Siamo buro-bio

Siamo buro-bio.

bio

Buro perché ho ricevuto due notifiche, una chiara dall’ente certificatore: “l’operatore società agricola le driadi ss e’ conforme ai requisiti”. Ho ricevuto poi una comunicazione che potrò leggere solo quanto avrò capito come scaricare il software che il governo mi mette a disposizione per leggere le mail, una mail criptata con un link ai programmi per leggerli, considerata che la notifica è mandata da una mail certificata ad una mail certificata, mi chiedo il senso di chiedere al ricevente di scaricare un file per leggere gli allegati che sono in formato “PKCS#7”

Ecco il testo della mail
OGGETTO:
NOTIFICA DI INIZIO ATTIVITÀ CON METODO BIOLOGICO SOCIETA’ AGRICOLA LE DRIADI SOCIETA’ SEMPLICE DOMANDA N 201600069509
TESTO:
REGIONE LOMBARDIA – GIUNTA
UFFICIO TERRITORIALE REGIONALE BERGAMO
Nostri riferimenti interni:
Protocollo numero XXXXXX del 20/05/2016 16:31
Firmato digitalmente da XXXXXX
Elenco allegati:
XXXX1205.pdf.p7m
I documenti allegati alla presente e-mail con estensione .p7m (formato PKCS#7) sono firmati digitalmente in conformità al DPCM 13/01/2004 e Delib. CNIPA 4/2005. Per visualizzare, stampare, esportarne il contenuto e per verificarne la firma
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Ci siamo

La vigna è esplosa, così come l’erba nel sotto filare, la vitalba, i rovi ai bordi e le robinie. Si spollona, si spargono rame e zinco, nei limiti del disciplinare bio, si fa la scacchiatura. Una famiglia di fagiani ci fa compagnia, le lucertole imperversano, qualche lepre fa capolino, mentre le poiane sorvegliano dall’alto.

Esiste una ricetta?

Le diete sono la nova religione. Non è un caso che il declino delle religioni abbia conciso con il crescere della popolarità delle diete. Oggi avere cura del proprio peso coincide con il definire ed inseguire un percorso sano e virtuoso di cura del proprio corpo e che, molto spesso, sfocia in una dieta.

Sempre più frequentemente sentiamo parlare di vegani, fruttasti, vegetariani, salutisti… Persino il nostro ex presidente del consiglio, sempre all’avanguardia con le novità, è riuscito a far parlare di sé ultimamente solo per scelte clamorosamente improbabili (come Bertolaso sindaco di Roma) tra cui appunto il suo nuovo status di vegano (chissà jeeg Robot se venisse a sapere che Berlusca è vegano, lui che non ha fatto altro che combatterli).

L’inseguire però uno schema collaudato, guidato e regolamentato è una mera illusione. Le ricette dicono sì come procedere, determinano quantità modalità di esecuzione, tempi di cottura, ma tralasciano un fondamentale concetto: la qualità degli ingredienti. Spesso infatti ci si dimentica che le formule risolutive dipendono non solo dalle modalità organizzative e dal mix di ingredienti, ma essenzialmente dalla qualità degli ingredienti stessi, che alla fine sono la componente fondamentale.

Cosa sarebbe una crostata con una marmellata amara, un minestrone fatto con verdure poco appetitose, una dieta vegana senza ingredienti sani.

L’ossessione nei confronti delle formule danno l’illusione di facilitare la vita, offrendo “pacchetti preconfezionati” o meglio kit di soluzioni comode e facilmente disponibili e tralasciano di occuparsi della cosa che è più importante: la qualità dei componenti o meglio degli ingredienti.

