Bio che?

La scelta del biologico sta provocando qualche discussione in tutte le persone che ho coinvolto nel farmi aiutare nella gestione del vigneto. Per me la strada è chiara ed è sempre stata chiara: è una questione di coerenza, di convinzioni, di filosofia personale e quindi, come sempre quando si parla di princìpi e di concetti, non ammette vie di mezzo, per altri no.
Ma quali sono le posizioni che si sono contrapposte nella discussione? Riporto sintetizzando le posizioni che si contrappongono in un confronto che è un approccio non solo agronomico, ma è una diversa filosofia, di vita direi.
Riporto il succo della discussione, estremizzando le posizioni, premettendo che ho il massimo rispetto per tutti i punti di vista, consapevole che ogni posizione è motivata, convinta e pensata.

La posizione del convenzionale:

“La vigna ha sofferto, è stata abbandonata per alcuni anni, non è ancora guarita e ha bisogno di medicina, pertanto occorre un fertilizzante, di sintesi, come un ricostituente potente, occorrerà poi evitare che la vigna soffra la competizione del terreno o meglio delle sue essenze erbose, per cui un diserbo sarebbe necessario, per lasciare la vita svilupparsi; il bio è un punto di arrivo, ci arriveremo, ma dopo avere curato il malato, occorrerà avere cura nei trattamenti, per preservare la vigna da malattie, è ancora debole”
Motivazione per il bio:
“il terreno è sano, ha un’ottima biodiversità, un concime organico bilanciato farà collaborare il terreno con la vigna, un concime chimico troppo spinto potrebbe sbilanciare la pianta, diserbiamo meccanicamente, operiamo per arricchire il terreno con un sovescio, quindi essenze erbose collaboranti, apportatrici di azoto, da interrare prima della produzione del loro seme in modo che l’azoto dei tubercoli possa rimanere nel terreno e passare alla vite, limitiamo al massimo i trattamenti, il rischio è che esagerando si scatenino delle resistenze, la vigna a Palazzago ha la fortuna di essere una vigna isolata, in un contesto verde e vario, per cui il rischio di contaminazioni è basso, diverso sarebbe una vigna sofferente in Toscana o in Piemonte in zone pesantemente coltivate e dove la monocoltura potrebbe favorire lo sviluppo delle patologie e quindi le contaminazioni. Sfruttiamo l’isolamento che è opportunità valida e forse”
Come si vede la contraddizione è interessante e appassionante e non è tanto lontano rispetto ai diversi approcci che si hanno nell’affrontare le malattie alcuni medici, o addirittura alcune medicine (quella orientale e quella occidentale) o un approccio antropomorfico (in accordo alle indicazioni di Rudolf Steiner).
Ripeto, la contraddizione è molta interessante, la scelta è questione di principio, ma devo dire che è interessante scoprire sempre nelle persone, nella buona fede e nella competenza spesso posizioni totalmente contrapposte benché tutte finalizzare sempre ad uno stesso scopo.

Un tema interessante emerge dalla discussione: una strategia aziendale, deve essere condivisa, coerente con i mezzi, con gli obiettivi e con il contesto. Vale per una multinazionale, per una azienda di piccole dimensioni, vale nella gestione del vigneto!

La mela di Grimilde

Oggi, pieno di buona volontà ho riaffrontato le istituzioni agricolo-burocratesi nel tentativo di avviare una procedura che certifichi la mia attività agricola come biologica: non che ci tenessi ad un certificato, ma mi sembra opportuno dare un’evidenza oggettiva a quelle che sono delle convinzioni e delle pratiche che, senza una verifica, rischiano di sembrare degli enunciati. Per il vigneto nessun problema: è un ettaro, il protocollo biologico è consolidato, sembra sia una cosa normale una certificazione biologica di un vigneto. Ma non ho solo un vigneto: ho un frutteto e il frutteto è composto in gran parte di mele.
“quanti metri quadri è il meleto?”
“saranno 3000, sono 120 piantine di mele, 20 sparse nel perimetro del vigneto ed il resto una zona definita di circa 2000 metri”
“ma 3000 metri per 120 mele sono troppe”
“si, ma in effetti io le ho messe in 3000 metri”
“vediamo la mappa dal satellite”
“dal satellite non si vedono, l’immagine è fatta prima chi piantassi il meleto”
“e allora dobbiamo dichiarare meno”
“perché?”
“perché se in regione guardano la mappa non lo trovano e poi chi butta via 3000 metri quadri per 120 meli”
Per forza, penso, è un nuovo meleto!!

