Fare vino…

 

Quando sono partito a considerare la coltivazione del mio vigneto non mi sono interessato subito a come “fare il vino”. Come riportavo due settimane fa, preso dal sacro fuoco del fare e teso nell’obbiettivo di arrivare ad una vendemmia tutt’altro che scontata non riuscivo a pensare a come “vinificare”, a preoccuparmi cioè di come sarebbe stato il mio vino, attività che ho delegato in fiducia ad una cantina.

Poi mi sono ricordato di due episodi: una volta ero perso in Nord America, precisamente in North Dakota, nella città di Fargo, una città nota nell’immaginario collettivo per le diligenze targate “Wells Fargo” (anche se non so se quel nome fosse veramente legato alla città di Fargo). Ero a cena, in un bel ristorante con delle panche di legno, mi ricordava una puntata di “Happy Days”. Fuori c’erano circa -10°C e cenavo con un collega; il menù era a base di belle bistecche rosse che sceglievi personalmente da una vetrina indicandola a una cameriera svogliata. La carne alla griglia per me è associata indissolubilmente a un buon rosso (per essere più preciso ad un buon Chianti) e con il collega decidemmo di accompagnare una abbondante T-Bone Steack con un vino californiano. Chiesi al collega che mi aveva invitato se avesse qualche produttore particolare da consigliarmi, ma mi rispose semplicemente “Cabernet” Capii che non aveva preferenza alcuna sulla casa vinicola e che per lui Cabernet era sempre lo stesso vino, non importa da quale cantina provenisse. Nacque un’interessantissima discussione in cui si scontravano due mentalità opposte:

Per il collega statunitense era impossibile capire come ordinando un Cabernet si potessero avere vini in Italia, completamente diversi uno dall’altro (come effettivamente avviene), come per lui era impossibile capire ad esempio come una semplice “pasta al pesto” potesse essere diversa in Italia da ristorante a ristorante.

Per lui invece era motivo di vanto potere dire che in America erano più bravi, perché il Cabernet è Cabernet ovunque, buono ovunque, sempre simile, rassicurante. Io sostenevo poco convinto che invece fosse una ricchezza questa forma di diversità, una ricchezza per permetteva ogni volta di scoprire cose nuove.

Poi mi sono ricordato un episodio che era rimasto sopito nella mia mente. Qualche anno fa ho visitato un vignaiolo nelle Langhe, poi siamo diventati amici. Una di quelle menti brillanti e inquiete come è proprio dei geni. Per spiegarmi il suo vino mi porse un bicchiere pieno di terra e sassi invitandomi ad annusare.

“Per anni – mi disse – ho pensato che il vino si facesse in cantina, solo adesso ho capito che dovevo ripartire e che il vino veniva fatto in vigna e oveva essere il risultato del territorio, o meglio, per dirla alla francese del terroir. “

E il suo vino sa di terreno, sa di quel terreno, ha il sapore di quella terra.

Ho capito quindi ancora una volta il rischio di omologazione e standardizzazione che c’è dietro un approccio troppo tecnologico ad ogni attività, e la bellezza straordinaria di ogni peculiarità. Ho capito che le etichette e i brand sono comodi e semplificano, ma ho capito anche che la bellezza è fatta anche di piccole imperfezioni e di cose non standard.

Ho capito che era il solito problema di cui abbiamo già parlato: una tecnologia che omologa, semplifica e appiattisce, annullando le diversità e le puntualità.

Allora ho incominciato a sognare il vino del mio terroir, del mio sudore, della mia vita. Schietto, sincero senza elaborazioni, un vino naturale, che dà un ulteriore motivo è significato a quello che faccio.

Oggi quello che faccio è tante cose per me: recuperare un terreno perduto, ridargli un significato e una sostenibilità economica, permettere ad un terreno di esprimersi, capirne l’essenza e berne o mangiarne i frutti, recuperare una mela perduta, o un vitigno che si credeva morto, recuperare il rapporto con la terra per riappropriarsi di un ciclo vitale, quello delle stagioni, che avevo perduto. È così che un’attività nata quasi per caso diventa interessante per molti che sognano di fare lo stesso. I molti che mi chiedono di spiegare quello che faccio non pensano che in qualche modo potrebbero farlo anche loro.

