10 motivi (seriamente ironici) per bere vino

Per dimenticare che fai vino. Così, almeno per un bicchiere, ti sembra un bel mestiere.

Per parlare meglio le lingue straniere. Dopo due calici diventi madrelingua di qualsiasi cosa.

Per fare amicizia. Nessuno si è mai abbracciato davanti a una tisana.

Per dare un senso alla cantina piena. Non puoi lasciarla lì a guardarti, no?

Per allenare il naso. Così impari a distinguere il profumo di ciliegia da quello di… ciliegia.

Per giustificare le figuracce. È sempre stato il tannino, mica tu.

Per sentirti filosofo. Dopo il terzo bicchiere, risolvi pure il senso della vita.

Per combattere la noia. Perché guardare la tv, quando puoi guardare il bicchiere?

Per sentirti sano. “Un bicchiere al giorno fa bene al cuore”. Nessuno ha mai detto quanto grande il bicchiere.

Per brindare. A cosa? A tutto: al sole, alla pioggia, al vicino antipatico, persino alla suocera… col vino tutto sembra brindabile.

Monologhi della vigna: il vino

ogni vino alla è fine unico

dalla mente arrivano i ricordi di quelle frasi che ogni tanto ti rimangono impigliate nel cervello…“il vino (il vino di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) può paragonarsi soltanto a un essere umano e vivente, immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso. Esigere un vino “stabile” è la più grande sciocchezza che un bevitore di vino possa commettere.” solo dopo molti anni ho capito cosa voleva dire (Mario Soldati)

il vino “comincia sempre con il rifiutarsi, con garbo e villania secondo il temperamento, e si concede solo a chi aspira alla sua anima oltre che al corpo. Apparterrà a colui che lo sa scoprire con delicatezza” aveva capito tutto (Luigi Veronelli)

E’ vero; il vino è corpo, ma è anche anima: il vino è amore del corpo e dell’anima.

non so se esiste qualcosa dove la relazione tra uomo, vite, terreno, tempo, possa produrre una intimità di tale potenza: l’uomo ha dominato il mondo, solcato i mari, scalato le montagne, ma solo chiedendo alla pianta di legarsi al terreno, aggiungendo la propria passione e la propria pazienza e la propria competenza è riuscito a ricavarne qualcosa di unico, per sé, per gli altri: qualcosa che è il più intimo legame tra me, uomo, la terra dove coltivo, la vigna, la stagione, il tempo

vorrei che tutti capissero e imparassero, ogni volta che sorseggiano un bicchiere a sollevarlo verso il cielo, a guardarlo nel profondo: si può ammirarne il colore, la densità, si può annusare, respirando a pieni polmoni pensando alla terra che lo ha generato, lo si può assaporare con calma ad occhi chiusi, e godervi il sorso che lentamente vi avvolge

ma soprattutto bevete alla salute di tutti quelli che hanno portato vita, sudore e passione in quel bicchiere; pensate alla stagione, alla vite, al terreno; pensate al vignaiolo che con costanza e pazienza, ha lavorato mesi e mesi per portare il vino nel vostro bicchiere, camminando e curando la sua vigna, mirando e curando le sue botti

lui sa la passione che ci ha messo, e lui sa come ha trovato il modo di arrivare alla fine del cammino per fare il vino della sua annata, della sua vigna, che per buono e cattivo che sia se è frutto di passione e amore.

Monologhi della vigna: si parte!

cammino per i filari tra l’erba già alta ora già dipinta di verde accanto ad alberi vicini ancora spogli, i ciliegi stanno dicendo che esistono: i boschi sono punteggiate di alberi bianchi con i loro fiori

controllo, salendo lentamente, il mio vigneto più ripido, i tralci che saranno madre hanno le gemme gonfie, e sono nate prime foglie

sembra incredibile, oggi vedo una gemma, una piccola foglia, domani sarà un piccolo tralcio, settimana prossima dovrò curarlo, controllare che cresca bene che sia ben orientato e protetto e poi tra un mese dopo avere cercato il cielo si piegherà verso la terra se non sarò capace di trovargli la giusta via

arriverà la pioggia e la su crescita accelererà fino a non riconoscere giorno con giorno la pianta del giorno prima per riconoscere nel tutto il senso della vita