Ed è così che dopo la dichiarazione dell’esistenza del meleto, malgrado non sia stato capace di aggiornare l’immagine del satellite in tempo reale, sono riuscito a dichiarare anche di avere avviato la pratica di certificazione bio. Ben strano che l’immagine statica e vecchia di un satellite faccia più fede di una mia dichiarazione, ma che devo fare?

“ma è sicuro di volere certificare un meleto?”
“si, perché?”
“lo sa che è un problema con le mele…che mele ha preso? mele resistenti alla ticchiolatura?”
“ho preso mele locali, mele che hanno resistito all’invasione delle Golden, delle Fuji e delle Stark”
“sa che è impossibile avere delle mele sane senza trattamenti?”

A questo punto devo approfondire:
le mele le ho recuperate da piante decennali che erano abbandonate da anni: sono mele che sono cresciute per decenni in due posti in particolare: in Val Seriana e nel Bellunese. Cosa ho fatto? Ho recuperato delle gemme da piante abbandonate e le ho innestate su delle piantine di mele facendo un’azione di recupero che ritengo (autocelebrandomi) importante. Non so se sono resistenti alla ticchiolatura, non so se faranno dei frutti buoni piantate nel mio terreno, so che erano abbandonate e se ne stava perdendo il ricordo.

Che mele sono? E’ la mela Ruggine, che ho trovato sia in Val Seriana che nel Bellunese (chissà se saranno proprio uguali?) che era la mela preferita di mio padre, per il sapore acidulo e la polpa succosa, maturava d’inverno ed era ottima cotta; ho trovato la Ruggine rosa che a maturazione le polpa presenta sfumature rosate o la mela Paradiso che sopravviveva a Pradalunga o quella che mi dicono chiamassero Farinòt, o Pom sera, una mela molto attraente, rosso lucido, una mela che aveva reso le Mele di Albino famose a Milano, oppure la Piazzo invernale una mela che mi dicono dolce e succosa che i vecchio ritenevano adatta ad una lunga conservazione, reperita in località Piazzo ad Albino, periodo di raccolta fine autunno. Poi la Pomèla di Via Gotte (è stata trovata in via Gotte) e poi le altre, la Pomella Autunnale, la Limoncella, la Gialla di Piazzo, la Castione, il Pom  Pom Giardì o il pom Diaol.

Le ho piantate su portainnesto vigoroso: la pianta sarà longeva, diventerà un albero alto e massiccio e durerà molti anni; purtroppo farà frutti solo al terzo anno e avrà bisogno di un grande spazio per svilupparsi (adesso capite i miei 3000 metri quadrati al posto degli usuali 1000)). Avrà però radici profonde e sarà molto resistente alla siccità, potrà trovare sostanze nutrienti dal boschetto dalla massa biologica che hanno lasciato le piante del boschetto che ho tagliato per fare posto al frutteto, lo stesso boschetto che oggi è ancora visibile nelle immagini satellitari.

Non so le una volta piantate nel mio terreno avrò piante più deboli dalle piante decennali (centenarie?) da cui ho ricavato le marze per gli innesti. Ma perché non lo dovrebbero?

Non ho usato portainnesto deboli, che è la prassi odierna, i porta innesti che generano splendidi meli a spalliera, produttivi già dal primo anno, che crescono poco e sono addomesticati da una coltura intensiva molto fitta: la loro crescita è troppo rapida, le loro radici sono troppo superficiali: avrei dovuto annaffiare, concimare, il che vuol dire umidità, funghi, rischio di malattie.

Ritorniamo sempre alla solita questione: esasperare la natura pretendendo produttività vuole dire esporsi a dei rischi. Le logiche della sopravvivenza economica a volte impongono ai contadini scelte che portano verso una gestione della produzione fatta con logiche industriali, ma occorre ribadire che sono le scelte del mercato, e quindi di noi consumatori che portano il contadino ad adeguarsi, per riuscire a sopravvivere. La consapevolezza del VALORE di quello che mangiamo è fondamentale per capire che la logica del prezzo non può essere l’unica che viene usata quando si acquista qualcosa che mangiamo, e non finirò mai di dirlo. Pensiamoci.

