Io vivo e tu resisti

È una bella giornata d’inverno.
L’aria è fredda, trasparente. La luce taglia i filari come lame leggere.
Il volto scavato dal sole di molte stagioni è segnato da rughe profonde.
Una barba leggera gli ombreggia il mento.
Il cappello è calcato sulla fronte.
Gli scarponi pesano di terra umida e fango secco, scricchiolano ad ogni passo.
Tiene le forbici in mano e cammina lentamente tra i tralci spogli.
Un ramo si spezza sotto il piede, il suono rimbalza tra i pali metallici.
Il vento solleva piccoli ciuffi di foglie morte, facendoli danzare tra i fili di ferro.
Si ferma, guarda i tralci potati a terra, l’erba ingiallita schiacciata dal gelo, e sospira.

«Oggi sono stanco.»

«Stanco…
Che peso porti oggi?»

L’uomo abbassa lo sguardo sulle forbici.
«Non lo so bene… è tutto dentro… una fatica che non passa mai.»

«Fatica… di corpo?
O fatica di cuore?»

Lui scuote la testa.
«Non è la schiena, non sono le mani… non è il freddo.»

Una poiana passa veloce sopra i filari, il suo richiamo rimbalza tra i tronchi.
Il vento solleva l’odore della terra umida, pungente, che entra nelle narici e nei pensieri.

«Perché senti questo peso?»

L’uomo appoggia le forbici a un palo.
Si piega leggermente, guarda i tralci spezzati, i frammenti di corteccia mescolati al fango.
Un ciocco cade a terra, scricchiolando.

«Ho bisogno di capire…
ho bisogno di capire se quello che faccio ha un senso.
ho bisogno di capire e non sto solo inseguendo un ideale invisibile.»

«E se fosse solo ciò che serve a me?
Ogni tuo gesto cresce in me.
Ogni tua scelta mi fa respirare.»

L’uomo chiude gli occhi un attimo.
Respira a fondo l’odore della terra, il freddo che gli punge le mani.

«Non è solo il lavoro, il peso del gesto, non sei tu, che mi accompagni e mi parli.
È la responsabilità che porto ogni giorno.
È la fatica invisibile.
È la paura che tutto possa sfuggire.»

«E la luce?
Quella che ti manca?»

«Sì…»
Lui apre gli occhi e guarda le colline spoglie.
«Io sono stanco quando non vedo la luce nei gesti, quando le radici trovano solo terra dura.
Quando tutto ciò che faccio sembra invisibile.»

«Io sono stanca solo quando non riesco a prendere luce.
Quando qualcosa mi copre.
Quando cresco ma non respiro.
Quando le mie radici trovano solo terra dura.
La mia stanchezza è semplice.
È mancanza di luce.
La tua è più complessa.
È mancanza di certezza.»

L’uomo guarda il cielo limpido, le ombre lunghe tra i pali metallici.
«A volte penso che sia solo ostinazione…
Che questo fare silenzioso sia un gesto eroico che nessuno vede.»

«E se fosse abbastanza?
Se la fatica non fosse vanità, ma vita?»

Il vento si alza più forte, scuotendo i rami spogli.
Foglie morte danzano nell’aria gelida.
Un corvo gracchia tra le colline, l’eco rimbalza tra i pali metallici.

«A volte penso che ogni gesto mio gesto sia invisibile, infinitamente piccolo…
penso spesso che contare, tagliare, scegliere… sia solo per non tradire ciò che credo giusto, ma sono gesti che cadono nel nulla, nulla emerge di questa fatica, alla fine conta solo la gioia, le gioia del bicchiere.»

«Non contare la visibilità.
Conta la vita.
Io vivo se tu mi dai la forza di stare.
Basta che tu resti, e io respiro.
Se tu vacilli… io mi chiudo.
Se tu arrivi fino in fondo… io esplodo di vita.»

La Poiana fischia ancora tra i tralci, la sua voce secca e improvvisa si mescola al fruscio del vento.
L’uomo chiude gli occhi un istante.
Sente il freddo sul viso, il rumore dei rami sotto i piedi, l’odore pungente della terra umida.

«Resistere…
Resistere ogni giorno, anche quando sembra che nulla cambi…
anche quando tutto pesa e sembra vano…
Forse è questo il senso.»

La vigna tace, lascia che il vento porti via le foglie morte e il silenzio ricada tra i filari.

Poi, con voce chiara e decisa:

«Io vivo se tu resisti.
Ma dimmi…
tu vivresti davvero
se io diventassi bosco?»

Il vento scuote ancora i pali metallici.
La terra profuma di gelo.

L’uomo rimette il cappello.
Si china, posa una mano sulla corteccia ruvida.

Resta così, immobile.

Poi si rialza.

Tra le radici e il cielo,
lì sceglie di stare.

