Il vino naturale, un atteggiamento. Come Driade Felice

Ci sono parole che a forza di ripeterle perdono peso. “Naturale” è una di queste. Nel vino è diventata una bandiera, un’etichetta, a volte perfino un modo per distinguersi senza sapere davvero perché.

Eppure, per me, il vino naturale non è mai stato una moda. È un atteggiamento.

Un modo di stare in vigna e in cantina con un’idea precisa: non fare troppo rumore.

Lasciare che la fermentazione dica la sua. Fidarsi dei lieviti. Accettare che un vino non debba per forza essere perfetto, ma vivo.

Questa idea non nasce da un libro o da una tendenza. Nasce da un vino:

Driade Felice, il mio primo vino.

Non lo dimenticherò mai, perché è stato il vino in cui ho capito una cosa semplice e definitiva:

che fare vino naturale non significa togliere, ma togliersi — lasciare da parte l’ego, la volontà di controllo, l’ansia di dimostrare qualcosa.

Con Driade Felice ho lasciato parlare l’uva, un Merlot raccolto su una parcella in pendenza, recuperata dall’abbandono. Quindici giorni di macerazione, fermentazione spontanea, acciaio, nessuna scorciatoia.

È nato un rosso fruttato, leggero, elegante, di una bevibilità quasi ingenua: il vino che non sai se ti ha scelto lui o se sei stato tu a permettergli di farlo.

Ecco perché oggi mi dà fastidio vedere il vino naturale trasformato in un trend, in una categoria da scaffale, o peggio ancora in uno stile da imitare.

Non è uno stile.

Non è nemmeno un protocollo.

È un atteggiamento.

È stare al fianco del vino, non davanti a lui.

È riconoscere che non c’è un “ideale sommelieristico” a cui tendere, perché l’ideale non esiste: esistono solo vini autentici, e vignaioli che cercano di non rovinarli.

Se c’è una cosa che Driade Felice mi ha insegnato, è che il vino naturale non nasce da un manifesto. Nasce da un gesto: quello di abbassare il volume del proprio intervento per ascoltare il vino che si sta formando.

E ogni volta che stappo quella bottiglia, mi ricordo che il vino non deve essere perfetto per essere vero.

Deve solo essere sincero

Come ho conosciuto i vini naturali

Il primo vino “naturale” che mi capitò di bere si chiamava Semplicemente Vino, di Stefano Bellotti. Solo in seguito scoprii che Bellotti era stato uno dei pionieri della rinascita del movimento del vino naturale in Italia. Quel vino mi colpì subito: fresco, vibrante, e con qualcosa che all’inizio non sapevo definire. Avrei capito più tardi che era proprio l’essenza del vino naturale: essere un vino diverso, un vino di territorio, di vignaiolo, di artigiano e, perché no, anche di artista. Un vino irripetibile, genuino e vero.

Lo bevevo d’estate, acquistandolo nell’enoteca di fiducia durante le vacanze, finché un anno non lo trovai più. Stefano era passato dal tappo in sughero al tappo a corona, e l’enotecario aveva deciso di non comprarlo. Quel dettaglio mi fece riflettere molto: possibile che la qualità straordinaria di un vino potesse essere messa in discussione da un tappo considerato “povero”?

Eppure era una scelta coerente, radicale, geniale. Proprio come il nome: “Semplicemente Vino”. Due parole forti, di rottura. La semplicità in contrasto con i vini convenzionali, spesso troppo costruiti. E “vino” detto così, senza aggettivi, a ribadire che alla fine di tutto si tratta solo di questo: vino.

Sono passati vent’anni. Nel frattempo tante cose sono cambiate, ma quella lezione rimane intatta

10 motivi (seriamente ironici) per bere vino

Per dimenticare che fai vino. Così, almeno per un bicchiere, ti sembra un bel mestiere.

Per parlare meglio le lingue straniere. Dopo due calici diventi madrelingua di qualsiasi cosa.

Per fare amicizia. Nessuno si è mai abbracciato davanti a una tisana.

Per dare un senso alla cantina piena. Non puoi lasciarla lì a guardarti, no?

Per allenare il naso. Così impari a distinguere il profumo di ciliegia da quello di… ciliegia.

Per giustificare le figuracce. È sempre stato il tannino, mica tu.