L’ultima riflessione è: quanto paga un’attività di questo tipo? Siamo abituati a concepire il lavoro affinché ci dia ricchezza, ricchezza da utilizzare per i nostri piaceri e il nostro tempo libero. Un vigneto non mi arricchirà mai di denaro, anche se l’obbiettivo è la sostenibilità economica, ma vi assicuro che piacere di fare una cosa che “appaga” è “impagabile” e di per se non occorre che si guadagni per arricchirsi.

 

La fortuna del principiante

Riflettiamo su temi che a molti sembrano lontani, mentre dovrebbero sentirci molto coinvolti: la sostenibilità e la biodiversità.
In effetti siamo portati a vivere e percepire il nostro rapporto con la Terra non strettamente legato a temi come il lavoro, l’economia, e la democrazia, quando invece il legame è fortissimo. Oggi noi pensiamo che gli essere umani siano separati dalla Terra, che la formazione della ricchezza sia una cosa separata dalla natura, dai lavoratori, dalle generazioni future, e pensiamo che le azioni che facciamo siano separate dalle conseguenze che generano. Purtroppo questi tre paradigmi sono le convinzioni che allontanano oggi l’umanità (intesa come insieme degli essere umani) dalla natura, la società dalla gestione del suolo, i temi dell’economia dai temi dell’ecologia.

In effetti sarei felice che le mie note e riflessioni, servissero alle persone per far si che si maturasse la coscienza, se non la convinzione, del fatto che tutto quello che succede nell’ambiente ha riflessioni importanti su tutta la nostra vita, compresa l’economia.
Sono temi importanti, generali, oserei dire “troppo grandi”, ma vorrei cercare di trasmettere come la rottura di un equilibrio possa avere riflessi inaspettati anche nelle piccole cose in modo da fare capire come un problema così grande possa avere riflessi su un’esperienza minima come quella che vado a descrivere.

Qualche anno fa, voglioso di dare nuovi stimoli e un nuovo obiettivo alla mia vita, ho iniziato a recuperare un vigneto che era abbandonato da 4/5 anni. Per la verità i precedenti proprietari avevano due vigneti, e anche l’altro vigneto ha trovato qualcuno che ha cominciato il recupero. Il mio recupero è, oserei dire, manuale, mentre l’altro acquirente ha seguito un’impostazione più industriale, ma il recupero parallelo mi ha permesso di avere l’opportunità di confrontarmi con l’altro acquirente il quale incaricando terzisti attrezzati con macchinari ha sicuramente faticato di meno e in un certo senso “lavorato” di più.

Il vigneto aveva 6600 piante, dopo il recupero circa 600 erano morte e ho dovuto rimpiazzarle; ho fatto i conti con le mie capacità e disponibilità di tempo e ho deciso di sostituire nel 2015 200 piantine. Ne avessi comprate di più non sarei riuscito a piantarle in un week end, avrei dovuto lasciare le barbatelle al buio, ma avrei rischiato di seccarne le radici mentre il mio vicino invece ha rifatto completamente l’impianto, estirpando il vecchio sofferente, sostituendo tutte le piante. Nel farlo ha arato il tutto e diserbato; anche a me avevano consigliato di diserbare chimicamente il sottofilare, ma non ho avuto il coraggio di farlo (parlo di coraggio perché per me diserbare voleva dire uccidere il suolo).
Per mesi andando al vigneto ho confrontato gli impianti, una distesa marrone con le belle piantine verdi disposte regolarmente su file parallele, che era il campo del vicino e il mio campo, che definivo “rasta”, in cui periodicamente passavo a strappare le erbacce che rischiavano di soffocare le barbatelle nuove, ricco di erbe, rami ribelli e con le barbatelle nuove tra le piante adulte.
Le mie 200 piante hanno sofferto: le alte erbacce prima, la siccità poi, anche se la loro presenza nel vigneto con viti più alte hanno fatto in modo che godessero sempre di ombra costante. Alla fine qualcuna non è mai attaccata, qualcuna è morta, ma la maggior parte ha resistito. E quelle del vicino? Il reimpianto è stato fatto su scala industriale, le piantine sono state concimate, il terreno mosso, ma alla fine hanno rischiato: le lepri in primavera hanno mangiato i germogli e l’unica cosa verde che cresceva erano le foglioline di vite morbide e gustose, ma non c’era altro. Nel mio vigneto c’erano erbacce dappertutto, probabilmente c’erano foglie verdi più gustose dei germogli di vite che sono state risparmiate dalle lepri: avevano più scelta se venivano nel mio campo!