Il vino naturale, un atteggiamento. Come Driade Felice

Ci sono parole che a forza di ripeterle perdono peso. “Naturale” è una di queste. Nel vino è diventata una bandiera, un’etichetta, a volte perfino un modo per distinguersi senza sapere davvero perché.

Eppure, per me, il vino naturale non è mai stato una moda. È un atteggiamento.

Un modo di stare in vigna e in cantina con un’idea precisa: non fare troppo rumore.

Lasciare che la fermentazione dica la sua. Fidarsi dei lieviti. Accettare che un vino non debba per forza essere perfetto, ma vivo.

Questa idea non nasce da un libro o da una tendenza. Nasce da un vino:

Driade Felice, il mio primo vino.

Non lo dimenticherò mai, perché è stato il vino in cui ho capito una cosa semplice e definitiva:

che fare vino naturale non significa togliere, ma togliersi — lasciare da parte l’ego, la volontà di controllo, l’ansia di dimostrare qualcosa.

Con Driade Felice ho lasciato parlare l’uva, un Merlot raccolto su una parcella in pendenza, recuperata dall’abbandono. Quindici giorni di macerazione, fermentazione spontanea, acciaio, nessuna scorciatoia.

È nato un rosso fruttato, leggero, elegante, di una bevibilità quasi ingenua: il vino che non sai se ti ha scelto lui o se sei stato tu a permettergli di farlo.

Ecco perché oggi mi dà fastidio vedere il vino naturale trasformato in un trend, in una categoria da scaffale, o peggio ancora in uno stile da imitare.

Non è uno stile.

Non è nemmeno un protocollo.

È un atteggiamento.

È stare al fianco del vino, non davanti a lui.

È riconoscere che non c’è un “ideale sommelieristico” a cui tendere, perché l’ideale non esiste: esistono solo vini autentici, e vignaioli che cercano di non rovinarli.

Se c’è una cosa che Driade Felice mi ha insegnato, è che il vino naturale non nasce da un manifesto. Nasce da un gesto: quello di abbassare il volume del proprio intervento per ascoltare il vino che si sta formando.

E ogni volta che stappo quella bottiglia, mi ricordo che il vino non deve essere perfetto per essere vero.

Deve solo essere sincero

10 motivi (seriamente ironici) per bere vino

Per dimenticare che fai vino. Così, almeno per un bicchiere, ti sembra un bel mestiere.

Per parlare meglio le lingue straniere. Dopo due calici diventi madrelingua di qualsiasi cosa.

Per fare amicizia. Nessuno si è mai abbracciato davanti a una tisana.

Per dare un senso alla cantina piena. Non puoi lasciarla lì a guardarti, no?

Per allenare il naso. Così impari a distinguere il profumo di ciliegia da quello di… ciliegia.

Per giustificare le figuracce. È sempre stato il tannino, mica tu.

Per sentirti filosofo. Dopo il terzo bicchiere, risolvi pure il senso della vita.

Per combattere la noia. Perché guardare la tv, quando puoi guardare il bicchiere?

Per sentirti sano. “Un bicchiere al giorno fa bene al cuore”. Nessuno ha mai detto quanto grande il bicchiere.

Per brindare. A cosa? A tutto: al sole, alla pioggia, al vicino antipatico, persino alla suocera… col vino tutto sembra brindabile.

Vino Naturale: Un Viaggio di Scoperta Sensoriale

Nell’approccio alle degustazioni, spesso noto che risulta difficile inquadrare i nostri vini nei canoni degli insegnamenti. Le regole della moderna “sommelierie” creano a volte del disagio nell’affrontare un vino naturale. Talvolta le persone tendono a ricercare lo stesso vino ovunque. Spesso, quando assaggiamo un vino, ci concentriamo sulle sue caratteristiche e su quanto è lontano dal nostro ideale di vino. Se assaggiamo un Pinot ad esempio, ci concentriamo più su quanto è vicino allo standard che abbiamo in mente. Ci preoccupiamo per assurdo meno del gusto del vino stesso.

Perché? Perché è rassicurante. “Non preoccupatevi, tutto è sotto controllo”, hai bevuto quello che ti aspettavi e che è codificato. Questo atteggiamento, legato ai vini che ne cavalcano l’approccio, porta a una uniformazione dei vini, uniformazione dei gusti.

Ci sono tantissimi vini. Semplificare il tutto a elementi facilmente classificabili riesce a creare una zona di confort per il consumatore. Lo vedo spesso anche nelle domande: “quanti giorni di macerazione”, “quanti mesi di botte”. Dare una risposta che trasmette l’idea di un protocollo definito a priori sembra quello che l’amatore del vino desidera. Un protocollo stabilito è proprio ciò che si aspetta. Un approccio che invece valuta e decide di volta in volta non è quello che immaginano.

Ma con questo approccio, alla fine si rischia di avere un vino. È sempre lo stesso vino. Un gusto che si ripete all’infinito. E questa è la morte.