Per sentirti filosofo. Dopo il terzo bicchiere, risolvi pure il senso della vita.

Per combattere la noia. Perché guardare la tv, quando puoi guardare il bicchiere?

Per sentirti sano. “Un bicchiere al giorno fa bene al cuore”. Nessuno ha mai detto quanto grande il bicchiere.

Per brindare. A cosa? A tutto: al sole, alla pioggia, al vicino antipatico, persino alla suocera… col vino tutto sembra brindabile.

Vigna, Vendemmia e Vinificazione

I nostri vigneti sono suddivisi tra diverse particelle situate sulle prime pendici delle Prealpi sul versante Sud del monte Linzone. La catena collinare è orientata est-ovest. È solcata da vallette percorse da ruscelli con andamento nord-sud. Questo predispone il territorio collinare ad esposizioni diverse. I vigneti sono rivolti a est, sud, e ovest. Ogni lato della collina possiede caratteristiche di suolo diverse. C’è una dominanza di terreno calcareo argilloso. Vi è anche una presenza diffusa di Flysh di Pontida. Per questo abbiamo creduto fin dall’inizio in un percorso di ricerca. Volevamo offrire vini per ogni particella. Questi vini dovevano essere puri sia per annata che per area geologica. 

Orientamento a Est 
Ci troviamo in un’oasi immersa nella natura chiamata anticamente “Barghèt”. È situata nel mezzo di un bosco di querce dove abbiamo rilevato nel 2014 il “Ruch dei Seane”. Qui si trovano due nostri vigneti ad un’altitudine di 400 metri sul livello del mare. Questa esposizione aiuta a riscaldare rapidamente il vigneto fin dalle prime ore del mattino. Poi la sera, il vigneto gode della brezza proveniente dalle pendici del Linzone. L’età media di questi vigneti è di circa 25 anni, impiantati con una densità di 6.00 piante per ettaro, allevati a guyot. Il terreno è prevalentemente argilloso e calcareo. È ricco di minerali e “matù”, la “pietra matta”, caratteristica della zona. La caratteristica di questi terreni si riflettono nel vino nella grande sapidità e freschezza, con tannini croccanti. In questi vigneti produciamo Tilamore (bronner) e i nostri Merlot (Alto della Poiana e Driade Felice). Alto della Poiana proviene dalla zona più aspra e sassosa del vigneto. Questa è la parte centrale. Ha un passaggio in barrique. Tilamore e Driade Felice invece fanno un passaggio in acciaio.   

Orientamento Sud 
La valletta del torrente Rienza si trova in un declivio volto a mezzogiorno. È nel comune di Palazzago a circa 300 metri sul livello del mare. Abbiamo il vigneto di Marzemino, impiantato nel 2020. C’è anche un piccolo vigneto di Malvasia.

Qui la densità del vigneto è di 5000 piante per ettaro piantato secondo guyot. Il vigneto è costantemente sottoposto ad una brezza naturale proveniente dalla valletta del torrente Rienza. Questo lo rende più freddo del vigneto a Merlot. Sebbene il vigneto a Merlot sia a una quota più alta, gode di una migliore esposizione. Qui stiamo sperimentando il recupero in zona del Marzemino e stiamo verificando come si comporta la Malvasia istriana. 

Orientamento Ovest 
Nella zona alletta della riviera di Pontida, a Gaggio, abbiamo il nostro vigneto più vecchio. Anche questo vigneto è a circa 350 metri slm. Questo vigneto è a bacche miste ed ha un’età variabile tra i 40 e gli 80 anni.

La densità del vigneto è di 5000 piante per ettaro. Sono piantate secondo un sesto che si adatta alle curve di livello del terreno. Il vigneto ha molte varietà interessanti. Oltre a merlot e cabernet, nel vigneto si trova schiava. Ci sono anche barbera, grisa nera, moscato rosso e aostana. In questo vigneto produciamo le uve per il nostro rosato. Il vigneto è disposto lungo vecchissimi terrazzamenti a dimensione variabile. L’andamento del vigneto e i numerosi pali di castagno pennellano il paesaggio. Tutte le attività nel vigneto sono fatte a mano compresi i trattamenti sanitari che sono fatti a spalla.
Un altro vigneto con orientamento ad Ovest è il vigneto a Cabernet Franc che si trova a qualche chilometro dalla cantina. Anche in questo caso il vigneto è posto su terrazzamenti naturali a 400 metri sul livello del mare ed è gestito tutto a mano.