Mi dispiace chiudere con link a questo articolo, che poi è quello che mi ha dato lo spunto per questo scritto: è un link che purtroppo riporta l’analisi sulla presenza di pesticidi nelle mele che noi mangiamo: saranno belle, saranno lucide, saranno perfette, ma la maggior parte sono avvelenate.

E poi dicono di Grimilde, la strega di Biancaneve.

 

 

L’importanza delle scelte

Ero qualche giorno fa in un centro commerciale e mi stupivo come in un posto artificiale e artefatto come quello ci fosse un estrema attenzione da parte degli acquirenti ai prodotti da acquistare.

Chi provava un abito, chi si ammirava allo specchio, chi chiedeva consigli, chi invece leggeva l’etichetta. Nei corridoi gente con grandi sacchetti, griffati, chi con il nome del negozio, chi con il brand alla moda. La scelta del capo di abbigliamento è fatta con molta attenzione: il brand, l’estetica, forse i materiali, raramente dove è stato prodotto.

E’ vero: la qualità è importante: è importante sapere quello che indossiamo, essere convinti che ci faccia “stare bene”, e che ci permetta di vivere con tranquillità e riesca ad aumentare la nostra autostima.

C’era qualcosa che non mi convinceva, non capivo cosa, ma questa attenzione esasperata al brand, all’immagine, all’apparire non mi metteva a mio agio fino a che sono entrato nel supermercato del centro commerciale e ho capito: lì l’attenzione era rivolta più costo, meno al contenuto; la frutta era ammassata in grandi contenitori e le informazioni si limitavano a pochi dettagli: provenienza e costo al chilogrammo. Nessun brand, nessuna marca (a parte le banane della nota multinazionale…). Solo nel reparto e latticini viene riportato il produttore del latte e del formaggio, e nel reparto vino dove solitamente sono direttamente gli agricoltori i produttori.

Il mondo è strano….

Quello che mangiamo è quanto tocco più profondamente la nostra salute, il nostro benessere, interagisce DIRETTAMENTE con il nostro metabolismo e noi, nella maggior parte dei casi non sappiamo nemmeno da dove proviene, chi lo produce e come è stato prodotto;

siamo capaci di ricercare uno stivaletto griffato, con una decorazione dedicata e capire il dettaglio del materiale di cui è fatto, mentre per un chilogrammo di mele di fermiamo su dettagli insignificanti: “provenienza: Italia; prezzo: 1,6 euro/kg; tipologia: Fuji”. In qualche caso un aggiunta timida: “bio” o “lotta integrata”, poi null’altro.

Mi piacerebbe vedere giovanetti in coda incuriositi dell’ultima novità, del gusto dello zucchino, le tonalità del colore, la forma leggermente ricurva, il gusto delicato, la reazione alla cottura o alla grigliate; mi piacerebbe vedere la gente informarsi del processo produttivo, dello sforzo che fa il contadino a produrlo: questa consapevolezza non c’è, o almeno non c’è nella stragrande maggioranza delle persone.

Eppure l’impatto e le conseguenza sulla nostra vita e sulla salute di quello che mangiamo è molto più impattante di quello che vestiamo. La stessa differenza tra forma e sostanza.

Sarebbe bello: tutti interessati alla prima della ciliegia di Marostica o della mela Ruggine della val Cellina e quindi tutti, giustamente, fuori dall’apple store i primi di settembre ad aspettare le mele sane e pultie; mi immagino già i blog, le recensioni sul gusto leggermente acidulo oppure le anteprime esclusive da quell’agricoltore, che avendo un campo riparato dal gelo invernale, è riuscito ad anticipare la novità dell’anno: l’anguria di primavera.

La realtà invece è che quasi in nessuno c’è la consapevolezza di quanto il lavoro dell’agricoltore sia vicino alla loro vita, e quanto sforzo ci sia da parte di queste persone a riuscire ad arrivare a potere vivere con la loro attività così legata alla terra e così importante per le nostre vite: nessuno infatti è consapevole che ogni giorno tocchiamo  e mangiamo qualcosa che nasce dal lavoro di un agricoltore, ma soprattutto nessuno sa che oggi, fare l’agricoltore, vuol dire soprattutto passione.

