Monologhi della vigna: primavera

piove…la nuova linfa freme e ancora la mia voglia di crescere si fa sentire: i tralci incominciano a sentire il peso dei giorni, cercano il cielo, e nella loro crescita verso il cielo il peso lì piega:

aspirano al cielo, ma lì attira la terra

mi aiuterà l’uomo con il suo gesto paziente che, raccogliendo le mie liane, infilandole a una a una, mi raddrizza, mi pettina, mi rende più bella e così i miei viticci ballando nell’aria riescono ad aggrapparsi a qualcosa di solido: i filo, un altro tralcio, un palo finché alla fine ogni ramo si avvicinerà al suo sogno: arrivare al cielo

mi godo la bella pioggia, che ora è vita, ma quello vita non è solo gioia: a volte è goccia, a volte è torrente, è pioggia che mi lascia il tempo di bere ed è pioggia che mi affonda le radici nel fango, o peggio pioggia che scava, che toglie il respiro, che mi toglie la terra, che ti toglie la vita scoprendo anche le mie intime radici

e allora ogni volta ti trovi, dopo la pioggia sperare il sole, l’afa, l’umido fino a temere che questo folle alternarsi di tempi e di modi non porti la nebbia che oscura le foglie e che si prende i miei grappoli

allora supporto e sopporto l’uomo che con pazienza mi aiuta a trovare la piccola resistenza, mi viene in soccorso la terra, la natura, l’acqua, il sole e allora aspetto quella goccia di acqua, quelle gocce di essenza, di ortica, di salice, di zolfo, di rame, di odore, di sudore, di acqua, di sole, e di tutta la speranza mi accompagna verso l’apoteosi della mia stagione, quello che l’uomo che mi cura chiama vendemmia

e allora sole, pioggia, acqua, rame, zolfo, e ancora acqua, sole, rame, zolfo, e poi sole, pioggia e di nuovo acqua rame e zolfo

chissà se io e l’uomo che mi cura, riusciremo anche quest’anno a portare zucchero nel nostro frutto, e amore nel nostro vino

Monologhi della vigna: inverno

gennaio…un inverno come tanti, forse leggermente più caldo rispetto a qualche anno fa, il sole radente e basso, una leggera foschia all’orizzonte, il verde domina il panorama, un verde tenue, invernale appunto; uno uomo con una giacca rossa, due poiane che si inseguono, un rumore ritmico, il taglio della forbice con cui l’uomo sta potando la protagonista del dialogo di oggi: la vigna.

affronto il freddo di quest’inverno nuda, mi hanno abbandonato le mie foglie, ma mi rimane l’essenziale, il legno, le radici, ed i miei tesori: le gemme

l’uomo che mi cura mi sta spogliando privandomi di ogni pudore: ora sono tornata snella e libera a orpelli, libera da rami, vinaccioli e rametti, pronta per affondare i rami nel cielo

mi riparo dal freddo, dal gelo, godendo degli sprazzi di sole che spesso arrivano, anche ora, a gennaio, e scaldano il mio cuore, mentre aspetto la primavera

l’inverno è acqua, è neve, è pioggia è sole, ma è riposo, concentrazione, ricarica

nell’infinito incedere del tempo, mi ritrovo a fremere per tornare alla vita: aspetto che le giornate inizino ad allungarsi quando qualcosa finalmente succederà: le gemme mi chiameranno, hanno voglia di crescere, si prenderanno la linfa, come ogni anno, come ogni primavera…per spiccare il volo

e allora mi allungo: prima una, piccola e tenue fogliolina si libera dal suo guscio vellutato: la gemma che l’accudiva, e dopo la prima sanno due, tre foglie, e poi quattro, cinque, e poi ancora le altre e finalmente la primavera e la vita ritorneranno a farmi scoprire il cielo

perché la barrique?

Chi mi conosce sa che sono convinto che la cultura del vino e la coltura della vite hanno un legame a filo doppio con lo sviluppo della cultura umana. La storia dell’uomo, quantomeno nella fascia temperata del pianeta, è sempre accompagnata da alcune presenze costanti, una delle quali il vino. Non per niente il vino è protagonista nella liturgia della religione più diffusa dell’area mediterranea.