Questo concetto non è solo applicabile alle diete. Cosa succede oggi, e troppo spesso, nelle aziende alla ricerca di razionalizzazione, efficienza, produttività? Si applica un modello: l’organizzazione per processi, le metodologie Lean oppure il metodo “registrato” della società di consulenza più o meno prestigiosa. Come se un’organizzazione prescindesse dalla qualità degli “ingredienti”, che nel caso di aziende sono “persone” che la compongono.
Diffidiamo pertanto dei marchi, delle diete, delle soluzioni preconfezionate: in agricoltura, nelle organizzazioni e nella vita in generale valutiamo veramente la qualità degli ingredienti che ci circondano. Solo così potremo salvaguardare la nostra salute e la salute delle persone cui vogliamo bene. Impariamo piuttosto a ‘pesare’ la qualità degli ingredienti, considerarne la consistenza, il carattere, la persistenza e i suoi effetti. Questo vale se si parla di ricette, di soluzioni, di organizzazioni. Ogni soluzione, ogni ricetta, è risultato di un equilibrio tra il risultato che vogliamo ottenere (strategia, target), gli strumenti che abbiamo (ingredienti, persone, mezzi) e l’organizzazione che definiamo (ricetta, modalità organizzative). Ogni elemento non può prescindere dagli altri.

Non posso ambire ad ottenere la una torta più buona (strategia) se non ho un forno e ingredienti di qualità (mezzi, strumenti, risorse) e non ho idea di come amalgamarli (organizzazione, ricetta); non posso ottenere un grande Merlot (strategia) se non ho un ottima uva e non so come fare vino, così come non posso essere innovativo (strategia) senza incentivare la ricerca, mettendo a disposizione le strutture adeguate.

La biodiversità come esperienza a km zero

Oggi proviamo a parlare di biodiversità.
Biodiversità è la presenza naturale di una varietà incredibile di specie animali e vegetali sulla terra.
La terra è un equilibrio fantastico tra queste specie, che sono frutto di millenni di evoluzione, di adattamenti, di selezioni naturali che hanno fatto di ogni specie vegetale un microcosmo che accumula in sé tutta la storia dell’evoluzione.
La biodiversità è un tema dell’Expo; la biodiversità è stato un tema di un G8. A Siracusa i politici delle 8 nazioni più industrializzate nel 2008 hanno scritto la carta di Siracusa, una carta d’intenti per la salvaguardia della biodiversità . Si sa, i politici predicano bene, ma poi per quanto riguarda i fatti…di fatto il 2010 è stato l’anno della biodiversità, ma nessuno se ne è accorto. La carta di Siracusa però è importante, sancisce per la prima volta che la tutela della biodiversità è una questione economica.
La carta afferma che i politici sono “preoccupati che la perdita della biodiversità e la conseguente riduzione e danno dei servizi ecosistemici possa coinvolgere l’approvvigionamento alimentare e la disponibilità di risorse idriche, nonché di ridurre la capacità della biodiversità per la mitigazione e per l’adattamento al cambiamento climatico, così come mettere a repentaglio i processi economici globali;
Ma malgrado la preoccupazione non ricordo personalmente atti concreti.

Abbiamo parlato globalmente di biodiversità, ma personalmente? Beh, l’impatto della riduzione di biodiversità lo viviamo tutti i giorni. Facciamo un esempio: quando compriamo le mele, quante tipologia di mele compriamo? Golden? fuji? Stark? Renetta? E poi?
Ci sono circa 3000 varietà di mele, ma il 70% della produzione è per 6 tipi di mele. La val Seriana era un terreno vocato per le mele. Il Pom Diaol, il Pom féra, e altre varietà erano rigogliose nella piana di Albino e approdavano a Milano quasi ogni giorno prima dell’avvento della cultura del gelso da baco da seta e dell’industrializzazione della valle. C’era la mela morbida, quella che diventava buona solo dopo qualche mese, importante scorta alimentare (senza conservanti) per l’inverno. Queste mele stanno sopravvivendo, grazie a pochi volenterosi che stanno conservando e riproducendo le antiche varietà. Il recupero delle mele però non basta, e vogliamo anche noi dare un contributo alla tutela della biodiversità.

