La vendemmia

Abbiamo vendemmiato!! Un anno fa riprendevamo in mano un vigneto morto, adesso è resuscitato.

Una giornata di lavoro per la raccolta di circa 4 quintali di un ottimo Merlot (ottimo il contenuto zuccherino) ad una buona maturazione, con una bassissima resa, conseguenza della rinascita e dell’abbandono degli anni precedenti, e probabilmente della poca esperienza del primo anno di gestione. Grande il sostegno di chi ha partecipato alla faticosa vendemmia.

L’obiettivo era fare rinascere il vigneto, senza porsi forzatamente l’obiettivo della vendemmia, certo era meglio una quantità superiore, ma rimanendo con i piedi per terra, consideriamo già un ottimo successo arrivare alla vendemmia nel primo anno di gestione.

Ecco un po’ di foto.

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La fortuna del principiante

Riflettiamo su temi che a molti sembrano lontani, mentre dovrebbero sentirci molto coinvolti: la sostenibilità e la biodiversità.
In effetti siamo portati a vivere e percepire il nostro rapporto con la Terra non strettamente legato a temi come il lavoro, l’economia, e la democrazia, quando invece il legame è fortissimo. Oggi noi pensiamo che gli essere umani siano separati dalla Terra, che la formazione della ricchezza sia una cosa separata dalla natura, dai lavoratori, dalle generazioni future, e pensiamo che le azioni che facciamo siano separate dalle conseguenze che generano. Purtroppo questi tre paradigmi sono le convinzioni che allontanano oggi l’umanità (intesa come insieme degli essere umani) dalla natura, la società dalla gestione del suolo, i temi dell’economia dai temi dell’ecologia.

In effetti sarei felice che le mie note e riflessioni, servissero alle persone per far si che si maturasse la coscienza, se non la convinzione, del fatto che tutto quello che succede nell’ambiente ha riflessioni importanti su tutta la nostra vita, compresa l’economia.
Sono temi importanti, generali, oserei dire “troppo grandi”, ma vorrei cercare di trasmettere come la rottura di un equilibrio possa avere riflessi inaspettati anche nelle piccole cose in modo da fare capire come un problema così grande possa avere riflessi su un’esperienza minima come quella che vado a descrivere.

Qualche anno fa, voglioso di dare nuovi stimoli e un nuovo obiettivo alla mia vita, ho iniziato a recuperare un vigneto che era abbandonato da 4/5 anni. Per la verità i precedenti proprietari avevano due vigneti, e anche l’altro vigneto ha trovato qualcuno che ha cominciato il recupero. Il mio recupero è, oserei dire, manuale, mentre l’altro acquirente ha seguito un’impostazione più industriale, ma il recupero parallelo mi ha permesso di avere l’opportunità di confrontarmi con l’altro acquirente il quale incaricando terzisti attrezzati con macchinari ha sicuramente faticato di meno e in un certo senso “lavorato” di più.

Il vigneto aveva 6600 piante, dopo il recupero circa 600 erano morte e ho dovuto rimpiazzarle; ho fatto i conti con le mie capacità e disponibilità di tempo e ho deciso di sostituire nel 2015 200 piantine. Ne avessi comprate di più non sarei riuscito a piantarle in un week end, avrei dovuto lasciare le barbatelle al buio, ma avrei rischiato di seccarne le radici mentre il mio vicino invece ha rifatto completamente l’impianto, estirpando il vecchio sofferente, sostituendo tutte le piante. Nel farlo ha arato il tutto e diserbato; anche a me avevano consigliato di diserbare chimicamente il sottofilare, ma non ho avuto il coraggio di farlo (parlo di coraggio perché per me diserbare voleva dire uccidere il suolo).
Per mesi andando al vigneto ho confrontato gli impianti, una distesa marrone con le belle piantine verdi disposte regolarmente su file parallele, che era il campo del vicino e il mio campo, che definivo “rasta”, in cui periodicamente passavo a strappare le erbacce che rischiavano di soffocare le barbatelle nuove, ricco di erbe, rami ribelli e con le barbatelle nuove tra le piante adulte.
Le mie 200 piante hanno sofferto: le alte erbacce prima, la siccità poi, anche se la loro presenza nel vigneto con viti più alte hanno fatto in modo che godessero sempre di ombra costante. Alla fine qualcuna non è mai attaccata, qualcuna è morta, ma la maggior parte ha resistito. E quelle del vicino? Il reimpianto è stato fatto su scala industriale, le piantine sono state concimate, il terreno mosso, ma alla fine hanno rischiato: le lepri in primavera hanno mangiato i germogli e l’unica cosa verde che cresceva erano le foglioline di vite morbide e gustose, ma non c’era altro. Nel mio vigneto c’erano erbacce dappertutto, probabilmente c’erano foglie verdi più gustose dei germogli di vite che sono state risparmiate dalle lepri: avevano più scelta se venivano nel mio campo!