è una lentissima esplosione quella che si prepara, non mi accorgo del lento movimento, della crescita costante, è la lentissima esplosione della vite, del capo a frutto che diventa portatore di uva, del mio prossimo vino che nascerà

devo fare attenzione nell’accompagnare i tralci e la vigna nell’aiutare il raggiungimento del nostro obiettivo, il frutto che è futuro, vino per me, seme e vita per la vite

da oggi inizia il mio viaggio in vigna, da oggi devo accompagnare questa vigna nel suo percorso dalla Gemma ino al frutto, ci legheremo io e la vigna, mano nella mano, in questa annata attraverso il caldo, il freddo, il sole, la pioggia, il vento, la tempesta, la sete fino alla vendemmia

Monologhi della vigna: potando

abbasso lo sguardo, accarezzo il piede, osservo il tronco da terra fino all’estremità…guardo il tralcio che ha prodotto, lo sperone che ha liberato le sue gemme, devo scegliere dove tagliare, cosa tagliare, cosa lasciare

mi rivedo come oggi un anno fa, la stessa attenzione, lo stesso sguardo, gli stessi pensieri

via i polloni, via i rametti, via il capo a frutto: è il taglio del passato

pensiamo al presente, all’anno che arriva, al nuovo vino

così senza rimorsi un taglio netto al capo a frutto del passato, alle cose che hanno già dato e lasciamo il tempo alla speranza più forte: il tralcio più vigorose

e poi ancora, un altro taglio per il futuro, uno sperone, da cui nascerà la riserva per l’anno venturo, cosî il ciclo della vita si compie, un taglio al passato, viviamo il presente e pensiamo al futuro

potare è come mettere ordine nella propria vita, quando ci si guarda intorno, pensiamo a quello che abbiamo fatto, a quello che siamo e a quello che vogliamo

si rompe col passato, si vive il presente e si imposta il futuro

ma non c’è tempo da perdere…allungo la mano e prendo il tralcio del passato, lo getto a terra…lo raccoglierò con calma e procedo…un altro passo, un altro sguardo: cambio pianta e ricomincio,

Il taglio ritmato della cesoia accompagna il verso della poiana che vola sull’ vigneto, all’orizzonte la foschie dell’inverno tremano al rumore del da fare umano

Sono qui nel mio paradiso e la vigna mi guarda, aspetta che la spogli per ripartire con un nuovo viaggio

Monologhi della vigna: inverno

gennaio…un inverno come tanti, forse leggermente più caldo rispetto a qualche anno fa, il sole radente e basso, una leggera foschia all’orizzonte, il verde domina il panorama, un verde tenue, invernale appunto; uno uomo con una giacca rossa, due poiane che si inseguono, un rumore ritmico, il taglio della forbice con cui l’uomo sta potando la protagonista del dialogo di oggi: la vigna.

affronto il freddo di quest’inverno nuda, mi hanno abbandonato le mie foglie, ma mi rimane l’essenziale, il legno, le radici, ed i miei tesori: le gemme

l’uomo che mi cura mi sta spogliando privandomi di ogni pudore: ora sono tornata snella e libera a orpelli, libera da rami, vinaccioli e rametti, pronta per affondare i rami nel cielo

mi riparo dal freddo, dal gelo, godendo degli sprazzi di sole che spesso arrivano, anche ora, a gennaio, e scaldano il mio cuore, mentre aspetto la primavera

l’inverno è acqua, è neve, è pioggia è sole, ma è riposo, concentrazione, ricarica

nell’infinito incedere del tempo, mi ritrovo a fremere per tornare alla vita: aspetto che le giornate inizino ad allungarsi quando qualcosa finalmente succederà: le gemme mi chiameranno, hanno voglia di crescere, si prenderanno la linfa, come ogni anno, come ogni primavera…per spiccare il volo

e allora mi allungo: prima una, piccola e tenue fogliolina si libera dal suo guscio vellutato: la gemma che l’accudiva, e dopo la prima sanno due, tre foglie, e poi quattro, cinque, e poi ancora le altre e finalmente la primavera e la vita ritorneranno a farmi scoprire il cielo