Una piccolissima azienda agricola in bergamasca ha deciso di cercare e recuperare vecchi vitigni bergamaschi. La viticoltura bergamasca ha vissuto negli anni ’50 e ’60 l’invasione dei vitigni francesi, merlot e cabernet in primis. I vitigni francesi, abituati a climi peggiori del nostro erano più resistenti e produttivi, per cui vennero eliminati i vitigni elaborati da centinaia di anni per adattarli al nostro territorio per sostituirli con merlot e cabernet ( la Doc Valcalepio è il classico taglio bordolese merot+cabernet).

Risultato? Un vino dignitoso, con delle eccellenze, ma comune, diffuso,senza le vere caratteristiche del terroir bergamasco. Per questo l’azienda -agricola Le Driadi si è impegnata in questa opera di ricerca agroarcheologica: crede che qualche varietà antica sia sopravvissuta, vorrebbe trovarla, riprodurla, verificarne le caratteristiche e conservarla. Abbiamo deciso di sostenerla e di chiedere aiuto ai nostri lettori: se avete memoria di vecchie piante, vecchi vigneti, orti piante contorte, ma ancora vive segnalatele, parlate con gli anziani, chiedete che vino o che uva era, magari la varietà aveva un nome dialettale, aveva delle caratteristiche e segnalatecela: sarete complici in un tentativo di recupero e conservazione e paladini protagonisti della conservazione di un piccolo frammento di biodiversità, piccolo, ma significativo.

50 sfumature di rosso

Claude Monet ha fatto dei quadri bellissimi. “Bassin aux nympheas et sentier au bord de l’eau” (in foto qui sopra), è del 1900; dategli un occhiata: bellissimi anche i suoi numerosi quadri con i campi di papaveri, altre bellissime raffigurazioni. Ho amato anche quelli di Vincent Van Gogh. Cercate i suoi campi fioriti dipinti, con il loro disordine, lo specchio di un’animo inquieto. Il “giardino fiorito con sentiero”, capolavoro di Van Gogh è dir poco straordinario.Per me quei quadri sono dei capolavori, e lo sono anche per tanti critici d’arte, appassionati o neofiti.

Per assurdo riusciamo a leggere la bellezza della natura in quei quadri meglio che osservandoli dal vivo; come se l’artista con il suo dipinto fosse capace di darci un pizzicotto, una sveglia: “ehi guarda cosa ti perdi, guarda cosa vedo io, vai esci, guarda”. E’ vero però che sono artisti che hanno vissuto più di un secolo fa e forse oggi l’immensità di colori, la varietà delle specie e la bellezza dei prati non è così diffusa, e anche la nostra sensibilità e voglia di cercare quello che rimane non ci fa ricercare quadri “viventi” altrettanto belli.

E come perdiamo il gusto per la bellezza del paesaggio e rischiamo di riconoscerla solo grazie alla sensibilità degli artisti, così rischiamo di perdere la capacità di riconoscere ciò che è buono, naturale, e sano in quello che mangiamo, in quello che viene coltivato e portiamo sulle nostre tavole.
E’ la stessa cosa che succede con il vino.

Non voglio ora fare un trattato sul vino, ma voglio fare un esempio molto banale sulla catena di eventi che porta, una volta iniziata ad usare la chimica in un vigneto, a diventare “dipendenti” della chimica stessa. Banalizzo enormemente.

