Il vino naturale, un atteggiamento. Come Driade Felice

Ci sono parole che a forza di ripeterle perdono peso. ā€œNaturaleā€ ĆØ una di queste. Nel vino ĆØ diventata una bandiera, un’etichetta, a volte perfino un modo per distinguersi senza sapere davvero perchĆ©.

Eppure, per me, il vino naturale non è mai stato una moda. È un atteggiamento.

Un modo di stare in vigna e in cantina con un’idea precisa: non fare troppo rumore.

Lasciare che la fermentazione dica la sua. Fidarsi dei lieviti. Accettare che un vino non debba per forza essere perfetto, ma vivo.

Questa idea non nasce da un libro o da una tendenza. Nasce da un vino:

Driade Felice, il mio primo vino.

Non lo dimenticherò mai, perché è stato il vino in cui ho capito una cosa semplice e definitiva:

che fare vino naturale non significa togliere, ma togliersi — lasciare da parte l’ego, la volontĆ  di controllo, l’ansia di dimostrare qualcosa.

Con Driade Felice ho lasciato parlare l’uva, un Merlot raccolto su una parcella in pendenza, recuperata dall’abbandono. Quindici giorni di macerazione, fermentazione spontanea, acciaio, nessuna scorciatoia.

ƈ nato un rosso fruttato, leggero, elegante, di una bevibilitƠ quasi ingenua: il vino che non sai se ti ha scelto lui o se sei stato tu a permettergli di farlo.

Ecco perchƩ oggi mi dƠ fastidio vedere il vino naturale trasformato in un trend, in una categoria da scaffale, o peggio ancora in uno stile da imitare.

Non ĆØ uno stile.

Non ĆØ nemmeno un protocollo.

ƈ un atteggiamento.

ƈ stare al fianco del vino, non davanti a lui.

ƈ riconoscere che non c’è un ā€œideale sommelieristicoā€ a cui tendere, perchĆ© l’ideale non esiste: esistono solo vini autentici, e vignaioli che cercano di non rovinarli.

Se c’è una cosa che Driade Felice mi ha insegnato, ĆØ che il vino naturale non nasce da un manifesto. Nasce da un gesto: quello di abbassare il volume del proprio intervento per ascoltare il vino che si sta formando.

E ogni volta che stappo quella bottiglia, mi ricordo che il vino non deve essere perfetto per essere vero.

Deve solo essere sincero

La sostenibilitĆ  economica come atto di resistenza

Autonomia come scelta di libertĆ 

Quando si parla di sostenibilitĆ  nel vino, il pensiero corre subito all’ambiente: al suolo da preservare, alla biodiversitĆ , ai trattamenti ridotti. Ma c’è una sostenibilitĆ  meno raccontata, invisibile agli occhi eppure decisiva: quella economica. Senza basi solide, anche i progetti più virtuosi rischiano di svanire come un profumo troppo leggero nel bicchiere.

Un’azienda che coltiva solo l’uva dei propri vigneti, che sceglie di non affidarsi a consulenze standardizzate, rinuncia forse a scorciatoie tecniche, ma conquista indipendenza. ƈ una forma di sostenibilitĆ  economica. Si spende meno in mediazioni. Si conserva la libertĆ  di decidere. Ciò comporta assumersi fino in fondo il rischio e la responsabilitĆ .

Il valore di non inseguire le mode

Le etichette ā€œgreenā€ o le mode del momento possono sembrare una spinta sicura per le vendite. Ma affidarsi solo a questo significa vivere e morire seguendo il mercato. Resistere a questa tentazione ĆØ più difficile, ma permette di costruire un valore autentico, che non evapora quando la moda cambia.

La forza della rinuncia

Un produttore si misura anche da ciò che decide di non mettere in bottiglia. Scartare il vino che non raggiunge lo standard desiderato è un gesto controcorrente, perché significa produrre meno e incassare meno. Eppure è proprio questa rinuncia che diventa investimento: ogni bottiglia che manca rafforza la credibilità di quelle che restano.

Il territorio come capitale

Il terroir non ĆØ solo geografia, ma un capitale collettivo fatto di storia, cultura e gesti quotidiani. Proteggerlo significa investire nel futuro, perchĆ© il valore economico di un vino dipende anche dal paesaggio che racconta. Dimenticarlo equivale a intaccare non solo l’ambiente, ma anche la stessa tenuta economica dell’impresa.

