Un’altra stagione

Ebbene sì, l’avventura di questa stagione è arrivata al suo apice agronomico: il tre ottobre abbiamo vendemmiato.

La stagione iniziata esattamente un anno prima ha portato i suoi frutti, una vendemmia ricca con un uva con un buon contenuto di zuccheri, una buona acidità che ci porterà ad assaggiare le prime bottiglie tra un anno. Anche quest’anno abbiamo imparato molto, moltissimo, ma soprattutto abbiamo anche capito come fare meglio. 51 quintali di uva sono nei nostri serbatoi e sono già vino, orgogliosamente vino.

Ora si pensa alla prossima stagione, che è già cominciata, a come impostarla, a come gestirla, a come ingrandirsi.

La marcia di avvicinamento

La vendemmia è alle porte.

Uva sana, il grado alcolico indica che siamo prossimi alla vendemmia, aspettiamo la completamento del ciclo di maturazione dell’acino e quindi del vinacciolo.

serve un po’ di caldo, niente grandine (!!), e quindi un po’ di fortuna.

Aggiornamento

Situazione vigneto:

Vendemmia prevista per fine settembre, dal 15 settembre avrò più dati a disposizione

La quantità è interessante: tra i 40 e 60 quintali.

La qualità sembra ottima: il sole di questi giorni sta facendo miracoli e il vigneto non ha sofferto del passaggio al bio e della stagione che ha avuto un inizio piovoso e freddo.

Stay tuned

Percorsi

Percorro spesso i miei filari. Incontro la lepre, almeno una volta la settimana; ormai non scappa come all’inizio saltando, rimane comunque lontana e mangia, fingendo indifferenza chiedendosi di me.

La volpe l’ho incontrata una volta sola: attenta e guardinga mi ha guardato, anche lei chiedendosi di me.

Percorro spesso i miei filari, e mi riapproprio del ritmo delle stagioni: riconosco il sonno agitato dell’inverno, l’esplosione immobile della primavera, la sofferenza rigogliosa dell’estate che approda stremata nella rilassatezza dell’autunno.

Percorro spesso i miei filari: è lì che ascolto il canto della poiana e, osservando quel planare lento e sornione, mi chiedo se anche lei, la poiana, si chiede di me.

Percorro spesso i miei filari e a volte sono stanco. Sempre però la fatica è parte del mondo cui stai partecipando, di cui tu, sei parte; come il volo della poiana, il brucare della lepre, lo scrutare della volpe; la tua fatica non è più fatica di vivere, gara contro il cronometro, la tua fatica è parte del tutto, delle cicale che si fanno sentire, della mantide che scappa da te quando tagli l’erba.

Percorro spesso i miei filari.

Raccogliere i frutti

Ormai ci avviciniamo alla vendemmia:

scrutare le previsioni, sperando nella clemenza del tempo (non grandinare…), cercare di stimare quanta uva verrà raccolta, campionare gli acini per verificarne la bontà, ripulire il vigneto dall’anarchia della quiete vacanziera.

Ci siamo e il frutto del 2016 sta per essere raccolto.

Rimanete sintonizzati!!

Ho perso il filo

Ho perso il conto del numero di ore che ho passato nel vigneto, dei polloni che ho tagliato, dell’erba, delle spine, dei germogli e delle foglie che ho strappato, delle volte che ho salito e sceso i filari (mannaggia a chi li ha messi lungo il piano inclinato e non su comodi terrazzi in orizzontale) da solo o in compagnia, pettinando la natura ribelle, scacchiando foglie riordinando i grappoli.
I filari sono 3.300 metri, 3,3 km, 6.600 piante, ognuna diversa, ognuna da curare.

Ho perso il filo delle volte che ho spento il motore del mio trattorino per riprendere fiato, che mi sono chiesto tante cose (e vi risparmio le domande e le risposte).

Adesso che il grosso è fatto, passo il testimone alla natura che ha iniziato a colorare i grappoli, sperando che questi grappoli vengano aiutati almeno nei mesi di agosto e di settembre dal sole. Ora tocca a lei.