Il vino viene dall’uva, l’uva è un frutto, un frutto ha bisogno di concime, il concime più economico e disponibile sono concimi con azoto (mi perdoni l’agronomo per la definizione da uomo da strada), che fondamentalmente sono sali (difficile concimare un vigneto con stallatico), i sali accumulano acqua, i peggiori nemici della vite sono i funghi (peronospera, ioidio), per cui a occorrono i funghicidi, alcuni funghicidi “sigillano” l’acino, lo difendono quasi impermeabilizzandolo da tutti i funghi; il vino nasce dalla fermentazione dello zucchero contenuto nel succo d’uva fatta da parte degli lieviti, ma se ho usato funghicidi gli lieviti sono morti, per cui nel vino per avviare la fermentazione dovrò usare lieviti appositi.
Risultato? Questa la lista dei prodotti e processi ammessi per una vinificazione convenzionale: Acido citrico / Acido L(+)tartarico / Acido L-ascorbico / Acido L-malico D,L malico / Acido lattico / Acido metatartarico / Acidificazione tramite elettrodialisi a membrana bipolare * / Albumina d’uovo / Anidride solforosa (SO2) / Autoarricchimento tramite evaporazione * / Autoarricchimento per osmosi inversa * / Batteri lattici / Bentonite / Bicarbonato di potassio /Bisolfito di potassio / Bisolfito di ammonio / Carbonato di calcio / Carboximetilcellulosa (CMC) / Gomma di cellulosa (CMC) / Caseinato di potassio / Caseina / Carbone enologico / Chitina-Glucano / Chitosani / Citrato di rame / Colla di pesce / Cloridrato di tiamina / Biossido di silicio (Gel di Silice) / Scorze di lieviti / Elettrodialisi * / Enzimi beta glucanasi / Fermentazione alcolica spontanea * / Pastorizzazione rapida * / Gelatine / Gomma arabica / Fosfato diammonico / Cremor di tartaro / Lieviti secchi attivi (LSA) / Lisozima / Mannoproteine dei lieviti / Proteine di origine vegetale ottenute dal frumento o dai piselli / Metabisolfito di potassio / Microfiltrazione tangenziale * / Chips di legno di quercia / Mosto concentrato / Mosto concentrato rettificato / Polivinilpolipirrolidone (PVPP) / Enzimi per l’attivazione della pectinasi / Resine scambiatrici di cationi * / Solfato di rame / Solfato di ammonio / Tannini enologici / Tartrato neutro di potassio
Quando questo è quanto è ammesso in un vino che può essere definito “naturale”: Anidride solforosa (SO2) / Fermentazione alcolica spontanea *
E i vini bio? Acido citrico / Acido L(+)tartarico / Acido L-ascorbico / Acido lattico / Acido metatartarico / Albumina d’uovo / Autoarricchimento tramite evaporazione * / Autoarricchimento per osmosi inversa * / Batteri lattici / Bentonite / Bisolfito di potassio / Metabisolfito di potassio / Bicarbonato di potassio / Carbonato di calcio / Caseinato di potassio / Caseina / Carbone enologico / Citrato di rame / Colla di pesce / Cloridrato di tiamina / Biossido di silicio (Gel di Silice) / Scorze di lieviti / Fermentazione alcolica spontanea * / Gelatine / Gomma arabica / Fosfato diammonico / Cremor di tartaro / Lieviti secchi attivi (LSA) / Proteine di origine vegetale ottenute dal frumento o dai piselli / Microfiltrazione tangenziale * / Chips di legno di quercia / Mosto concentrato / Mosto concentrato rettificato / Enzimi per l’attivazione della pectinasi / Solfato di rame / Tannini enologici / Tartrato neutro di potassio / Anidride solforosa (SO2)
Mentre per i vini biodinamici (secondo un organismo che certifica in tal senso): Albumina d’uovo / Anidride solforosa (SO2) / Fermentazione alcolica spontanea * / Bentonite / Carbone enologico / Microfiltrazione tangenziale*
Non voglio spaventare nessuno, voglio trasmettere consapevolezza.
Allo stesso modo in cui un campi di grano oggi non sarebbe mai dipinto da Van Gogh voglio ricordare che un vino oggi può essere frutto di manipolazioni autorizzate che ne allontanano il processo produttivo da quanto è il processo naturale di fermentazione. Perché questo? Per assicurare il produttore di una certezza produttiva, un costo inferiore, o anche, se volete una costanza gustativa.

Non giudico, ripeto, trasmetto consapevolezza.