I vigneti sperimentali

In collaborazione con l’università di Trento e la cooperativa dei vivai trentini, ci siamo resi disponibili. Abbiamo deciso di impiantare due campi sperimentali di nuove varietà resistenti. Uno è con un clone di Schiava. L’altro è con una varietà a bacca bianca. 

La Vendemmia 

Senza dubbio il momento più eccitante dell’anno, dove finalmente si tirano le somme. Abbiamo vigneti su versanti diversi nelle colline di Palazzago e Pontida. Per questo, sappiamo che la vendemmia ha sempre una sua progressività. Molto si basa sull’assaggio delle uve, ci interessa il sapore più di ogni altra cosa e deve essere ben formato. Negli ultimi anni stiamo anticipando sempre di più la raccolta. Iniziamo i primi giorni di settembre in bronner. Terminiamo ad ottobre con il Cabernet Franc e Sauvignon. Raccogliamo a mano, l’uva posta in ceste da circa 20kg viene trasportata in Cantina dove viene selezionata manualmente. Solitamente raccogliamo le uve al mattino. Cerchiamo di fare in modo che entrino nei tini ad una temperatura non superiore ai 15°C. Questo evita fermentazioni troppo violente. 

Vinificazione 

Tutti i nostri vini sono il risultato di processi fermentativi molto lenti, che durano fino a 2 mesi. Le fermentazioni avvengono in botti di acciaio. Una volta riempito il tino iniziamo con i rimontaggi aperti da 2 a 4 al giorno, sulla base dell’andamento fermentativo. La nostra cantina è un piccolo incubatore microbiologico. Abbiamo sempre fermentato spontaneamente. Quindi, avremo sicuramente una moltitudine di lieviti diversi. Questi lieviti si adoperano ciclicamente svolgendo la fermentazione nelle prime settimane. In alcuni casi agiscono parallelamente allo svolgimento della fermentazione malolattica che negli ultimi anni è sempre più impaziente. 

Quando le fermentazioni si arrestano e lo zucchero residuo è scomparso, sviniamo. Passiamo alla fase di invecchiamento. Inizialmente, lasciamo il vino in acciaio. Alla fine dell’inverno, effettuiamo un travaso nelle botti di rovere per i vini per i quali è previsto legno. Per la torchiatura abbiamo dei vecchi torchi verticali manuali.

Nulla viene aggiunto al vino, oltre a piccole quantità di solfiti che stiamo cercando di diminuire sempre di più, avendo come scopo futuro quello di eliminarli e a volte ci riusciamo. I nostri vini non sono semplici e mal si adattano ai protocolli fatti a tavolino, vista la loro sensibilità all’ambiente. È per questo che ogni anno cambiamo qualcosa cercando di adattarci all’annata. Quello che facciamo è semplicemente accompagnare, non dominare il processo. Abbiamo fiducia nei nostri vigneti e nel lavoro che svolgiamo in campo, il vino è affidato chi vive il podere in prima persona. 

Tutto quello che facciamo è volto a lasciar affiorare l’anima della nostra terra. 

Affinamento in legno

I nostri vini sono fermentati in tini di rovere o castagno. Una volta svinati, iniziano la loro maturazione in botte. Anche qui non c’è una regola, ogni annata viene ascoltata. Alcune annate hanno bisogno di respirare nella botte per periodi più lunghi, anche 24 mesi, altre, soprattutto le annate accalorate, 10-12 mesi di botte manifestano altre esigenze

Cerchiamo di non disturbare troppo il vino. Evitiamo ulteriori travasi (massimo una volta all’anno). Evitiamo l’aggiunta di solfiti che potrebbero influire negativamente sul processo di invecchiamento. Al contrario, il processo di invecchiamento dovrebbe essere il più lineare possibile. Il vino attraversa periodi di riduzione o rifermentazione. Ma non ci spaventa. Anzi, questo è ciò che aiuta a mantenere quell’energia e quella vitalità che fanno la differenza. 