L’economia della resistenza

La sostenibilitĆ  economica, in fondo, nasce da un intreccio di autonomia, scelte scomode e rifiuto delle scorciatoie. Non si misura soltanto con i numeri del bilancio annuale, ma con la capacitĆ  di un’azienda di durare nel tempo restando fedele ai propri principi.

Forse ĆØ questa la lezione più importante: anche l’economia, quando ĆØ vissuta con coerenza, può diventare un atto di resistenza. E senza questa resistenza, nessuna sostenibilitĆ  ambientale o sociale avrebbe gambe abbastanza forti per camminare.

Come ho conosciuto i vini naturali

Il primo vino ā€œnaturaleā€ che mi capitò di bere si chiamava Semplicemente Vino, di Stefano Bellotti. Solo in seguito scoprii che Bellotti era stato uno dei pionieri della rinascita del movimento del vino naturale in Italia. Quel vino mi colpƬ subito: fresco, vibrante, e con qualcosa che all’inizio non sapevo definire. Avrei capito più tardi che era proprio l’essenza del vino naturale: essere un vino diverso, un vino di territorio, di vignaiolo, di artigiano e, perchĆ© no, anche di artista. Un vino irripetibile, genuino e vero.

Lo bevevo d’estate, acquistandolo nell’enoteca di fiducia durante le vacanze, finchĆ© un anno non lo trovai più. Stefano era passato dal tappo in sughero al tappo a corona, e l’enotecario aveva deciso di non comprarlo. Quel dettaglio mi fece riflettere molto: possibile che la qualitĆ  straordinaria di un vino potesse essere messa in discussione da un tappo considerato ā€œpoveroā€?

Eppure era una scelta coerente, radicale, geniale. Proprio come il nome: ā€œSemplicemente Vinoā€. Due parole forti, di rottura. La semplicitĆ  in contrasto con i vini convenzionali, spesso troppo costruiti. E ā€œvinoā€ detto cosƬ, senza aggettivi, a ribadire che alla fine di tutto si tratta solo di questo: vino.

Sono passati vent’anni. Nel frattempo tante cose sono cambiate, ma quella lezione rimane intatta

Perfetto? Autentico!

Il vino naturale nasce da un gesto semplice: accettare che la vigna non appartenga all’uomo, ma al paesaggio che la ospita. Non si tratta di dominarla nĆ© di piegarla, bensƬ di accompagnarla, custodendo la biodiversitĆ  e lasciando che le stagioni imprimano il loro ritmo. In questa prospettiva il vignaiolo non ĆØ un tecnico, ma un custode: lavora con il territorio invece che contro di esso, sapendo che ogni scelta ricade sul futuro della terra.

La cantina diventa allora uno specchio della vigna. Qui non si cerca di cancellare le differenze, ma di amplificarle: i lieviti che fermentano sono quelli che abitano l’uva, i tempi di macerazione e affinamento sono quelli che il vino stesso suggerisce. La variabilitĆ  non ĆØ un difetto, ĆØ l’anima del vino naturale: ogni annata racconta una storia diversa, e ogni bottiglia porta con sĆ© la voce di un luogo unico.

Non è un ritorno nostalgico al passato, ma il riconoscimento che il vino contadino, fatto con semplicità e coerenza, non ha mai smesso di esistere. Il vino naturale è cultura, prima ancora che prodotto: è un linguaggio che parla di paesaggi, di mani che lavorano, di comunità che resistono. È etica e coerenza, perché non si limita a piacere al mercato ma vuole restituire identità e verità.

Così il vino naturale non cerca di essere perfetto, cerca di essere autentico. Ed è proprio in questa autenticità che rivela la sua bellezza più profonda.

Come resistere coltivando vigne e facendo vino (manuale per aspiranti martiri)

Capitolo 1: Il vignaiolo e la sveglia. Non serve: tanto alle 5 del mattino ti sveglia il trattore del vicino o la tua ansia sul meteo.

Capitolo 2: La vigna ĆØ la tua palestra. Dimentica la palestra con aria condizionata: qui il tapis roulant ha nome ā€œfilare in salitaā€ e lo squat si chiama ā€œlegare i tralci piegato in due oreā€.

Capitolo 3: Dialoghi con la natura. Tu parli alle piante. Le piante non rispondono. Le erbacce sƬ, ma in turco antico.

Capitolo 4: Il vino non si fa da solo. Però tutti ti dicono che ā€œbasta pigiare e viaā€. Allora tu sorridi, apri la botte e aspetti che la fermentazione ti faccia il dito medio.

Capitolo 5: Marketing e poesia. Devi convincere il cliente che il tuo sudore, le tue vesciche e le tue bestemmie si traducono in ā€œnote di ciliegia e sentori balsamiciā€.