La vita nel vino è un’altra cosa: è diversità, è varietà, è pluralità. La vita è il piacere dei sensi e dello spirito. La vita è il piacere di scegliere secondo l’umore, la voglia e le circostanze. La vita è l’attaccamento al patrimonio culturale, alla memoria. La vita è delle radici, delle origini. La vita è la difesa del naturale contro l’artificiale. La vita è diventare adulti. Capire che il vino è una sostanza viva e mutevole. Comprendere che la vita non ha prezzo. La vita è capire che il piacere non è un prodotto che si compra. La vita è un atto di rispetto: rispetto dell’uva, rispetto del territorio, rispetto dell’uomo e del suo ambiente.

E in questo atto di rispetto, si definisce e si trova un’anima: l’anima del vino come dell’uomo.

Il vino nasce dalla vita. Deriva dagli scambi tra l’anima e il corpo. È il frutto della mediazione tra stagione e terroir. Ha ed è una singolarità propria. È il vino che nasce tra la Terra e il Cielo. In questo è unico.

Di questa nascita è testimone e traghettatore il viticoltore.

Il viticoltore sperimenta e sviluppa principi legati alle proprie convinzioni. Egli favorisce lo slancio vitale piuttosto che l’approccio preformattato verso il quale ognuno può essere tentato di scivolare. Sviluppa la propria filosofia di vino spesso con purezza e autenticità.

La convinzione che sta dietro a un viticoltore naturale è coraggiosa. Lui è sicuro e convinto. Se i consumatori assaggiano questi vini, non vorranno più gli altri.

Di fatto, questo modo di concepire il vino è semplicemente libertà di espressione. Questa libertà reinventa le regole e le abitudini. Tuttavia, il lavoro del vignaiolo è solo fare diventare il vino ciò che è. Il suo compito è accompagnare il vino in divenire.

Ascoltare la propria vite significa sapersi ascoltare per fare un vino che piace, che ti piace.

È la ricerca di un’armonia, di un equilibrio, di un momento effimero.

Nello stesso tempo, solitamente, il vignaiolo si mette permanentemente in discussione. Cerca di interpretare il loro grande paradosso. Deve cercare la singolarità nei gesti più semplici. Fa questo cercando di agire senza forzare. D’altra parte la vite è ciò che è, dove si trova.

I vini naturali secondo noi hanno un’anima, ed è l’anima della natura.

Tutto ciò come si traduce nel bicchiere? Ciò arriva al cuore dei motivi che mi hanno portato a fare vino naturale. Quando si bevono questi vini naturali, soprattutto all’inizio, si è sorpresi dal loro lato mutevole. Può anche essere addirittura instabile. Spesso ciò che si muove, disturba, disturba, infastidisce. Alla fine il vino naturale ti rimane addosso, sai che è diverso, sai che è unico.

L’aspetto di “vino cambiante” che mi ha sempre affascinato e interessato.

La mutevolezza di un vino naturale, peraltro, non cambia sempre allo stesso modo. I vini cambiano e si muovono. Passano e ripassano attraverso stati individuabili.

Se i vini convenzionali, frutto di un approccio tecnologico, si evolvono in modo lineare e standardizzato: giovinezza, maturità e declino, non è affatto lo stesso con i vini naturali

Elementi viventi e complessi, seguono un’evoluzione dinamica e circolare più o meno rapida a seconda del suo modo di elaborazione. Il processo è veloce con i vini di macerazione carbonica e più lento per gli altri. Quando il vino è fatto naturalmente con rese basse e lunghe fermentazioni, il processo dinamico diventa più lento. Inoltre, il vino assume un suo carattere e personalità.

Questo approccio permette di scoprire la complessità del vino naturale. La sua dinamica circolare gli offre una flessibilità per accompagnare tutti i piatti.

Bianco, rosato o rosso, il vino naturale gira e gioca con le consistenze, le acidità o le spezie.

Oltretutto di fatto il vino naturale fa saltare le codificazioni borghesi in materia di abbinamenti cibo – vino.

Peraltro spesso bevendo un vino naturale, la tavola diventa divertente e conviviale. Le opinioni e le osservazioni degli uni e degli altri sono in relazione alle sensazioni percepite. Ciascuno condivide i propri punti di vista senza più dettami, ma con diverse e varie prospettive.

L’assenza di prodotti chimici rende il vino molto digeribile. A volte anche l’assenza di zolfo, questo portatore di mal di testa, contribuisce alla sua digeribilità.

Per gli ospiti, il vino naturale è perfetto. Non crea disaccordi perché si adatta con tatto a qualunque menu proposto.

Bianco, rosato o rosso, il giro può iniziare! Salute a tutti!

