Il vino naturale, un atteggiamento. Come Driade Felice

Ci sono parole che a forza di ripeterle perdono peso. “Naturale” è una di queste. Nel vino è diventata una bandiera, un’etichetta, a volte perfino un modo per distinguersi senza sapere davvero perché.

Eppure, per me, il vino naturale non è mai stato una moda. È un atteggiamento.

Un modo di stare in vigna e in cantina con un’idea precisa: non fare troppo rumore.

Lasciare che la fermentazione dica la sua. Fidarsi dei lieviti. Accettare che un vino non debba per forza essere perfetto, ma vivo.

Questa idea non nasce da un libro o da una tendenza. Nasce da un vino:

Driade Felice, il mio primo vino.

Non lo dimenticherò mai, perché è stato il vino in cui ho capito una cosa semplice e definitiva:

che fare vino naturale non significa togliere, ma togliersi — lasciare da parte l’ego, la volontà di controllo, l’ansia di dimostrare qualcosa.

Con Driade Felice ho lasciato parlare l’uva, un Merlot raccolto su una parcella in pendenza, recuperata dall’abbandono. Quindici giorni di macerazione, fermentazione spontanea, acciaio, nessuna scorciatoia.

È nato un rosso fruttato, leggero, elegante, di una bevibilità quasi ingenua: il vino che non sai se ti ha scelto lui o se sei stato tu a permettergli di farlo.

Ecco perché oggi mi dà fastidio vedere il vino naturale trasformato in un trend, in una categoria da scaffale, o peggio ancora in uno stile da imitare.

Non è uno stile.

Non è nemmeno un protocollo.

È un atteggiamento.

È stare al fianco del vino, non davanti a lui.

È riconoscere che non c’è un “ideale sommelieristico” a cui tendere, perché l’ideale non esiste: esistono solo vini autentici, e vignaioli che cercano di non rovinarli.

Se c’è una cosa che Driade Felice mi ha insegnato, è che il vino naturale non nasce da un manifesto. Nasce da un gesto: quello di abbassare il volume del proprio intervento per ascoltare il vino che si sta formando.

E ogni volta che stappo quella bottiglia, mi ricordo che il vino non deve essere perfetto per essere vero.

Deve solo essere sincero

La sostenibilità economica come atto di resistenza

Autonomia come scelta di libertà

Quando si parla di sostenibilità nel vino, il pensiero corre subito all’ambiente: al suolo da preservare, alla biodiversità, ai trattamenti ridotti. Ma c’è una sostenibilità meno raccontata, invisibile agli occhi eppure decisiva: quella economica. Senza basi solide, anche i progetti più virtuosi rischiano di svanire come un profumo troppo leggero nel bicchiere.

Un’azienda che coltiva solo l’uva dei propri vigneti, che sceglie di non affidarsi a consulenze standardizzate, rinuncia forse a scorciatoie tecniche, ma conquista indipendenza. È una forma di sostenibilità economica. Si spende meno in mediazioni. Si conserva la libertà di decidere. Ciò comporta assumersi fino in fondo il rischio e la responsabilità.

Il valore di non inseguire le mode

Le etichette “green” o le mode del momento possono sembrare una spinta sicura per le vendite. Ma affidarsi solo a questo significa vivere e morire seguendo il mercato. Resistere a questa tentazione è più difficile, ma permette di costruire un valore autentico, che non evapora quando la moda cambia.

La forza della rinuncia

Un produttore si misura anche da ciò che decide di non mettere in bottiglia. Scartare il vino che non raggiunge lo standard desiderato è un gesto controcorrente, perché significa produrre meno e incassare meno. Eppure è proprio questa rinuncia che diventa investimento: ogni bottiglia che manca rafforza la credibilità di quelle che restano.

Il territorio come capitale

Il terroir non è solo geografia, ma un capitale collettivo fatto di storia, cultura e gesti quotidiani. Proteggerlo significa investire nel futuro, perché il valore economico di un vino dipende anche dal paesaggio che racconta. Dimenticarlo equivale a intaccare non solo l’ambiente, ma anche la stessa tenuta economica dell’impresa.

