Il valore del tempo

Nell’atmosfera surreale della primavera 2020, dominata dal terrore della pandemia, è facile trovare tempo per riflettere e ci si accorge che questa forzato ritmo rallentato, ci ha regalato uno dei beni più preziosi: il tempo. Abbiamo tempo…

Ma il tempo del virus, il tempo di lockdown, il tempo di incubazione, il tempo di quarantena, il tempo necessario alla immunità di gregge, non è una novità per tutti. Ho capito che per chi lavora la campagna non è una novità così sorprendente avere tempo, dare tempo, aspettare che la cosa passi, si sistemi…

Si, perché forse chi è a contatto con la natura tutti giorni sa che esiste il fato, il contrattempo e il progredire naturale delle cosa. Può essere la grandine che arriva e distrugge, o una malattia che ti ruba il raccolto è ti chide lavoro e pazienza per tornare a gioire, può essere la pioggia che ti rovina i programmi oppure semplicemente u a cosa che accade, Può essere anche che fai una scelta e sbagli e non puoi tornare indietro. Lavorando capisci che il pentimento porta pace in sé stessi, ma per mettere a posto le cose non basta e devi lavorare, lavorare, lavorare.

La natura tende a infonderti la consapevolezza di quanto è fallace il nostro essere vivi, in nostro essere convinti di potere dominare il mondo, il nostro considerarci sopra la natura stessa.

Questa pandemia sta diffondendo la stessa consapevolezza.

Ma c’è un’altra lezione che viene dalla terra, un’altra consapevolezza. La malattia passa se si riesce a ricostruisce un equilibrio tra tutte le componenti della nostra vita. Un effetto patogeno non sparisce se non è accompagnato da un fattore che lo contrasta e lo equilibra, quello stesso equilibrio che abbiamo perso, rompendo o affievolendo quel debole legame che c’è tra noi e la natura che ci circonda.

Distilliamoci

Quest’anno abbiamo deciso di aggiungere alla nostra offerta una grappa. Era tempo che ci pensavamo, poi l’annata amara ci ha portato a consolarci inseguendo un altra avventura. Abbiamo così incominciato la ricerca di qualcuno che potesse estrarre l’essenza del nostro merlot. Poco convinti abbiamo cominciato ad esplorare le strade più comode, distillatori noti, i distillatori dei nostri colleghi finché ci siamo imbattuti in una bottiglia di acquavite straordinaria. Frutto di una doppia distillazione e diluita con acqua di ghiacciaio ci ha subito entusiasmato per gradevolezza e freschezza pur pungente come una lama. Era distillata in Alto Adige, ai piedi delle nostre amate Dolomiti (beh non tanto ai piedi, visto che la distilleria è sopra i 1000 metri).

Abbiamo così contattato il distillatore con cui abbiamo trovato subito accordo sugli intenti nel ricercare una grappa secca, la sintesi estrema della vigna. E’ stato interessante il confronto con il distillatore il quale naturalmente ha voluto farsi convincere partendo dalla qualità del nostro vino; in effetti l’insospettiva in nostro essere “naturali”, voleva essere certo che la naturalità non ponesse in secondo piano la qualità del vino. Alla fine lo abbiamo convinto e ci siamo convinti e Florian (il maestro distillatore) ha accettato le nostre vinacce e operato il miracolo di estrarre l’essenza delle Driadi nel nostro Merlot.

La nostra grappa si chiamerà Folèt…perché in fondo è una piccola follia.

Ho le dita nere

Ho le dita nere. Direi di più: abbiamo le dita nere…

E’ lo zucchero che penetra, il colore dell’uva, il colore del sole trasformato da foglie e radici, e adesso mi ritrovo le mani nere. Sembrerà strano ma di tutto quello che abbiamo fatto per la vendemmia e per la vinificazione la cosa che mi ha colpito di più è proprio questa: le dita nere…

ma non solo, le dita profumate di mosto, un profumo di dolcezza che è penetrato nella pelle, nel corpo, come il nero delle dita.