Quando il vino ha esaurito il suo rapporto con il legno, lo spostiamo in vasche di acciaio per riposare. I sedimenti si depositano. Questo processo porta all’imbottigliamento. 

Una volta deciso che il vino è pronto, è questione di aspettare la luna giusta ed imbottigliare.

Vino Naturale: Un Viaggio di Scoperta Sensoriale

Nell’approccio alle degustazioni, spesso noto che risulta difficile inquadrare i nostri vini nei canoni degli insegnamenti. Le regole della moderna “sommelierie” creano a volte del disagio nell’affrontare un vino naturale. Talvolta le persone tendono a ricercare lo stesso vino ovunque. Spesso, quando assaggiamo un vino, ci concentriamo sulle sue caratteristiche e su quanto è lontano dal nostro ideale di vino. Se assaggiamo un Pinot ad esempio, ci concentriamo più su quanto è vicino allo standard che abbiamo in mente. Ci preoccupiamo per assurdo meno del gusto del vino stesso.

Perché? Perché è rassicurante. “Non preoccupatevi, tutto è sotto controllo”, hai bevuto quello che ti aspettavi e che è codificato. Questo atteggiamento, legato ai vini che ne cavalcano l’approccio, porta a una uniformazione dei vini, uniformazione dei gusti.

Ci sono tantissimi vini. Semplificare il tutto a elementi facilmente classificabili riesce a creare una zona di confort per il consumatore. Lo vedo spesso anche nelle domande: “quanti giorni di macerazione”, “quanti mesi di botte”. Dare una risposta che trasmette l’idea di un protocollo definito a priori sembra quello che l’amatore del vino desidera. Un protocollo stabilito è proprio ciò che si aspetta. Un approccio che invece valuta e decide di volta in volta non è quello che immaginano.

Ma con questo approccio, alla fine si rischia di avere un vino. È sempre lo stesso vino. Un gusto che si ripete all’infinito. E questa è la morte.

La vita nel vino è un’altra cosa: è diversità, è varietà, è pluralità. La vita è il piacere dei sensi e dello spirito. La vita è il piacere di scegliere secondo l’umore, la voglia e le circostanze. La vita è l’attaccamento al patrimonio culturale, alla memoria. La vita è delle radici, delle origini. La vita è la difesa del naturale contro l’artificiale. La vita è diventare adulti. Capire che il vino è una sostanza viva e mutevole. Comprendere che la vita non ha prezzo. La vita è capire che il piacere non è un prodotto che si compra. La vita è un atto di rispetto: rispetto dell’uva, rispetto del territorio, rispetto dell’uomo e del suo ambiente.

E in questo atto di rispetto, si definisce e si trova un’anima: l’anima del vino come dell’uomo.

Il vino nasce dalla vita. Deriva dagli scambi tra l’anima e il corpo. È il frutto della mediazione tra stagione e terroir. Ha ed è una singolarità propria. È il vino che nasce tra la Terra e il Cielo. In questo è unico.

Di questa nascita è testimone e traghettatore il viticoltore.

Il viticoltore sperimenta e sviluppa principi legati alle proprie convinzioni. Egli favorisce lo slancio vitale piuttosto che l’approccio preformattato verso il quale ognuno può essere tentato di scivolare. Sviluppa la propria filosofia di vino spesso con purezza e autenticità.

La convinzione che sta dietro a un viticoltore naturale è coraggiosa. Lui è sicuro e convinto. Se i consumatori assaggiano questi vini, non vorranno più gli altri.

Di fatto, questo modo di concepire il vino è semplicemente libertà di espressione. Questa libertà reinventa le regole e le abitudini. Tuttavia, il lavoro del vignaiolo è solo fare diventare il vino ciò che è. Il suo compito è accompagnare il vino in divenire.

Ascoltare la propria vite significa sapersi ascoltare per fare un vino che piace, che ti piace.

È la ricerca di un’armonia, di un equilibrio, di un momento effimero.

Nello stesso tempo, solitamente, il vignaiolo si mette permanentemente in discussione. Cerca di interpretare il loro grande paradosso. Deve cercare la singolarità nei gesti più semplici. Fa questo cercando di agire senza forzare. D’altra parte la vite è ciò che è, dove si trova.

I vini naturali secondo noi hanno un’anima, ed è l’anima della natura.

