Il vino naturale nasce da un gesto semplice: accettare che la vigna non appartenga all’uomo, ma al paesaggio che la ospita. Non si tratta di dominarla né di piegarla, bensì di accompagnarla, custodendo la biodiversità e lasciando che le stagioni imprimano il loro ritmo. In questa prospettiva il vignaiolo non è un tecnico, ma un custode: lavora con il territorio invece che contro di esso, sapendo che ogni scelta ricade sul futuro della terra.
La cantina diventa allora uno specchio della vigna. Qui non si cerca di cancellare le differenze, ma di amplificarle: i lieviti che fermentano sono quelli che abitano l’uva, i tempi di macerazione e affinamento sono quelli che il vino stesso suggerisce. La variabilità non è un difetto, è l’anima del vino naturale: ogni annata racconta una storia diversa, e ogni bottiglia porta con sé la voce di un luogo unico.
Non è un ritorno nostalgico al passato, ma il riconoscimento che il vino contadino, fatto con semplicità e coerenza, non ha mai smesso di esistere. Il vino naturale è cultura, prima ancora che prodotto: è un linguaggio che parla di paesaggi, di mani che lavorano, di comunità che resistono. È etica e coerenza, perché non si limita a piacere al mercato ma vuole restituire identità e verità.
Così il vino naturale non cerca di essere perfetto, cerca di essere autentico. Ed è proprio in questa autenticità che rivela la sua bellezza più profonda.
Speriamo che il peggio sia passato…e che finalmente arrivi l’estate. In questo scorcio di fine primavera ho proprio pensato che i tropici e i monsoni si trasferissero da noi. A giugno nel vigneto sono caduti 251mm di acqua, il che equivale a 251 litri per ogni metro quadro, una colonna d’acqua enorme. Lo so, il dato non vuole dire nulla, ma per dare un’idea pensiamo che in tutto l’anno, fino al 18 giugno ne sono piovuti 714 di millimetri, questo vuole dire che nei primi cinque mesi dell’anno è piovuto il doppio di quanto è piovuto nei soli primi 18 giorni di giugno; è vero, non possiamo fare la media del pollo, è logico che la media è una media e terrà conto di mesi più e meno piovosi, ma tant’è che il giugno di quest’anno è stato un picco importante. Tanto per fare un paragone il luglio del 2014, che tutti ricordano come un luglio in cui “ha piovuto tutti i giorni” i mm di pioggia furono circa 200 nella stessa zona: parliamo in effetti di una prima metà di giugno eccezionalmente piovosa, una pioggia da record.
La vigna che sembra non ne abbia risentito: il carico di pioggia eccezionale ha lasciato le foglie “scoperte” della loro bio-protezione di zolfo e rame, ma non si intravedono per ora le avvisaglie delle due malattie temute dai viticoltori: lo iodio e la peronospora. Per contro i tralci raggiungono in alcuni casi il metro e mezzo; considerato che ad aprile erano germogli un bel successo (in un altro articolo citai Munari che definì l’albero “l’esplosione lentissima di un seme”, definirei il tralcio di vite, l’esplosione quasi veloce di un germoglio…)
La dipendenza da fattori assolutamente naturali contro i quali ci si sente spesso impotenti è una caratteristica forte della mia “impresa” agricola: nulla è certo, tutto è trasformabile, i segnali di un’annata eccezionale possono essere distrutti da mezz’ora di grandine quanto da una pioggia insistente di qualche giorno. Settimana scorsa altri “nemici” ad esempio: un gregge di pecore ha invaso il vigneto: oddio, un po’ di pulizia all’erba non fa male, ma le pecore mangiano i germogli della vite? La cosa è ancora dibattuta in famiglia e dai “pensionati” che monitorano regolarmente il mio lavoro in vigna e che consulto spesso: “la pecora guarda in basso, non mangia i germogli!!” la sentenza più probabile, ma chi si fida?
E’ così che tra lo scortare l’orizzonte carico di nuvole nere, nel consultare i siti di previsione del tempo, nel telefonare ai vicini ansiosi: “ha grandinato?” e nel cercare sulle foglie i segni del temuto mal bianco (iodio) o della peronospora la riflessione porta sempre a pensare a quanto la nostra esistenza sia appesa a fenomeni naturali la cui evenienza condiziona irrimediabilmente e fatalmente oserei dire, il risultato stesso delle nostre azioni. E non c’è come avvicinarsi alla natura che il senso della nostra debolezza emerge a ricordarci che è lei la vera padrona.
Permettetemi una citazione colta sul senso della vita: da “Cuore di pietra” di Sebastiano Vassalli (Einaudi), l’epilogo finale.