L’economia della resistenza

La sostenibilità economica, in fondo, nasce da un intreccio di autonomia, scelte scomode e rifiuto delle scorciatoie. Non si misura soltanto con i numeri del bilancio annuale, ma con la capacità di un’azienda di durare nel tempo restando fedele ai propri principi.

Forse è questa la lezione più importante: anche l’economia, quando è vissuta con coerenza, può diventare un atto di resistenza. E senza questa resistenza, nessuna sostenibilità ambientale o sociale avrebbe gambe abbastanza forti per camminare.

Come ho conosciuto i vini naturali

Il primo vino “naturale” che mi capitò di bere si chiamava Semplicemente Vino, di Stefano Bellotti. Solo in seguito scoprii che Bellotti era stato uno dei pionieri della rinascita del movimento del vino naturale in Italia. Quel vino mi colpì subito: fresco, vibrante, e con qualcosa che all’inizio non sapevo definire. Avrei capito più tardi che era proprio l’essenza del vino naturale: essere un vino diverso, un vino di territorio, di vignaiolo, di artigiano e, perché no, anche di artista. Un vino irripetibile, genuino e vero.

Lo bevevo d’estate, acquistandolo nell’enoteca di fiducia durante le vacanze, finché un anno non lo trovai più. Stefano era passato dal tappo in sughero al tappo a corona, e l’enotecario aveva deciso di non comprarlo. Quel dettaglio mi fece riflettere molto: possibile che la qualità straordinaria di un vino potesse essere messa in discussione da un tappo considerato “povero”?

Eppure era una scelta coerente, radicale, geniale. Proprio come il nome: “Semplicemente Vino”. Due parole forti, di rottura. La semplicità in contrasto con i vini convenzionali, spesso troppo costruiti. E “vino” detto così, senza aggettivi, a ribadire che alla fine di tutto si tratta solo di questo: vino.

Sono passati vent’anni. Nel frattempo tante cose sono cambiate, ma quella lezione rimane intatta

Come resistere coltivando vigne e facendo vino (manuale per aspiranti martiri)

Capitolo 1: Il vignaiolo e la sveglia. Non serve: tanto alle 5 del mattino ti sveglia il trattore del vicino o la tua ansia sul meteo.

Capitolo 2: La vigna è la tua palestra. Dimentica la palestra con aria condizionata: qui il tapis roulant ha nome “filare in salita” e lo squat si chiama “legare i tralci piegato in due ore”.

Capitolo 3: Dialoghi con la natura. Tu parli alle piante. Le piante non rispondono. Le erbacce sì, ma in turco antico.

Capitolo 4: Il vino non si fa da solo. Però tutti ti dicono che “basta pigiare e via”. Allora tu sorridi, apri la botte e aspetti che la fermentazione ti faccia il dito medio.

Capitolo 5: Marketing e poesia. Devi convincere il cliente che il tuo sudore, le tue vesciche e le tue bestemmie si traducono in “note di ciliegia e sentori balsamici”.

Capitolo 6: La vendemmia. È la festa del paese. Non per te. Per te è CrossFit con il mosto addosso e la schiena a pezzi.

Capitolo 7: La filosofia. Ti chiedono perché lo fai. Tu rispondi: “Perché amo la terra.” In realtà è perché ormai hai speso troppo per mollare.

Dove la vigna incontra l’uomo

Il vino naturale è una parola semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza. Ma dietro quella semplicità si cela un mondo intero: non una moda, ma un concetto culturale. È il ritorno a un gesto agricolo e artigianale puro, dove la vigna parla senza filtri e il vino diventa racconto.

In ogni bottiglia convivono forze che dialogano tra loro:

la stagione, con i suoi capricci e le sue generosità;

il terreno, con la sua memoria millenaria;

il vitigno, che respira e reagisce al microclima della vigna;

e l’uomo, che non impone, ma ascolta e accompagna.

Ogni scelta – quando vendemmiare, quando svinare, come affinare – è un atto di equilibrio. È una danza silenziosa tra il sapere contadino e ciò che la natura concede. Così nasce un vino che non cerca la perfezione immobile, ma l’autenticità del momento.