Dedicato a chi non potrà visitarci a novembre

Mi piaceva proporvi quanto ricevuto

Cinquecento metri di sterrato nel bosco sono un piccolo salto nello spazio, una passeggiata da nulla, nel caso delle Driadi rappresenta un piccolo salto in un’altra epoca. Il sentiero ombroso ed immerso nel fitto di un bosco di querce sembra inizialmente inghiottirti portandoti dalla luce e dal panorama appena passato ad una foresta quasi impenetrabile se non fosse per una piccola strada che serpenteggia tra querce, castagni e carpini affiancata da un antico muro a secco. Arrivati ad incrociare un allegro ruscello la strada si inerpica ripida sulla collina per arrivare alle Driadi quando improvvisamente il bosco si apre lasciando lo spazio ad un panorama mozzafiato. Un po’ accaldati e senza fiato per il ripido strappo, capiamo subito che siamo arrivati: un cartello di legno scritto a mano ce lo ricorda: “Le Driadi, viticoltori”; un altro cartello ci fa sorridere “bad roads bring good People” un bel messaggio di benvenuto che fa passare subito il piccolo affanno.

“Qui ci arrivi se cerchi noi, oppure se ami passeggiare in questi luoghi meravigliosi, così vicino alla civiltà, ma così lontani da tutto” ci diranno poi Gabriella e Luciano.

Varcato il cancello la vista si apre all’orizzonte: la pianura, le colline di Palazzago, l’Albenza (“quella montagna è l’Albenza, il nostro polmone termico”), in lontananza i colli della “Città di Bergamo”. Città, come diceva il pescatore che accompagnava Renzo Tramaglino nei promessi sposi:
“è Bergamo, quel paese? ”
“ La città di Bergamo, ” rispose il pescatore.
“ E quella riva lì, è bergamasca?”
“ Terra di san Marco. ”.

E il legame con la terra di San Marco è presente anche qui quando Luciano ci mostrerà le mele antiche che ha recuperato dal bellunese.

Dopo i convenevoli è Luciano che ci porta a visitare la vigna di Merlot che avvolge l’area dove è posizionata la nuova cantina e il vecchio ricovero, adibito a shop e magazzino, quello che localmente tutti chiamano “l’eremo della suora” in ricordo della suora che un tempo lo abitò.

La vista ci porta a conoscere tecniche di coltivazione (il bio, la biodinamica) e frammenti di vita in un aneddotica ricca e dettagliata senza mai annoiare, con Luciano, il proprietario che spesso chiede riscontro sul livello di interesse temendo di essere troppo noioso, ma non è così. Si passa dall’uso dell’ortica alla descrizione orgogliosa dell’immensa biodiversità nelle essenze erbose del vigneto; si parla di potatura e di attività in vigna, si parla della fatica nella gestione di una attività quasi esclusivamente manuale e della soddisfazione di vedere la vite che cresce. In questo frangente l’invito a raggiungere il punto più alto del vigneto ci porta ancora di più ad apprezzare il panorama, a chiederci come fanno a lavorare a mano il vigneto e a vedere le arnie delle api, anche esse nella squadra delle Driadi. La vigna è definita “selvaggia”, mantenuta con inerbimento costante, senza forzature e senza cimature, trattata con un rispetto estremo che si conferma quando candidamente ci viene detto “non tagliamo mai tutta l’erba in un giorno, non vogliamo lasciare la vigna e le api senza fiori”. Prima di raggiungere la cantina il passaggio per il frutteto con le mele antiche provenienti dalla Val Seriana e dall’Agordino nel Bellunese, un piccolo vezzo questa collezione.

La visita prosegue in cantina dove il salto nel passato è ancora più evidente. L’obiettivo delle Driadi è mettere in bottiglia il vigneto evitando qualsiasi aggiunta nel vino. Per cui il vino è frutto di fermentazioni spontanee, macerazioni lente e processi, ancora una volta, che sanno di antico e comunque di artigianale: la diraspatura fatta sulla terrazza panoramica (il tetto della cantina) per portare il mosto a fermentare per gravità, le follatura a mano, la parcellizzazione delle zona del vigneto per una vendemmia mirata a valorizzare ogni peculiarità, l’estrema cura dei dettagli, l’assaggio continui dei vini per controllarne l’evoluzione anche se non mancano le moderne analisi e la supervisione di un tecnico che prendendo per mano i proprietari ha condiviso insieme a loro un percorso di vino “naturale” (anche se la definizione è sempre contraddittoria e pericolosa). Tutti passi che conferiscono al loro vino delle Driadi caratteristiche peculiari e uniche.

