la nostra vigna selvaggia

E’ una vigna che ci aspettava…era qualche anno che chiedeva cure ed attenzione. Selvaggia, stressata, in un bellissimo anfiteatro vicino ad altri vigneti eroici cercava di difendersi dal bosco. L’anno scorso a dicembre abbiamo deciso di adottarla, ed è diventata la nostra #vignaselvaggia la nostra #wildvineyard. L’abbiamo ridimensionata, abbiamo cercato gli speroni più promettenti per una nuova giovinezza, l’abbiamo raccolta e pettinata anche se lei ribelle ci ha sempre detto che voleva rimanere la nostra #vignaselvaggia #wildvineyard. Adesso ci sta premiando e sta portando a termine la sua prima annata con noi. Dovremo avere pazienza. Da una #vignaselvaggia #wildvineyard non possiamo che pretendere un vino estremo, estremo nella macerazione, estremo nell’affinamento. Dopo un #driadefelice merlot che ha stravolto il concetto tradizionale del merlot in bergamasca, tenetevi pronti per il vino della nostra #vignaselvaggia

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Il valore del tempo

Nell’atmosfera surreale della primavera 2020, dominata dal terrore della pandemia, è facile trovare tempo per riflettere e ci si accorge che questa forzato ritmo rallentato, ci ha regalato uno dei beni più preziosi: il tempo. Abbiamo tempo…

Ma il tempo del virus, il tempo di lockdown, il tempo di incubazione, il tempo di quarantena, il tempo necessario alla immunità di gregge, non è una novità per tutti. Ho capito che per chi lavora la campagna non è una novità così sorprendente avere tempo, dare tempo, aspettare che la cosa passi, si sistemi…

Si, perché forse chi è a contatto con la natura tutti giorni sa che esiste il fato, il contrattempo e il progredire naturale delle cosa. Può essere la grandine che arriva e distrugge, o una malattia che ti ruba il raccolto è ti chide lavoro e pazienza per tornare a gioire, può essere la pioggia che ti rovina i programmi oppure semplicemente u a cosa che accade, Può essere anche che fai una scelta e sbagli e non puoi tornare indietro. Lavorando capisci che il pentimento porta pace in sé stessi, ma per mettere a posto le cose non basta e devi lavorare, lavorare, lavorare.

La natura tende a infonderti la consapevolezza di quanto è fallace il nostro essere vivi, in nostro essere convinti di potere dominare il mondo, il nostro considerarci sopra la natura stessa.

Questa pandemia sta diffondendo la stessa consapevolezza.

Ma c’è un’altra lezione che viene dalla terra, un’altra consapevolezza. La malattia passa se si riesce a ricostruisce un equilibrio tra tutte le componenti della nostra vita. Un effetto patogeno non sparisce se non è accompagnato da un fattore che lo contrasta e lo equilibra, quello stesso equilibrio che abbiamo perso, rompendo o affievolendo quel debole legame che c’è tra noi e la natura che ci circonda.

Distilliamoci

Quest’anno abbiamo deciso di aggiungere alla nostra offerta una grappa. Era tempo che ci pensavamo, poi l’annata amara ci ha portato a consolarci inseguendo un altra avventura. Abbiamo così incominciato la ricerca di qualcuno che potesse estrarre l’essenza del nostro merlot. Poco convinti abbiamo cominciato ad esplorare le strade più comode, distillatori noti, i distillatori dei nostri colleghi finché ci siamo imbattuti in una bottiglia di acquavite straordinaria. Frutto di una doppia distillazione e diluita con acqua di ghiacciaio ci ha subito entusiasmato per gradevolezza e freschezza pur pungente come una lama. Era distillata in Alto Adige, ai piedi delle nostre amate Dolomiti (beh non tanto ai piedi, visto che la distilleria è sopra i 1000 metri).

Abbiamo così contattato il distillatore con cui abbiamo trovato subito accordo sugli intenti nel ricercare una grappa secca, la sintesi estrema della vigna. E’ stato interessante il confronto con il distillatore il quale naturalmente ha voluto farsi convincere partendo dalla qualità del nostro vino; in effetti l’insospettiva in nostro essere “naturali”, voleva essere certo che la naturalità non ponesse in secondo piano la qualità del vino. Alla fine lo abbiamo convinto e ci siamo convinti e Florian (il maestro distillatore) ha accettato le nostre vinacce e operato il miracolo di estrarre l’essenza delle Driadi nel nostro Merlot.