Capitolo 6: La vendemmia. È la festa del paese. Non per te. Per te è CrossFit con il mosto addosso e la schiena a pezzi.

Capitolo 7: La filosofia. Ti chiedono perchĆ© lo fai. Tu rispondi: ā€œPerchĆ© amo la terra.ā€ In realtĆ  ĆØ perchĆ© ormai hai speso troppo per mollare.

Dove la vigna incontra l’uomo

Il vino naturale è una parola semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza. Ma dietro quella semplicità si cela un mondo intero: non una moda, ma un concetto culturale. È il ritorno a un gesto agricolo e artigianale puro, dove la vigna parla senza filtri e il vino diventa racconto.

In ogni bottiglia convivono forze che dialogano tra loro:

la stagione, con i suoi capricci e le sue generositĆ ;

il terreno, con la sua memoria millenaria;

il vitigno, che respira e reagisce al microclima della vigna;

e l’uomo, che non impone, ma ascolta e accompagna.

Ogni scelta – quando vendemmiare, quando svinare, come affinare – ĆØ un atto di equilibrio. ƈ una danza silenziosa tra il sapere contadino e ciò che la natura concede. CosƬ nasce un vino che non cerca la perfezione immobile, ma l’autenticitĆ  del momento.

Un vino che porta con sƩ la voce della terra, la luce delle stagioni, la personalitƠ di chi lo cura. Un vino vivo, irripetibile, che non si lascia addomesticare ma invita a un incontro sincero: uomo, terra, vigna e tempo in un unico respiro.

Un calice così non è mai uguale a un altro: è un incontro irripetibile tra uomo e natura, la testimonianza sincera di una stagione, di un luogo e di chi ha scelto di custodirli.

Monologhi della vigna: la grandine

il cielo si incupisce…

arrivano nuvole, basse, sorde…

tutto il grigio del mondo ĆØ ciel…

nemmeno il sole fa sapere dove si trova, tanto ĆØ spessa la coltre di nubi; nubi pesanti, nubi lorde, nubi sorde che portano pensieri di terrore

il vento si prende il palcoscenico: suoni e movimenti riempiono lo spazi, le piante ondeggiano e sembrano esprimere la loro paura; sordi tuoni arrivano da lontano: arriveranno fino a qui? arriverĆ  la grandine? arriverĆ  il terrore?

mi chiedo chi possa essere colui che ordisce questa trama fitta, cupa e imperscrutabile, drammatica e comica, questa trama che ĆØ come la vita, imprevedibile e a volte terribile

chi può mettere in scena il grigio più cupo, tutte le paure, e chi possa in un attimo trasformarlo nel cielo più limpido e terso

a volte le nubi corrono veloci fino ad arrivare a scatenare l’inferno lasciando basito e inerme quel povero uomo che corre nella sua vigna, inseguendo l’annata, inseguendo il suo vino

il cielo si incupisce…

la vigna ĆØ pronta e richiude le sue foglie su sĆ© stesse, si fanno più piccole, quasi a nascondersi della guerra che forse tra poco si scatenerĆ : chi ordisce questa trama non sarĆ  mai sensibile al mio dolore, e forse si divertirĆ  a sentire l’affanno e le speranze di chi ĆØ vittima della sua bizzarria

le prime gocce cadono, sono rare e pesanti,

ma non ĆØ pioggia lieve, come quella di primavera, quando accarezzando il terreno lo fanno fiorire, ma nemmeno la pioggia continua d’autunno, che ti stanca e ti infreddolisce, ma che non porta sventure se non quando il terreno lordo e pesante non si abbandona al pendio; ĆØ la pioggia d’estate, che ogni volta ĆØ una nuova volta, ogni volta ĆØ terrore e speranza, tra la vita e la fatica

sarĆ  dura 

quando la pioggia aumenta e il grigio diventa cupo e aumenta il vento, insieme aumenta la paura: a volte come d’incanto il vento si ferma e le mie foglie lentamente si riaprono incredule dello scampato pericolo., a volte arriva lei, la grandine e allora il cuore si addolora pensando a quello che sarĆ  domani, la stagione, il vino