Vino e cultura vanno quindi di pari passo.

Due esempi concreti: la dominazione veneta nella Repubblica Veneta che ha condizionato i vitigni della zona, introducendo vitigni dai Balcani come le Malvasie o (sembra) lo stesso Marzemino o anche lo sviluppo indotto nella vinificazione dall’impero Britannico che, dominando il mondo nel XVIII e XIX secolo, riscopriva il vino: l’effetto fu un grande sviluppo della viticoltura a Bordeaux che era il porto più vicino per potere portare vino in Inghilterra (distanze superiori rendevano incompatibile conservazione del vino in un viaggio via mare). Anche i cosiddetti vini “alcoolizzati” come lo Sherry, il Marsala, il Porto e il Madeira erano una risposta commerciale oltre che gustativa a portare nei pubs e nelle case di quello che allora era il primo cliente mondiale vini: per portare ottimi vini in Inghilterra con lunghi viaggi in nave occorreva alzarne il livello di alcool, per permetterne la conservazione.

Ma come si portava il vino in Inghilterra? con la Barrique.

la misura inglese utilizzata nelle transazioni e con cui si definivano i prezzi era il Gallone Imperiale: 1 Imperial gallon equivaleva (anzi equivale) a 4,54609 litri.

Quale è il volume della barrique: 225 litri vale a dire 50 galloni guardavano: una misura comodissima da usare e facile da gestire nelle transazioni economiche.

E se un gallone a quando bottiglie corrisponde? Se faccio 4,54 diviso 0,75 ottengo 6. Un gallone corrispondeva a 6 bottiglie e quindi….il volume di 0,75, venne definito ancora per rendere più semplice le transazioni commerciali:

1 barrique = 50 galloni = 300 bottiglie e da qui iniziò la tradizione della bottiglia bordolese.

E’ cos’ che uno standard ultra celebrato per la finezza e l’equilibrio che riesce a dare ad alcuni vini deriva in fondo da una convenzione commerciale economia; è proprio il caso di dire: di necessità virtù.

E in Italia? In Italia il mercato era locale e il re dei contenitori era il fiasco che aveva alcuni pregi interessanti: la forma era sferica e questo permetteva di massimizzare il volume in rapporto al vetro utilizzato, veniva soffiato a mano senza stampi e poi ricoperto da una gabbia di paglia. In effetti nelle rappresentazioni pittoriche fino all’era moderna i contenitori di vino erano sempre fiaschi.

E poi possiamo definire tutte le teorie che vogliamo sull’equilibrio della barrique, che 225 litri siano meglio di 300 o di 180, ma alla fine è vero: il vino e l’uomo sono intimamente e indissolubilmente culturalmente legati.

Terroir

Il nostro vigneto più grande è un vigneto di Merlot. Abbiamo più di 6.000 piante, siamo a 400 metri sul livello del mare, in un vigneto esposto a est con una pendenza del 50%, ma non produco merlot.
Produco Driade Felice ed Alto della Poiana.
Merlot lo producono in tutto il mondo, dalla California al Cile, Dal Sud Africa alla Cina. Utilizziamo Merlot, produciamo i nostri vini.

Questo è il significato di terroir.

Ma non è la mia opinone: lo stesso Veronelli diceva “i vitigni appartengono ai territori dove sono piantati” traducendo a suo modo lo stesso concetto: il concetto di terroir.

Ed è vero. Il merlot che produco assume le caratteristiche peculiari che proviene dal nostro vigneto, in altre parole il merlot, come tanti altri vitigni, è fortemente influenzato dal luogo e dal modo in cui viene coltivato per cui le caratteristiche varietali vengono mediati dal nel vino che viene messo in bottiglie dove emerge sì il varietale, ma anche quello che i francesi definiscono terroir.

E’ per questo troviamo dei Pinot Nero completamente diversi uno dagli altri, come in Sangivese o i Merlot.