Che accumulino zuccheri, che maturino bene, che curino le ferite che bombe d’acqua, grandine, vento hanno provocato regalandoci un po’ di buon vino che ci accompagnerà per le sere che passeremo con gli amici.
Devo fare il conto del materiale sparso, del rame e dello zolfo che ho irrorato, dovrò anche fare il contro di quanto ho speso, per cominciare a verificare se alla fine della fiera, una sorta di sostenibilità è possibile nel mio vigneto.
Se seguire la campagna non ha prezzo, certo è che non ha premio e che è difficile fare riconoscere sul prezzo di una bottiglia la fatica di arrivare alla vendemmia, e la fatica il giorno dopo, di pensare alla vendemmia successiva.
A presto

Verso la vendemmia

Speriamo che il peggio sia passato…e che finalmente arrivi l’estate. In questo scorcio di fine primavera ho proprio pensato che i tropici e i monsoni si trasferissero da noi. A giugno nel vigneto sono caduti 251mm di acqua, il che equivale a 251 litri per ogni metro quadro, una colonna d’acqua enorme. Lo so, il dato non vuole dire nulla, ma per dare un’idea pensiamo che in tutto l’anno, fino al 18 giugno ne sono piovuti 714 di millimetri, questo vuole dire che nei primi cinque mesi dell’anno è piovuto il doppio di quanto è piovuto nei soli primi 18 giorni di giugno; è vero, non possiamo fare la media del pollo, è logico che la media è una media e terrà conto di mesi più e meno piovosi, ma tant’è che il giugno di quest’anno è stato un picco importante. Tanto per fare un paragone il luglio del 2014, che tutti ricordano come un luglio in cui “ha piovuto tutti i giorni” i mm di pioggia furono circa 200 nella stessa zona: parliamo in effetti di una prima metà di giugno eccezionalmente piovosa, una pioggia da record.

La vigna che sembra non ne abbia risentito: il carico di pioggia eccezionale ha lasciato le foglie “scoperte” della loro bio-protezione di zolfo e rame, ma non si intravedono per ora le avvisaglie delle due malattie temute dai viticoltori: lo iodio e la peronospora. Per contro i tralci raggiungono in alcuni casi il metro e mezzo; considerato che ad aprile erano germogli  un bel successo (in un altro articolo citai Munari che definì l’albero “l’esplosione lentissima di un seme”, definirei il tralcio di vite, l’esplosione quasi veloce di un germoglio…)

La dipendenza da fattori assolutamente naturali contro i quali ci si sente spesso impotenti è una caratteristica forte della mia “impresa” agricola: nulla è certo, tutto è trasformabile, i segnali di un’annata eccezionale possono essere distrutti da mezz’ora di grandine quanto da una pioggia insistente di qualche giorno. Settimana scorsa altri “nemici” ad esempio: un gregge di pecore ha invaso il vigneto: oddio, un po’ di pulizia all’erba non fa male, ma le pecore mangiano i germogli della vite? La cosa è ancora dibattuta in famiglia e dai “pensionati” che monitorano regolarmente il mio lavoro in vigna e che consulto spesso: “la pecora guarda in basso, non mangia i germogli!!” la sentenza più probabile, ma chi si fida?

E’ così che tra lo scortare l’orizzonte carico di nuvole nere, nel consultare i siti di previsione del tempo, nel telefonare ai vicini ansiosi: “ha grandinato?” e nel cercare sulle foglie i segni del temuto mal bianco (iodio) o della peronospora la riflessione porta sempre a pensare a quanto la nostra esistenza sia appesa a fenomeni naturali la cui evenienza condiziona irrimediabilmente e fatalmente oserei dire, il risultato stesso delle nostre azioni. E non c’è come avvicinarsi alla natura che il senso della nostra debolezza emerge a ricordarci che è lei la vera padrona.

Permettetemi una citazione colta sul senso della vita: da “Cuore di pietra” di Sebastiano Vassalli (Einaudi), l’epilogo finale.