Monologhi della vigna: primavera

piove…la nuova linfa freme e ancora la mia voglia di crescere si fa sentire: i tralci incominciano a sentire il peso dei giorni, cercano il cielo, e nella loro crescita verso il cielo il peso lƬ piega:

aspirano al cielo, ma lƬ attira la terra

mi aiuterĆ  l’uomo con il suo gesto paziente che, raccogliendo le mie liane, infilandole a una a una, mi raddrizza, mi pettina, mi rende più bella e cosƬ i miei viticci ballando nell’aria riescono ad aggrapparsi a qualcosa di solido: i filo, un altro tralcio, un palo finchĆ© alla fine ogni ramo si avvicinerĆ  al suo sogno: arrivare al cielo

mi godo la bella pioggia, che ora ĆØ vita, ma quello vita non ĆØ solo gioia: a volte ĆØ goccia, a volte ĆØ torrente, ĆØ pioggia che mi lascia il tempo di bere ed ĆØ pioggia che mi affonda le radici nel fango, o peggio pioggia che scava, che toglie il respiro, che mi toglie la terra, che ti toglie la vita scoprendo anche le mie intime radici

e allora ogni volta ti trovi, dopo la pioggia sperare il sole, l’afa, l’umido fino a temere che questo folle alternarsi di tempi e di modi non porti la nebbia che oscura le foglie e che si prende i miei grappoli

allora supporto e sopporto l’uomo che con pazienza mi aiuta a trovare la piccola resistenza, mi viene in soccorso la terra, la natura, l’acqua, il sole e allora aspetto quella goccia di acqua, quelle gocce di essenza, di ortica, di salice, di zolfo, di rame, di odore, di sudore, di acqua, di sole, e di tutta la speranza mi accompagna verso l’apoteosi della mia stagione, quello che l’uomo che mi cura chiama vendemmia

e allora sole, pioggia, acqua, rame, zolfo, e ancora acqua, sole, rame, zolfo, e poi sole, pioggia e di nuovo acqua rame e zolfo

chissĆ  se io e l’uomo che mi cura, riusciremo anche quest’anno a portare zucchero nel nostro frutto, e amore nel nostro vino

Vendemmia 2019

L’annata 2019 ĆØ stata un’annata durissima partita con un maggio freddissimo a continuata con frequenti acquazzoni accompagnati spesso da grandinate. Il maggio freddo ha penalizzato l’uva nel periodo di fioritura con un risultato negativo sulle rese, mentre tre sono state le grandinate che hanno colpito il nostro merlot: la peggiore il 22 giugno ha messo a dura prova le piante che hanno dovuto rifogliare, esponendosi allo oidio che nel mese di luglio l’ha fatta da padrone. La lotta contro lo oidio ha comportato un duro lavoro, aggravato dal fatto che le frequenti piogge hanno comportato trattamenti con pompa a spalla, In ogni caso la stagione ha permesso di capire tante cose su questo fungo, sui suoi effetti e sulla lotta per debellarlo, effettuata sempre in maniera bio e mai invasiva.

Una vera annata eroica.

L’ultima grandinata di inizio agosto ha colpito invece l’uva giĆ  invaiata, anche in questo caso la reattivitĆ  in campo e il duro lavoro hanno permesso di riparare i danni, ma porteranno ad una vendemmia leggermente anticipata al fine di evitare che le piogge prevedibili di fine settembre o inizio ottobre portino ulteriori danni all’uva. La maturitĆ  fenolica dei grappoli ĆØ comunque avanti e l’uva grazie in questo caso anche Grazie caldo, hanno recuperato il ritardo che avevano accumulato fino a fine giugno.

Ed ora andiamo in vendemmia curiosi di vedere il risultato di una annata eroica, sperando in un vino altrettanto eroico, magari meno faticoso.

Ho le dita nere

Ho le dita nere. Direi di più: abbiamo le dita nere…

E’ lo zucchero che penetra, il colore dell’uva, il colore del sole trasformato da foglie e radici, e adesso mi ritrovo le mani nere. SembrerĆ  strano ma di tutto quello che abbiamo fatto per la vendemmia e per la vinificazione la cosa che mi ha colpito di più ĆØ proprio questa: le dita nere…

ma non solo, le dita profumate di mosto, un profumo di dolcezza che ĆØ penetrato nella pelle, nel corpo, come il nero delle dita.

E dire che l’avevo notato, tempo fa, quando in cantina ci andavo a degustare o a cercare di capire: avevo notato quelle dita nere in qualche viticoltore, forse quelli più appassionati, oggi capisco, quelli che nel mosto ci mettevano le mani, quelli che le bucce le tolgono dai serbatoi, quelli che il vino se lo sentono dentro.

Ogni tanto mi guardo le mani, le annuso, e penso al mio vino, che mai avrei pensato di riuscire a fare, mentre ora ĆØ li, che mi aspetta e mi dico, orgoglioso, ho le dita nere.