Poi è arrivata la siccità: come potete immaginare il nuovo impianto ha sofferto, il tasso di mortalità è stato molto più alto che nel mio vigneto rasta. Poi a luglio purtroppo un’altra disgrazia sul vigneto del vicino: una larva ha rimangiato ancora foglie alle piante di vite. Il motivo? Ancora dovuto all’assenza di altro da mangiare se non le foglie della vite. Posso dire di aver avuto la fortuna del principiante!

Senza saperlo, la mia modalità di gestione ha salvaguardato le piantine, ma quello che è successo mi ha permesso ancor di più di capire che ogni modalità ed ogni scelta comporta delle conseguenze: a volte scelte drastiche e troppo invasive portano il germe a morire proprio perché tali scelte non sono state fatte nel rispetto di un equilibrio generale naturale e sostenibile. Immaginiamo la reazione ai fatti sopra descritti in un impianto intensivo: avrebbero messo trappole per le lepri, veleni per le larve, ma con che conseguenza?

Il mio è un semplice esempio che testimonia come l’utilizzo di una risorsa e la sua coltivazione a tal fine non può prescindere dal considerare la necessità di sostenibilità di questo sfruttamento. Qualsiasi intervento e qualsiasi forzatura esterna dell’uomo, che altera tale equilibrio, comporta una reazione che potrebbe essere imprevedibile e per assurdo, vanificarne l’intervento stesso: le operazioni di salvaguardia del nuovo impianto troppo invasive hanno creato reazioni che hanno messo a rischio l’impianto. Immaginatevi le derive su scala industriale.

Il successo

Sun Tzu, nel suo trattato sull’arte della guerra (quarto secolo avanti Cristo), prescrive una piena consapevolezza prima di muovere battaglia.

“Misurare gli spazi”, ovvero conoscere il terreno, è la prima regola del maestro cinese; se volessi applicarlo alla mia piccola esperienza (piccolissima) nel vigneto, vorrei dire considerare il terreno come una cosa viva, considerarne il respiro, la vita è l’equilibrio, valutarne gli aspetti, le anomalie, le stranezze, le reazioni.

“quantificare le forze” la seconda. Misurare tutto secondo le proprie possibilità e tenere presente che quello che vorrebbe fare DEVE rapportarsi sempre a quello che si riesce a fare

Ai dati ottenuti andrà poi applicato il “calcolo numerico”, e qui non ho problemi,  la “comparazione”, che è una costante ricerca da parte mia e, infine, la valutazione delle “possibilità di successo”.

Non ho mai applicato l’ultima regola: o meglio, misuro il successo con un mio metro personale, che penso incomprensibile ai più, non ho mai pensato al successo, in questa accezione, ho sempre pensato altresì che in qualunque modo fosse finita o finirà l’avventura in questa impresa sarà comunque un successo.

Il volo della poiana

Ogni volta che vado al vigneto mi accoglie una coppia di poiaPOIANAna, a volte sono appoggiate su un albero, a volte volano con ampie volte nell’azzurro del cielo, ogni volta però mi fano sentire il loro inconfondibile verso.

Il nome latino della poiana è  “buteo buteo”, dal greco buzo, uccello che grida intensamente; il suo verso è intenso e greve, quasi un lamento ed è inconfondibile e affascinante.

Ecco il volo della poiana (da youtube)