Un vino che porta con sé la voce della terra, la luce delle stagioni, la personalità di chi lo cura. Un vino vivo, irripetibile, che non si lascia addomesticare ma invita a un incontro sincero: uomo, terra, vigna e tempo in un unico respiro.

Un calice così non è mai uguale a un altro: è un incontro irripetibile tra uomo e natura, la testimonianza sincera di una stagione, di un luogo e di chi ha scelto di custodirli.

Vigna, Vendemmia e Vinificazione

I nostri vigneti sono suddivisi tra diverse particelle situate sulle prime pendici delle Prealpi sul versante Sud del monte Linzone. La catena collinare è orientata est-ovest. È solcata da vallette percorse da ruscelli con andamento nord-sud. Questo predispone il territorio collinare ad esposizioni diverse. I vigneti sono rivolti a est, sud, e ovest. Ogni lato della collina possiede caratteristiche di suolo diverse. C’è una dominanza di terreno calcareo argilloso. Vi è anche una presenza diffusa di Flysh di Pontida. Per questo abbiamo creduto fin dall’inizio in un percorso di ricerca. Volevamo offrire vini per ogni particella. Questi vini dovevano essere puri sia per annata che per area geologica. 

Orientamento a Est 
Ci troviamo in un’oasi immersa nella natura chiamata anticamente “Barghèt”. È situata nel mezzo di un bosco di querce dove abbiamo rilevato nel 2014 il “Ruch dei Seane”. Qui si trovano due nostri vigneti ad un’altitudine di 400 metri sul livello del mare. Questa esposizione aiuta a riscaldare rapidamente il vigneto fin dalle prime ore del mattino. Poi la sera, il vigneto gode della brezza proveniente dalle pendici del Linzone. L’età media di questi vigneti è di circa 25 anni, impiantati con una densità di 6.00 piante per ettaro, allevati a guyot. Il terreno è prevalentemente argilloso e calcareo. È ricco di minerali e “matù”, la “pietra matta”, caratteristica della zona. La caratteristica di questi terreni si riflettono nel vino nella grande sapidità e freschezza, con tannini croccanti. In questi vigneti produciamo Tilamore (bronner) e i nostri Merlot (Alto della Poiana e Driade Felice). Alto della Poiana proviene dalla zona più aspra e sassosa del vigneto. Questa è la parte centrale. Ha un passaggio in barrique. Tilamore e Driade Felice invece fanno un passaggio in acciaio.   

Orientamento Sud 
La valletta del torrente Rienza si trova in un declivio volto a mezzogiorno. È nel comune di Palazzago a circa 300 metri sul livello del mare. Abbiamo il vigneto di Marzemino, impiantato nel 2020. C’è anche un piccolo vigneto di Malvasia.

Qui la densità del vigneto è di 5000 piante per ettaro piantato secondo guyot. Il vigneto è costantemente sottoposto ad una brezza naturale proveniente dalla valletta del torrente Rienza. Questo lo rende più freddo del vigneto a Merlot. Sebbene il vigneto a Merlot sia a una quota più alta, gode di una migliore esposizione. Qui stiamo sperimentando il recupero in zona del Marzemino e stiamo verificando come si comporta la Malvasia istriana. 

Orientamento Ovest 
Nella zona alletta della riviera di Pontida, a Gaggio, abbiamo il nostro vigneto più vecchio. Anche questo vigneto è a circa 350 metri slm. Questo vigneto è a bacche miste ed ha un’età variabile tra i 40 e gli 80 anni.

La densità del vigneto è di 5000 piante per ettaro. Sono piantate secondo un sesto che si adatta alle curve di livello del terreno. Il vigneto ha molte varietà interessanti. Oltre a merlot e cabernet, nel vigneto si trova schiava. Ci sono anche barbera, grisa nera, moscato rosso e aostana. In questo vigneto produciamo le uve per il nostro rosato. Il vigneto è disposto lungo vecchissimi terrazzamenti a dimensione variabile. L’andamento del vigneto e i numerosi pali di castagno pennellano il paesaggio. Tutte le attività nel vigneto sono fatte a mano compresi i trattamenti sanitari che sono fatti a spalla.
Un altro vigneto con orientamento ad Ovest è il vigneto a Cabernet Franc che si trova a qualche chilometro dalla cantina. Anche in questo caso il vigneto è posto su terrazzamenti naturali a 400 metri sul livello del mare ed è gestito tutto a mano.