Monologhi della vigna: in fermento

la cantina è in rivoluzione; il mosto sta procedendo: nel silenzio del mondo si sente il bollore della magia della trasformazione: zuccheri che diventano alcool…

non posso perdere tempo nemmeno oggi

anche oggi devo agire, ossigenare, muovere le bucce, affondare il cappello premendo sul follatore

devo annusare, guardare, ascoltare, assaggiare…la fermentazione procede, i profumi inebriano, l’anidride si sparge nell’aria ed io non posso fermarmi…

misura, spilla, muovi, cambia, annota…un giorno dopo l’altro nella corsa che porta dall’uva al mosto, da mosto al vino

ho le mani appiccicose e le dita nere, è lo zucchero che dalla vendemmia ti penetra la pelle, è il colore dell’uva che di prende e ti conquista e che diventa parte di te

ho le dita nere, il segno dell’intimo matrimonio tra me, l’uva, il mosto e il vino: il frutto del matrimonio tra me e la terra

ma ora sono qui, con le dita nere e preparo qualcosa per gli amici che verranno: il lardo, affumicato con il ginepro, sarà ottimo per i nostri vini, affetto il salame che viene dai campi all’orizzonte della vigna e dispongo il formaggio che viene dalla valle

sono le piccole cose che raccolgo dagli amici, pronte a fare conoscere alla piccola fetta di mondo che decide di passare da qui

e sarà bello confrontarsi, condividere, notare le impressioni, valutare le espressioni

è un po’ freddo oggi e non è l’ideale bere il rosso così freddo, ma la stagione è questa, si sentiranno di più i tannini, ma non so se chi verrà a degustare lo capirà, ma non importa, anche questo fa parte della vita

non so nemmeno come ha fatto a trovarmi, chi decide, non sapendo dove andare di prendere una strada che non porta quasi a nulla per venire a trovare me, nel mio paradiso

vedranno le dita nere, ma in questi giorni respireranno il mosto

a volte di inizia con un po’ di freddezza, a volte prevale la timidezza, qualcuno addirittura è un po’ guardingo nel valutare quello che dico, ma finisce sempre con un abbraccio, con la promessa di tornare, tutti consapevoli che le ore passate insieme e attorno ad una bottiglia di vino sono in fondo una fetta di vita che entra nel bagaglio di ciascuno di noi

vedono le dita nere, perché ho messo le mani nel mosto, nelle bucce e nel vino e lo zucchero mi è entrato nella pelle, arrivando nell’anima come il profumo del primo vino

quando verso il vino il silenzio prepara l’attimo della degustazione: in fondo sono venuti qui per questo, per conoscere il mio vino, non per conoscere me

forse ne venderò un po’

è l’atto finale del lungo processo della mia passione ma vorranno sapere di tutto, come è fatto, cosa faccio, come avviene, cosa avviene, i trucchi, i segreti, come evolve, come fosse possibile spiegare davanti a un piatto e a un po’ di vino il miracolo della vita, il miracolo della natura

mi chiederanno cose che non ricorderò: i giorni di fermentazione, l’età della barrique, la temperatura di una certa fase: a volte non ricordo, qualche volta non lo so

qualcuno arriverà all’essenza del miracolo che entra nel bicchiere e solo pochi capiranno, nel loro intimo, che io ho solo fatto il guardiano di un processo antico che non ha bisogno di altro se non del tempo, della pazienza e della passione 

mi chiederanno quale è il vino che preferisco dei miei: quale annata, quale vitigno, ma non ho mai risposta, so solo raccontare la stagione del vino: il vino che viene dall’uva che ha preso più sole, quello che ha preso talmente tanta grandine che ancora arrabbiato, il vino che si è fatto aspettare e il vino che verrà

ci sarà pure un vino migliore dell’altro, quello più buono, quello venuto meglio, si, lo so, ma non riesco veramente a rispondere a una domanda così 

…molti capiscono, molti no, qualcuno mi parlano del difetto che ogni tanto scorgono nel bicchiere di quel particolare sapore, del fatto che qualche mese prima era diverso oppure solo qualche minuto fa…

io so perché è così, so quale scelta in quel momento quel vino ha preso quella strada, forse era la sua strada, forse anche la mia, ed è allora che penso che alla fine ogni vino abbia un senso, per buono e cattivo che sia, e soprattutto penso che il vino, quel vino, non solo sia frutto della vigna della stagione e del lavoro del vignaiolo, ma quando viene bevuto diventi il compimento del ciclo della vita

di tutte quelle persone rimarrà qualcosa del loro passaggio, come a loro rimarrà qualcosa del tempo passato qui

La Palazzago agricola del 1929

Il profondo radicamento agricolo dell’Italia e della Lombardia è cosa nota a tutti. Più difficile avere evidenza oggettiva di questa tradizione grazie al recupero di dati statistici storici.

Un interessante documento però ci fornisce una bellissima fotografia dell’Italia agricola nel 1929 con una analisi molto dettagliata di dati: è il “Catasto Agrario” del 1929 elaborato dall’Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia che ci permette di approfondire questi dati.

Il documento fornisce interessantissimi dettagli relativi alla produzione agricola di quasi tutti i comuni del regno con una bellissima pagina dedicata a Palazzago presente nella categoria della Zona Agraria V, Colline Bergamasche.