E’ per questo che occorre approcciare la degustazione con mente aperta, nessun preconcetto e la voglia, nel bicchiere, di trovare il valore intrinseco del vino che è dato dal terroir e non solo dalla tipologia dell’uva.

L’economia globale e il lock down

E poi, purtroppo, arriva, di nuovo, il lock down…

il fine settimana scorso ci siamo di nuovo reimmersi nel nostro angolo di paradiso. Per tutto il sabato e la domenica abbiamo ripulito il vigneto di bronner e parte del confine del bosco di parte degli alberi infestanti che tentavano ancora di estendere la foresta rigogliosissima che circonda a spese del nostro vigneto. Eravamo pronti ad due giornate di lavoro e obiettivamente non ci aspettavamo di dovere fare fronte ad un insolito passaggio di persone che, nei limiti imposti dal DPCM cercavano di godersi le belle giornate e il privilegio di “attività motoria in prossimità della propria abitazione”. Il criterio di prossimità è obiettivamente soggettivo, sta di fatto che prossimi a noi, benché la prima casa con residenti sia a 900 metri dalla cantina, abbiamo scoperto che ci sono tantissime persone che sono “prossime” a noi.

Tanti hanno percorso la strada che costeggia il vigneto, tanti ci hanno chiesto cosa facessimo lì, cosa producevamo, tanti hanno scoperto che a pochi passi (in prossimità appunto) della loro abitazione esisteva un posto con un paesaggio bellissimo e con una produzione vinicola che ambisce alla qualità. Ed è stato bella questa curiosità e questa condivisione.

Vero è che il lockdown è quanto di più lontano poteva capitare a questo nostro mondo che fino a pochi secondi prima dell’arrivo del Covid (e in verità per certi versi anche adesso) era tutto strategicamente rivolto alla globalizzazione; si, perché il rendere tutto brand, ed esasperante in concetto a livello globale aveva in un certo modo messo da parte i nazionalismi o meglio ancora i localismi o i campanilismi per concetti globali di status symbol. In un epoca in cui il vestire “italiano” è fatto da capi confezionati in Vietnam uguali in tutti i negozi del mondo nulla è più controproducente di un lock down che spinge di fatto le persone a rivolgere la loro naturale propensione alla curiosità verso quello che è più sanale e scontato: quello che ci sta intorno.

Quindi ben venga la riscoperta di quel mondo sconosciuto che è a due passi da casa, ben venga la riscoperta del paesaggio, del pane e salame, del vino del contadino, ben venga quella economia ci vede, peraltro in maniera steineriana, membri di uno stesso organismo che vive, collabora e che ci fa sentire parte del tutto. Ben venga questa nuova “non globalità”

Dedicato a chi non potrà visitarci a novembre

Mi piaceva proporvi quanto ricevuto

Cinquecento metri di sterrato nel bosco sono un piccolo salto nello spazio, una passeggiata da nulla, nel caso delle Driadi rappresenta un piccolo salto in un’altra epoca. Il sentiero ombroso ed immerso nel fitto di un bosco di querce sembra inizialmente inghiottirti portandoti dalla luce e dal panorama appena passato ad una foresta quasi impenetrabile se non fosse per una piccola strada che serpenteggia tra querce, castagni e carpini affiancata da un antico muro a secco. Arrivati ad incrociare un allegro ruscello la strada si inerpica ripida sulla collina per arrivare alle Driadi quando improvvisamente il bosco si apre lasciando lo spazio ad un panorama mozzafiato. Un po’ accaldati e senza fiato per il ripido strappo, capiamo subito che siamo arrivati: un cartello di legno scritto a mano ce lo ricorda: “Le Driadi, viticoltori”; un altro cartello ci fa sorridere “bad roads bring good People” un bel messaggio di benvenuto che fa passare subito il piccolo affanno.

“Qui ci arrivi se cerchi noi, oppure se ami passeggiare in questi luoghi meravigliosi, così vicino alla civiltà, ma così lontani da tutto” ci diranno poi Gabriella e Luciano.