Faccio un ultimo esempio: se ho trattato, messo fungicidi per essere sicuro di massimizzare la produzione dovrò comprare gli lieviti. Se devo aggiungere un lievito per fare il vino esistono i cataloghi e dei fornitori, citando a caso: “Lievito selezionato per la produzione di vini bianchi con spiccate note di aromi fermentativi. Si distingue per la grande produzione di feniletanolo e di esteri fermentativi (acetato di isoamile, acetati di 2-metil propile, di 3-metilbutile e di 2-metilbutile) con le tipiche note di banana, ananas e frutta dolce.”
Va da sé che in un vino fatto con questi lieviti non troverò mai la peculiarità del terreno e del vigneto che lo ha prodotto, e il sentore di banana, ananas e frutta dolce (immagino il sommelier che ne esalta i contenuti) non è certo dato dal quell’uva o da quel vigneto.
Per oggi mi fermo qui con questa affermazione: raccolte le uve in un grande contenitore e schiacciate sotto il proprio peso, le uve inizieranno a fermentare; estraiamone il succo alcolico e avremo un vino crudo.

È qualcosa che gli uomini hanno fatto molto prima di saper leggere o scrivere.
Fino a che punto dobbiamo cercare di controllare questo processo? E in quali condizioni si produce il vino migliore? Ad una estremità c’è il tipo di vino convenzionale quindi produzione di massa/manipolazioni chimiche e fisiche per un risultato sicuro, prevedibile e ripetibile. Dall’altra estremità della scala c’è il vino naturale.
E in mezzo? Tutte le sfumature di rosso (o di bianco).

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Vincent Van Gogh, Giardino fiorito con sentiero.

Il motto aziendale

Cosa aggiungere a queste parole?

“Il concetto di conoscenza ha assunto ai nostri tempi una forma tale
da indurci a credere che l’essenza dei processi naturali
si possa esprimere soltanto col coniare concettualmente delle leggi.
E se invece l’attività creatrice della natura avesse alla sua base degli impulsi d’arte?
In tal caso, chi partisse dal concetto che si possa esprimere la loro essenza
soltanto per mezzo del ragionamento,
non si accosterebbe nemmeno da lontano a ciò che è l’essenza intera della natura”

Rudolf Steiner

Ho la luna storta

“ho la luna storta”
“sono a terra”
“era radioso”
“è una persona lunatica”
“è solare”
“ha i piedi per terra”
“camminava a due metri da terra”
“era alle stelle”

da sempre i nostri stati d’animo sono stati metaforicamente rappresentati attraverso gli elementi “astronomici” o “stati fisici”. La luna è notte, ombra, tristezza, occulto. Il sole è energia, vita, forza. L’aria è leggerezza, vacuità tanto quanto il fuoco è distruzione, ma anche ricostruzione.
Il mio contatto progressivo con la natura e quindi con me stesso mi ha sempre più avvicinato al recupero di questi aspetti ancestrali.
La terra, la luna e se vogliamo anche i pianeti del sistema solare possono (e hanno) dare un contributo o influenzare le nostre vite? Può un pianeta o un satellite portare dei cambiamenti nella nostra vita?
Una volta dovevo acquistare una trave di larice per sostenere un solaio: in quella occasione scoprii dal venditore che avrebbe dovuto cercare una trave tagliata con “la luna giusta”: le crepe che si formano nelle travi che sostengono i nostri soffitti infatti, si formano con più o meno forza a seconda che l’albero sia stato tagliato durante le fasi di luna crescente o di luna calante (e maledetta la mia memoria, non ricordo se vada tagliato a luna calante o a luna crescente).

Per la verità il venditore mi assicurava che la trave tagliata nel periodo giusto non si sarebbe crepata.

Ma la saggezza popolare non si fermava qui: le foglie vanno piantate con la luna crescente (le foglie “crescono” verso l’alto), le radici (carote, patate, ….) con la luna calante (le radici crescono verso il basso).
Antiche opinioni, credulità o concetti veri scientificamente provati?
La tradizione popolare ha sempre, a mio avviso, una base realistica: la tradizione popolare si basa sull’osservazione e come dicevo in qualche articolo di qualche tempo fa, è basata sul tramandarsi millenario dell’osservazione della natura e quindi basato su basi statistiche di assoluto rispetto, benché difficili da dimostrare in quanto tramandati dalla sapienza non scritta dei nostri vecchi. Ma perché non credere se non con una forte evidenza provata scientificamente?
Le maree esistono: sono l’effetto della forza di gravità della luna che periodicamente “attrae più o meno” le masse d’acqua degli oceani e dei mari: è una forza spaventosa se pensiamo a quanta forza deve avere un fenomeno che riesce a sollevare il livello del mare per decine di metri in quota e per milioni di chilometri quadrati in superficie. Nessuno di noi mette in discussione questo fenomeno e il contributo della forza della luna e allora perché pensare che la luna possa dare SOLO questo contributo.