E dire che l’avevo notato, tempo fa, quando in cantina ci andavo a degustare o a cercare di capire: avevo notato quelle dita nere in qualche viticoltore, forse quelli più appassionati, oggi capisco, quelli che nel mosto ci mettevano le mani, quelli che le bucce le tolgono dai serbatoi, quelli che il vino se lo sentono dentro.

Ogni tanto mi guardo le mani, le annuso, e penso al mio vino, che mai avrei pensato di riuscire a fare, mentre ora è li, che mi aspetta e mi dico, orgoglioso, ho le dita nere.

Biodinamici?

La biodinamica ha avuto un grandi meriti nella viticoltura dei nostri giorni:

Ha spostato l’attenzione alla vigna, al terreno, alla coltivazione, al contadino, quando dai rampanti anni ’90 il vino era fatto in cantina più che in vigna…

Ha riportato (nel nostro modo di applicarla) una nuova consapevolezza: la cura del terreno, della vigna e il rispetto della natura e della biodiversità fanno bene al vino, fanno bene alla vigna, fanno bene al paesaggio, fanno bene a chi la pratica, riportando al centro dell’attenzione la Natura, come protagonista e non le ricette, le formule, le alchimie.

Ha lavorato creando di fatto un “brand” che ha attirato attenzione, avvicinando al mondo naturale persone che altrimenti non si sarebbero mai interessato della metodologia di coltivazione, ma sarebbe rimasta concentrata sul vino. Spesso alle manifestazioni cui partecipo il nome “biodinamico” mi permette di aprire lo sguardo al vino, alla vigna, al terreno….

Rimane sempre però chiaro in me l’obiettivo di mettere al centro il “vino”, che poi, volenti o nolenti è il frutto del lavoro dell’azienda Driadi, frutto di passione sudore, ma il prodotto tangibile per cui essere misurati con il più impietoso dei giudici: il mercato.

Nella ricerca quindi del nostro vino l’attenzione sarà sempre nel garantire un processo di vinificazione rispettoso, minimale, semplice e discreto per esaltare le qualità della nostra uva, del nostro vigneto, del nostro territorio.

Vino naturale? Per me sarà il vino naturale per eccellenza.

Vino biologico? Sicuramente si, ma per definirlo tale ci penserà chi i regolamenti europei del bio ha deciso debba farlo.

Vino biodinamico? Il rispetto e la cura del vigneto sono in piena coerenza con l’approccio steineriano (impropriamente definito biodinamico). Lo abbiamo fatto nella cura del terreno, nella cura della vigna. Lo abbiamo fatto anche con la scelta dei materiali utilizzati per la cantina, o con le imprese che vi hanno lavorato, tutte del posto, così come chi ci dà una mano, dove troviamo sempre appartenenti al tessuto sociale dei nostri territori, quanto basta per noi per definirci e definire il nostro vino steinerano o se si preferisce biodinamico, anche senza le foto dei cavalli in vigna.

Cosa altro?

Un Brindisi!!!

Il contesto: approfondimento

scanzo

Nel mio ultimo articolo abbiamo parlato dell’importanza del ruolo dell’agricoltura nella tutela del paesaggio. Ma vorrei approfondire questo aspetto.
La provincia di Bergamo è una provincia di 1,108,000 abitanti e ha una superficie di 2,746 km quadrati. Come diceva il poeta (di famiglia bergamasca) Torquato Tasso:

« Terra che il Serio bagna e il Brembo inonda,
che monti e valli mostri a l’una mano
ed a l’altra il tuo verde e largo piano,
or ampia ed or sublime ed or profonda »

Già nel XVI secolo in poche righe Torquato sottolineava il carattere peculiare della nostra provincia: il legame tra monti, valli e la grande pianura, e l’incredibile legame del territorio con i suoi fiumi e i caratteri dei suoi fiumi, che bagnano, ma anche inondano.

Il territorio montano e il collinare vivono il loro legame con la natura e percepiscono il beneficio di una cultura che la curi, che la utilizzi, ma che la coltivi, che faccia coltura, che poi non è molto lontano da cultura (=avere cura).