Varcato il cancello la vista si apre all’orizzonte: la pianura, le colline di Palazzago, l’Albenza (“quella montagna è l’Albenza, il nostro polmone termico”), in lontananza i colli della “Città di Bergamo”. Città, come diceva il pescatore che accompagnava Renzo Tramaglino nei promessi sposi:
“è Bergamo, quel paese? ”
“ La città di Bergamo, ” rispose il pescatore.
“ E quella riva lì, è bergamasca?”
“ Terra di san Marco. ”.

E il legame con la terra di San Marco è presente anche qui quando Luciano ci mostrerà le mele antiche che ha recuperato dal bellunese.

Dopo i convenevoli è Luciano che ci porta a visitare la vigna di Merlot che avvolge l’area dove è posizionata la nuova cantina e il vecchio ricovero, adibito a shop e magazzino, quello che localmente tutti chiamano “l’eremo della suora” in ricordo della suora che un tempo lo abitò.

La vista ci porta a conoscere tecniche di coltivazione (il bio, la biodinamica) e frammenti di vita in un aneddotica ricca e dettagliata senza mai annoiare, con Luciano, il proprietario che spesso chiede riscontro sul livello di interesse temendo di essere troppo noioso, ma non è così. Si passa dall’uso dell’ortica alla descrizione orgogliosa dell’immensa biodiversità nelle essenze erbose del vigneto; si parla di potatura e di attività in vigna, si parla della fatica nella gestione di una attività quasi esclusivamente manuale e della soddisfazione di vedere la vite che cresce. In questo frangente l’invito a raggiungere il punto più alto del vigneto ci porta ancora di più ad apprezzare il panorama, a chiederci come fanno a lavorare a mano il vigneto e a vedere le arnie delle api, anche esse nella squadra delle Driadi. La vigna è definita “selvaggia”, mantenuta con inerbimento costante, senza forzature e senza cimature, trattata con un rispetto estremo che si conferma quando candidamente ci viene detto “non tagliamo mai tutta l’erba in un giorno, non vogliamo lasciare la vigna e le api senza fiori”. Prima di raggiungere la cantina il passaggio per il frutteto con le mele antiche provenienti dalla Val Seriana e dall’Agordino nel Bellunese, un piccolo vezzo questa collezione.

La visita prosegue in cantina dove il salto nel passato è ancora più evidente. L’obiettivo delle Driadi è mettere in bottiglia il vigneto evitando qualsiasi aggiunta nel vino. Per cui il vino è frutto di fermentazioni spontanee, macerazioni lente e processi, ancora una volta, che sanno di antico e comunque di artigianale: la diraspatura fatta sulla terrazza panoramica (il tetto della cantina) per portare il mosto a fermentare per gravità, le follatura a mano, la parcellizzazione delle zona del vigneto per una vendemmia mirata a valorizzare ogni peculiarità, l’estrema cura dei dettagli, l’assaggio continui dei vini per controllarne l’evoluzione anche se non mancano le moderne analisi e la supervisione di un tecnico che prendendo per mano i proprietari ha condiviso insieme a loro un percorso di vino “naturale” (anche se la definizione è sempre contraddittoria e pericolosa). Tutti passi che conferiscono al loro vino delle Driadi caratteristiche peculiari e uniche.

Tutto questo viene fatto per la vigna di merlot, la vigna storica, e per le nuove vigne: il Cabernet Franc, e le vigne che stanno arrivando a produrre di Marzemino e di Bronner che mischiato a uve raccolte da vigneti storici nei dintorni è stato oggetto quest’anno di una micro vinificazione sperimentale.

Il tutto trasmette passione e ci porta alla voglia di passare alla degustazione, il passaggio sucessivo, che sarà presto riportato qui.