La vitalità nella vegetazione, negli alberi, è data dalla linfa, un liquido che grazie a forze osmotiche riesce ad alimentare e a mantenere la vita negli alberi. Se potate rami di vite nel periodo sbagliato avrete la triste fortuna di vedere la linfa della vite; piccole goccioline, piccole lacrime che usciranno dal taglio del ramo di vite: è la linfa. Se la vita di un albero è linfa perché non pensare che la luna possa influenzare la vita di un vegetale? D’altra parte la luna è capace di “sollevare le acque” e la potenza e la forza di una marea è sotto gli occhi di tutti.

Le vite è una pianta terrestre: ogni sua foglia va verso il basso, ogni suo ramo cerca la terra, sicuramente la vite crescerà di più durante la luna calante che spingerà la sua linfa verso la terra, verso la vita, verso la rinascita, il contrario del cipresso i cui rami sono tutti orientati vero il cielo, ascendono, anelano all’infinito, sono come fiamme naturalmente protese verso il cielo. Non per nulla la vite è da millenni usata per rappresentare la vita e il cipresso è associato alla morte, all’ascesa. La luna non può non avere influenze diverse su queste piante governandone le fasi di crescita influenzando con la sua enorme forza la presenza di linfa?

In verità una base scientifica su queste teorie c’è ed è basata su tante sperimentazioni: è vero, pensare di incrementare la produttività di una vigna sfruttando la luna non dà business, per cui queste teorie non hanno la spinta “marketing” che si meriterebbero, ma esistono prove scientifiche che peraltro hanno dato origine a calendari, che danno indicazioni su come e quando operare nell’orto o in genere in agricoltura per massimizzare produzioni e risultato.
Quest’anno ho deciso di verificare sulla mia pelle questi calendari e, anche seguendo il consiglio di un amico, farà le mie prove su tanti bei ravanelli: se la teoria è confermata a seconda del periodo di semina avrò forme diverse del ravanello, e diverse forme del ravanello stesso a seconda che la semina sia stata più o meno influenzata da luna, Giove, Saturno, congiunzioni od opposizioni tra pianeti. Vi farò sapere, ma sono fiducioso che farò importanti osservazioni.

Perché scrivere di tutto questo? La nostra vita è influenzata da un infinito numero di parametri; sono situazioni locali, ambientali e cosmiche la cui combinazione genera un risultato: una crescita, uno sviluppo, una regressione, un umore, uno stato d’animo. La nostra vita, quello che facciamo, quello che coltiviamo, quello che creiamo è l’effetto condizionato di situazioni note, e soprattutto, non note, che non conosciamo e che possiamo solo intuire e subire. La scienza ha fatto passi da gigante per interpretare e gestire la natura, ma sa interpretare solo una piccola parte dei fenomeni dell’universo, una minima parte. Di una piccola parte ha una giustificazione logica per la quale riesce, la scienza, a riportare e ricostruire il fenomeno con le categorie di causa/effetto, di una parte ha solo l’interpretazione degli effetti, ma non ha ancora trovato le cause, ma la maggior parte dei fenomeni legati al mistero della vita rimangono ancora senza una spiegazione razionale riconducibile alle categorie umane di rappresentazione.
Non dobbiamo pensare che abbiamo capito tutto, ma abbiamo ancora tutto da imparare. il non trovare la spiegazione razionale o scientifica di un fenomeno non vuole dire che non esiste, la scala temporale per la verifica scientifica, applicando il metodo sperimentale, non è compatibile con i cicli naturali se pensiamo a fenomeni di transizione naturale, cambi climatici, evoluzione…ma tutto questo non presuppone che fenomeni legati da meccanismi di causa ed effetto non ci siano.