I vigneti sperimentali

In collaborazione con l’università di Trento e la cooperativa dei vivai trentini, ci siamo resi disponibili. Abbiamo deciso di impiantare due campi sperimentali di nuove varietà resistenti. Uno è con un clone di Schiava. L’altro è con una varietà a bacca bianca. 

La Vendemmia 

Senza dubbio il momento più eccitante dell’anno, dove finalmente si tirano le somme. Abbiamo vigneti su versanti diversi nelle colline di Palazzago e Pontida. Per questo, sappiamo che la vendemmia ha sempre una sua progressività. Molto si basa sull’assaggio delle uve, ci interessa il sapore più di ogni altra cosa e deve essere ben formato. Negli ultimi anni stiamo anticipando sempre di più la raccolta. Iniziamo i primi giorni di settembre in bronner. Terminiamo ad ottobre con il Cabernet Franc e Sauvignon. Raccogliamo a mano, l’uva posta in ceste da circa 20kg viene trasportata in Cantina dove viene selezionata manualmente. Solitamente raccogliamo le uve al mattino. Cerchiamo di fare in modo che entrino nei tini ad una temperatura non superiore ai 15°C. Questo evita fermentazioni troppo violente. 

Vinificazione 

Tutti i nostri vini sono il risultato di processi fermentativi molto lenti, che durano fino a 2 mesi. Le fermentazioni avvengono in botti di acciaio. Una volta riempito il tino iniziamo con i rimontaggi aperti da 2 a 4 al giorno, sulla base dell’andamento fermentativo. La nostra cantina è un piccolo incubatore microbiologico. Abbiamo sempre fermentato spontaneamente. Quindi, avremo sicuramente una moltitudine di lieviti diversi. Questi lieviti si adoperano ciclicamente svolgendo la fermentazione nelle prime settimane. In alcuni casi agiscono parallelamente allo svolgimento della fermentazione malolattica che negli ultimi anni è sempre più impaziente. 

Quando le fermentazioni si arrestano e lo zucchero residuo è scomparso, sviniamo. Passiamo alla fase di invecchiamento. Inizialmente, lasciamo il vino in acciaio. Alla fine dell’inverno, effettuiamo un travaso nelle botti di rovere per i vini per i quali è previsto legno. Per la torchiatura abbiamo dei vecchi torchi verticali manuali.

Nulla viene aggiunto al vino, oltre a piccole quantità di solfiti che stiamo cercando di diminuire sempre di più, avendo come scopo futuro quello di eliminarli e a volte ci riusciamo. I nostri vini non sono semplici e mal si adattano ai protocolli fatti a tavolino, vista la loro sensibilità all’ambiente. È per questo che ogni anno cambiamo qualcosa cercando di adattarci all’annata. Quello che facciamo è semplicemente accompagnare, non dominare il processo. Abbiamo fiducia nei nostri vigneti e nel lavoro che svolgiamo in campo, il vino è affidato chi vive il podere in prima persona. 

Tutto quello che facciamo è volto a lasciar affiorare l’anima della nostra terra. 

Affinamento in legno

I nostri vini sono fermentati in tini di rovere o castagno. Una volta svinati, iniziano la loro maturazione in botte. Anche qui non c’è una regola, ogni annata viene ascoltata. Alcune annate hanno bisogno di respirare nella botte per periodi più lunghi, anche 24 mesi, altre, soprattutto le annate accalorate, 10-12 mesi di botte manifestano altre esigenze

Cerchiamo di non disturbare troppo il vino. Evitiamo ulteriori travasi (massimo una volta all’anno). Evitiamo l’aggiunta di solfiti che potrebbero influire negativamente sul processo di invecchiamento. Al contrario, il processo di invecchiamento dovrebbe essere il più lineare possibile. Il vino attraversa periodi di riduzione o rifermentazione. Ma non ci spaventa. Anzi, questo è ciò che aiuta a mantenere quell’energia e quella vitalità che fanno la differenza. 