La nostra grappa si chiamerà Folèt…perché in fondo è una piccola follia.

Gli uccellini longevi

E’ pronto il nostro Goumi!

A 4 anni dalla messa a dimora sono riuscito a gustarmi un po’ di queste splendide bacche rosse e allungare la vita di qualche minuto, magari qualche ora e chissà se mi pentirò di averli mangiati o mi rammaricherò di non averne mangiati abbastanza. Eh si perché il goumi, si sa (eh eh eh io lo so…) allunga la vita.

Lo sanno bene gli uccellini del mio vigneto, la maggior parte con le piume ormai bianche e la barba lunga, che insegnano alla loro discendenza la prelibatezza di questo piccolo frutto, asprigno al primo morso ma dolce e vario nella persistenza dei suoi aromi.

Pensandoci potrei sostituire la vigna con goumi: aumentando i frutti potrei mangiare solo goumi e diventare quasi immortale (almeno quanto gli alberelli di goumi). Non soffrono la grandine (quest’anno sono gli unici frutti a non avere sovverto) e non hanno bisogni di avere un uomo che li difenda continuamente dalle avversità del clima, sono anche rossi, in un epoca che nemmeno i pomodori sono più rossi, ma sembra che questo è perché che vengono dalla cina dove sembra siano ancora vivi alcuni comunisti.

In ogni caso: il goumi è disponibile, se volete, prima che gli uccellini si ricordino della loro voglia di immortalità.

Vendemmia 2019

L’annata 2019 è stata un’annata durissima partita con un maggio freddissimo a continuata con frequenti acquazzoni accompagnati spesso da grandinate. Il maggio freddo ha penalizzato l’uva nel periodo di fioritura con un risultato negativo sulle rese, mentre tre sono state le grandinate che hanno colpito il nostro merlot: la peggiore il 22 giugno ha messo a dura prova le piante che hanno dovuto rifogliare, esponendosi allo oidio che nel mese di luglio l’ha fatta da padrone. La lotta contro lo oidio ha comportato un duro lavoro, aggravato dal fatto che le frequenti piogge hanno comportato trattamenti con pompa a spalla, In ogni caso la stagione ha permesso di capire tante cose su questo fungo, sui suoi effetti e sulla lotta per debellarlo, effettuata sempre in maniera bio e mai invasiva.

Una vera annata eroica.

L’ultima grandinata di inizio agosto ha colpito invece l’uva già invaiata, anche in questo caso la reattività in campo e il duro lavoro hanno permesso di riparare i danni, ma porteranno ad una vendemmia leggermente anticipata al fine di evitare che le piogge prevedibili di fine settembre o inizio ottobre portino ulteriori danni all’uva. La maturità fenolica dei grappoli è comunque avanti e l’uva grazie in questo caso anche Grazie caldo, hanno recuperato il ritardo che avevano accumulato fino a fine giugno.

Ed ora andiamo in vendemmia curiosi di vedere il risultato di una annata eroica, sperando in un vino altrettanto eroico, magari meno faticoso.

Naturale/Natural

La scelta di un vino “naturale” è stata veramente semplice…innanzitutto occorre chiarire il concetto di naturalità che per noi. Andando all’essenziale, per noi vino naturale significa un vino proveniente da uve e vinificato riducendo al minimo interventi esterni che non siano la mano dell’uomo. Il minimo di zolfo e rame in vigna, una gestione del verde rispettosa, attenta a salvaguardare la vite, pur sfogliandola e addomesticandola per salvaguardare o garantire la qualità dell’uva; una gestione attenta dell’inerbimento per garantire la massima biodiversità e il completo compimento delle fasi vegetative delle essenze erbacee, senza mettere a repentaglio la vite da una parte, con tagli tardivi, o le api, con tagli continui e irrispettosi. E il vino? Una vinificazione minimale, attenta a valorizzare il terroir, che privilegia lieviti indigeni, un minimo di solforosa, nessuna forzatura, partendo da una selezione attenta delle uve e da una parcellizzazione consapevole del vigneto, mirata a definire particelle omogenee e coerenti con l’obiettivo puntato sul vino da realizzare. Naturale nell’approccio anche se la naturalità potrebbe essere definita meglio come artigianalità non invasiva. E, come dicevo, e scusate il giro di parole, per noi è stato naturale fare così. Non siamo capaci di pensare nemmeno lontanamente a un diserbo, non vogliamo sentire parlare di pratiche enologiche che facilitano, aiutino, addomestichino…pur non riuscendo a fare a meno di mezzi e strumenti assolutamente artificiali, pompe, taniche, botti…