Tutto ciò come si traduce nel bicchiere? Ciò arriva al cuore dei motivi che mi hanno portato a fare vino naturale. Quando si bevono questi vini naturali, soprattutto all’inizio, si è sorpresi dal loro lato mutevole. Può anche essere addirittura instabile. Spesso ciò che si muove, disturba, disturba, infastidisce. Alla fine il vino naturale ti rimane addosso, sai che è diverso, sai che è unico.

L’aspetto di “vino cambiante” che mi ha sempre affascinato e interessato.

La mutevolezza di un vino naturale, peraltro, non cambia sempre allo stesso modo. I vini cambiano e si muovono. Passano e ripassano attraverso stati individuabili.

Se i vini convenzionali, frutto di un approccio tecnologico, si evolvono in modo lineare e standardizzato: giovinezza, maturità e declino, non è affatto lo stesso con i vini naturali

Elementi viventi e complessi, seguono un’evoluzione dinamica e circolare più o meno rapida a seconda del suo modo di elaborazione. Il processo è veloce con i vini di macerazione carbonica e più lento per gli altri. Quando il vino è fatto naturalmente con rese basse e lunghe fermentazioni, il processo dinamico diventa più lento. Inoltre, il vino assume un suo carattere e personalità.

Questo approccio permette di scoprire la complessità del vino naturale. La sua dinamica circolare gli offre una flessibilità per accompagnare tutti i piatti.

Bianco, rosato o rosso, il vino naturale gira e gioca con le consistenze, le acidità o le spezie.

Oltretutto di fatto il vino naturale fa saltare le codificazioni borghesi in materia di abbinamenti cibo – vino.

Peraltro spesso bevendo un vino naturale, la tavola diventa divertente e conviviale. Le opinioni e le osservazioni degli uni e degli altri sono in relazione alle sensazioni percepite. Ciascuno condivide i propri punti di vista senza più dettami, ma con diverse e varie prospettive.

L’assenza di prodotti chimici rende il vino molto digeribile. A volte anche l’assenza di zolfo, questo portatore di mal di testa, contribuisce alla sua digeribilità.

Per gli ospiti, il vino naturale è perfetto. Non crea disaccordi perché si adatta con tatto a qualunque menu proposto.

Bianco, rosato o rosso, il giro può iniziare! Salute a tutti!

Monologhi della vigna: la stagione

sto raccogliendo grappoli, eppure sono passati pochi mesi da quando la vigna, dopo la potatura, ha cominciato a crescere; è allora che non ho più il tempo di raccogliermi a pensare: cresce, si muove, mi cerca, pende, si raddrizza e io devo correre, su e giù, in lungo e in largo

… nella vigna… 

non si ferma la natura, non ha sabati, non ha domeniche e così io, che salgo scendo e mi sposto in lungo e in largo

devo sottostare a quello che la natura decide per l’annata nella mia stagione: a volte la pioggia abbonda, a volte di acqua la natura è avara e soffriamo la sete, a volte diluvia, e a volte porta gocce che sono ghiaccio

ed io ad impazzire tra previsioni, piogge, erogatori, zolfo, rame finché mi fermo stremato e puzzolente darmi il tempo per bere quel vino che a volte non mi fa respirare, non mi fa dormire, non mi fa sognare

ormai lo conosco il mio vigneto, ogni zona, ogni angolo, ogni pianta, se potessi fare un vino per ogni pianta otterrei infiniti vini diversi, ogni pianta un terreno, una vigoria, una maturazione, dei grappoli diversi, ogni zona la sua caratteristica e ogni vino il suo carattere

che peccato perdere in cantina queste piccole differenze quando unisci il vino per l’imbottigliamento e chissà cosa si perde quando chi ha vigneti enormi deve produrre tantissime bottiglie dello stesso vino

ogni vino è frutto di impulsi naturali, è la voglia di crescere e di riprodursi, il vino è figlio della vigna in cui la vite ha scelto di accoppiarsi, è figlio della stagione che la vite e la vigna hanno condiviso, è figlio anche delle scelte dell’uomo che decide quante gemme, quanta cura, quando raccogliere e come vinificare

il tutto in una bottiglia: da quando inizia, quando potare, come potare, quando tagliare e quanto tagliare, quando raccogliere quanto raccogliere quando travasare come pressare e come vegliare

eh sì 

è così che l’uva diventa vino ed è così che il vino assume i mille sapori, le mille fragranze, della vita, della vigna, della stagione, dell’uomo e della vita