Poi è arrivata la siccità: come potete immaginare il nuovo impianto ha sofferto, il tasso di mortalità è stato molto più alto che nel mio vigneto rasta. Poi a luglio purtroppo un’altra disgrazia sul vigneto del vicino: una larva ha rimangiato ancora foglie alle piante di vite. Il motivo? Ancora dovuto all’assenza di altro da mangiare se non le foglie della vite. Posso dire di aver avuto la fortuna del principiante!

Senza saperlo, la mia modalità di gestione ha salvaguardato le piantine, ma quello che è successo mi ha permesso ancor di più di capire che ogni modalità ed ogni scelta comporta delle conseguenze: a volte scelte drastiche e troppo invasive portano il germe a morire proprio perché tali scelte non sono state fatte nel rispetto di un equilibrio generale naturale e sostenibile. Immaginiamo la reazione ai fatti sopra descritti in un impianto intensivo: avrebbero messo trappole per le lepri, veleni per le larve, ma con che conseguenza?

Il mio è un semplice esempio che testimonia come l’utilizzo di una risorsa e la sua coltivazione a tal fine non può prescindere dal considerare la necessità di sostenibilità di questo sfruttamento. Qualsiasi intervento e qualsiasi forzatura esterna dell’uomo, che altera tale equilibrio, comporta una reazione che potrebbe essere imprevedibile e per assurdo, vanificarne l’intervento stesso: le operazioni di salvaguardia del nuovo impianto troppo invasive hanno creato reazioni che hanno messo a rischio l’impianto. Immaginatevi le derive su scala industriale.

Il successo

Sun Tzu, nel suo trattato sull’arte della guerra (quarto secolo avanti Cristo), prescrive una piena consapevolezza prima di muovere battaglia.

“Misurare gli spazi”, ovvero conoscere il terreno, è la prima regola del maestro cinese; se volessi applicarlo alla mia piccola esperienza (piccolissima) nel vigneto, vorrei dire considerare il terreno come una cosa viva, considerarne il respiro, la vita è l’equilibrio, valutarne gli aspetti, le anomalie, le stranezze, le reazioni.

“quantificare le forze” la seconda. Misurare tutto secondo le proprie possibilità e tenere presente che quello che vorrebbe fare DEVE rapportarsi sempre a quello che si riesce a fare

Ai dati ottenuti andrà poi applicato il “calcolo numerico”, e qui non ho problemi,  la “comparazione”, che è una costante ricerca da parte mia e, infine, la valutazione delle “possibilità di successo”.

Non ho mai applicato l’ultima regola: o meglio, misuro il successo con un mio metro personale, che penso incomprensibile ai più, non ho mai pensato al successo, in questa accezione, ho sempre pensato altresì che in qualunque modo fosse finita o finirà l’avventura in questa impresa sarà comunque un successo.

Il volo della poiana

Ogni volta che vado al vigneto mi accoglie una coppia di poiaPOIANAna, a volte sono appoggiate su un albero, a volte volano con ampie volte nell’azzurro del cielo, ogni volta però mi fano sentire il loro inconfondibile verso.

Il nome latino della poiana è  “buteo buteo”, dal greco buzo, uccello che grida intensamente; il suo verso è intenso e greve, quasi un lamento ed è inconfondibile e affascinante.

Ecco il volo della poiana (da youtube)

Il ciclo della terra

Il rapporto tra uomo e natura un tempo era molto diverso, un rapporto di sfruttamento e rispetto: dalla natura si ricavava il sostentamento, ma occorreva non esagerare, per non bruciarsi le risorse che davano, appunto, da vivere.
Un tempo si era infatti molto più coscienti di quanto fosse intimo il rapporto tra uomo e l’ambiente, tanto quanto oggi ignoriamo totalmente l’importanza della tutela delle risorse: oggi l’ambiente e la sua conservazione sono considerate dai più alla stregua di una bellezza naturale da conservare, una cosa estranea che dovrebbe essere tutelata, tutti ne siamo convinti, ma una cosa lontana: non siamo consapevoli dell’importanza di preservare l’ambiente intorno a noi come condizione necessaria alla nostra sopravvivenza; e quando dico “preservare” intendo un utilizzo consapevole, responsabile e sostenibile, non una tutela assoluta. Non si tratta di preservare un capolavoro o una città come Venezia, ma di creare un rapporto con l’ambiente che ci permetta di sfruttarlo, senza distruggerlo.
E’ un passaggio importante, ma serve per chiarire che la tutela NON è la riserva naturale, non è il parco, ma il rispetto dell’ambiente in cui viviamo (ripeto IN CUI VIVIAMO), nella consapevolezza che le risorse che consumiamo debbano essere consumate in maniera sostenibile.