Per qualcuno dei nostri colleghi è inconcepibile…tanto è naturale per noi quanto è irrazionale per altri che vedono nel nostro modo di fare un lato di masochismo molto accentuato. Devo dire che un po’ sconcerta anche certi enologhi, quasi indispettiti nel non dovere (o potere) intervenire (fortunatamente non tutti), come quel medico che pur avendoti visitato e non avendoti trovato nulla si sente in dovere di prescrivere comunque una ricetta perché altrimenti si sente di non essersi guadagnato la giornata.

Ma la soddisfazione più grossa è accompagnare passo passo la vigna e il vino: seguire i germogli, proteggerli e vederli crescere, assaggiare spillando dalle botti qualche millilitro di vino seguendolo nella sua evoluzione, cercando di prevederla, quasi a cercare di leggere il futuro nella rossa vitrea sfera del bicchiere.

Ma allora perché devo spiegare i motivi di una scelta, per tanti così estrema di un vino naturale? No, non devo spiegare nulla, saranno gli altri a dirmi perché cercano cose diverse.

Quel filo

Non è passato molto tempo da quando, dopo tre anni di duro lavoro, ci siamo trovati in cantina le prime bottiglie e ci siamo inventati venditori di vino. La cantina era piena e occorreva incominciare a vendere…

Per noi il nostro vino era buono, ottimo, ma si sa, ogni “scarrafone è bello a mamma sua” e il confronto con i “Clienti” faceva effettivamente paura: piacerà? Ma a te piace? Sarà il prezzo giusto? Cosa racconto? Il principale canale di vendita sarebbero stati (almeno speravamo lo divenissero) i ristoranti. Non volevamo andare da ristoratori amici, per noi sarebbe stato imbarazzante, ma lo sarebbe stato soprattutto per loro. Il primo ristorante fu un ristorante che apprezzavamo, avendoci mangiato varie volte, e ci fu indicato da un vicino di casa, che conosceva personalmente i gestori. Grazie a questa amicizia riuscimmo ad avere un primo appuntamento di presentazione del vino.

Il primo appuntamento…

La presentazione (avevamo delle foto del vigneto che aiutavano a raccontare la nostra storia) divenne presto un dialogo, uno scambio di esperienze, opinioni, di storie di vita.

Piacque anche il vino…ed uscimmo orgogliosi di avere ricevuto un primo ordine  e felici di avere incontrato sulla nostra strada delle bellissime persone. Tornati a casa preparammo orgogliosamente le confezioni di vino e la fattura, la nostra prima fattura: la numero uno.

Nel tempo con questi ristoratori il rapporto si è consolidato: abbiamo sempre di più apprezzato la loro cucina coraggiosa, vicina al territorio e a materie prime mai banali, ed è continuato il loro apprezzamento per i nostri vini; consigliamo spesso quel ristorante, almeno quanto loro apprezzano e propongo consigliandolo, il nostro vino.

Avere un ristorante è un lavoro durissimo, fare bene quel lavoro presuppone abnegazione, sacrificio e costante ricerca (perlomeno è quello che vedo in coloro che questo mestiere lo vogliono fare bene) ed è per questo difficile frequentare ristoratori in ambiti diversi dal ristorante. I momenti di contatto con il ristoratore sono sempre fugaci e veloci. Si chiacchiera quando andiamo a cena, o quando portiamo il vino anche se questo non impedisce di instaurare empatia (spero) reciproca.

Nell’ultima consegna del vino al ristorante mi hanno detto con un certo orgoglio:
“dei nostri cari amici ci hanno parlato bene del vostro vino!….lo hanno provato e ce lo suggerivano, gli abbiamo risposto certo che conosciamo, abbiamo fatto loro la fattura numero 1”,

Il legami tra le persone sono un filo a volte sottilissimo, ma resistente.