Monologhi della vigna: un lungo viaggio

ho radici, ma percorro un viaggio da seimila anni: accompagno l’uomo, i suoi sogni, la sua voglia di evadere; lo accompagno nelle notti allegre e nelle mattine tristi; lo accompagno nella sua fatica giornaliera, con i suoi umori, con le sue gioie, con le sue tristezze

apprezzo i suoi gesti lenti, lunghi, pensati e pensanti e ho bisogno che mi accompagni nel cammino della vita e nel cammino della stagione; è il protagonista della mia vita e della mia migrazione, e lui ha bisogno di me, dei miei frutti e dei miei sogni

sono partita da lontano e ho percorso un filo magico sospeso tra il caldo e il freddo, l’umido e il secco, dove la notte si divide con giorno, dove il giorno non è mai troppo corto e la notte non è mai troppo lunga, mai troppo caldo, mai troppo freddo

è difficile camminare quando hai delle radici, quando sei fatto per vivere nella terra e per la terra, ma la terra di mezzo, la terra tra il freddo e il torrido, è fatta da uomini curiosi, da uomini operosi e da uomini ingegnosi, gli uomini che hanno avuto sempre voglia di sognare

è così che ho conosciuto rocce, sabbie e vulcani; ho navigato e scalato montagne; ho ubriacato eroi, ladri ed assassini; poeti e folli navigatori, ma sempre ed in ogni luogo ogni mia pianta e ogni mia vigna hanno trovato l’uomo che le cura e il terreno che le culla

è così che vicino al mare più limpido o alle distese infinite, nelle colline più aspre o sui vulcani più caldi, per me l’uomo ha liberato foreste e modellato terreni, ed è così che ho trovato il mio luogo, il mio letto, il mio cielo dove potessi esprimere il maglio dai mie frutti, dispensando buonumore e tristezze, allegria e torpore

è dalle mie uve e dalla mia vigna che l’uomo ricava il suo vino; dalle uve e da questa vigna, dalle mie uve, con mio uomo, dal il mio terreno…ed in ogni posto un’uva, un vino, un uomo, un terreno ogni volta diverso…

Monologhi della vigna: primavera

piove…la nuova linfa freme e ancora la mia voglia di crescere si fa sentire: i tralci incominciano a sentire il peso dei giorni, cercano il cielo, e nella loro crescita verso il cielo il peso lì piega:

aspirano al cielo, ma lì attira la terra

mi aiuterà l’uomo con il suo gesto paziente che, raccogliendo le mie liane, infilandole a una a una, mi raddrizza, mi pettina, mi rende più bella e così i miei viticci ballando nell’aria riescono ad aggrapparsi a qualcosa di solido: i filo, un altro tralcio, un palo finché alla fine ogni ramo si avvicinerà al suo sogno: arrivare al cielo

mi godo la bella pioggia, che ora è vita, ma quello vita non è solo gioia: a volte è goccia, a volte è torrente, è pioggia che mi lascia il tempo di bere ed è pioggia che mi affonda le radici nel fango, o peggio pioggia che scava, che toglie il respiro, che mi toglie la terra, che ti toglie la vita scoprendo anche le mie intime radici

e allora ogni volta ti trovi, dopo la pioggia sperare il sole, l’afa, l’umido fino a temere che questo folle alternarsi di tempi e di modi non porti la nebbia che oscura le foglie e che si prende i miei grappoli

allora supporto e sopporto l’uomo che con pazienza mi aiuta a trovare la piccola resistenza, mi viene in soccorso la terra, la natura, l’acqua, il sole e allora aspetto quella goccia di acqua, quelle gocce di essenza, di ortica, di salice, di zolfo, di rame, di odore, di sudore, di acqua, di sole, e di tutta la speranza mi accompagna verso l’apoteosi della mia stagione, quello che l’uomo che mi cura chiama vendemmia

e allora sole, pioggia, acqua, rame, zolfo, e ancora acqua, sole, rame, zolfo, e poi sole, pioggia e di nuovo acqua rame e zolfo

chissà se io e l’uomo che mi cura, riusciremo anche quest’anno a portare zucchero nel nostro frutto, e amore nel nostro vino