“Ogni tanto gli Dei tornano ad affacciarsi sul golfo della pianura delimitato dalle montagne lontane, e applaudono e gridano stando sospesi lassù sopra le nostre teste, mentre assistono alle rappresentazioni di un autore che sa mescolare come nessun altro la tragedia e la farsa, e che si esprime con le vicende degli uomini pur restandone assolutamente estraneo: il tempo! Se gli uomini non esistessero sulla terra, lo spettacolo del tempo si ridurrebbe a ben poca cosa; ed è per questo motivo che gli Dei li hanno fatti esistere. Gli Dei di Omero – è risaputo – sono degli eterni bambini, e tutto li diverte: anche l’aggregarsi e il dissolversi delle nuvole, anche il cadere delle foglie in autunno e lo sciogliersi delle nevi in primavera hanno il potere di fargli schiudere le labbra, e di far scintillare i loro denti immortali; ma perché l’universo intero rimbombi delle loro risate bisogna mettere in scena ciò che il tempo sa fare con gli uomini, dappertutto e in quella pianura circondata dalle montagne che è, appunto, il loro teatro. Bisogna mostrargli la nostra protagonista com’ è adesso, vuota e buia e con i suoi saloni ingombri di calcinacci, di siringhe, di sterchi, di coperte insanguinate, di frammenti di vetro… Oppure, bisogna fargli vedere l’immensa pianura percorsa in ogni direzione da milioni di quei contenitori di metallo che noi chiamiamo automobili, e le piazze e le strade della città di fronte alle montagne, dove passarono cantando e schiamazzando i cortei delle bandiere rosse e quelli delle camicie nere, divenute percorsi obbligati per i nuovi mostri meccanici. Tutto sembra reale, adesso come allora e come sempre, ma è uno spettacolo del tempo: un’illusione, che di qui a poco svanirà per lasciare il posto a un’altra illusione. È perciò che le risate degli Dei rimbombano e rotolano da una parte all’altra del cielo con i temporali d’aprile, e che le loro grida d’incitamento spazzano la pianura con i venti d’ottobre. I personaggi di questa storia che è finita, e gli altri delle infinite storie che ancora devono incominciare, le loro futili imprese, le loro tragicomiche morti non sono altro che alcune invenzioni tra le tante di quell’eterno, meraviglioso, inarrivabile artista che è il tempo. È lui che ci parla con la nostra voce, che ci guida, che manipola i nostri desideri e i nostri sogni e alla fine cancella le nostre vite per sostituirle con altre vite, di altri uomini che noi non conosceremo mai. È lui che ci fa credere di essere il centro e la ragione di tutto, mentre ci ispira comportamenti e pensieri così stupidi che gli Dei ne ridono ancora quando ritornano lassù nel loro eterno presente, abbandonandoci agli sbalzi d’umore e ai capricci del nostro autore e padrone. Un suo battito di ciglia, e l’uomo che ha scritto questa storia non esisterà più; un altro battito di ciglia, e al posto della grande casa sui bastioni ci sarà un edificio di cristallo in cui si rifletteranno le nuvole e le montagne lontane; un terzo battito di ciglia, e i contenitori chiamati automobili saranno a loro volta scomparsi… Perché no? Soltanto gli Dei sono immortali, mentre tutto ciò che esiste nel tempo è destinato a perire. Homo humus, fama fumus, finis cines.”

 

Il benessere del pollo

Ha fatto molto effetto ultimamente vedere le immagini di come certe strutture industriali trattano gli animali che allevano per trasformarli in cibo. Mi riferisco al servizio di Report sul caso Amadori.
E’ vero, non si può fare di tutt’erba un fascio e nemmeno generalizzare, ma è importante riflettere sulle immagini che ci vengono proposte. Innanzitutto cerchiamo di separare le varie cose: una struttura industriale ha delle regole, dei  mezzi, degli obiettivi, delle strategie e delle persone. Parliamo delle persone: nei servizi si sono viste delle persone che mancano assolutamente del rispetto nei confronti degli animali che allevano; un conto è un sistema di allevamento inumano (il termine inumano può fare sorridere), un contro è infierire ricoprendo i polli con la propria urina come si è visto. Non credo che la strategia (e qui parliamo del secondo aspetto) dell’azienda sia quella di infierire sugli animali; certo, è significativo che i dipendenti non abbiano rispetto e si possano permettere di fare certe cose senza controllo, ma non credo sia questo il problema che invece è l’ignoranza di tali persone.
Ma allora quale è la strategia? La strategia della ditta in questo caso è evidente: il contenimento dei costi, la riduzione assoluta dei costi di gestione per massimizzare l’utile. E di utile ce ne è se è vero quanto scrive questa rivista sulla presentazione del bilancio 2014 (vedi questo LINK). Si vede però che il bilancio è da incorniciare.
Quale è la strategia commerciale? Quantità e basso prezzo: il prezzo deve essere competitivo sul mercato, il più competitivo. Quindi, fissato il costo per massimizzare il guadagno via a ridurre i costi. Parliamo di mezzi: sono fissi, i manager anno su anno a parità di strutture, devono aumentare il guadagno, ne va del loro bonus, di una parte variabile, magari considerevole del loro stipendio.
Come si fa? Lasciamo tutto uguale quanto è  struttura, manodopera e aumentiamo la densità di polli, maiali, quello che sia. Quanti polli ci stavano in stalla? 100, mettiamone 120, i costi sono più o meno uguali, non aumento le persone, “stringo un po’ gli animali” e produco con un costo a pollo inferiore; posso tenere il prezzo competitivo, guadagno sicuramente di più, da cui il famoso bilancio da incorniciare.
E’ vero sono tutte ipotesi ed illazioni, ma secondo me la realtà non è molto lontana.