Tutti ricordano a scuola il ciclo dell’acqua. Io l’ho studiato 40 anni fa (sigh…): ricordo la montagna, il ruscello, la diga con il laghetto, i tralicci della corrente che andavano alle fabbriche e alle case, il fiume a valle della diga che andava al mare e poi il sole, le nubi, la pioggia e la neve in montagna.
Oggi ho scoperto che tutto il nostro ambiente potrebbe essere rappresentato con un ciclo: il ciclo dell’aria, con l’eterno scambio dell’ossigeno, la respirazione che produce anidride carbonica e la sintesi clorofilliana che la consuma rimettendo ossigeno nell’atmosfera, non voglio banalizzare. Anche l’aria ha un ciclo così come la terra, che produce vegetali ogni anno ciclicamente, con generosità e abbondanza, a patto di reintrodurre in altri modi le risorse che le vengono sottratte.
Il problema è quando l’equilibrio e la sostenibilità non sono più garantiti. Non sono uno scienziato e non so se l’effetto serra sia reale o no: i dati di fatto sono che la quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera sono maggiori di quello che la terra e le sue risorse riescono a generare. Questo crea uno squilibrio e un effetto: l’effetto serra; alcuni ne negano le conseguenze, ma sta di fatto che l’Unione Europea ha deciso di reagire e di ripristinare un equilibrio nel ciclo dell’aria con il piano 20 20 20: riduzione dei consumi energetici del 20%, aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili del 20%, riduzione della immissione dei gas serra in atmosfera del 20%, il tutto entro il 2020. Di fatto si tratta di un tentativo di ripristinare l’equilibrio ideale di quello che ho definito il ciclo dell’aria.
Molto più complicato il ciclo della terra dove le risorse sono molto diverse, i processi sono molto più complicati, i bilanci e la sostenibilità sono molto meno evidenti da capire.
Il concetto generale è lo stesso del ciclo dell’acqua o del ciclo dell’aria: ho una risorsa, che mi dà qualcosa, devo garantirne il rinnovo, devo garantirne la perennità e la sostenibilità: dalla terra ricavo il cibo, tanto importante quanto lo è l’aria che respiro, o l’acqua che bevo.
E il legame con la terrà è forse il più importante per gli effetti nel nostro vivere quotidiano ed è la cosa che la rivoluzione industriale ha cambiato di più nelle nostre culture che da contadine sono diventate post industriali. Nel 1881 in Italia il 62% dei lavoratori era occupato in agricoltura, che si abbassa di poco prima della prima guerra mondiale (59%), per coi calare drasticamente: arriva il 50% prima della seconda guerra mondiale, al 44% nel ’51, 30% nel ’61 (con più operai dell’industria rispetto agli agricoltori) fino ad arrivare al 4% di oggi. I dati oggettivi sono riportati a testimoniare il dato di fatto di un cambiamento culturale di fatto, nessuno toglie il valore e la forza dello sviluppo industriale del paese, né tantomeno vuole tornare al passato: i dati danno l’evidenza che il legame fortissimo tra risorsa agricola/alimentazione e sostenibilità che era presente anni fa oggi si è rotto: la risorsa agricola, il cibo, la sua produzione per i più è considerato alla stregua di una produzione industriale, con le stesse regole e principi, abbiamo perso la consapevolezza del ciclo della terra: abbiamo perso la consapevolezza del garantire una sostenibilità delle risorse alimentari provenienti dalla terra.
Lo sfruttamento della terra come risorsa infinita per la produzione di cibo e le conseguenze di questo approccio potrebbe essere, se i lettori apprezzeranno, il tema di una prossima riflessione su queste pagine.

 

Luciano

Hello world!

Ecco il primo post del nuovo sito. Non posDSC_0358siamo non parlare della situazione del vigneto: ci avviciniamo alla vendemmia. Dopo la potatura di febbraio e i mesi di maggio, giugno e luglio che hanno visto l’esplosione vegetativa e dedicati alla cura del vigneto (trattamenti, spollonatura, pettinatura, cimatura), il mese di agosto ha regalato al vigneto un sole caldo che ha trasformato l’energia dedicandola all’uva che sta crescendo e si avvicina alla maturazione. La prossima settimana faremo la prima campionatura di acini per l’enologo che farà una prima valutazione della qualità del vino ed una stima della data di vendeuvammia. Oggi posso dire che la resa bassa del vigneto nel primo anno della rinascita, che sconta i danni dell’abbandono, i grappoli ridotti e gli acini piccolo e il clima eccezionale, lasciano presagire un’ ottima uva che darà un ottimo vino. Dopo la vendemmia decideremo, con l’agronomo e l’enologo, tutto quello che riguarderà la vinificazione.

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Stay tuned
Luciano