A fronte di una superficie di 270.000 ettari totale 140.000 sono terreni agricoli, di cui 71.000 ettari sono effettivamente coltivati. 6.700 sono i terreni coltivati in collina, e poco meno in montagna. La maggior parte del territorio coltivato è in pianura con quasi 23.000 ettari coltivati a mais (2013).
Ho raccolto i dati da varie fonti che talvolta danno numeri contrastanti, ma nel contesto della discussione di oggi teniamoli buoni, non è importante una precisione all’ettaro.
6.445 sono le aziende, il 36% in montagna mentre il 19% in collina. Si deduce come è ovvio una presenza di grande aziende in pianura, e una frammentazione della struttura imprenditoriale agricola in montagna dove a fronte di pochi terreni coltivati si cono circa un terzo delle aziende agricole. Ciò significa aziende piccole, familiari, allevamenti con terreni a pascolo, senza coltivazioni. Come è ovvio peraltro.
Ma pensiamo all’effetto della presenza dell’agricoltura in montagna: mantenimento dei boschi, dei pascoli, cura del paesaggio con un effetto benefico alla sicurezza delle vallate, mantenendole vive controllandone l’abbandono già avviato da decenni. L’agricoltura di montagna oggi come non mai avrebbe la possibilità di convertire, investire in culture adatte alla montagna a più alto valore aggiunto (e gustativo…) con preferibilmente il valore aggiunto della trasformazione. Pertanto frutta di nicchia, piante officinali, formaggi. Il contributo dell’agricoltura alla tutela della montagna è altissimo, benché dal punto di vista economico sia, in una provincia industrializzata come quella di Bergamo, irrilevante.
In ogni caso le DOP bergamasche riflettono la qualità delle produzioni montane, riflettendo in prodotti quali il BITTO, il Formai de Mut, l’importanza della qualità. In questo senso occorrerebbe però la tendenza del normatore ad allargare i confini di prodotti di nicchia una volta che ottengono riconoscimenti, facendone perdere le caratteristiche peculiari e di base a favore di una commercializzazione più ampia si, ma contribuendo a svalutane le peculiarità. Il taleggio oggi si può produrre quasi ovunque (a discapito di un nome molto locale), il bitto in Valtellina ad esempio è al centro di lotte per la tutela del disciplinare tradizionale a discapito del suo allargamento verso approcci meno tradizionali e più industriali che ha fatto nascere accanto alla DOP Bitto, il presidio del Bitto Ribelle, o Bitto Storico.

Lascio altri numeri suo quali magari potremmo tornarci:
In bergamasca sono allevati
111.000 bovini
300.000 suini
16.000 caprini
43.000 ovini

Sul territorio bergamasco ci sono 812 ettari di vigne. E poi?

9 formaggi DOP
158 agriturismi
22 PAT (prodotti alimentari tipici)
2 DOC (Valcalepio e Colleoni, o Terre del Colleoni)
1 DCGC (Moscato di Scanzo)