La luna ha una grande forza, lo abbiamo visto. Sa sollevare distese inimmaginabili di oceano per metri e metri; il corpo umano è fatto al 75% di acqua, come pensare che la luna non abbia un effetto sul nostro corpo?

“Oggi ho la luna storta….”

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L’albero celtico della vita: simbolo dell’eterno legame tra cielo e terra, luna e sole.

Agricoltore ingegnere

manuale ingegnereMi chiedono in tanti perché a cinquant’anni abbia voluto occuparmi di agricoltura, o meglio, mi chiede chi mi conosce perché abbia voluto sperimentarmi nella coltivazione di un vigneto, dopo una carriera spesa a ingegnare prodotti, progettandoli e mettendoli in produzione.
Non so dare una risposta da ingegnere: probabilmente nessun ingegnere, applicando le nozioni di business che ha recepito, si sarebbe mai avventurato in un’impresa simile. Mi verrebbe da aggiungere: figuriamoci fossi stato un bocconiano (la minuscola è d’obbligo, per la mia esperienza con gli effetti procurati dai bocconani nelle imprese in cui ho lavorato).

E’ riflettendo sulla mia formazione e sulla mia nuova esperienza che mi è venuto spontaneo paragonare le due esperienze e tracciare un piccolo schema.

Ingegnere: definisci le forme
Agricoltore: subisce le forme

Ingegnere: stabilisce le interazioni tra i vari elementi che crea
Agricoltore: subisce le interazioni tra gli elementi della natura

Ingegnere: ha a disposizione la possibilità di sperimentare, con un metodo scientifico e ripetitivo, definendo parametri di prova, controllandoli e variandoli a piacimento
Agricoltore: può sperimentare, stagione per stagione (e al massimo avrà a disposizione qualche decina di cicli stagionali) e ogni stagione sarà condizionata da condizioni esterne che non controlla (meteorologia prima di tutto).

Ingegnere: concepisce il suo prodotto, definendone tutti i dettagli (materiali, forme, funzionamento, limiti, tolleranze)
Agricoltore: subisce il suo prodotto, ne accompagna la crescita, ne facilita la formazione, ma non è assolutamente in grado di pilotarne il risultato finale che cambia di anno in anno, di stagione in stagione, da posto a posto, da mese a mese, e soprattutto il risultato finale è una sorpresa, nei suoi limiti, nelle sue tolleranze, non gestite dall’agricoltore.

Un prototipo si corregge, si aggiusta, si prova, un grappolo d’uva no, non si aggiusta, si prende così come è e si pensa alla stagione successiva, che è tra un anno, e sarà un’altra cosa.

L’agricoltura è affascinante: è come cercare di governare un fiume in piena  illudendosi di potercela fare, quando l’ingegneria è come scalare una montagna, piano piano sai che prima o poi la strada la trovi. Un fiume in piena va dove vuole, una montagna è lì, prima o poi trovo il modo di arrivare in cima. Mondi affascinanti, diversi, affascinanti.

Un ultimo accenno: ho parlato prima dei bocconiani (che peraltro il mio correttore automatico continua a trasformare in bocconcini): il metro di giudizio per giudicare un impresa per un bocconiano è la durata di ritorno del capitale: in quanto tempo cioè riguadagno quello che ho investito. Un anno, massimo due anni, tre per investimenti importanti, quattro o cinque se sei una multinazionale. Se avessimo usato questo criterio nel passato, quanto esisterebbe del ben di dio che abbiamo oggi?

Alla fine di tutte le riflessioni la vera risposta alla domanda iniziale è molto semplice.

La domanda era: “perché a cinquant’anni hai voluto occupati di un vigneto?”