Mi piace riportare qui l’analisi che ho fatto approfondendo i dati relativi al comune di Palazzago.

POPOLAZIONE AGRICOLA

Innanzitutto la popolazione di Palazzago nel 1929 è di 2.476 persone (oggi sono 4.458), il che ne faceva un paese abbastanza popoloso nel 1929. Le famiglie dedicate all’agricoltura erano 242 e contavano 1.618 persone il che ci fa capire che nel 1929 più del 65% delle persone dipendevano dalle attività del mondo agricolo.

La statistica non divide tra componenti del nucleo famigliare attivi e famigliari non lavoratori (anziani e bambini), ma riporta solo il numero totale dei componenti. In definitiva le famiglie di agricoltori avevano un numero di componenti medio di 6,6; tutto questo è coerente ai nostri ricordi e alle nostre esperienze di famiglie di nonni e di bisnonni che erano numerose ben più delle famiglie attuali.

Ma gli agricoltori come esercitavano il loro mestiere? La maggior parte erano una figura professionale che oggi definiremmo “Coltivatori Diretti” che nel 1929 erano definiti “Conducono Terreni propri”. Si trattava di 147 famiglie su 242, un gran numero di famiglie nel 1929 viveva pertanto gestendo in proprio i terreni di famiglie. 93 famiglie erano famiglie di Coloni mentre solo 2 le famiglie di addetti all’agricoltura come lavoratori giornalieri.

LA COMPOSIZIONE DELLE AZIENDE AGRICOLE

Interessante anche approfondire la composizione delle aziende agricole: a Palazzago esistevano ben 319 aziende agricole che gestivano 1.103 ettari di terreno. La proprietà era molto spezzettata. Ben 177 aziende gestivano 178 ettari il che significa che il 55% di aziende agricole gestiva il 16% delle superfici agricole, testimonianza di una estrema frammentazione della proprietà e di una taglia aziendale minuscola, probabilmente uno dei fattori importanti nel disgregarsi della attività agricola avvenuto dopo il secondo dopoguerra quando con
l’avvento della meccanizzazione le aziende piccole hanno fatto fatica a sopravvivere.

In generale la dimensione media delle aziende era di quasi 3,5 ettari, una dimensione minuscola valutata con i parametri odierni di dimensioni delle aziende agricole. Per un paragone con il censimento agricolo del 2010 mediamente una azienda agricola lombarda gestisce 18 ettari.
Una sola “grande” azienda conduceva più di 20 ettari (in particolare 28) mentre le aziende con più di 10 ettari erano 14 con una dimensione media di 12,7 ettari.

LA ZOOTECNIA A PALAZZAGO

L’allevamento a Palazzago vedeva assolutamente preponderante l’allevamento dei bovini. Al censimento risultano 507 bovini, 53 suini e 46 ovini.

Interessante trovare il dettaglio delle tipologie di bovini che sono 122 vitelli o vitelle (sotto l’anno), 35 tra manze, manzette e giovenche, 322 vacche, 24 manzi e buoi, 4 torelli e tori.

LE COLTIVAZIONI AGRICOLE A PALAZZAGO

La parte legata alla coltivazione vede un’altra classificazione interessante degli ettari coltivati: innanzitutto vediamo come è suddiviso il territorio di Palazzago.

La superficie territoriale era (ed è) di 1.398 ettari. 51 sono gli ettari di superficie improduttiva che pertanto riduce l’area “agraria e forestale” a 1.347 ettari così suddivisi: 320 ettari di seminativi, 18 ettari di prati permanenti, 175 ettari di pascolo (presumibilmente la parte di pascolo relative alle pendici del Linzone con i monti Placca e Spino), 196 sono gli ettari dedicato alle “colture legnose specializzate” (viticoltura, frutta), 498 gli ettari di bosco (compresi i castagneti da frutto) e 140 i terreni “incolti produttivi”. Anche in questo caso la figura può rendere visivamente l’idea della composizione del territorio. Va notato comunque che ben il 37% del territorio era impiegato per una coltura specializzata, il che conferma una vocazione agricola di tutto rispetto, pari alla superficie coperta da boschi.

SEMINATIVI COLTIVATI A PALAZZAGO

Passiamo ora ai seminativi: 320 ettari erano equamente divisi essenzialmente in due coltivazioni: frumento (100% grano tenero) e granoturco. La suddivisione era perfettamente al 50% tra uno a l’altro con una resa media riportata di 20 quintali per ettaro per il frumento e 28 quintali per ettari per il granoturco.

COLTIVAZIONI LEGNOSE A PALAZZAGO

Le coltivazioni legnose a Palazzago erano invece dominate dalla vite: Palazzago era una delle località della bergamasca a maggiore vocazione vinicola. 148 erano gli ettari di coltura di vite specializzata (con una densità media di 8.000 piante ad ettaro e coltura prevalente a Guyot) cui di aggiungevano 77 ettari ci vite a coltura promiscua (con una densità di impianto di 1.500 piante ad ettaro). La produttività media di uva nelle superfici specializzate era di 59,9 quintali per ettaro. Da segnalare nelle coltivazioni promiscue 307 ettari con presenza di Gelsi con una densità di 150 gelsi a ettaro, un’altra rilevanza del nostro territorio.

