Nell’approccio alle degustazioni, spesso noto che risulta difficile inquadrare i nostri vini nei canoni degli insegnamenti. Le regole della moderna “sommelierie” creano a volte del disagio nell’affrontare un vino naturale. Talvolta le persone tendono a ricercare lo stesso vino ovunque. Spesso, quando assaggiamo un vino, ci concentriamo sulle sue caratteristiche e su quanto è lontano dal nostro ideale di vino. Se assaggiamo un Pinot ad esempio, ci concentriamo più su quanto è vicino allo standard che abbiamo in mente. Ci preoccupiamo per assurdo meno del gusto del vino stesso.
Perché? Perché è rassicurante. “Non preoccupatevi, tutto è sotto controllo”, hai bevuto quello che ti aspettavi e che è codificato. Questo atteggiamento, legato ai vini che ne cavalcano l’approccio, porta a una uniformazione dei vini, uniformazione dei gusti.
Ci sono tantissimi vini. Semplificare il tutto a elementi facilmente classificabili riesce a creare una zona di confort per il consumatore. Lo vedo spesso anche nelle domande: “quanti giorni di macerazione”, “quanti mesi di botte”. Dare una risposta che trasmette l’idea di un protocollo definito a priori sembra quello che l’amatore del vino desidera. Un protocollo stabilito è proprio ciò che si aspetta. Un approccio che invece valuta e decide di volta in volta non è quello che immaginano.
Ma con questo approccio, alla fine si rischia di avere un vino. È sempre lo stesso vino. Un gusto che si ripete all’infinito. E questa è la morte.
La vita nel vino è un’altra cosa: è diversità, è varietà, è pluralità. La vita è il piacere dei sensi e dello spirito. La vita è il piacere di scegliere secondo l’umore, la voglia e le circostanze. La vita è l’attaccamento al patrimonio culturale, alla memoria. La vita è delle radici, delle origini. La vita è la difesa del naturale contro l’artificiale. La vita è diventare adulti. Capire che il vino è una sostanza viva e mutevole. Comprendere che la vita non ha prezzo. La vita è capire che il piacere non è un prodotto che si compra. La vita è un atto di rispetto: rispetto dell’uva, rispetto del territorio, rispetto dell’uomo e del suo ambiente.
E in questo atto di rispetto, si definisce e si trova un’anima: l’anima del vino come dell’uomo.
Il vino nasce dalla vita. Deriva dagli scambi tra l’anima e il corpo. È il frutto della mediazione tra stagione e terroir. Ha ed è una singolarità propria. È il vino che nasce tra la Terra e il Cielo. In questo è unico.
Di questa nascita è testimone e traghettatore il viticoltore.
Il viticoltore sperimenta e sviluppa principi legati alle proprie convinzioni. Egli favorisce lo slancio vitale piuttosto che l’approccio preformattato verso il quale ognuno può essere tentato di scivolare. Sviluppa la propria filosofia di vino spesso con purezza e autenticità.
La convinzione che sta dietro a un viticoltore naturale è coraggiosa. Lui è sicuro e convinto. Se i consumatori assaggiano questi vini, non vorranno più gli altri.
Di fatto, questo modo di concepire il vino è semplicemente libertà di espressione. Questa libertà reinventa le regole e le abitudini. Tuttavia, il lavoro del vignaiolo è solo fare diventare il vino ciò che è. Il suo compito è accompagnare il vino in divenire.
Ascoltare la propria vite significa sapersi ascoltare per fare un vino che piace, che ti piace.
È la ricerca di un’armonia, di un equilibrio, di un momento effimero.
Nello stesso tempo, solitamente, il vignaiolo si mette permanentemente in discussione. Cerca di interpretare il loro grande paradosso. Deve cercare la singolarità nei gesti più semplici. Fa questo cercando di agire senza forzare. D’altra parte la vite è ciò che è, dove si trova.
I vini naturali secondo noi hanno un’anima, ed è l’anima della natura.
Tutto ciò come si traduce nel bicchiere? Ciò arriva al cuore dei motivi che mi hanno portato a fare vino naturale. Quando si bevono questi vini naturali, soprattutto all’inizio, si è sorpresi dal loro lato mutevole. Può anche essere addirittura instabile. Spesso ciò che si muove, disturba, disturba, infastidisce. Alla fine il vino naturale ti rimane addosso, sai che è diverso, sai che è unico.
L’aspetto di “vino cambiante” che mi ha sempre affascinato e interessato.
La mutevolezza di un vino naturale, peraltro, non cambia sempre allo stesso modo. I vini cambiano e si muovono. Passano e ripassano attraverso stati individuabili.
Se i vini convenzionali, frutto di un approccio tecnologico, si evolvono in modo lineare e standardizzato: giovinezza, maturità e declino, non è affatto lo stesso con i vini naturali
Elementi viventi e complessi, seguono un’evoluzione dinamica e circolare più o meno rapida a seconda del suo modo di elaborazione. Il processo è veloce con i vini di macerazione carbonica e più lento per gli altri. Quando il vino è fatto naturalmente con rese basse e lunghe fermentazioni, il processo dinamico diventa più lento. Inoltre, il vino assume un suo carattere e personalità.
Questo approccio permette di scoprire la complessità del vino naturale. La sua dinamica circolare gli offre una flessibilità per accompagnare tutti i piatti.
Bianco, rosato o rosso, il vino naturale gira e gioca con le consistenze, le acidità o le spezie.
Oltretutto di fatto il vino naturale fa saltare le codificazioni borghesi in materia di abbinamenti cibo – vino.
Peraltro spesso bevendo un vino naturale, la tavola diventa divertente e conviviale. Le opinioni e le osservazioni degli uni e degli altri sono in relazione alle sensazioni percepite. Ciascuno condivide i propri punti di vista senza più dettami, ma con diverse e varie prospettive.
L’assenza di prodotti chimici rende il vino molto digeribile. A volte anche l’assenza di zolfo, questo portatore di mal di testa, contribuisce alla sua digeribilità.
Per gli ospiti, il vino naturale è perfetto. Non crea disaccordi perché si adatta con tatto a qualunque menu proposto.
Bianco, rosato o rosso, il giro può iniziare! Salute a tutti!