Bronner, un’altra scelta

Abbiamo spiegato cosa ci ha portati a scegliere il Marzemino come vitigno da impiantare nel nuovo vigneto nel 2018. Ma la storia non finisce qui. Si perché anche quest’anno abbiamo richiesto e ottenuto la possibilità di impiantare un altro piccolo vigneto. Un altro tassello nella nostra storia. In questi giorni ho eliminato tutte le piante della zona che abbiamo intorno alla cantina. C’era qualche noce, qualche ciliegio, qualche carpino. Erano cresciuti sui terrazzamenti che rimangono il residuo dei terrazzi che fino al 2000 erano protagonisti nel nostro vigneto. Attorno al 2000 infatti il precedente proprietario ha “raddrizzato” quasi tutti i terrazzi per facilitare l’utilizzo del trattore, impiantando l’attuale vigneto, tralasciando un piccolo particolare: la pendenza, che essendo oltre al 40% avrebbe limitato comunque l’uso del trattore. Ma questa è un’altra storia.

Quindi nel 2000 il gradoni sono stati quasi tutti spianati tranne una parte, la più ripida, dove sono rimasti i resti degli antichi terrazzamenti. Le opere di terrazzamento nella zona di Pontida sono iniziati nel XI XII secolo, ma essendo il mio vigneto uno dei più alti, devo dedurre che è più recente anche se credo di potere dire che la vite, nella mia tenuta è presente da almeno 300 anni.

Ma che vigneto impiantare? che scelta fare?

Al solito i consigli di vicini, appassionati ed esperti…: un altro rosso; no, non puoi fare anche la vinificazione in bianco, devi mettere rosso…
ma che rosso mettere? L’autoctono non ci fanno avere le barbatelle (vedi articolo precedente); il marzemino l’ho già messo, il cabernet… non mi piace….ma perché no un bianco?

Ma che bianchi ci potrebbero essere? Pinot Grigio, potremmo fare un macerato, tanto di moda…o un Kerner, anche lui ci piace molto, ma che senso avrebbe in bergamasca…potremmo mettere un vitigno internazionale, ma no, ce ne sono già molti in zona.

Incominciavo comunque a credere di avere fatto l’ennesimo atto di incoscienza quando invece pensandoci bene stavo facendo un grande atto di speranza: in effetti è un grande atto di fiducia fare una vigna: vuol dire avere speranza nel futuro, fiducia nel futuro, vuol dire legarsi alla terra, allearsi con lei.

Pertanto abbiamo riconsiderato attentamente tutti gli aspetti della nostra impresa: il vigneto in quella zona è impervio, arido, sassoso, nell’ambito di questi vincoli occorre fare scelte semplici: ci si lavora solo a mano: e quindi sarebbe meglio ridurre i trattamenti per non impazzire. E’ accidentato il terreno, quindi i filari non sono un vincolo, possiamo avere qualsiasi schema.

E il vitigno? Dobbiamo fare qualcosa di diverso; abbiamo un vitigno internazionale, uno autoctono, cosa vogliamo mettere per divertirci?

La scelta finale quindi è stata qualcosa di diverso, di unico.

Alla fine ho capito che nel piccolo vigneto ci sarà una bellissima vigna
sesto d’impianto ad alberello (per contrastare l’esposizione solatia del posto), a quinconce (per massimizzare il numero di viti e facilitare il radicamento profondo delle radici)
il vitigno sarà il Bronner, un vitigno resistente che dovrebbe risparmiarci parte dei trattamenti permettendoci di ridurre la quantità di rame.

Speriamo sia una scelta giusta, di speranza e non di incoscienza.