Monologhi della vigna: inverno

gennaio…un inverno come tanti, forse leggermente più caldo rispetto a qualche anno fa, il sole radente e basso, una leggera foschia all’orizzonte, il verde domina il panorama, un verde tenue, invernale appunto; uno uomo con una giacca rossa, due poiane che si inseguono, un rumore ritmico, il taglio della forbice con cui l’uomo sta potando la protagonista del dialogo di oggi: la vigna.

affronto il freddo di quest’inverno nuda, mi hanno abbandonato le mie foglie, ma mi rimane l’essenziale, il legno, le radici, ed i miei tesori: le gemme

l’uomo che mi cura mi sta spogliando privandomi di ogni pudore: ora sono tornata snella e libera a orpelli, libera da rami, vinaccioli e rametti, pronta per affondare i rami nel cielo

mi riparo dal freddo, dal gelo, godendo degli sprazzi di sole che spesso arrivano, anche ora, a gennaio, e scaldano il mio cuore, mentre aspetto la primavera

l’inverno è acqua, è neve, è pioggia è sole, ma è riposo, concentrazione, ricarica

nell’infinito incedere del tempo, mi ritrovo a fremere per tornare alla vita: aspetto che le giornate inizino ad allungarsi quando qualcosa finalmente succederà: le gemme mi chiameranno, hanno voglia di crescere, si prenderanno la linfa, come ogni anno, come ogni primavera…per spiccare il volo

e allora mi allungo: prima una, piccola e tenue fogliolina si libera dal suo guscio vellutato: la gemma che l’accudiva, e dopo la prima sanno due, tre foglie, e poi quattro, cinque, e poi ancora le altre e finalmente la primavera e la vita ritorneranno a farmi scoprire il cielo

Verso la vendemmia

Speriamo che il peggio sia passato…e che finalmente arrivi l’estate. In questo scorcio di fine primavera ho proprio pensato che i tropici e i monsoni si trasferissero da noi. A giugno nel vigneto sono caduti 251mm di acqua, il che equivale a 251 litri per ogni metro quadro, una colonna d’acqua enorme. Lo so, il dato non vuole dire nulla, ma per dare un’idea pensiamo che in tutto l’anno, fino al 18 giugno ne sono piovuti 714 di millimetri, questo vuole dire che nei primi cinque mesi dell’anno è piovuto il doppio di quanto è piovuto nei soli primi 18 giorni di giugno; è vero, non possiamo fare la media del pollo, è logico che la media è una media e terrà conto di mesi più e meno piovosi, ma tant’è che il giugno di quest’anno è stato un picco importante. Tanto per fare un paragone il luglio del 2014, che tutti ricordano come un luglio in cui “ha piovuto tutti i giorni” i mm di pioggia furono circa 200 nella stessa zona: parliamo in effetti di una prima metà di giugno eccezionalmente piovosa, una pioggia da record.

La vigna che sembra non ne abbia risentito: il carico di pioggia eccezionale ha lasciato le foglie “scoperte” della loro bio-protezione di zolfo e rame, ma non si intravedono per ora le avvisaglie delle due malattie temute dai viticoltori: lo iodio e la peronospora. Per contro i tralci raggiungono in alcuni casi il metro e mezzo; considerato che ad aprile erano germogli  un bel successo (in un altro articolo citai Munari che definì l’albero “l’esplosione lentissima di un seme”, definirei il tralcio di vite, l’esplosione quasi veloce di un germoglio…)

La dipendenza da fattori assolutamente naturali contro i quali ci si sente spesso impotenti è una caratteristica forte della mia “impresa” agricola: nulla è certo, tutto è trasformabile, i segnali di un’annata eccezionale possono essere distrutti da mezz’ora di grandine quanto da una pioggia insistente di qualche giorno. Settimana scorsa altri “nemici” ad esempio: un gregge di pecore ha invaso il vigneto: oddio, un po’ di pulizia all’erba non fa male, ma le pecore mangiano i germogli della vite? La cosa è ancora dibattuta in famiglia e dai “pensionati” che monitorano regolarmente il mio lavoro in vigna e che consulto spesso: “la pecora guarda in basso, non mangia i germogli!!” la sentenza più probabile, ma chi si fida?