La risposta è: “perché no”

Tra una “o” e una “u”

Tra una o e una u la differenza è poca e l’assonanza più immediata che viene parlando di colture, è con la parola cultura. In effetti in queste pagine ho parlato spesso di entrambe le cose, ricordo l’articolo sul patrimonio culturale che abbiamo perso (la cultura della coltura mi viene da dire), sulle conoscenze che occorrono per coltivare. L’assonanza mi ha incuriosito e ho voluto per una volta uscire dal seminato (ma non troppo) della rubrica ambiente per capire se l’etimologia delle parole potessero aiutarmi ad avvicinarmi alla radice delle cose.

Cultura deriva dal latino còlere, coltivare, e in senso figurato avere cura, trattare con attenzione, riguardare, nel senso di avere riguardo, e anche onorare, avere cura del luogo che coltiviamo, che poi vuole dire avere cura del luogo che abitiamo.  Ma significa anche venerare  che poi vuol dire avere cura degli dei, da cui poi deriva la parola culto, participio del verbo coltivare. E in agricoltura chi coltiva ha cura, tratta con attenzione e riguardo…

Cultura in latino è un participio futuro: sono participi futuri nascituro, participio futuro di nascere, che è ciò che sta nascendo.  Cultura è ciò che è prossimo alla cura, alla coltivazione, come culto, participio passato, che è ciò che è preparato, coltivato, pronto per dare frutti.

Coltivare e la cultura sono la stessa cosa!

Avere cura, avere riguardo, avere rispetto porta i frutti, porta ad avere cultura e ad avere il raccolto, ad essere colti. La cultura negli antichi era la sapienza della conoscenza che, in tempi in cui la tecnologia aveva come materia prima la natura, aveva come campo di applicazione la natura appunto: la natura che era ciclo delle stagioni, il ciclo vitale delle piante, la sua conoscenza che portava al raccolto: la cultura.

E’ colto chi ha cura, chi studia, chi ha rispetto, è cultura ciò che è capace di dare frutti..

L’agricoltore fa quindi cultura, come lo fa chi si prende cura di qualcosa: prendendo cura si approfondisce la conoscenza, cogliendone gli aspetti e raccogliendone i frutti, siano essi (ormai ho fuso l’articolo e non so più se parlo di u o di o) culturali o colturali. Ed è per questo che il legame con la terra che tanto rinforzo nei miei articoli deve essere “coltivato” e fortemente rinforzato.

Ho letto una frase di quelle che Facebook ti sputa addosso ogni tanto: la terra è bella, abbiamone cura. E come se non coltivando?

Siamo sempre qui: cura, cultura, coltura.

Gli avvenimenti di questi ultimi giorni e le discussioni sulle barbarie degli assassini in nome della religione solo l’effetto della mancanza di cultura, della mancanza della “coltivazione” del “culto” del rispetto e della libertà.

Invito tutti a riflettere su un ulteriore approfondimento: còlere ha la radice di kwel, ruotare, girare; girare è il gesto delle prime comunità umane organizzate, che iniziavano a stabilirsi in un territorio incominciando a coltivare il territorio: girare è ruotare la terra, dissodare (sempre il legame con la terra…); ruotare la terra è ancora avere cura, coltivare, per un frutto futuro, cultura. Con l’agricoltura è iniziata la civiltà, la concezione della circolarità del tempo, l’agricoltura richiede un rapporto forte con il tempo e la concretezza, con il destino e il fato, l’abbandono dell’agricoltura riporta verso il tribalismo, la barbarie e una frammentarietà che è perdita del senso di comunità e di civiltà.

Agricoltura è cultura, coltivare la terra è cultura e il vero culto dovrebbe essere del nostro territorio da cui in fondo traiamo anche il nostro sostentamento.

Oggi la cultura dove sta?

Nella scuola se insegna la passione per la cura e l’approfondimento, e non nel nozionismo e nelle astrazioni; nella tradizione se sono rispetto e approfondimento e non nel finanziamento di sagre e feste come l’orientamento degli assessorati della cultura di questo mondo.

La cultura è nei gesti di ognuno di noi, quando, con costanza e determinazione prendiamo cura di qualcosa e aspettiamo che arriveranno i frutti.