Ultima nota: i boschi davano evidenza nel censimento di una produzione di 700 quintali di castagne.

I dati sono molto interessanti e sarebbe interessante confrontarli con i dati attuali di cui però è difficile trovare traccia.

Per qualsiasi informazione a approfondimento sul tema chiamatemi pure (Luciano 3924478942) o contattatemi via mail agricolaledriadi@gmail.com

perché la barrique?

Chi mi conosce sa che sono convinto che la cultura del vino e la coltura della vite hanno un legame a filo doppio con lo sviluppo della cultura umana. La storia dell’uomo, quantomeno nella fascia temperata del pianeta, è sempre accompagnata da alcune presenze costanti, una delle quali il vino. Non per niente il vino è protagonista nella liturgia della religione più diffusa dell’area mediterranea.

Vino e cultura vanno quindi di pari passo.

Due esempi concreti: la dominazione veneta nella Repubblica Veneta che ha condizionato i vitigni della zona, introducendo vitigni dai Balcani come le Malvasie o (sembra) lo stesso Marzemino o anche lo sviluppo indotto nella vinificazione dall’impero Britannico che, dominando il mondo nel XVIII e XIX secolo, riscopriva il vino: l’effetto fu un grande sviluppo della viticoltura a Bordeaux che era il porto più vicino per potere portare vino in Inghilterra (distanze superiori rendevano incompatibile conservazione del vino in un viaggio via mare). Anche i cosiddetti vini “alcoolizzati” come lo Sherry, il Marsala, il Porto e il Madeira erano una risposta commerciale oltre che gustativa a portare nei pubs e nelle case di quello che allora era il primo cliente mondiale vini: per portare ottimi vini in Inghilterra con lunghi viaggi in nave occorreva alzarne il livello di alcool, per permetterne la conservazione.

Ma come si portava il vino in Inghilterra? con la Barrique.

la misura inglese utilizzata nelle transazioni e con cui si definivano i prezzi era il Gallone Imperiale: 1 Imperial gallon equivaleva (anzi equivale) a 4,54609 litri.

Quale è il volume della barrique: 225 litri vale a dire 50 galloni guardavano: una misura comodissima da usare e facile da gestire nelle transazioni economiche.

E se un gallone a quando bottiglie corrisponde? Se faccio 4,54 diviso 0,75 ottengo 6. Un gallone corrispondeva a 6 bottiglie e quindi….il volume di 0,75, venne definito ancora per rendere più semplice le transazioni commerciali:

1 barrique = 50 galloni = 300 bottiglie e da qui iniziò la tradizione della bottiglia bordolese.

E’ cos’ che uno standard ultra celebrato per la finezza e l’equilibrio che riesce a dare ad alcuni vini deriva in fondo da una convenzione commerciale economia; è proprio il caso di dire: di necessità virtù.

E in Italia? In Italia il mercato era locale e il re dei contenitori era il fiasco che aveva alcuni pregi interessanti: la forma era sferica e questo permetteva di massimizzare il volume in rapporto al vetro utilizzato, veniva soffiato a mano senza stampi e poi ricoperto da una gabbia di paglia. In effetti nelle rappresentazioni pittoriche fino all’era moderna i contenitori di vino erano sempre fiaschi.

E poi possiamo definire tutte le teorie che vogliamo sull’equilibrio della barrique, che 225 litri siano meglio di 300 o di 180, ma alla fine è vero: il vino e l’uomo sono intimamente e indissolubilmente culturalmente legati.

L’economia globale e il lock down

E poi, purtroppo, arriva, di nuovo, il lock down…

il fine settimana scorso ci siamo di nuovo reimmersi nel nostro angolo di paradiso. Per tutto il sabato e la domenica abbiamo ripulito il vigneto di bronner e parte del confine del bosco di parte degli alberi infestanti che tentavano ancora di estendere la foresta rigogliosissima che circonda a spese del nostro vigneto. Eravamo pronti ad due giornate di lavoro e obiettivamente non ci aspettavamo di dovere fare fronte ad un insolito passaggio di persone che, nei limiti imposti dal DPCM cercavano di godersi le belle giornate e il privilegio di “attività motoria in prossimità della propria abitazione”. Il criterio di prossimità è obiettivamente soggettivo, sta di fatto che prossimi a noi, benché la prima casa con residenti sia a 900 metri dalla cantina, abbiamo scoperto che ci sono tantissime persone che sono “prossime” a noi.