Quando penso a questo fatto mi viene sempre in mente la disperazione di un allevatore di bovini che conobbi, quando mi raccontò che, avendo perso le chiavi dell’auto (una utilitaria), il concessionario gli aveva chiesto per duplicarle di pagare il prezzo cui aveva acquistato lo un vitello lo stesso giorno: si chiedeva disperato dove sarebbe andato a finire il mondo se una chiave, potesse costare più di un vitello. E mi chiedo io dove finirà il mondo se un litro di latte, pagato 0,3 euro al contadino (e l’allevatore non ha feste, domeniche, ferie, ponti, o vacanza) lo troviamo poi a 2 euro in supermercato; dove finiremo?

Questa è l’essenza della distanza che abbiamo posto tra chi produce cibo in agricoltura e chi lo consuma, una distanza che ha portato il distacco tra forma e sostanza, riducendo il tutto a una mera valutazione di costo….

La conseguenza più grossa è la perdita di controllo da parte del consumatore della filiera che più incide sulla sua salute, lasciando agli agricoltori la scelta se soccombere rinunciando alla qualità per la quantità, o perseverare nella passione alla ricerca di chi ha la sensibilità di acquistare i suoi prodotti per la tutela dell’angolo di mondo che c’è intorno a loro. Questa perdita di controllo ha spianato la strada alle esasperazioni di oggi che portano gli agricoltori a scendere in piazza con la maggior parte delle persone che indifferentemente continuano a comprare come se niente fosse successo senza chiedersi cosa comprano, inconsapevoli che con la loro scelta scelgono il loro futuro.

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La biodiversità come esperienza a km zero

Oggi proviamo a parlare di biodiversità.
Biodiversità è la presenza naturale di una varietà incredibile di specie animali e vegetali sulla terra.
La terra è un equilibrio fantastico tra queste specie, che sono frutto di millenni di evoluzione, di adattamenti, di selezioni naturali che hanno fatto di ogni specie vegetale un microcosmo che accumula in sé tutta la storia dell’evoluzione.
La biodiversità è un tema dell’Expo; la biodiversità è stato un tema di un G8. A Siracusa i politici delle 8 nazioni più industrializzate nel 2008 hanno scritto la carta di Siracusa, una carta d’intenti per la salvaguardia della biodiversità . Si sa, i politici predicano bene, ma poi per quanto riguarda i fatti…di fatto il 2010 è stato l’anno della biodiversità, ma nessuno se ne è accorto. La carta di Siracusa però è importante, sancisce per la prima volta che la tutela della biodiversità è una questione economica.
La carta afferma che i politici sono “preoccupati che la perdita della biodiversità e la conseguente riduzione e danno dei servizi ecosistemici possa coinvolgere l’approvvigionamento alimentare e la disponibilità di risorse idriche, nonché di ridurre la capacità della biodiversità per la mitigazione e per l’adattamento al cambiamento climatico, così come mettere a repentaglio i processi economici globali;
Ma malgrado la preoccupazione non ricordo personalmente atti concreti.

Abbiamo parlato globalmente di biodiversità, ma personalmente? Beh, l’impatto della riduzione di biodiversità lo viviamo tutti i giorni. Facciamo un esempio: quando compriamo le mele, quante tipologia di mele compriamo? Golden? fuji? Stark? Renetta? E poi?
Ci sono circa 3000 varietà di mele, ma il 70% della produzione è per 6 tipi di mele. La val Seriana era un terreno vocato per le mele. Il Pom Diaol, il Pom féra, e altre varietà erano rigogliose nella piana di Albino e approdavano a Milano quasi ogni giorno prima dell’avvento della cultura del gelso da baco da seta e dell’industrializzazione della valle. C’era la mela morbida, quella che diventava buona solo dopo qualche mese, importante scorta alimentare (senza conservanti) per l’inverno. Queste mele stanno sopravvivendo, grazie a pochi volenterosi che stanno conservando e riproducendo le antiche varietà. Il recupero delle mele però non basta, e vogliamo anche noi dare un contributo alla tutela della biodiversità.

Una piccolissima azienda agricola in bergamasca ha deciso di cercare e recuperare vecchi vitigni bergamaschi. La viticoltura bergamasca ha vissuto negli anni ’50 e ’60 l’invasione dei vitigni francesi, merlot e cabernet in primis. I vitigni francesi, abituati a climi peggiori del nostro erano più resistenti e produttivi, per cui vennero eliminati i vitigni elaborati da centinaia di anni per adattarli al nostro territorio per sostituirli con merlot e cabernet ( la Doc Valcalepio è il classico taglio bordolese merot+cabernet).