Quando il vino ha esaurito il suo rapporto con il legno, lo spostiamo in vasche di acciaio per riposare. I sedimenti si depositano. Questo processo porta all’imbottigliamento. 

Una volta deciso che il vino è pronto, è questione di aspettare la luna giusta ed imbottigliare.

Accompagnare l’uva: il segreto del buon vino

Alle Driadi, l’uva è il bambino re. La vite è la regina madre. Il viticoltore è un pastore. Il suo compito è accompagnare.

Come interpretiamo questo approccio in questa ottica?

Da parte nostra abbiamo sempre cercato di conciliare la nostra vita con la nostra filosofia e allo stesso tempo cerchiamo di integrare il nostro lavoro nel rispetto della natura. Questo è l’obiettivo personale che ci siamo proposti. Amiamo infatti la natura. Anche se può essere capricciosa, è a volte crudele, alla fine ci soddisfa sempre e spesso si dimostra generosa.

In questa ottica la nostra azione è fatta di gesti semplici. Raccogliamo l’uva a mano per proteggerla e la mettiamo nelle nostre cassette, la schiacciamo per creare il mosto e ne seguiamo attentamente la fermentazione lasciamdo lavorare i lieviti indigeni. La seguiamo nel riposo. Nella misura in cui l’uva è sana non usiamo S02, solo uva.

Questo processo ci obbliga ad essere accompagnatori e non trasformatori.

Il trasformatore è un uomo di conoscenza. Utilizza strumenti e prodotti che canalizzeranno l’uva e il vino. Ha un obiettivo ben preciso che si è prefissato. Se l’uomo ha talento, elaborerà un prodotto a sua immagine. Potrà dimostrare la sua capacità di comprendere i fenomeni. Si approprierà di loro e quindi sarà onorato con il risultato che attende.

L’accompagnatore corre molti rischi. È necessario che sappia, che abbia conoscenze, la allo stesso tempo, non deve esserne prigioniero. Ha un obiettivo di lavoro, ma deve accettare e essere in grado di adattarsi. Deve modellare quell’obiettivo in base alle circostanze in modo che l’uva possa dare il meglio di sé.

L’accompagnatore avrà bisogno di esperienza. Gli servirà molta intuizione. È necessaria anche una buona dose di serenità e una capacità di accettazione di quello che la natura fa. Il viticoltore deve infatti adeguare le sue aspettative all’uva che la pianta produce e alla sua capacità della pianta di produrre. La vite è in grado di inviarci un messaggio chiaro con il suo comportamento. Questo messaggio risponde alla nostra richiesta. Esso si manifesta nella chioma, nella postura e nel gusto che esprime. Il viticoltore deve leggere e interpretare tali segnali. Se riesce in questo accompagnamento, in questa intima relazione, c’è un bilancio tra fare e non fare. C’è anche un bilancio tra conoscenze intime e relazionali. Allora il prodotto, il vino, è un prodotto naturale.

Nel naturale, c’è natura. La dimensione della natura è immensa rispetto alla dimensione umana che interagisce in nella sua azione. Una azione è una relazione che alla fine la magia nella bocca dell’uomo.

La chiave è lì. Mettiamo questa dimensione della natura nel bicchiere. Allora abbiamo il sorriso. L’umore è leggero e porta solo cose buone.

Il Paradosso del Vignaiolo Naturale

Coltivare una vigna, averne cura, raccoglierne i frutti, assecondarne la fermentazione, produrre un vino naturale, significa assecondare grandi dinamiche chimiche. È questo il paradosso del lavoro del vignaiolo naturale. Un paradosso: il paradosso di un vino naturale che si basa su reazioni chimiche.

Una consapevolezza: ogni forma di vita è chimica, ogni reazione biologica, ogni processo vitale ha una base chimica. La fame, la sete, i sentimenti, l’amore, ma anche i profumi, il sapore, forse anche la sete o la fame sono effetti impulsi frutto di una interazione di molecole in una reazione chimica.

Queste considerazioni non turbano e non toccano l’emozione che si genera annusando un vino, assaggiando un chicco di uva prima della vendemmia, osservando il primo germoglio primaverile.

In ogni caso il tutto dipende da piccole grandi reazioni chimiche che peraltro in gran parte hanno come protagonista il carbonio, lo stesso elemento che potrebbe è (forse) una delle minacce per il futuro della nostra specie.

