Ci sono parole che a forza di ripeterle perdono peso. “Naturale” è una di queste. Nel vino è diventata una bandiera, un’etichetta, a volte perfino un modo per distinguersi senza sapere davvero perché.
Eppure, per me, il vino naturale non è mai stato una moda. È un atteggiamento.
Un modo di stare in vigna e in cantina con un’idea precisa: non fare troppo rumore.
Lasciare che la fermentazione dica la sua. Fidarsi dei lieviti. Accettare che un vino non debba per forza essere perfetto, ma vivo.
Questa idea non nasce da un libro o da una tendenza. Nasce da un vino:
Driade Felice, il mio primo vino.
Non lo dimenticherò mai, perché è stato il vino in cui ho capito una cosa semplice e definitiva:
che fare vino naturale non significa togliere, ma togliersi — lasciare da parte l’ego, la volontà di controllo, l’ansia di dimostrare qualcosa.
Con Driade Felice ho lasciato parlare l’uva, un Merlot raccolto su una parcella in pendenza, recuperata dall’abbandono. Quindici giorni di macerazione, fermentazione spontanea, acciaio, nessuna scorciatoia.
È nato un rosso fruttato, leggero, elegante, di una bevibilità quasi ingenua: il vino che non sai se ti ha scelto lui o se sei stato tu a permettergli di farlo.
Ecco perché oggi mi dà fastidio vedere il vino naturale trasformato in un trend, in una categoria da scaffale, o peggio ancora in uno stile da imitare.
Non è uno stile.
Non è nemmeno un protocollo.
È un atteggiamento.
È stare al fianco del vino, non davanti a lui.
È riconoscere che non c’è un “ideale sommelieristico” a cui tendere, perché l’ideale non esiste: esistono solo vini autentici, e vignaioli che cercano di non rovinarli.
Se c’è una cosa che Driade Felice mi ha insegnato, è che il vino naturale non nasce da un manifesto. Nasce da un gesto: quello di abbassare il volume del proprio intervento per ascoltare il vino che si sta formando.
E ogni volta che stappo quella bottiglia, mi ricordo che il vino non deve essere perfetto per essere vero.
Deve solo essere sincero