Vino senza olio di palma

Il mio vino è privo d’olio di palma, probabilmente se lo metto in evidenza bene ne venderò di più…
E’ un’affermazione forte e provocatoria, ma in effetti adesso conta il marketing, l’informazione, nel senso che basta ci sia un’idea di marketing e si passi l’informazione giusta, che poi via vera, verosimile o falsa non importa. Se scrivo “vino privo di olio di palma” in etichetta, non dichiaro il falso (in effetti olio di palma non ne metto) e magari qualcuno che lo compra grazie a questa dicitura lo trovo.
Ma non è giusto quello che dico: non è giusto nel rispetto dei consumatori; scrivendo quello che ho scritto li ho considerati come una massa incapace di discernere.
Però mi ricordo qualche anno fa, agli albori della polemica sull’olio di palma avevo indagato il tema.
Dell’olio di palma allora non mi tornavano due cose:
la prima era che usare, per prodotti di quotidiano consumo, l’olio di palma, un olio evidentemente di produzione “tropicale”, proveniente sempre evidentemente da paesi low cost mi faceva “strano”;
la seconda cosa era il costo. In una visita presso un grossista (il supermarket Metro) avevo appurato un costo infinitamente inferiore dell’olio di palma rispetto a tutti gli altri “grassi”.
Ma allora nella ricetta ci finiva per le doti e le proprietà che conferiva al cibo o per una pura convenienza di riduzione costi o massimizzazione utili (che è la stessa cosa..)?
Il secondo passo che feci fu cercare i prodotti privi di olio di palma; l’olio di palma era specificato chiaramente in TUTTI i tipi di biscotti, in alcuni rari casi (Nutella ad esempio) veniva generalmente citato “oli di origine vegetale”. Solo i biscotti Leibniz erano fatti con il burro.
Per me l’idea era chiara: l’olio di palma si era affermato come ingrediente di base di tutti i biscotti “industriali”, essenzialmente per le sue “doti” di costo, non era peraltro chiaro quali doti “alimentari” portassero all’alimento.
Nello stesso periodo iniziò una campagna durissima contro l’olio di palma.
E’ cancerogeno, distrugge le foreste, se non usassimo più olio di palma non avremmo abbastanza oli alternativi, l’olio di girasole è peggio…
Le informazioni erano troppe e contrastanti, mai documentate in maniera obiettiva.
Ma arriviamo a questi giorni.
L’altro giorno avevo i miei biscotti “Colussi” con la bella scritta “privo di olio di palma” come passando per il corridoio all’esselunga emerge chiaramente come tutti i produttori hanno virato, per la campagna di informazioni di cui ho parlato, verso alternative all’olio di palma.
Cosa ho imparato:
la gestione delle informazioni oggi è isterica e non razionale, passando da un eccesso all’altro: olio di palma no ad ogni costo, senza sapere cosa ci aspetta di alternativo
l’opinione e la forza del consumatore è sempre più influente, tando da avere, di fatto, eliminato l’olio di palma dai biscotti
attenzione a fare le battaglie giuste! Spesso rischiamo di fare battaglie sull’onda dell’emozione e non sulla base di dati scientifici
ma soprattutto: la logica della produzione industriale è incoerente nei confronti del cosumatore: è capace di estendere i maniera massiva l’olio di palma e sostituirlo con la stessa disinvoltura con cui lo ha introdotto: è coerente solo se la si legge dal punto di vista del profitto.
Ancora una volta motivo per dare un occhio concreto e responsabile all’approfondimento di quello che mangiamo, della sua genuinità e della sua origine.
Come il mio vino, che di olio di palma non ne ha.

Pafoj addicted

E poi un giorno, nelle scorribande scanzonate alla ricerca di qualcosa capiti in una cantina in una stradina persa nel Piemonte. Saranno stati 10 o 15 anni fa. Una giornata di sole, frizzante, il blu terso a fare da contrasto il verde marrone dell’autunno, la bruma d’autunno a sfocare il paesaggio. Le visite alle cantine fino ad allora erano interessanti si, affascinanti: il mondo del vino, la vinificazione, l’assaggio, gli aneddoti dei vignaioli, l’acquisto…

Ma in quella cantina di respirava qualcosa di diverso. Nessuno mi mostrò un tino, un attrezzo un serbatoio, ma mi portarono nella vigna, a toccare la terra e vedere l’erba, a toccare le foglie… a vedere il verde e il contrasto con vigne morte magari lì vicino, vigne senza verde…nessuno mi parlava di processo industrializzato, di vasche di inox, di fermentazione, di stabilizzanti o processi più o meno scientifici, ma si parlava di equilibrio, di solstizi, di api, di influenze astrali, di equilibri, di vita, di diversità, di biodiversità.

“nella mia vigna c’è sempre qualcosa in fiore”

una frase che mi è rimasta impressa, e nello spiegarmi l’utilità di quel gesto, di quella “precauzione” si percepiva la poesia di quel gesto: per me poesia è passione, emozione, amore.

Ricordo di avere capito lì la violenza del diserbo, un pugno nello stomaco che la natura fatica ad assorbire, un pugno feroce, ma mai letale. E’ lì che ho capito come la natura a volte sa subire con dignità, e ti punisce con sottile ferocia; ricordo di avere riconosciuto la passione dentro quei vini che poi ho assaggiato, passione che è sudore, caparbietà, coraggio di contrastare il sentire e il pensare comune.

