Il vino naturale, un atteggiamento. Come Driade Felice

Ci sono parole che a forza di ripeterle perdono peso. “Naturale” è una di queste. Nel vino è diventata una bandiera, un’etichetta, a volte perfino un modo per distinguersi senza sapere davvero perché.

Eppure, per me, il vino naturale non è mai stato una moda. È un atteggiamento.

Un modo di stare in vigna e in cantina con un’idea precisa: non fare troppo rumore.

Lasciare che la fermentazione dica la sua. Fidarsi dei lieviti. Accettare che un vino non debba per forza essere perfetto, ma vivo.

Questa idea non nasce da un libro o da una tendenza. Nasce da un vino:

Driade Felice, il mio primo vino.

Non lo dimenticherò mai, perché è stato il vino in cui ho capito una cosa semplice e definitiva:

che fare vino naturale non significa togliere, ma togliersi — lasciare da parte l’ego, la volontà di controllo, l’ansia di dimostrare qualcosa.

Con Driade Felice ho lasciato parlare l’uva, un Merlot raccolto su una parcella in pendenza, recuperata dall’abbandono. Quindici giorni di macerazione, fermentazione spontanea, acciaio, nessuna scorciatoia.

È nato un rosso fruttato, leggero, elegante, di una bevibilità quasi ingenua: il vino che non sai se ti ha scelto lui o se sei stato tu a permettergli di farlo.

Ecco perché oggi mi dà fastidio vedere il vino naturale trasformato in un trend, in una categoria da scaffale, o peggio ancora in uno stile da imitare.

Non è uno stile.

Non è nemmeno un protocollo.

È un atteggiamento.

È stare al fianco del vino, non davanti a lui.

È riconoscere che non c’è un “ideale sommelieristico” a cui tendere, perché l’ideale non esiste: esistono solo vini autentici, e vignaioli che cercano di non rovinarli.

Se c’è una cosa che Driade Felice mi ha insegnato, è che il vino naturale non nasce da un manifesto. Nasce da un gesto: quello di abbassare il volume del proprio intervento per ascoltare il vino che si sta formando.

E ogni volta che stappo quella bottiglia, mi ricordo che il vino non deve essere perfetto per essere vero.

Deve solo essere sincero

Ancora un goccio!

A diciott’anni iniziai a frequentare le frasche della bergamasca.

Le frasche… erano case di campagna che offrivano ristoro.

Si chiamavano così per i rami appesi sopra le porte — le frasche, appunto — segnale inconfondibile di pane, salame… e soprattutto vino.

Il vino era sempre rosso.

Anzi — come si diceva allora — nero.

Lo si beveva in tazze bianche.

Il calice, nelle frasche, non esisteva.

Si diceva che la tazza avesse un vantaggio: potevi bere senza alzare la testa, così non vedevi i salami appesi al soffitto.

E aveva anche un altro pregio: non faceva domande.

Non ti chiedeva di annusare, di roteare, di commentare.

Tu bevevi, e basta.

La degustazione sensoriale era un sorso robusto.

E appena svuotavi la tazza… ne volevi un’altra.

Poi, quarant’anni dopo, mi ritrovo in un altro mondo.

Il rosso non è più nero, ma rubino, granato, porpora, ciliegia con riflessi violacei.

La tazza è diventata un calice a tulipano.

Il calice un oggetto di culto.

E il culto… una liturgia.

C’è chi agita il vino come se stesse evocando spiriti,

chi annusa con la fronte corrugata,

chi inclina il bicchiere alla luce cercando risposte cosmiche nella trasparenza.

Io guardo, e mi chiedo dove sia finito quel sorso che ti sporcava la bocca di vino e di terra.

Dove sia finita la verità semplice del “me ne dai un altro?”.

Oggi bisogna capire se il tannino è vellutato o ancora scalpitante,

se il finale è lungo, medio o corto.

Ma il finale, quello vero,

è che si parla troppo

e si beve poco.

Forse quarant’anni fa si beveva grossolanamente, certo.

Ma era un vino senza fronzoli e senza paura.

Un vino che non doveva dimostrare niente a nessuno.

Oggi invece… sembra che ogni sorso debba giustificarsi davanti a un tribunale del gusto.

