a sua immagine. Potrà dimostrare la sua capacità di comprendere i fenomeni. Si approprierà di loro e quindi sarà onorato con il risultato che attende.

L’accompagnatore corre molti rischi. È necessario che sappia, che abbia conoscenze, la allo stesso tempo, non deve esserne prigioniero. Ha un obiettivo di lavoro, ma deve accettare e essere in grado di adattarsi. Deve modellare quell’obiettivo in base alle circostanze in modo che l’uva possa dare il meglio di sé.

L’accompagnatore avrà bisogno di esperienza. Gli servirà molta intuizione. È necessaria anche una buona dose di serenità e una capacità di accettazione di quello che la natura fa. Il viticoltore deve infatti adeguare le sue aspettative all’uva che la pianta produce e alla sua capacità della pianta di produrre. La vite è in grado di inviarci un messaggio chiaro con il suo comportamento. Questo messaggio risponde alla nostra richiesta. Esso si manifesta nella chioma, nella postura e nel gusto che esprime. Il viticoltore deve leggere e interpretare tali segnali. Se riesce in questo accompagnamento, in questa intima relazione, c’è un bilancio tra fare e non fare. C’è anche un bilancio tra conoscenze intime e relazionali. Allora il prodotto, il vino, è un prodotto naturale.

Nel naturale, c’è natura. La dimensione della natura è immensa rispetto alla dimensione umana che interagisce in nella sua azione. Una azione è una relazione che alla fine la magia nella bocca dell’uomo.

La chiave è lì. Mettiamo questa dimensione della natura nel bicchiere. Allora abbiamo il sorriso. L’umore è leggero e porta solo cose buone.

Il Paradosso del Vignaiolo Naturale

Coltivare una vigna, averne cura, raccoglierne i frutti, assecondarne la fermentazione, produrre un vino naturale, significa assecondare grandi dinamiche chimiche. È questo il paradosso del lavoro del vignaiolo naturale. Un paradosso: il paradosso di un vino naturale che si basa su reazioni chimiche.

Una consapevolezza: ogni forma di vita è chimica, ogni reazione biologica, ogni processo vitale ha una base chimica. La fame, la sete, i sentimenti, l’amore, ma anche i profumi, il sapore, forse anche la sete o la fame sono effetti impulsi frutto di una interazione di molecole in una reazione chimica.

Queste considerazioni non turbano e non toccano l’emozione che si genera annusando un vino, assaggiando un chicco di uva prima della vendemmia, osservando il primo germoglio primaverile.

In ogni caso il tutto dipende da piccole grandi reazioni chimiche che peraltro in gran parte hanno come protagonista il carbonio, lo stesso elemento che potrebbe è (forse) una delle minacce per il futuro della nostra specie.

Pertanto occorre sempre avere bene in mente la consapevolezza che ogni gesto che compiamo in vigna e in cantina si basa su un’interazione di processi naturali chimico-fisico-biologico che non dipendono assolutamente da noi e che non possiamo determinare. Sono processi che esistono da sempre a prescindere da noi e che, probabilmente, esisteranno per sempre. Fermentazione, fotosintesi, e tutto quello che avviene tra il germoglio e il vino non è opera nostra.

Come si può non innamorarsi di tutto ciò.

Con il nostro lavoro di vignaioli non facciamo altro che accompagnare queste dinamiche, vigilandone il percorso valutandone nel tempo gli esiti nella speranza che quella complessa interazione chimico fisico biologica possa portare al risultato sperato.

Senza forzare, senza alterare, e soprattutto rispettandone l’equilibrio naturale.

È un gesto che unisce rispetto, cura, collaborazione e tutela, un atto di consapevole armonia con la natura.

Monologhi della vigna: il vino

ogni vino alla è fine unico

dalla mente arrivano i ricordi di quelle frasi che ogni tanto ti rimangono impigliate nel cervello…“il vino (il vino di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) può paragonarsi soltanto a un essere umano e vivente, immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso. Esigere un vino “stabile” è la più grande sciocchezza che un bevitore di vino possa commettere.” solo dopo molti anni ho capito cosa voleva dire (Mario Soldati)

il vino “comincia sempre con il rifiutarsi, con garbo e villania secondo il temperamento, e si concede solo a chi aspira alla sua anima oltre che al corpo. Apparterrà a colui che lo sa scoprire con delicatezza” aveva capito tutto (Luigi Veronelli)

E’ vero; il vino è corpo, ma è anche anima: il vino è amore del corpo e dell’anima.

non so se esiste qualcosa dove la relazione tra uomo, vite, terreno, tempo, possa produrre una intimità di tale potenza: l’uomo ha dominato il mondo, solcato i mari, scalato le montagne, ma solo chiedendo alla pianta di legarsi al terreno, aggiungendo la propria passione e la propria pazienza e la propria competenza è riuscito a ricavarne qualcosa di unico, per sé, per gli altri: qualcosa che è il più intimo legame tra me, uomo, la terra dove coltivo, la vigna, la stagione, il tempo

vorrei che tutti capissero e imparassero, ogni volta che sorseggiano un bicchiere a sollevarlo verso il cielo, a guardarlo nel profondo: si può ammirarne il colore, la densità, si può annusare, respirando a pieni polmoni pensando alla terra che lo ha generato, lo si può assaporare con calma ad occhi chiusi, e godervi il sorso che lentamente vi avvolge

ma soprattutto bevete alla salute di tutti quelli che hanno portato vita, sudore e passione in quel bicchiere; pensate alla stagione, alla vite, al terreno; pensate al vignaiolo che con costanza e pazienza, ha lavorato mesi e mesi per portare il vino nel vostro bicchiere, camminando e curando la sua vigna, mirando e curando le sue botti

lui sa la passione che ci ha messo, e lui sa come ha trovato il modo di arrivare alla fine del cammino per fare il vino della sua annata, della sua vigna, che per buono e cattivo che sia se è frutto di passione e amore.