Risultato? Un vino dignitoso, con delle eccellenze, ma comune, diffuso,senza le vere caratteristiche del terroir bergamasco. Per questo l’azienda -agricola Le Driadi si è impegnata in questa opera di ricerca agroarcheologica: crede che qualche varietà antica sia sopravvissuta, vorrebbe trovarla, riprodurla, verificarne le caratteristiche e conservarla. Abbiamo deciso di sostenerla e di chiedere aiuto ai nostri lettori: se avete memoria di vecchie piante, vecchi vigneti, orti piante contorte, ma ancora vive segnalatele, parlate con gli anziani, chiedete che vino o che uva era, magari la varietà aveva un nome dialettale, aveva delle caratteristiche e segnalatecela: sarete complici in un tentativo di recupero e conservazione e paladini protagonisti della conservazione di un piccolo frammento di biodiversità, piccolo, ma significativo.

La bellezza delle piccole cose

imageI miei nonni non hanno buttato nulla nella loro vita.
Quando dico nulla, è nulla. Hanno usato, consumato, trasformato, ma non hanno buttato via mai nulla.
Ho la fortuna di possedere la casa di famiglia, una grande casa, sperduta in un paesino nelle dolomiti da cui nel secondo dopoguerra scapparono tutti. Tra quelli che scapparono da quel posto ci furono mio padre e mio zio, gli unici figli che i miei nonni riuscirono a portare all’età adulta e a fare studiare.
La casa fu costruita negli anni ’20 con i soldi che il fratello di mio nonno aveva raccolto e risparmiato in America dove era andato, poco più che ventenne a lavorare nello Utah, vicino a Salt Lake City.
Quando sentivo la sua storia stentavo a credere che fosse possibile nel 1911 partire da un paesino del Bellunese ed arrivare a Salt Lake City, più precisamente a Bingham Canyon, dove ancora oggi esiste la più grande miniera di rame del mondo.

Ma torniamo a noi.
La grande casa è stata abitata fino alla fine degli anni ’70, quando insieme ai miei nonni morì tutta una generazione, la generazione che dovette vivere procurandosi ogni giorno il cibo, procurandoselo letteralmente. La casa è rimasta intatta fino a quando, raggiunta l’età adulta ho ricominciato a frequentarla, riscoprendone angoli, oggetti, particolari. Quella casa è stata uno scrigno che ho lentamente aperto e guardandone lentamente è riaffiorato un mondo, il mondo dei nostri nonni.

Nella soffitta c’era (e c’è) di tutto: vecchi scarponi, vecchi copertoni, e poi vecchi scarponi con le suole ottenute da vecchi copertoni. Ho due caschi della prima guerra mondiale cui mio nonno aggiunse saldandole tre gambette e un manico, rendendoli padelle. Uno ha dei fori, probabilmente lo usava per le caldarroste, sperano che quei fori li avesse fatti lui.

I miei nonni erano una famiglia allargata, vivevano con la sorella di mio nonno, che faceva la sarta, la nipote, che accudiva le mucche. La sorella di mio nonno mi misurava tutte le volte che l’estate andavo a trovarla, segnando con la squadra sulla porta la mia altezza. Posso sapere quanto sono stato alto io le mie sorelle e i miei cugini. Fino al 1977, quando in quella casa la gente ha smesso di abitarci ed il tempo si è fermato.
Avevano qualche mucca, che tenevano nella stalla e che l’estate mandavano all’alpeggio. Ho trovato pentoloni di rame dove facevano il formaggio, anzi dove facevano lo schitz, un formaggio povero ottenuto riutilizzando il siero povero di grassi da cui avevano ottenuto il formaggio migliore, un formaggio forte, con una crosta irregolare dal sapore amarognolo che io cercavo ogni volta che l’estate me ne veniva offerto un pezzetto. E solo dopo avere spremuto il latte per ottenere lo schitz buttavano via un po’ del rimanente, ammesso che non lo facessero ri-bere alle mucche. Mio nonno d’estate tagliava l’erba, con la falce; ricordo quei gesti morbidi ed eleganti, calmi e lenti di chi sa che per lavorare tanto deve fare con costanza e regolarità senza strafare, e tagliava l’erba sui pendii, sfidando l’avanzare del bosco.