Tutto questo viene fatto per la vigna di merlot, la vigna storica, e per le nuove vigne: il Cabernet Franc, e le vigne che stanno arrivando a produrre di Marzemino e di Bronner che mischiato a uve raccolte da vigneti storici nei dintorni è stato oggetto quest’anno di una micro vinificazione sperimentale.

Il tutto trasmette passione e ci porta alla voglia di passare alla degustazione, il passaggio sucessivo, che sarà presto riportato qui.

Bilancio Vendemmia 2020

La stagione 2020, partita con i migliori auspici e l’aggiunta del vigneto di Cabernet franc, è stata pesantemente caratterizzata dal lock down primaverile che ci ha di fatto positivamente focalizzare sulle attività in vigna in primavera a discapito però delle attività di vendita. Partendo dal vigneto di Merlot, le attività di potatura si sono estese al Marzemino, al Bronner e al nuovo vigneto di Cabernet Franc che ha subito un trattamento importante di potatura di ritorno atta a recuperare le piante dall’incuria degli anni precedenti.
La primavera è stata meravigliosa, forse grazie alla chiusura totale che ha tolto parecchio inquinamento dai cieli con bellissime fioriture. Le api hanno prodotto parecchio miele: dal miele al ciliegio primaverile fino al miele millefiori al vino dal sapore di merlot settembrino; in mezzoil miele di tarassaco, di acacia, di castagno, e un gradevolissimo millefiori agostano.
I vigneti di sono stati molto generosi in qualità con una buona resa. Fortunatamente quest’anno non abbiamo avuto problemi di grandine, anche se la resa per ettaro di quest’anno ha un po’ risentito dei danni delle tre grandinate del 2019.
I mesi di difficoltà commerciale sono stati caratterizzati da una bona richiesta di vino da privati grazie alla disponibilità alla consegna a domicilio, attività che ci ha permesso di incontrare e conoscere parecchi clienti già estimatori del nostro vino che fino al lock down avevano apprezzato nei ristoranti. Per questo motivo abbiamo anche deciso alla ripresa di contattare tutti i nostri ristoratori per ringraziarli e per valutare come agevolarli nella ripresa delle attività.
L’estate è stata caratterizzata da una piovosità abbondante, ma regolare senza fenomeni climatici estremi e ha portato in vigna, grazie anche al grande lavoro in campo con trattamenti bio e Biodinamici, uve di qualità a partire dal nostro merlot. Qiest’anno raccolto un piccolo quantitativo di Bronner, abbiamo avuto una prima vendemmia del Cabernet Franc che ci porterà finalmente ad un allargamento della gamma di vini. Un po’ penalizzato purtroppo da una famiglia di Tassi voraci il vigneto Cabernet dove i tassi ci hanno letteralmente “mangiato” metà del raccolto. Speriamo che il 2021 sarà l’anno del Marzemino.
Le uve sono già vino dopo un intenso mese di ottobre in cantina dove la fermentazione spontanea non ha avuto nessun problema, anche l’esperienza della vinificazione in bianco è stata interessante e divertente, per una piccola quantità di un macerato interessante e piacevole.
L’entusiasmo per i vini del 2020 è alle stelle, speriamo che il risultato sia all’altezza delle aspettative.
Altro particolare che ci piace citare è la collaborazione data a due amici neo-vignaioli che quest’anno hanno deciso di recuperare altri vigneti dall’abbandono: entrambi hanno seguito la nostra filosofia. A loro va la mia ammirazione per avere tenuto duro per tutta la stagione con costanza e caparbietà, sperando i nostri suggerimenti siano stati utili per un prodotto sano e buono, ma saranno i risultati (spero) a dirlo.
Altro dettaglio ci sono mancati gli incontri con gli amici vignaioli e amici amanti del vino negli eventi fieristici tutti cancellati. Speriamo di rivederci presto sperando in una scomparsa rapida della pandemia.