E’ così che tra lo scortare l’orizzonte carico di nuvole nere, nel consultare i siti di previsione del tempo, nel telefonare ai vicini ansiosi: “ha grandinato?” e nel cercare sulle foglie i segni del temuto mal bianco (iodio) o della peronospora la riflessione porta sempre a pensare a quanto la nostra esistenza sia appesa a fenomeni naturali la cui evenienza condiziona irrimediabilmente e fatalmente oserei dire, il risultato stesso delle nostre azioni. E non c’è come avvicinarsi alla natura che il senso della nostra debolezza emerge a ricordarci che è lei la vera padrona.

Permettetemi una citazione colta sul senso della vita: da “Cuore di pietra” di Sebastiano Vassalli (Einaudi), l’epilogo finale.

“Ogni tanto gli Dei tornano ad affacciarsi sul golfo della pianura delimitato dalle montagne lontane, e applaudono e gridano stando sospesi lassù sopra le nostre teste, mentre assistono alle rappresentazioni di un autore che sa mescolare come nessun altro la tragedia e la farsa, e che si esprime con le vicende degli uomini pur restandone assolutamente estraneo: il tempo! Se gli uomini non esistessero sulla terra, lo spettacolo del tempo si ridurrebbe a ben poca cosa; ed è per questo motivo che gli Dei li hanno fatti esistere. Gli Dei di Omero – è risaputo – sono degli eterni bambini, e tutto li diverte: anche l’aggregarsi e il dissolversi delle nuvole, anche il cadere delle foglie in autunno e lo sciogliersi delle nevi in primavera hanno il potere di fargli schiudere le labbra, e di far scintillare i loro denti immortali; ma perché l’universo intero rimbombi delle loro risate bisogna mettere in scena ciò che il tempo sa fare con gli uomini, dappertutto e in quella pianura circondata dalle montagne che è, appunto, il loro teatro. Bisogna mostrargli la nostra protagonista com’ è adesso, vuota e buia e con i suoi saloni ingombri di calcinacci, di siringhe, di sterchi, di coperte insanguinate, di frammenti di vetro… Oppure, bisogna fargli vedere l’immensa pianura percorsa in ogni direzione da milioni di quei contenitori di metallo che noi chiamiamo automobili, e le piazze e le strade della città di fronte alle montagne, dove passarono cantando e schiamazzando i cortei delle bandiere rosse e quelli delle camicie nere, divenute percorsi obbligati per i nuovi mostri meccanici. Tutto sembra reale, adesso come allora e come sempre, ma è uno spettacolo del tempo: un’illusione, che di qui a poco svanirà per lasciare il posto a un’altra illusione. È perciò che le risate degli Dei rimbombano e rotolano da una parte all’altra del cielo con i temporali d’aprile, e che le loro grida d’incitamento spazzano la pianura con i venti d’ottobre. I personaggi di questa storia che è finita, e gli altri delle infinite storie che ancora devono incominciare, le loro futili imprese, le loro tragicomiche morti non sono altro che alcune invenzioni tra le tante di quell’eterno, meraviglioso, inarrivabile artista che è il tempo. È lui che ci parla con la nostra voce, che ci guida, che manipola i nostri desideri e i nostri sogni e alla fine cancella le nostre vite per sostituirle con altre vite, di altri uomini che noi non conosceremo mai. È lui che ci fa credere di essere il centro e la ragione di tutto, mentre ci ispira comportamenti e pensieri così stupidi che gli Dei ne ridono ancora quando ritornano lassù nel loro eterno presente, abbandonandoci agli sbalzi d’umore e ai capricci del nostro autore e padrone. Un suo battito di ciglia, e l’uomo che ha scritto questa storia non esisterà più; un altro battito di ciglia, e al posto della grande casa sui bastioni ci sarà un edificio di cristallo in cui si rifletteranno le nuvole e le montagne lontane; un terzo battito di ciglia, e i contenitori chiamati automobili saranno a loro volta scomparsi… Perché no? Soltanto gli Dei sono immortali, mentre tutto ciò che esiste nel tempo è destinato a perire. Homo humus, fama fumus, finis cines.”