Bilancio Vendemmia 2020

La stagione 2020, partita con i migliori auspici e l’aggiunta del vigneto di Cabernet franc, è stata pesantemente caratterizzata dal lock down primaverile che ci ha di fatto positivamente focalizzare sulle attività in vigna in primavera a discapito però delle attività di vendita. Partendo dal vigneto di Merlot, le attività di potatura si sono estese al Marzemino, al Bronner e al nuovo vigneto di Cabernet Franc che ha subito un trattamento importante di potatura di ritorno atta a recuperare le piante dall’incuria degli anni precedenti.
La primavera è stata meravigliosa, forse grazie alla chiusura totale che ha tolto parecchio inquinamento dai cieli con bellissime fioriture. Le api hanno prodotto parecchio miele: dal miele al ciliegio primaverile fino al miele millefiori al vino dal sapore di merlot settembrino; in mezzoil miele di tarassaco, di acacia, di castagno, e un gradevolissimo millefiori agostano.
I vigneti di sono stati molto generosi in qualità con una buona resa. Fortunatamente quest’anno non abbiamo avuto problemi di grandine, anche se la resa per ettaro di quest’anno ha un po’ risentito dei danni delle tre grandinate del 2019.
I mesi di difficoltà commerciale sono stati caratterizzati da una bona richiesta di vino da privati grazie alla disponibilità alla consegna a domicilio, attività che ci ha permesso di incontrare e conoscere parecchi clienti già estimatori del nostro vino che fino al lock down avevano apprezzato nei ristoranti. Per questo motivo abbiamo anche deciso alla ripresa di contattare tutti i nostri ristoratori per ringraziarli e per valutare come agevolarli nella ripresa delle attività.
L’estate è stata caratterizzata da una piovosità abbondante, ma regolare senza fenomeni climatici estremi e ha portato in vigna, grazie anche al grande lavoro in campo con trattamenti bio e Biodinamici, uve di qualità a partire dal nostro merlot. Qiest’anno raccolto un piccolo quantitativo di Bronner, abbiamo avuto una prima vendemmia del Cabernet Franc che ci porterà finalmente ad un allargamento della gamma di vini. Un po’ penalizzato purtroppo da una famiglia di Tassi voraci il vigneto Cabernet dove i tassi ci hanno letteralmente “mangiato” metà del raccolto. Speriamo che il 2021 sarà l’anno del Marzemino.
Le uve sono già vino dopo un intenso mese di ottobre in cantina dove la fermentazione spontanea non ha avuto nessun problema, anche l’esperienza della vinificazione in bianco è stata interessante e divertente, per una piccola quantità di un macerato interessante e piacevole.
L’entusiasmo per i vini del 2020 è alle stelle, speriamo che il risultato sia all’altezza delle aspettative.
Altro particolare che ci piace citare è la collaborazione data a due amici neo-vignaioli che quest’anno hanno deciso di recuperare altri vigneti dall’abbandono: entrambi hanno seguito la nostra filosofia. A loro va la mia ammirazione per avere tenuto duro per tutta la stagione con costanza e caparbietà, sperando i nostri suggerimenti siano stati utili per un prodotto sano e buono, ma saranno i risultati (spero) a dirlo.
Altro dettaglio ci sono mancati gli incontri con gli amici vignaioli e amici amanti del vino negli eventi fieristici tutti cancellati. Speriamo di rivederci presto sperando in una scomparsa rapida della pandemia.

Distilliamoci

Quest’anno abbiamo deciso di aggiungere alla nostra offerta una grappa. Era tempo che ci pensavamo, poi l’annata amara ci ha portato a consolarci inseguendo un altra avventura. Abbiamo così incominciato la ricerca di qualcuno che potesse estrarre l’essenza del nostro merlot. Poco convinti abbiamo cominciato ad esplorare le strade più comode, distillatori noti, i distillatori dei nostri colleghi finché ci siamo imbattuti in una bottiglia di acquavite straordinaria. Frutto di una doppia distillazione e diluita con acqua di ghiacciaio ci ha subito entusiasmato per gradevolezza e freschezza pur pungente come una lama. Era distillata in Alto Adige, ai piedi delle nostre amate Dolomiti (beh non tanto ai piedi, visto che la distilleria è sopra i 1000 metri).