Monologhi della vigna: la vendemmia

L’aria è frizzante e non ho dormito: la diraspatrice è controllata, i serbatoi sono puliti, ho anche riguardato tutto quello che serve, con un po’ di fortuna sarà una buona giornata; oggi tutto e tutti saremo impegnati e la giornata sarà molto lunga, e sarà sicuramente una bella giornata

la vigna è pulita, l’erba tagliata, una sfogliatura leggera mette i bei grappoli in vista, qualche grappolo ha qualche problema, anche quest’anno combattere oidio e peronospora è stato molto difficile, ma siamo arrivati qui, con tanto sudore, tanta passione e tante speranze

è difficile accettare, che il risultato di un anno di lavoro abbia una data così importante che segna il confine tra la stagione in vigna e la stagione in cantina: da domani non camminerò più tanto spesso nei filari, ma sarò in cantina, giorno dopo giorno, a sorvegliare il mosto che diventa vino e a controllare che il vino sia quello che mi piace, quel vino fresco e sincero che lega la mia vita e di chi mi accompagna giornalmente in vigna, alla vigna, alla cantina, al terreno, alla stagione

alla spicciolata sono arrivate le persone che mi aiutano,

sono molti oggi, ho preparato la festa che seguirà quando brinderemo al dono della natura: la vendemmia

sono tutti vogliosi di scendere in vigna, nelle mie ripe scoscese ad assaggiare il frutto di tanto lavoro e a riempire le cassette dell’uva pronta alla spremitura

ci siamo organizzati: le cassette in vigna, l’addetto al trasporto delle cassette, la motocarriola con il pieno e pronta a macinare per la giornata filari e filari, la deraspatrice è sul tetto della cantina cosicché il mosto possa scendere per gravità nei serbatoi che sono lindi e pronti

anche quest’anno aspetteremo il miracolo della fermentazione

il vocio in vigna è costante, a coppie chi vendemmia incomincia a parlare della vita, della vigna, del vino, dei figli, e poi tutti scoprono che anche se sono sconosciuti e si trovano in vigna per motivi diversi hanno sempre qualcosa in comune: un amico, una passione, un evento, una idea….

la carriola percorre i filari e il suo motore si affianca alle chiacchiere appassionate, è un rumore costante che a volte si allontana e a volte si avvicina e allora ci prepariamo al primo carico

le cassette vengono scaricate e si guarda l’uva: l’occhio è pronto a cercare difetti, bucce, marciume, occorre fare attenzione e togliere tutto quello che non serve e che potrebbe portare qualcosa che non fa bene al mosto

la deraspatrice inizia a schiacciare il primo carico, l’attenzione di alza: occorre vedere che tutto proceda al meglio: tutto è montato giusto, tutto procede

finalmente il mosto inizia a riempire il serbatoio: le bucce, il succo, il seme: non vedo l’ora di assaggiarlo e di misurare lo zucchero, chiuderò gli occhi mentre lo assaggio pensando al vino che ne verrà dopo che i lieviti avranno incominciato a lavorare e che il tempo avrà trasformato questo mosto dolcissimo nel vino che più amo

la vigna mi guarda, ha voglia di riposo: le foglie sembrano stanche e incominciano ad ingiallire: è ottobre il la temperatura non è così calda e si preparano al riposo

l’ho percorsa una stagione ed ho osservato con lei il cielo sperando che i capricci del tempo non le portassero dolore e non distruggete i miei sogni e per mesi abbiamo lavorato insieme: lei nel farmi capire cosa ha bisogno ed io a curarla per arrivare alla tanto sospirata giornata di oggi

le cassette arrivano, la vasca cresce, sarà una bellissima annata…la gente parla di meno, il caldo, la fatica, il salire e scendere dai filari si fa sentire ed ora sa che deve finire, il tempo regge per fortuna, le gambe meno, ma tutti vogliono arrivare in fondo

“quanto abbiamo raccolto?”, “quanti gradi farà?”, “come ti sembra?”, “quando lo berremo?” la felicità della fine si accompagna alle domande sul futuro: cosa ho fatto? che senso ha quello che ho fatto? quando vedrò il frutto di quello che ho fatto?

la vasca è piena e non resta che aspettare: miracolosamente in pochi giorni il mosto ribollirà, è il miracolo della fermentazione ed è il miracolo dei nostri lieviti che risvegliatisi dal riposo si accorgono di avere zucchero e mosto da trasformare

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