Uno di quei vini era il simbolo di questa continua ricerca:

“Pafoj”

credo voglia dire “non sono folle”, e per me mai un nome più denso di significati fu dato ad un vino: quel nome aveva ed ha dentro tutto quello che ho espresso.

Credo che quella visita abbia risvegliato un seme dentro di me, un seme che probabilmente veniva da lontano e sopito aspettava un vino, una passione e un mentore in grado di farlo germogliare.

Percorsi

Percorro spesso i miei filari. Incontro la lepre, almeno una volta la settimana; ormai non scappa come all’inizio saltando, rimane comunque lontana e mangia, fingendo indifferenza chiedendosi di me.

La volpe l’ho incontrata una volta sola: attenta e guardinga mi ha guardato, anche lei chiedendosi di me.

Percorro spesso i miei filari, e mi riapproprio del ritmo delle stagioni: riconosco il sonno agitato dell’inverno, l’esplosione immobile della primavera, la sofferenza rigogliosa dell’estate che approda stremata nella rilassatezza dell’autunno.

Percorro spesso i miei filari: è lì che ascolto il canto della poiana e, osservando quel planare lento e sornione, mi chiedo se anche lei, la poiana, si chiede di me.

Percorro spesso i miei filari e a volte sono stanco. Sempre però la fatica è parte del mondo cui stai partecipando, di cui tu, sei parte; come il volo della poiana, il brucare della lepre, lo scrutare della volpe; la tua fatica non è più fatica di vivere, gara contro il cronometro, la tua fatica è parte del tutto, delle cicale che si fanno sentire, della mantide che scappa da te quando tagli l’erba.

Percorro spesso i miei filari.

Verso la vendemmia

Speriamo che il peggio sia passato…e che finalmente arrivi l’estate. In questo scorcio di fine primavera ho proprio pensato che i tropici e i monsoni si trasferissero da noi. A giugno nel vigneto sono caduti 251mm di acqua, il che equivale a 251 litri per ogni metro quadro, una colonna d’acqua enorme. Lo so, il dato non vuole dire nulla, ma per dare un’idea pensiamo che in tutto l’anno, fino al 18 giugno ne sono piovuti 714 di millimetri, questo vuole dire che nei primi cinque mesi dell’anno è piovuto il doppio di quanto è piovuto nei soli primi 18 giorni di giugno; è vero, non possiamo fare la media del pollo, è logico che la media è una media e terrà conto di mesi più e meno piovosi, ma tant’è che il giugno di quest’anno è stato un picco importante. Tanto per fare un paragone il luglio del 2014, che tutti ricordano come un luglio in cui “ha piovuto tutti i giorni” i mm di pioggia furono circa 200 nella stessa zona: parliamo in effetti di una prima metà di giugno eccezionalmente piovosa, una pioggia da record.

La vigna che sembra non ne abbia risentito: il carico di pioggia eccezionale ha lasciato le foglie “scoperte” della loro bio-protezione di zolfo e rame, ma non si intravedono per ora le avvisaglie delle due malattie temute dai viticoltori: lo iodio e la peronospora. Per contro i tralci raggiungono in alcuni casi il metro e mezzo; considerato che ad aprile erano germogli  un bel successo (in un altro articolo citai Munari che definì l’albero “l’esplosione lentissima di un seme”, definirei il tralcio di vite, l’esplosione quasi veloce di un germoglio…)

La dipendenza da fattori assolutamente naturali contro i quali ci si sente spesso impotenti è una caratteristica forte della mia “impresa” agricola: nulla è certo, tutto è trasformabile, i segnali di un’annata eccezionale possono essere distrutti da mezz’ora di grandine quanto da una pioggia insistente di qualche giorno. Settimana scorsa altri “nemici” ad esempio: un gregge di pecore ha invaso il vigneto: oddio, un po’ di pulizia all’erba non fa male, ma le pecore mangiano i germogli della vite? La cosa è ancora dibattuta in famiglia e dai “pensionati” che monitorano regolarmente il mio lavoro in vigna e che consulto spesso: “la pecora guarda in basso, non mangia i germogli!!” la sentenza più probabile, ma chi si fida?