Tanti hanno percorso la strada che costeggia il vigneto, tanti ci hanno chiesto cosa facessimo lì, cosa producevamo, tanti hanno scoperto che a pochi passi (in prossimità appunto) della loro abitazione esisteva un posto con un paesaggio bellissimo e con una produzione vinicola che ambisce alla qualità. Ed è stato bella questa curiosità e questa condivisione.

Vero è che il lockdown è quanto di più lontano poteva capitare a questo nostro mondo che fino a pochi secondi prima dell’arrivo del Covid (e in verità per certi versi anche adesso) era tutto strategicamente rivolto alla globalizzazione; si, perché il rendere tutto brand, ed esasperante in concetto a livello globale aveva in un certo modo messo da parte i nazionalismi o meglio ancora i localismi o i campanilismi per concetti globali di status symbol. In un epoca in cui il vestire “italiano” è fatto da capi confezionati in Vietnam uguali in tutti i negozi del mondo nulla è più controproducente di un lock down che spinge di fatto le persone a rivolgere la loro naturale propensione alla curiosità verso quello che è più sanale e scontato: quello che ci sta intorno.

Quindi ben venga la riscoperta di quel mondo sconosciuto che è a due passi da casa, ben venga la riscoperta del paesaggio, del pane e salame, del vino del contadino, ben venga quella economia ci vede, peraltro in maniera steineriana, membri di uno stesso organismo che vive, collabora e che ci fa sentire parte del tutto. Ben venga questa nuova “non globalità”

Dedicato a chi non potrà visitarci a novembre

Mi piaceva proporvi quanto ricevuto

Cinquecento metri di sterrato nel bosco sono un piccolo salto nello spazio, una passeggiata da nulla, nel caso delle Driadi rappresenta un piccolo salto in un’altra epoca. Il sentiero ombroso ed immerso nel fitto di un bosco di querce sembra inizialmente inghiottirti portandoti dalla luce e dal panorama appena passato ad una foresta quasi impenetrabile se non fosse per una piccola strada che serpenteggia tra querce, castagni e carpini affiancata da un antico muro a secco. Arrivati ad incrociare un allegro ruscello la strada si inerpica ripida sulla collina per arrivare alle Driadi quando improvvisamente il bosco si apre lasciando lo spazio ad un panorama mozzafiato. Un po’ accaldati e senza fiato per il ripido strappo, capiamo subito che siamo arrivati: un cartello di legno scritto a mano ce lo ricorda: “Le Driadi, viticoltori”; un altro cartello ci fa sorridere “bad roads bring good People” un bel messaggio di benvenuto che fa passare subito il piccolo affanno.

“Qui ci arrivi se cerchi noi, oppure se ami passeggiare in questi luoghi meravigliosi, così vicino alla civiltà, ma così lontani da tutto” ci diranno poi Gabriella e Luciano.

Varcato il cancello la vista si apre all’orizzonte: la pianura, le colline di Palazzago, l’Albenza (“quella montagna è l’Albenza, il nostro polmone termico”), in lontananza i colli della “Città di Bergamo”. Città, come diceva il pescatore che accompagnava Renzo Tramaglino nei promessi sposi:
“è Bergamo, quel paese? ”
“ La città di Bergamo, ” rispose il pescatore.
“ E quella riva lì, è bergamasca?”
“ Terra di san Marco. ”.

E il legame con la terra di San Marco è presente anche qui quando Luciano ci mostrerà le mele antiche che ha recuperato dal bellunese.

Dopo i convenevoli è Luciano che ci porta a visitare la vigna di Merlot che avvolge l’area dove è posizionata la nuova cantina e il vecchio ricovero, adibito a shop e magazzino, quello che localmente tutti chiamano “l’eremo della suora” in ricordo della suora che un tempo lo abitò.

La vista ci porta a conoscere tecniche di coltivazione (il bio, la biodinamica) e frammenti di vita in un aneddotica ricca e dettagliata senza mai annoiare, con Luciano, il proprietario che spesso chiede riscontro sul livello di interesse temendo di essere troppo noioso, ma non è così. Si passa dall’uso dell’ortica alla descrizione orgogliosa dell’immensa biodiversità nelle essenze erbose del vigneto; si parla di potatura e di attività in vigna, si parla della fatica nella gestione di una attività quasi esclusivamente manuale e della soddisfazione di vedere la vite che cresce. In questo frangente l’invito a raggiungere il punto più alto del vigneto ci porta ancora di più ad apprezzare il panorama, a chiederci come fanno a lavorare a mano il vigneto e a vedere le arnie delle api, anche esse nella squadra delle Driadi. La vigna è definita “selvaggia”, mantenuta con inerbimento costante, senza forzature e senza cimature, trattata con un rispetto estremo che si conferma quando candidamente ci viene detto “non tagliamo mai tutta l’erba in un giorno, non vogliamo lasciare la vigna e le api senza fiori”. Prima di raggiungere la cantina il passaggio per il frutteto con le mele antiche provenienti dalla Val Seriana e dall’Agordino nel Bellunese, un piccolo vezzo questa collezione.