Con i soldi del fratello aveva comprato un prato, da cui otteneva l’erba per l’inverno, un bosco, da cui otteneva la legna, un piccolo campo all’ombra per le patate, uno al sole per l’orto dove troneggiavano fagioli altissimi, ricchissime insalate e tanti fiori, perché negli orti dolomitici non potevano mancare i fiori, portatori di api e di bellezza. Le grandezze dei campi erano misurate sulla capacità del nonno di lavorare e sul fabbisogno della famiglia.

Nel bosco c’era il faggio, il larice, l’abete, ogni essenza aveva la propria funzione, un legno per le ruote dei carri, uno per i manici degli attrezzi, un legno per travi delle abitazioni. C’era anche un pino cirmolo, mio nonno me lo faceva vedere, era prezioso per lui perché, mi diceva, il legno profumava ed era un legno che si intagliava facilmente, non produceva schegge taglienti, avrei potuto usarlo per fare delle sculture. La sua essenza era chiarissima, quasi bianca e rifletteva la luce della luna. Non l’ho mai più ritrovato quel cirmolo, tornando nella zona dove mi sembra di ricordare me lo avesse mostrato.

Nei prati c’erano le piante di mele e di pere, ma non erano tutte uguali: chi maturava prima, chi maturava dopo, chi fioriva prima, chi dopo. Non potevano mai mancare mele e pere in questo modo, perché non poteva andare male ad ogni fioritura. E c’erano le mele da mangiare subito, quelle che si conservavano in soffitta al fresco e ben allineate senza che si toccassero l’una con l’altra e quelle invece asprigne se mangiate appena raccolte, ottime se mangiate dopo il carnevale.
Io non lo ascoltavo, ero un bambino, e ho faticato a raccogliere dagli angoli della mente questi ricordi e a ricollocarli associandoli alle cose che via via trovavo in quella casa.

Oggi, e siamo al tema dell’articolo, tutte le volte che si parla di “ecologia, decrescita, rifiuti zero, biodiversità (io stesso qualche giorno fa in queste pagine), sapienza contadina, chilometro zero, riuso, biodinamica” ripenso ai nostri nonni e a quanta sapienza avessero maturato dal loro passato e a quanto abbiamo gettato prima di accorgerci di avere bisogno di tornare ad imparare cose che per loro erano scontate.
Quante piccole cose facevano i nostri nonni (e per molti lettori di questa testata bisnonni o addirittura trisnonni, mio nonno, tanto per intenderci era del 1892) se ripetute non costerebbero nulla e porterebbero ad immensi vantaggi per l’umanità.

Il rischio di essere retorici è altissimo, ma mi piacerebbe, che tutti potessero, leggendo questo articolo, ricordarsi qualche piccola “sapienza” che i loro nonni o bisnonni usavano mettere in pratica e magari riattivarla, chissà che si riscopri qualche abitudine antica. Per quanto mi riguarda la tematiche di questo articolo sono quelle che riemergendo mi hanno fatto ripensare al vero senso della vita, guidandomi nelle scelte, magari un po’ folli che ne sono la conseguenza, ma per questo ci risentiamo presto.

50 sfumature di rosso

Claude Monet ha fatto dei quadri bellissimi. “Bassin aux nympheas et sentier au bord de l’eau” (in foto qui sopra), è del 1900; dategli un occhiata: bellissimi anche i suoi numerosi quadri con i campi di papaveri, altre bellissime raffigurazioni. Ho amato anche quelli di Vincent Van Gogh. Cercate i suoi campi fioriti dipinti, con il loro disordine, lo specchio di un’animo inquieto. Il “giardino fiorito con sentiero”, capolavoro di Van Gogh è dir poco straordinario.Per me quei quadri sono dei capolavori, e lo sono anche per tanti critici d’arte, appassionati o neofiti.

Per assurdo riusciamo a leggere la bellezza della natura in quei quadri meglio che osservandoli dal vivo; come se l’artista con il suo dipinto fosse capace di darci un pizzicotto, una sveglia: “ehi guarda cosa ti perdi, guarda cosa vedo io, vai esci, guarda”. E’ vero però che sono artisti che hanno vissuto più di un secolo fa e forse oggi l’immensità di colori, la varietà delle specie e la bellezza dei prati non è così diffusa, e anche la nostra sensibilità e voglia di cercare quello che rimane non ci fa ricercare quadri “viventi” altrettanto belli.