Ho le dita nere

Ho le dita nere. Direi di più: abbiamo le dita nere…

E’ lo zucchero che penetra, il colore dell’uva, il colore del sole trasformato da foglie e radici, e adesso mi ritrovo le mani nere. Sembrerà strano ma di tutto quello che abbiamo fatto per la vendemmia e per la vinificazione la cosa che mi ha colpito di più è proprio questa: le dita nere…

ma non solo, le dita profumate di mosto, un profumo di dolcezza che è penetrato nella pelle, nel corpo, come il nero delle dita.

E dire che l’avevo notato, tempo fa, quando in cantina ci andavo a degustare o a cercare di capire: avevo notato quelle dita nere in qualche viticoltore, forse quelli più appassionati, oggi capisco, quelli che nel mosto ci mettevano le mani, quelli che le bucce le tolgono dai serbatoi, quelli che il vino se lo sentono dentro.

Ogni tanto mi guardo le mani, le annuso, e penso al mio vino, che mai avrei pensato di riuscire a fare, mentre ora è li, che mi aspetta e mi dico, orgoglioso, ho le dita nere.

Annata 2018

L’annata 2018 si è caratterizzata da frequenti piogge, umidità relative molto alte e caldo. La vendemmia come negli ultimi anni è a inizio ottobre, leggermente anticipata rispetto alla tradizione.

In campo abbiamo avuto un giugno e luglio difficile: piogge frequenti hanno lasciato spazio a finestre operative per i trattamenti molto strette. Per un lungo periodo il terreno umido ci ha fatto operare manualmente, tra una pioggia e l’altra, mettendoci a dura prova, con in aggiunta l’attività pesante per il controllo delle erbe infestanti quest’anno particolarmente rigogliose. Fortunatamente non abbiamo avuto grandine, ma abbiamo insetti che hanno “bucato” foglie e acini che ci porteranno a riflettere su come procedere per l’anno prossimo.

Uve comunque sane e abbondanti, buon inizio per la nuova stagione in cantina.

Biodinamici?

La biodinamica ha avuto un grandi meriti nella viticoltura dei nostri giorni:

Ha spostato l’attenzione alla vigna, al terreno, alla coltivazione, al contadino, quando dai rampanti anni ’90 il vino era fatto in cantina più che in vigna…

Ha riportato (nel nostro modo di applicarla) una nuova consapevolezza: la cura del terreno, della vigna e il rispetto della natura e della biodiversità fanno bene al vino, fanno bene alla vigna, fanno bene al paesaggio, fanno bene a chi la pratica, riportando al centro dell’attenzione la Natura, come protagonista e non le ricette, le formule, le alchimie.

Ha lavorato creando di fatto un “brand” che ha attirato attenzione, avvicinando al mondo naturale persone che altrimenti non si sarebbero mai interessato della metodologia di coltivazione, ma sarebbe rimasta concentrata sul vino. Spesso alle manifestazioni cui partecipo il nome “biodinamico” mi permette di aprire lo sguardo al vino, alla vigna, al terreno….

Rimane sempre però chiaro in me l’obiettivo di mettere al centro il “vino”, che poi, volenti o nolenti è il frutto del lavoro dell’azienda Driadi, frutto di passione sudore, ma il prodotto tangibile per cui essere misurati con il più impietoso dei giudici: il mercato.

Nella ricerca quindi del nostro vino l’attenzione sarà sempre nel garantire un processo di vinificazione rispettoso, minimale, semplice e discreto per esaltare le qualità della nostra uva, del nostro vigneto, del nostro territorio.

Vino naturale? Per me sarà il vino naturale per eccellenza.

Vino biologico? Sicuramente si, ma per definirlo tale ci penserà chi i regolamenti europei del bio ha deciso debba farlo.

Vino biodinamico? Il rispetto e la cura del vigneto sono in piena coerenza con l’approccio steineriano (impropriamente definito biodinamico). Lo abbiamo fatto nella cura del terreno, nella cura della vigna. Lo abbiamo fatto anche con la scelta dei materiali utilizzati per la cantina, o con le imprese che vi hanno lavorato, tutte del posto, così come chi ci dà una mano, dove troviamo sempre appartenenti al tessuto sociale dei nostri territori, quanto basta per noi per definirci e definire il nostro vino steinerano o se si preferisce biodinamico, anche senza le foto dei cavalli in vigna.

Cosa altro?

Un Brindisi!!!