“Ogni tanto gli Dei tornano ad affacciarsi sul golfo della pianura delimitato dalle montagne lontane, e applaudono e gridano stando sospesi lassù sopra le nostre teste, mentre assistono alle rappresentazioni di un autore che sa mescolare come nessun altro la tragedia e la farsa, e che si esprime con le vicende degli uomini pur restandone assolutamente estraneo: il tempo! Se gli uomini non esistessero sulla terra, lo spettacolo del tempo si ridurrebbe a ben poca cosa; ed è per questo motivo che gli Dei li hanno fatti esistere. Gli Dei di Omero – è risaputo – sono degli eterni bambini, e tutto li diverte: anche l’aggregarsi e il dissolversi delle nuvole, anche il cadere delle foglie in autunno e lo sciogliersi delle nevi in primavera hanno il potere di fargli schiudere le labbra, e di far scintillare i loro denti immortali; ma perché l’universo intero rimbombi delle loro risate bisogna mettere in scena ciò che il tempo sa fare con gli uomini, dappertutto e in quella pianura circondata dalle montagne che è, appunto, il loro teatro. Bisogna mostrargli la nostra protagonista com’ è adesso, vuota e buia e con i suoi saloni ingombri di calcinacci, di siringhe, di sterchi, di coperte insanguinate, di frammenti di vetro… Oppure, bisogna fargli vedere l’immensa pianura percorsa in ogni direzione da milioni di quei contenitori di metallo che noi chiamiamo automobili, e le piazze e le strade della città di fronte alle montagne, dove passarono cantando e schiamazzando i cortei delle bandiere rosse e quelli delle camicie nere, divenute percorsi obbligati per i nuovi mostri meccanici. Tutto sembra reale, adesso come allora e come sempre, ma è uno spettacolo del tempo: un’illusione, che di qui a poco svanirà per lasciare il posto a un’altra illusione. È perciò che le risate degli Dei rimbombano e rotolano da una parte all’altra del cielo con i temporali d’aprile, e che le loro grida d’incitamento spazzano la pianura con i venti d’ottobre. I personaggi di questa storia che è finita, e gli altri delle infinite storie che ancora devono incominciare, le loro futili imprese, le loro tragicomiche morti non sono altro che alcune invenzioni tra le tante di quell’eterno, meraviglioso, inarrivabile artista che è il tempo. È lui che ci parla con la nostra voce, che ci guida, che manipola i nostri desideri e i nostri sogni e alla fine cancella le nostre vite per sostituirle con altre vite, di altri uomini che noi non conosceremo mai. È lui che ci fa credere di essere il centro e la ragione di tutto, mentre ci ispira comportamenti e pensieri così stupidi che gli Dei ne ridono ancora quando ritornano lassù nel loro eterno presente, abbandonandoci agli sbalzi d’umore e ai capricci del nostro autore e padrone. Un suo battito di ciglia, e l’uomo che ha scritto questa storia non esisterà più; un altro battito di ciglia, e al posto della grande casa sui bastioni ci sarà un edificio di cristallo in cui si rifletteranno le nuvole e le montagne lontane; un terzo battito di ciglia, e i contenitori chiamati automobili saranno a loro volta scomparsi… Perché no? Soltanto gli Dei sono immortali, mentre tutto ciò che esiste nel tempo è destinato a perire. Homo humus, fama fumus, finis cines.”
“Il concetto di conoscenza ha assunto ai nostri tempi una forma tale
da indurci a credere che l’essenza dei processi naturali
si possa esprimere soltanto col coniare concettualmente delle leggi.
E se invece l’attività creatrice della natura avesse alla sua base degli impulsi d’arte?
In tal caso, chi partisse dal concetto che si possa esprimere la loro essenza
soltanto per mezzo del ragionamento,
non si accosterebbe nemmeno da lontano a ciò che è l’essenza intera della natura”
“ho la luna storta”
“sono a terra”
“era radioso”
“è una persona lunatica”
“è solare”
“ha i piedi per terra”
“camminava a due metri da terra”
“era alle stelle”
da sempre i nostri stati d’animo sono stati metaforicamente rappresentati attraverso gli elementi “astronomici” o “stati fisici”. La luna è notte, ombra, tristezza, occulto. Il sole è energia, vita, forza. L’aria è leggerezza, vacuità tanto quanto il fuoco è distruzione, ma anche ricostruzione.
Il mio contatto progressivo con la natura e quindi con me stesso mi ha sempre più avvicinato al recupero di questi aspetti ancestrali.
La terra, la luna e se vogliamo anche i pianeti del sistema solare possono (e hanno) dare un contributo o influenzare le nostre vite? Può un pianeta o un satellite portare dei cambiamenti nella nostra vita?
Una volta dovevo acquistare una trave di larice per sostenere un solaio: in quella occasione scoprii dal venditore che avrebbe dovuto cercare una trave tagliata con “la luna giusta”: le crepe che si formano nelle travi che sostengono i nostri soffitti infatti, si formano con più o meno forza a seconda che l’albero sia stato tagliato durante le fasi di luna crescente o di luna calante (e maledetta la mia memoria, non ricordo se vada tagliato a luna calante o a luna crescente).
Per la verità il venditore mi assicurava che la trave tagliata nel periodo giusto non si sarebbe crepata.
Ma la saggezza popolare non si fermava qui: le foglie vanno piantate con la luna crescente (le foglie “crescono” verso l’alto), le radici (carote, patate, ….) con la luna calante (le radici crescono verso il basso).