E come perdiamo il gusto per la bellezza del paesaggio e rischiamo di riconoscerla solo grazie alla sensibilità degli artisti, così rischiamo di perdere la capacità di riconoscere ciò che è buono, naturale, e sano in quello che mangiamo, in quello che viene coltivato e portiamo sulle nostre tavole.
E’ la stessa cosa che succede con il vino.

Non voglio ora fare un trattato sul vino, ma voglio fare un esempio molto banale sulla catena di eventi che porta, una volta iniziata ad usare la chimica in un vigneto, a diventare “dipendenti” della chimica stessa. Banalizzo enormemente.

Il vino viene dall’uva, l’uva è un frutto, un frutto ha bisogno di concime, il concime più economico e disponibile sono concimi con azoto (mi perdoni l’agronomo per la definizione da uomo da strada), che fondamentalmente sono sali (difficile concimare un vigneto con stallatico), i sali accumulano acqua, i peggiori nemici della vite sono i funghi (peronospera, ioidio), per cui a occorrono i funghicidi, alcuni funghicidi “sigillano” l’acino, lo difendono quasi impermeabilizzandolo da tutti i funghi; il vino nasce dalla fermentazione dello zucchero contenuto nel succo d’uva fatta da parte degli lieviti, ma se ho usato funghicidi gli lieviti sono morti, per cui nel vino per avviare la fermentazione dovrò usare lieviti appositi.
Risultato? Questa la lista dei prodotti e processi ammessi per una vinificazione convenzionale: Acido citrico / Acido L(+)tartarico / Acido L-ascorbico / Acido L-malico D,L malico / Acido lattico / Acido metatartarico / Acidificazione tramite elettrodialisi a membrana bipolare * / Albumina d’uovo / Anidride solforosa (SO2) / Autoarricchimento tramite evaporazione * / Autoarricchimento per osmosi inversa * / Batteri lattici / Bentonite / Bicarbonato di potassio /Bisolfito di potassio / Bisolfito di ammonio / Carbonato di calcio / Carboximetilcellulosa (CMC) / Gomma di cellulosa (CMC) / Caseinato di potassio / Caseina / Carbone enologico / Chitina-Glucano / Chitosani / Citrato di rame / Colla di pesce / Cloridrato di tiamina / Biossido di silicio (Gel di Silice) / Scorze di lieviti / Elettrodialisi * / Enzimi beta glucanasi / Fermentazione alcolica spontanea * / Pastorizzazione rapida * / Gelatine / Gomma arabica / Fosfato diammonico / Cremor di tartaro / Lieviti secchi attivi (LSA) / Lisozima / Mannoproteine dei lieviti / Proteine di origine vegetale ottenute dal frumento o dai piselli / Metabisolfito di potassio / Microfiltrazione tangenziale * / Chips di legno di quercia / Mosto concentrato / Mosto concentrato rettificato / Polivinilpolipirrolidone (PVPP) / Enzimi per l’attivazione della pectinasi / Resine scambiatrici di cationi * / Solfato di rame / Solfato di ammonio / Tannini enologici / Tartrato neutro di potassio
Quando questo è quanto è ammesso in un vino che può essere definito “naturale”: Anidride solforosa (SO2) / Fermentazione alcolica spontanea *
E i vini bio? Acido citrico / Acido L(+)tartarico / Acido L-ascorbico / Acido lattico / Acido metatartarico / Albumina d’uovo / Autoarricchimento tramite evaporazione * / Autoarricchimento per osmosi inversa * / Batteri lattici / Bentonite / Bisolfito di potassio / Metabisolfito di potassio / Bicarbonato di potassio / Carbonato di calcio / Caseinato di potassio / Caseina / Carbone enologico / Citrato di rame / Colla di pesce / Cloridrato di tiamina / Biossido di silicio (Gel di Silice) / Scorze di lieviti / Fermentazione alcolica spontanea * / Gelatine / Gomma arabica / Fosfato diammonico / Cremor di tartaro / Lieviti secchi attivi (LSA) / Proteine di origine vegetale ottenute dal frumento o dai piselli / Microfiltrazione tangenziale * / Chips di legno di quercia / Mosto concentrato / Mosto concentrato rettificato / Enzimi per l’attivazione della pectinasi / Solfato di rame / Tannini enologici / Tartrato neutro di potassio / Anidride solforosa (SO2)
Mentre per i vini biodinamici (secondo un organismo che certifica in tal senso): Albumina d’uovo / Anidride solforosa (SO2) / Fermentazione alcolica spontanea * / Bentonite / Carbone enologico / Microfiltrazione tangenziale*
Non voglio spaventare nessuno, voglio trasmettere consapevolezza.
Allo stesso modo in cui un campi di grano oggi non sarebbe mai dipinto da Van Gogh voglio ricordare che un vino oggi può essere frutto di manipolazioni autorizzate che ne allontanano il processo produttivo da quanto è il processo naturale di fermentazione. Perché questo? Per assicurare il produttore di una certezza produttiva, un costo inferiore, o anche, se volete una costanza gustativa.