Marzemino, una scelta

Due anni fa ho riflettuto molto su che vitigno piantare in una striscia di terra che ho acquistato da un’amabile e nobile (di fatto) contessa. Un declivio terrazzato, con terrazze ormai consunte dal tempo, sopravvivevano alcune liane di vite, a terra, vite Americana a mio giudizio, ma dominavano i rovi, le robinie, addirittura l’Alianto. Essenze che ancora adesso faccio fatica a sconfiggere. Cosa potevo mettere nel nuovo vigneto? Scartato subito il Cabernet, troppo scontato in zona Doc valcalepio avendo già il Merlot (la Doc valcalepio è Merlot più Cabernet) ho cercato vitigni locali. La premessa è che, forse pochi lo sanno, un viticoltore non può piantare quello che vuole, ma solo un vitigno autorizzato dalla regione, vale a dire un vitigno presente nella lista dei vitigni autorizzati nella provincia di Bergamo. L’azzardo iniziale fu la prenotazione di barbatelle di un vitigno semi sconosciuto appena riconosciuto in Bergamasca, la Merera. Appena autorizzato avevo recuperato faticosamente un vivaio che aveva tenuto qualche marza e avrebbe potuto garantirmi una fornitura. Un vero azzardo: il vitigno era sconosciuto, non c’erano indicazioni e direttive agronomiche, nessuno produceva vino, era una novità assoluta; sopravvissuto al tempo miracolosamente avrei fatto il primo vero impianto. Non riuscii a finalizzare il vigneto Merera; evidentemente non si voleva che un eretico Veneto ripiantato a Bergamo fosse il protagonista di un clamoroso miracolo: il vivaista improvvisamente mi disse che si era sbagliato e quelle barbatelle erano prenotate da altri, non erano più disponibili per me. Mi sentii veramente preso in giro, ma ho voltato subito pagina, l’operazione era veramente un azzardo, avrei potuto trovarmi con una Duna restaurata alla fine dei conti, e avrei capito magari perchè la Merera fu abbandonata e perché ero l’unico a recuperarlo (salvo voi aver fatto venire voglia a qualcun altro di farlo, giusto per impedirlo a me).

Quindi? Come rimediare? Altri vitigni autoctoni non ne trovavo: mi dissero l’Imbergher, ma poi ho capito che era il Franconia, che in Austria è chiamato Limberger da cui la storpiatura fonetica che lo …”localizzava”… Alcuni amici ristoratori avrebbero approvato, ma era un vitigno austriaco, portato a Bergamo dopo l’era napoleonica che a bergamo aveva portato il Merlot, a questo punto era più autoctono il Merlot…

Ma prima di Napoleone?

Lo stato di terra di Venezia…dal 1428 al 1789, quindi per più di 300 anni Bergamo fu città di frontiera, limite occidentale e crocevia dei commerci di Venezia verso l’Europa, soprattutto dal ‘500 in poi quando la scoperta delle Americhe portarono Venezia al declino dello stato di mare e ai commerci con l’estremo oriente a favore dello stato di terra, con i suoi commerci europei.

Avrei trovato la soluzione qui: la fascia collinare delle Alpi a quel tempo era divisa tra regno di Sardegna, i Savoia, e la repubblica Veneta con in mezzo il milanese con i domini spagnoli e francesi….e la vite che fine ha fatto? Qui la cosa più interessante: nell’area piemontese, area severa, nobile, regale c’era anche un vitigno re: il nebbiolo. Dava vini importanti, severi, impegnativi, e dominava tutto l’arco alpino fino alle pendici della Valtellina, dal Monferrato, all’albese, al biellese, alla zona di Ghemme. E nella repubblica veneta? Vini beverini, bianchi, vini importati da Grecia, Cipro, vini cole le malvasie, o come il Marzemino, che deriva dal Marzavi, un vitigno provenienti da Cipro. Vino beverino, colorato, fresco, fruttato…un vino che riflette il Veneto di Goldoni, della commedia dell’arte, di Arlecchino. Anche il nome, Marzemino, altra cosa rispetto al nebbiolo che poi diventa Barolo, Barbaresco, Roero…vini nobili e severi anche nel nome. Ma in Bergamasca? Si, in anche il Bergamasca il Marzemino è citato dal ‘500 tra i vitigni più diffusi, e anche in questo caso non mancò la bergamaschizzazione del vino che da Marzemino è diventato Berzemino, Berzemì, Berzami, quasi a localizzarlo….

E quindi la scelta è stata automatica: marzemino! Un ritorno Veneto in Bergamasca…e in questo caso nessuno che si è messo di traverso e il 10 aprile 2018 le barbatelle sono state messe a dimora. Ai posteri il giudizio di una scelta.