Antiche opinioni, credulità o concetti veri scientificamente provati?
La tradizione popolare ha sempre, a mio avviso, una base realistica: la tradizione popolare si basa sull’osservazione e come dicevo in qualche articolo di qualche tempo fa, è basata sul tramandarsi millenario dell’osservazione della natura e quindi basato su basi statistiche di assoluto rispetto, benché difficili da dimostrare in quanto tramandati dalla sapienza non scritta dei nostri vecchi. Ma perché non credere se non con una forte evidenza provata scientificamente?
Le maree esistono: sono l’effetto della forza di gravità della luna che periodicamente “attrae più o meno” le masse d’acqua degli oceani e dei mari: è una forza spaventosa se pensiamo a quanta forza deve avere un fenomeno che riesce a sollevare il livello del mare per decine di metri in quota e per milioni di chilometri quadrati in superficie. Nessuno di noi mette in discussione questo fenomeno e il contributo della forza della luna e allora perché pensare che la luna possa dare SOLO questo contributo.
La vitalità nella vegetazione, negli alberi, è data dalla linfa, un liquido che grazie a forze osmotiche riesce ad alimentare e a mantenere la vita negli alberi. Se potate rami di vite nel periodo sbagliato avrete la triste fortuna di vedere la linfa della vite; piccole goccioline, piccole lacrime che usciranno dal taglio del ramo di vite: è la linfa. Se la vita di un albero è linfa perché non pensare che la luna possa influenzare la vita di un vegetale? D’altra parte la luna è capace di “sollevare le acque” e la potenza e la forza di una marea è sotto gli occhi di tutti.
Le vite è una pianta terrestre: ogni sua foglia va verso il basso, ogni suo ramo cerca la terra, sicuramente la vite crescerà di più durante la luna calante che spingerà la sua linfa verso la terra, verso la vita, verso la rinascita, il contrario del cipresso i cui rami sono tutti orientati vero il cielo, ascendono, anelano all’infinito, sono come fiamme naturalmente protese verso il cielo. Non per nulla la vite è da millenni usata per rappresentare la vita e il cipresso è associato alla morte, all’ascesa. La luna non può non avere influenze diverse su queste piante governandone le fasi di crescita influenzando con la sua enorme forza la presenza di linfa?
In verità una base scientifica su queste teorie c’è ed è basata su tante sperimentazioni: è vero, pensare di incrementare la produttività di una vigna sfruttando la luna non dà business, per cui queste teorie non hanno la spinta “marketing” che si meriterebbero, ma esistono prove scientifiche che peraltro hanno dato origine a calendari, che danno indicazioni su come e quando operare nell’orto o in genere in agricoltura per massimizzare produzioni e risultato.
Quest’anno ho deciso di verificare sulla mia pelle questi calendari e, anche seguendo il consiglio di un amico, farà le mie prove su tanti bei ravanelli: se la teoria è confermata a seconda del periodo di semina avrò forme diverse del ravanello, e diverse forme del ravanello stesso a seconda che la semina sia stata più o meno influenzata da luna, Giove, Saturno, congiunzioni od opposizioni tra pianeti. Vi farò sapere, ma sono fiducioso che farò importanti osservazioni.
Perché scrivere di tutto questo? La nostra vita è influenzata da un infinito numero di parametri; sono situazioni locali, ambientali e cosmiche la cui combinazione genera un risultato: una crescita, uno sviluppo, una regressione, un umore, uno stato d’animo. La nostra vita, quello che facciamo, quello che coltiviamo, quello che creiamo è l’effetto condizionato di situazioni note, e soprattutto, non note, che non conosciamo e che possiamo solo intuire e subire. La scienza ha fatto passi da gigante per interpretare e gestire la natura, ma sa interpretare solo una piccola parte dei fenomeni dell’universo, una minima parte. Di una piccola parte ha una giustificazione logica per la quale riesce, la scienza, a riportare e ricostruire il fenomeno con le categorie di causa/effetto, di una parte ha solo l’interpretazione degli effetti, ma non ha ancora trovato le cause, ma la maggior parte dei fenomeni legati al mistero della vita rimangono ancora senza una spiegazione razionale riconducibile alle categorie umane di rappresentazione.
Non dobbiamo pensare che abbiamo capito tutto, ma abbiamo ancora tutto da imparare. il non trovare la spiegazione razionale o scientifica di un fenomeno non vuole dire che non esiste, la scala temporale per la verifica scientifica, applicando il metodo sperimentale, non è compatibile con i cicli naturali se pensiamo a fenomeni di transizione naturale, cambi climatici, evoluzione…ma tutto questo non presuppone che fenomeni legati da meccanismi di causa ed effetto non ci siano.
La luna ha una grande forza, lo abbiamo visto. Sa sollevare distese inimmaginabili di oceano per metri e metri; il corpo umano è fatto al 75% di acqua, come pensare che la luna non abbia un effetto sul nostro corpo?
“Oggi ho la luna storta….”
L’albero celtico della vita: simbolo dell’eterno legame tra cielo e terra, luna e sole.