Pertanto occorre sempre avere bene in mente la consapevolezza che ogni gesto che compiamo in vigna e in cantina si basa su un’interazione di processi naturali chimico-fisico-biologico che non dipendono assolutamente da noi e che non possiamo determinare. Sono processi che esistono da sempre a prescindere da noi e che, probabilmente, esisteranno per sempre. Fermentazione, fotosintesi, e tutto quello che avviene tra il germoglio e il vino non è opera nostra.

Come si può non innamorarsi di tutto ciò.

Con il nostro lavoro di vignaioli non facciamo altro che accompagnare queste dinamiche, vigilandone il percorso valutandone nel tempo gli esiti nella speranza che quella complessa interazione chimico fisico biologica possa portare al risultato sperato.

Senza forzare, senza alterare, e soprattutto rispettandone l’equilibrio naturale.

È un gesto che unisce rispetto, cura, collaborazione e tutela, un atto di consapevole armonia con la natura.

Val Pontida: un terroir unico che parla attraverso i suoi vini

La Val Pontida, incastonata tra le colline della Lombardia, è un territorio ricco di fascino e potenziale vitivinicolo. Il suo terroir unico, modellato da un suolo complesso e da un clima caratteristico, regala vini che rappresentano l’essenza di questa terra.

Il suolo: l’eredità del flysch di Pontida

Uno degli elementi distintivi della Val Pontida è il suo suolo calcareo-argilloso, arricchito dalla presenza del flysch di Pontida. Questa particolare formazione geologica stratificata, composta da marne e arenarie, rappresenta una risorsa inestimabile per i viticoltori:

• Le componenti calcaree garantiscono un drenaggio eccellente, evitando il ristagno d’acqua.

• L’argilla trattiene l’umidità necessaria per sostenere le viti nei periodi più aridi.

• I minerali presenti nel flysch conferiscono ai vini una nota di mineralità unica, che li rende immediatamente riconoscibili.

Questo suolo complesso favorisce la crescita di viti robuste, capaci di produrre uve di grande qualità, in grado di esprimere al meglio il carattere del territorio.

Il clima: l’influenza del massiccio del Linzone

Il massiccio del Linzone, che si erge a nord della valle, gioca un ruolo fondamentale nel definire il microclima della zona. Le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, tipiche di questa area, hanno effetti benefici sulla qualità delle uve:

• I composti aromatici si sviluppano in modo più intenso, regalando ai vini profumi eleganti e complessi.

• L’acidità naturale dell’uva viene preservata, contribuendo alla freschezza e alla longevità dei vini.

• La maturazione avviene lentamente e in modo uniforme, garantendo un equilibrio perfetto tra zuccheri, acidità e polifenoli.

Questo clima equilibrato permette di ottenere vini che combinano freschezza, struttura e profondità aromatica.

I vini della Val Pontida: il riflesso di un terroir straordinario

Grazie alla sinergia tra suolo e clima, i vini della Val Pontida si distinguono per caratteristiche che li rendono unici:

• Eleganza e mineralità: una firma inconfondibile dei terreni ricchi di flysch.

• Freschezza e aromaticità: esaltate dalle forti escursioni termiche.

• Struttura e longevità: merito di un terroir che favorisce uve di grande equilibrio e complessità.

Un futuro da valorizzare

La Val Pontida rappresenta un territorio che ha ancora molto da raccontare. Conoscere e valorizzare il suo terroir significa non solo produrre vini di eccellenza, ma anche tramandare una storia fatta di natura, tradizione e innovazione. Ogni bottiglia diventa così ambasciatrice di una terra che sa coniugare sapientemente semplicità e complessità, radici e visione.