Abbiamo così contattato il distillatore con cui abbiamo trovato subito accordo sugli intenti nel ricercare una grappa secca, la sintesi estrema della vigna. E’ stato interessante il confronto con il distillatore il quale naturalmente ha voluto farsi convincere partendo dalla qualità del nostro vino; in effetti l’insospettiva in nostro essere “naturali”, voleva essere certo che la naturalità non ponesse in secondo piano la qualità del vino. Alla fine lo abbiamo convinto e ci siamo convinti e Florian (il maestro distillatore) ha accettato le nostre vinacce e operato il miracolo di estrarre l’essenza delle Driadi nel nostro Merlot.

La nostra grappa si chiamerà Folèt…perché in fondo è una piccola follia.

Naturale/Natural

La scelta di un vino “naturale” è stata veramente semplice…innanzitutto occorre chiarire il concetto di naturalità che per noi. Andando all’essenziale, per noi vino naturale significa un vino proveniente da uve e vinificato riducendo al minimo interventi esterni che non siano la mano dell’uomo. Il minimo di zolfo e rame in vigna, una gestione del verde rispettosa, attenta a salvaguardare la vite, pur sfogliandola e addomesticandola per salvaguardare o garantire la qualità dell’uva; una gestione attenta dell’inerbimento per garantire la massima biodiversità e il completo compimento delle fasi vegetative delle essenze erbacee, senza mettere a repentaglio la vite da una parte, con tagli tardivi, o le api, con tagli continui e irrispettosi. E il vino? Una vinificazione minimale, attenta a valorizzare il terroir, che privilegia lieviti indigeni, un minimo di solforosa, nessuna forzatura, partendo da una selezione attenta delle uve e da una parcellizzazione consapevole del vigneto, mirata a definire particelle omogenee e coerenti con l’obiettivo puntato sul vino da realizzare. Naturale nell’approccio anche se la naturalità potrebbe essere definita meglio come artigianalità non invasiva. E, come dicevo, e scusate il giro di parole, per noi è stato naturale fare così. Non siamo capaci di pensare nemmeno lontanamente a un diserbo, non vogliamo sentire parlare di pratiche enologiche che facilitano, aiutino, addomestichino…pur non riuscendo a fare a meno di mezzi e strumenti assolutamente artificiali, pompe, taniche, botti…

Per qualcuno dei nostri colleghi è inconcepibile…tanto è naturale per noi quanto è irrazionale per altri che vedono nel nostro modo di fare un lato di masochismo molto accentuato. Devo dire che un po’ sconcerta anche certi enologhi, quasi indispettiti nel non dovere (o potere) intervenire (fortunatamente non tutti), come quel medico che pur avendoti visitato e non avendoti trovato nulla si sente in dovere di prescrivere comunque una ricetta perché altrimenti si sente di non essersi guadagnato la giornata.

Ma la soddisfazione più grossa è accompagnare passo passo la vigna e il vino: seguire i germogli, proteggerli e vederli crescere, assaggiare spillando dalle botti qualche millilitro di vino seguendolo nella sua evoluzione, cercando di prevederla, quasi a cercare di leggere il futuro nella rossa vitrea sfera del bicchiere.

Ma allora perché devo spiegare i motivi di una scelta, per tanti così estrema di un vino naturale? No, non devo spiegare nulla, saranno gli altri a dirmi perché cercano cose diverse.

Annata 2018

L’annata 2018 si è caratterizzata da frequenti piogge, umidità relative molto alte e caldo. La vendemmia come negli ultimi anni è a inizio ottobre, leggermente anticipata rispetto alla tradizione.

In campo abbiamo avuto un giugno e luglio difficile: piogge frequenti hanno lasciato spazio a finestre operative per i trattamenti molto strette. Per un lungo periodo il terreno umido ci ha fatto operare manualmente, tra una pioggia e l’altra, mettendoci a dura prova, con in aggiunta l’attività pesante per il controllo delle erbe infestanti quest’anno particolarmente rigogliose. Fortunatamente non abbiamo avuto grandine, ma abbiamo insetti che hanno “bucato” foglie e acini che ci porteranno a riflettere su come procedere per l’anno prossimo.

Uve comunque sane e abbondanti, buon inizio per la nuova stagione in cantina.