E’ così che tra lo scortare l’orizzonte carico di nuvole nere, nel consultare i siti di previsione del tempo, nel telefonare ai vicini ansiosi: “ha grandinato?” e nel cercare sulle foglie i segni del temuto mal bianco (iodio) o della peronospora la riflessione porta sempre a pensare a quanto la nostra esistenza sia appesa a fenomeni naturali la cui evenienza condiziona irrimediabilmente e fatalmente oserei dire, il risultato stesso delle nostre azioni. E non c’è come avvicinarsi alla natura che il senso della nostra debolezza emerge a ricordarci che è lei la vera padrona.

Permettetemi una citazione colta sul senso della vita: da “Cuore di pietra” di Sebastiano Vassalli (Einaudi), l’epilogo finale.

“Ogni tanto gli Dei tornano ad affacciarsi sul golfo della pianura delimitato dalle montagne lontane, e applaudono e gridano stando sospesi lassù sopra le nostre teste, mentre assistono alle rappresentazioni di un autore che sa mescolare come nessun altro la tragedia e la farsa, e che si esprime con le vicende degli uomini pur restandone assolutamente estraneo: il tempo! Se gli uomini non esistessero sulla terra, lo spettacolo del tempo si ridurrebbe a ben poca cosa; ed è per questo motivo che gli Dei li hanno fatti esistere. Gli Dei di Omero – è risaputo – sono degli eterni bambini, e tutto li diverte: anche l’aggregarsi e il dissolversi delle nuvole, anche il cadere delle foglie in autunno e lo sciogliersi delle nevi in primavera hanno il potere di fargli schiudere le labbra, e di far scintillare i loro denti immortali; ma perché l’universo intero rimbombi delle loro risate bisogna mettere in scena ciò che il tempo sa fare con gli uomini, dappertutto e in quella pianura circondata dalle montagne che è, appunto, il loro teatro. Bisogna mostrargli la nostra protagonista com’ è adesso, vuota e buia e con i suoi saloni ingombri di calcinacci, di siringhe, di sterchi, di coperte insanguinate, di frammenti di vetro… Oppure, bisogna fargli vedere l’immensa pianura percorsa in ogni direzione da milioni di quei contenitori di metallo che noi chiamiamo automobili, e le piazze e le strade della città di fronte alle montagne, dove passarono cantando e schiamazzando i cortei delle bandiere rosse e quelli delle camicie nere, divenute percorsi obbligati per i nuovi mostri meccanici. Tutto sembra reale, adesso come allora e come sempre, ma è uno spettacolo del tempo: un’illusione, che di qui a poco svanirà per lasciare il posto a un’altra illusione. È perciò che le risate degli Dei rimbombano e rotolano da una parte all’altra del cielo con i temporali d’aprile, e che le loro grida d’incitamento spazzano la pianura con i venti d’ottobre. I personaggi di questa storia che è finita, e gli altri delle infinite storie che ancora devono incominciare, le loro futili imprese, le loro tragicomiche morti non sono altro che alcune invenzioni tra le tante di quell’eterno, meraviglioso, inarrivabile artista che è il tempo. È lui che ci parla con la nostra voce, che ci guida, che manipola i nostri desideri e i nostri sogni e alla fine cancella le nostre vite per sostituirle con altre vite, di altri uomini che noi non conosceremo mai. È lui che ci fa credere di essere il centro e la ragione di tutto, mentre ci ispira comportamenti e pensieri così stupidi che gli Dei ne ridono ancora quando ritornano lassù nel loro eterno presente, abbandonandoci agli sbalzi d’umore e ai capricci del nostro autore e padrone. Un suo battito di ciglia, e l’uomo che ha scritto questa storia non esisterà più; un altro battito di ciglia, e al posto della grande casa sui bastioni ci sarà un edificio di cristallo in cui si rifletteranno le nuvole e le montagne lontane; un terzo battito di ciglia, e i contenitori chiamati automobili saranno a loro volta scomparsi… Perché no? Soltanto gli Dei sono immortali, mentre tutto ciò che esiste nel tempo è destinato a perire. Homo humus, fama fumus, finis cines.”