Ma non finisce qui: aumento la densità, aumento il rischio di epidemie (ricordate l’aviaria?), facciamo prevenzione, cosa dite degli antibiotici? Il benessere dell’animale è direttamente proporzionale alla qualità e quindi bontà della loro carne, cosa dire di più.

E’ vero: a tutti fa comodo comprare un pollo al 3 euro al chilo, ma cosa compriamo?

L’invito alla consapevolezza e all’approfondimento di quanto mangiamo è sempre valido: siamo tutti vittime di quello che mangiamo e della qualità dei cibi che mangiamo, ricordiamocelo, e forse uno sforzo per ricercare qualcosa di meglio si può anche fare diffidando dell’affare che ci appare sotto gli occhi al supermercato.

Personalmente giudico Report un giornalismo che spesso eccede nell’evidenziare magagne “rinforzando” ed evidenziando aspetti particolarmente attrattivi che fanno colpo rispetto a dati veramente oggettivi (la pipì sul pollo è evidente che non è una prassi, ma fa colpo), ma ho letto la replica dell’allevatore alle accuse mosse che mi hanno lasciato senza parole: il primo punto di difesa è che le immagini sono vecchie di 6 mesi, come se sei mesi fosse un periodo e un era talmente lontana da giustificare tali immagini. Veramente sconcertante. Una risposta ingessata fredda e istituzionale, risponde a parole senza contrapporre i fatti. Se lo stabilimento è stato ristrutturato sarebbe stato meglio per Amadori contrapporre al prima il dopo dando una risposta franca e chiara.

Diamo una mano ai nostri contadini e PREMIAMO con la conoscenza, la consapevolezza, le pratiche virtuose di chi lavora seriamente.

 

Siamo buro-bio

Siamo buro-bio.

bio

Buro perché ho ricevuto due notifiche, una chiara dall’ente certificatore: “l’operatore società agricola le driadi ss e’ conforme ai requisiti”. Ho ricevuto poi una comunicazione che potrò leggere solo quanto avrò capito come scaricare il software che il governo mi mette a disposizione per leggere le mail, una mail criptata con un link ai programmi per leggerli, considerata che la notifica è mandata da una mail certificata ad una mail certificata, mi chiedo il senso di chiedere al ricevente di scaricare un file per leggere gli allegati che sono in formato “PKCS#7”

Ecco il testo della mail
OGGETTO:
NOTIFICA DI INIZIO ATTIVITÀ CON METODO BIOLOGICO SOCIETA’ AGRICOLA LE DRIADI SOCIETA’ SEMPLICE DOMANDA N 201600069509
TESTO:
REGIONE LOMBARDIA – GIUNTA
UFFICIO TERRITORIALE REGIONALE BERGAMO
Nostri riferimenti interni:
Protocollo numero XXXXXX del 20/05/2016 16:31
Firmato digitalmente da XXXXXX
Elenco allegati:
XXXX1205.pdf.p7m
I documenti allegati alla presente e-mail con estensione .p7m (formato PKCS#7) sono firmati digitalmente in conformità al DPCM 13/01/2004 e Delib. CNIPA 4/2005. Per visualizzare, stampare, esportarne il contenuto e per verificarne la firma
è necessario disporre di uno specifico software.
Un elenco dei software di verifica disponibili gratuitamente per uso personale
è presente al seguente indirizzo:

Siamo in fioritura

La stagione procede, tra i capricci del tempo. Un confronto: l’anno scorso le ciliegie erano mature nella seconda metà di giugno, quest’anno le abbiamo avute con un mese di anticipo. Lo sviluppo vegetativo della vigna procede alla grande e siamo in fioritura. Speriamo gli sbalzi termici e le piogge non facciano molti danni. Ad oggi per evitare iodio e peronospora abbiamo dovuto lavorare sodo, e per curare la parte verde dobbiamo porre un’attenzione continua. Quindi via con spollonatura, scacchiatura, pettinatura e pulizia del terreno. Uno dei motivi per cui non ci si sente molto sul sito è proprio questo: il grande lavoro nel periodo dell’esplosione della natura.

Dimenticavo: quest’anno avremo le prime mele antiche, le piantine hanno già qualche melettina.

fioritura
Fioritura