Monologhi della vigna: in fermento

la cantina è in rivoluzione; il mosto sta procedendo: nel silenzio del mondo si sente il bollore della magia della trasformazione: zuccheri che diventano alcool…

non posso perdere tempo nemmeno oggi

anche oggi devo agire, ossigenare, muovere le bucce, affondare il cappello premendo sul follatore

devo annusare, guardare, ascoltare, assaggiare…la fermentazione procede, i profumi inebriano, l’anidride si sparge nell’aria ed io non posso fermarmi…

misura, spilla, muovi, cambia, annota…un giorno dopo l’altro nella corsa che porta dall’uva al mosto, da mosto al vino

ho le mani appiccicose e le dita nere, è lo zucchero che dalla vendemmia ti penetra la pelle, è il colore dell’uva che di prende e ti conquista e che diventa parte di te

ho le dita nere, il segno dell’intimo matrimonio tra me, l’uva, il mosto e il vino: il frutto del matrimonio tra me e la terra

ma ora sono qui, con le dita nere e preparo qualcosa per gli amici che verranno: il lardo, affumicato con il ginepro, sarà ottimo per i nostri vini, affetto il salame che viene dai campi all’orizzonte della vigna e dispongo il formaggio che viene dalla valle

sono le piccole cose che raccolgo dagli amici, pronte a fare conoscere alla piccola fetta di mondo che decide di passare da qui

e sarà bello confrontarsi, condividere, notare le impressioni, valutare le espressioni

è un po’ freddo oggi e non è l’ideale bere il rosso così freddo, ma la stagione è questa, si sentiranno di più i tannini, ma non so se chi verrà a degustare lo capirà, ma non importa, anche questo fa parte della vita

non so nemmeno come ha fatto a trovarmi, chi decide, non sapendo dove andare di prendere una strada che non porta quasi a nulla per venire a trovare me, nel mio paradiso

vedranno le dita nere, ma in questi giorni respireranno il mosto

a volte di inizia con un po’ di freddezza, a volte prevale la timidezza, qualcuno addirittura è un po’ guardingo nel valutare quello che dico, ma finisce sempre con un abbraccio, con la promessa di tornare, tutti consapevoli che le ore passate insieme e attorno ad una bottiglia di vino sono in fondo una fetta di vita che entra nel bagaglio di ciascuno di noi

vedono le dita nere, perché ho messo le mani nel mosto, nelle bucce e nel vino e lo zucchero mi è entrato nella pelle, arrivando nell’anima come il profumo del primo vino

quando verso il vino il silenzio prepara l’attimo della degustazione: in fondo sono venuti qui per questo, per conoscere il mio vino, non per conoscere me

forse ne venderò un po’

è l’atto finale del lungo processo della mia passione ma vorranno sapere di tutto, come è fatto, cosa faccio, come avviene, cosa avviene, i trucchi, i segreti, come evolve, come fosse possibile spiegare davanti a un piatto e a un po’ di vino il miracolo della vita, il miracolo della natura

mi chiederanno cose che non ricorderò: i giorni di fermentazione, l’età della barrique, la temperatura di una certa fase: a volte non ricordo, qualche volta non lo so

qualcuno arriverà all’essenza del miracolo che entra nel bicchiere e solo pochi capiranno, nel loro intimo, che io ho solo fatto il guardiano di un processo antico che non ha bisogno di altro se non del tempo, della pazienza e della passione 

mi chiederanno quale è il vino che preferisco dei miei: quale annata, quale vitigno, ma non ho mai risposta, so solo raccontare la stagione del vino: il vino che viene dall’uva che ha preso più sole, quello che ha preso talmente tanta grandine che ancora arrabbiato, il vino che si è fatto aspettare e il vino che verrà

ci sarà pure un vino migliore dell’altro, quello più buono, quello venuto meglio, si, lo so, ma non riesco veramente a rispondere a una domanda così 

…molti capiscono, molti no, qualcuno mi parlano del difetto che ogni tanto scorgono nel bicchiere di quel particolare sapore, del fatto che qualche mese prima era diverso oppure solo qualche minuto fa…

io so perché è così, so quale scelta in quel momento quel vino ha preso quella strada, forse era la sua strada, forse anche la mia, ed è allora che penso che alla fine ogni vino abbia un senso, per buono e cattivo che sia, e soprattutto penso che il vino, quel vino, non solo sia frutto della vigna della stagione e del lavoro del vignaiolo, ma quando viene bevuto diventi il compimento del ciclo della vita

di tutte quelle persone rimarrà qualcosa del loro passaggio, come a loro rimarrà qualcosa del tempo passato qui