 

Il benessere del pollo

Ha fatto molto effetto ultimamente vedere le immagini di come certe strutture industriali trattano gli animali che allevano per trasformarli in cibo. Mi riferisco al servizio di Report sul caso Amadori.
E’ vero, non si può fare di tutt’erba un fascio e nemmeno generalizzare, ma è importante riflettere sulle immagini che ci vengono proposte. Innanzitutto cerchiamo di separare le varie cose: una struttura industriale ha delle regole, dei  mezzi, degli obiettivi, delle strategie e delle persone. Parliamo delle persone: nei servizi si sono viste delle persone che mancano assolutamente del rispetto nei confronti degli animali che allevano; un conto è un sistema di allevamento inumano (il termine inumano può fare sorridere), un contro è infierire ricoprendo i polli con la propria urina come si è visto. Non credo che la strategia (e qui parliamo del secondo aspetto) dell’azienda sia quella di infierire sugli animali; certo, è significativo che i dipendenti non abbiano rispetto e si possano permettere di fare certe cose senza controllo, ma non credo sia questo il problema che invece è l’ignoranza di tali persone.
Ma allora quale è la strategia? La strategia della ditta in questo caso è evidente: il contenimento dei costi, la riduzione assoluta dei costi di gestione per massimizzare l’utile. E di utile ce ne è se è vero quanto scrive questa rivista sulla presentazione del bilancio 2014 (vedi questo LINK). Si vede però che il bilancio è da incorniciare.
Quale è la strategia commerciale? Quantità e basso prezzo: il prezzo deve essere competitivo sul mercato, il più competitivo. Quindi, fissato il costo per massimizzare il guadagno via a ridurre i costi. Parliamo di mezzi: sono fissi, i manager anno su anno a parità di strutture, devono aumentare il guadagno, ne va del loro bonus, di una parte variabile, magari considerevole del loro stipendio.
Come si fa? Lasciamo tutto uguale quanto è  struttura, manodopera e aumentiamo la densità di polli, maiali, quello che sia. Quanti polli ci stavano in stalla? 100, mettiamone 120, i costi sono più o meno uguali, non aumento le persone, “stringo un po’ gli animali” e produco con un costo a pollo inferiore; posso tenere il prezzo competitivo, guadagno sicuramente di più, da cui il famoso bilancio da incorniciare.
E’ vero sono tutte ipotesi ed illazioni, ma secondo me la realtà non è molto lontana.

Ma non finisce qui: aumento la densità, aumento il rischio di epidemie (ricordate l’aviaria?), facciamo prevenzione, cosa dite degli antibiotici? Il benessere dell’animale è direttamente proporzionale alla qualità e quindi bontà della loro carne, cosa dire di più.

E’ vero: a tutti fa comodo comprare un pollo al 3 euro al chilo, ma cosa compriamo?

L’invito alla consapevolezza e all’approfondimento di quanto mangiamo è sempre valido: siamo tutti vittime di quello che mangiamo e della qualità dei cibi che mangiamo, ricordiamocelo, e forse uno sforzo per ricercare qualcosa di meglio si può anche fare diffidando dell’affare che ci appare sotto gli occhi al supermercato.

Personalmente giudico Report un giornalismo che spesso eccede nell’evidenziare magagne “rinforzando” ed evidenziando aspetti particolarmente attrattivi che fanno colpo rispetto a dati veramente oggettivi (la pipì sul pollo è evidente che non è una prassi, ma fa colpo), ma ho letto la replica dell’allevatore alle accuse mosse che mi hanno lasciato senza parole: il primo punto di difesa è che le immagini sono vecchie di 6 mesi, come se sei mesi fosse un periodo e un era talmente lontana da giustificare tali immagini. Veramente sconcertante. Una risposta ingessata fredda e istituzionale, risponde a parole senza contrapporre i fatti. Se lo stabilimento è stato ristrutturato sarebbe stato meglio per Amadori contrapporre al prima il dopo dando una risposta franca e chiara.

Diamo una mano ai nostri contadini e PREMIAMO con la conoscenza, la consapevolezza, le pratiche virtuose di chi lavora seriamente.