La visita prosegue in cantina dove il salto nel passato è ancora più evidente. L’obiettivo delle Driadi è mettere in bottiglia il vigneto evitando qualsiasi aggiunta nel vino. Per cui il vino è frutto di fermentazioni spontanee, macerazioni lente e processi, ancora una volta, che sanno di antico e comunque di artigianale: la diraspatura fatta sulla terrazza panoramica (il tetto della cantina) per portare il mosto a fermentare per gravità, le follatura a mano, la parcellizzazione delle zona del vigneto per una vendemmia mirata a valorizzare ogni peculiarità, l’estrema cura dei dettagli, l’assaggio continui dei vini per controllarne l’evoluzione anche se non mancano le moderne analisi e la supervisione di un tecnico che prendendo per mano i proprietari ha condiviso insieme a loro un percorso di vino “naturale” (anche se la definizione è sempre contraddittoria e pericolosa). Tutti passi che conferiscono al loro vino delle Driadi caratteristiche peculiari e uniche.

Tutto questo viene fatto per la vigna di merlot, la vigna storica, e per le nuove vigne: il Cabernet Franc, e le vigne che stanno arrivando a produrre di Marzemino e di Bronner che mischiato a uve raccolte da vigneti storici nei dintorni è stato oggetto quest’anno di una micro vinificazione sperimentale.

Il tutto trasmette passione e ci porta alla voglia di passare alla degustazione, il passaggio sucessivo, che sarà presto riportato qui.

Bilancio Vendemmia 2020

La stagione 2020, partita con i migliori auspici e l’aggiunta del vigneto di Cabernet franc, è stata pesantemente caratterizzata dal lock down primaverile che ci ha di fatto positivamente focalizzare sulle attività in vigna in primavera a discapito però delle attività di vendita. Partendo dal vigneto di Merlot, le attività di potatura si sono estese al Marzemino, al Bronner e al nuovo vigneto di Cabernet Franc che ha subito un trattamento importante di potatura di ritorno atta a recuperare le piante dall’incuria degli anni precedenti.
La primavera è stata meravigliosa, forse grazie alla chiusura totale che ha tolto parecchio inquinamento dai cieli con bellissime fioriture. Le api hanno prodotto parecchio miele: dal miele al ciliegio primaverile fino al miele millefiori al vino dal sapore di merlot settembrino; in mezzoil miele di tarassaco, di acacia, di castagno, e un gradevolissimo millefiori agostano.
I vigneti di sono stati molto generosi in qualità con una buona resa. Fortunatamente quest’anno non abbiamo avuto problemi di grandine, anche se la resa per ettaro di quest’anno ha un po’ risentito dei danni delle tre grandinate del 2019.
I mesi di difficoltà commerciale sono stati caratterizzati da una bona richiesta di vino da privati grazie alla disponibilità alla consegna a domicilio, attività che ci ha permesso di incontrare e conoscere parecchi clienti già estimatori del nostro vino che fino al lock down avevano apprezzato nei ristoranti. Per questo motivo abbiamo anche deciso alla ripresa di contattare tutti i nostri ristoratori per ringraziarli e per valutare come agevolarli nella ripresa delle attività.
L’estate è stata caratterizzata da una piovosità abbondante, ma regolare senza fenomeni climatici estremi e ha portato in vigna, grazie anche al grande lavoro in campo con trattamenti bio e Biodinamici, uve di qualità a partire dal nostro merlot. Qiest’anno raccolto un piccolo quantitativo di Bronner, abbiamo avuto una prima vendemmia del Cabernet Franc che ci porterà finalmente ad un allargamento della gamma di vini. Un po’ penalizzato purtroppo da una famiglia di Tassi voraci il vigneto Cabernet dove i tassi ci hanno letteralmente “mangiato” metà del raccolto. Speriamo che il 2021 sarà l’anno del Marzemino.
Le uve sono già vino dopo un intenso mese di ottobre in cantina dove la fermentazione spontanea non ha avuto nessun problema, anche l’esperienza della vinificazione in bianco è stata interessante e divertente, per una piccola quantità di un macerato interessante e piacevole.
L’entusiasmo per i vini del 2020 è alle stelle, speriamo che il risultato sia all’altezza delle aspettative.
Altro particolare che ci piace citare è la collaborazione data a due amici neo-vignaioli che quest’anno hanno deciso di recuperare altri vigneti dall’abbandono: entrambi hanno seguito la nostra filosofia. A loro va la mia ammirazione per avere tenuto duro per tutta la stagione con costanza e caparbietà, sperando i nostri suggerimenti siano stati utili per un prodotto sano e buono, ma saranno i risultati (spero) a dirlo.
Altro dettaglio ci sono mancati gli incontri con gli amici vignaioli e amici amanti del vino negli eventi fieristici tutti cancellati. Speriamo di rivederci presto sperando in una scomparsa rapida della pandemia.