Non giudico, ripeto, trasmetto consapevolezza.

Faccio un ultimo esempio: se ho trattato, messo fungicidi per essere sicuro di massimizzare la produzione dovrò comprare gli lieviti. Se devo aggiungere un lievito per fare il vino esistono i cataloghi e dei fornitori, citando a caso: “Lievito selezionato per la produzione di vini bianchi con spiccate note di aromi fermentativi. Si distingue per la grande produzione di feniletanolo e di esteri fermentativi (acetato di isoamile, acetati di 2-metil propile, di 3-metilbutile e di 2-metilbutile) con le tipiche note di banana, ananas e frutta dolce.”
Va da sé che in un vino fatto con questi lieviti non troverò mai la peculiarità del terreno e del vigneto che lo ha prodotto, e il sentore di banana, ananas e frutta dolce (immagino il sommelier che ne esalta i contenuti) non è certo dato dal quell’uva o da quel vigneto.
Per oggi mi fermo qui con questa affermazione: raccolte le uve in un grande contenitore e schiacciate sotto il proprio peso, le uve inizieranno a fermentare; estraiamone il succo alcolico e avremo un vino crudo.

È qualcosa che gli uomini hanno fatto molto prima di saper leggere o scrivere.
Fino a che punto dobbiamo cercare di controllare questo processo? E in quali condizioni si produce il vino migliore? Ad una estremità c’è il tipo di vino convenzionale quindi produzione di massa/manipolazioni chimiche e fisiche per un risultato sicuro, prevedibile e ripetibile. Dall’altra estremità della scala c’è il vino naturale.
E in mezzo? Tutte le sfumature di rosso (o di bianco).

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Vincent Van Gogh, Giardino fiorito con sentiero.

Cit. Sepp Holzer, permacultore

I beneficiari dell’agricoltura industrializzata sono i consorzi, come pure i gruppi industriali, i lobbisti della chimica e dell’industria agraria, ma non certo i contadini. Tutte le aberrazioni che conosciamo oggi ne sono la conseguenza: allevamento intensivo di massa, distruzione delle falde acquifere, prodotti alimentari contaminati ed altro ancora. È davvero necessario cambiare mentalità.

Sepp Holzer

In “Guida pratica alla permacoltura” ed Il filo verde di Arianna, pag. 80

Aggiungo: la mentalità cambia partendo da un consumo consapevole.

Burocrazia agricola

Pratica frutteto: ho piantato 100 piante, in un area che era invasa da robinie e che ho bonificato.

Circa 2000 metri.

Tra le piante di mele e di pesco ho piantato il lycium, un arbusto che è azoto fissatore (e quindi aiuta il frutteto) e dà bacche con tanti antiossidanti (in Cina è considerato addirittura una medicina).

Non posso però accreditare all’azienda agricola i 2000 metri (reali) di frutteto perché chi deve valutare (chi sarà?) l’aerofotografia non riuscirà a vederlo in quanto l’immagina satellitare del catasto fa vedere solo le grosse piante (le robinie che ho estirpato) e non le piantine (i meli e i lycium) che ho appena piantato.

Siamo al virtuale che supera la realtà, quello che è vero (e piantato) deve fare i conti col virtuale (quello che è in google o nell’aerofotografia del catasto vecchia di due anni). Inoltre o è meleto o è piantagione di Goji, non è previsto una coltura mista come la mia con mele intramezzate da Goji.

Dove andremo a finire?