E allora mi torna in mente quella tazza bianca, spessa, un po’ sbeccata.

E penso che, alla fine, il vino buono è sempre quello che — finita la tazza, o il calice, se proprio vogliamo — ti fa dire:

“Ancora un goccio, va’.”

Privilegio di un pranzo in cucina

Non avevo mai pranzato in una cucina di un ristorante stellato.

Non nel senso “vicino alla cucina”.

In cucina, proprio.

Per la verità, non avevo neanche mai mangiato nella cucina di un ristorante… in uno stellato poi…

Ho vissuto un’ora di privilegio, tra il vapore che sale, le padelle che sfrigolano, i coltelli che battono come un metronomo, lo chef che sorveglia e dirige, gli addetti alle partite che corrono.

Mi è capitato al ristorante Assonica — che già nel nome, se ci pensi, sembra una canzone.

Lo chef è un amico, e anche la responsabile di sala.

Capito da loro all’improvviso, in una giornata fresca di novembre che preannuncia l’inverno. Solo, con a casa un frigorifero usato solo per quattro uova, del latte e qualche barattolo.

Mi fanno entrare, si guardano un attimo e mi dicono:

“Non abbiamo posto.”

Poi Giovanna riflette un istante:

“Vieni, mangi qui con noi.”

E io penso che stia scherzando.

Mi ritrovo su una sedia, accanto al banco di lavoro, con una vista perfetta su tutto.

“Sicuri che non dò noia?”

All’inizio sto zitto, quasi impacciato.

Loro si muovono come un’orchestra, ma senza maestro.

Nessuno parla, eppure si capiscono tutti.

Ogni tanto Vittorio alza lo sguardo; gli altri sono concentrati.

La sommelier mi chiede cosa voglio bere.

Le dico cosa ho scelto dal menù.

Alza il pollice: ci siamo capiti.

Un gesto, uno sguardo, un piatto passato al volo.

È come se la cucina avesse un suo respiro, e io stessi cercando di andare a tempo.

E mentre aspetto i miei piatti, iniziano ad arrivare le prime cose.

Piccoli assaggi.

Esperimenti.

Un cuoco si avvicina:

“Questo lo stiamo provando. Dimmi cosa ne pensi.”

Me lo spiega con passione, con quella luce negli occhi che riconosci subito — la stessa che hanno i vignaioli quando parlano della vigna e dei loro vini.

(Qui, lo ammetto, sono di parte…)

Ogni boccone ha una logica, un perché.

Niente è messo lì per caso.

Ogni tanto dalla sala entrano e scandiscono le comande…anche in quel caso un codice, un ritmo, e la sinfonia si arricchisce.

Mentre assaggio, mi rendo conto che sto mangiando idee, più che piatti.

Poi arrivano il primo, il secondo…

E allora sì, diventa un concerto.

Il ritmo sale, scende, si incastra perfettamente.

Ognuno fa la sua parte. Nessuno sbaglia il tempo.

Mi colpisce quella fiducia reciproca.

È la stessa che serve in cantina: quando lasci che le cose accadano, senza volerle controllare troppo.

Quando ti fidi del tempo, delle mani, del gesto.

A un certo punto mi accorgo che sto sorridendo.

Non per i piatti.

O forse anche per quelli — ma per la sensazione di equilibrio.

Di qualcosa che funziona, semplicemente.

Senza bisogno di spiegazioni.

Chiedo il caffè e lo sorseggio continuando a sorridere.

Quando esco, sento ancora addosso il ritmo di quella cucina.

E penso che, se oggi il vino avesse un suono, avrebbe suonato così.

Ma cosa ho mangiato?

Come fai a descrivere un’opera parlando delle note?

Lo lasciamo fare agli esperti.

Grazie per il privilegio.

Ingegnere, vignaiolo? Meglio scriver canzoni

Mi sono chiesto spesso se i mestieri che ho fatto nella vita non siano, in fondo, tre facce della stessa ossessione: capire la materia.

Solo che la materia cambia.

L’ingegnere la domina, il vignaiolo la asseconda, l’autore di canzoni la inventa.

E in mezzo ci sto io, che provo a tenerle insieme, come se potessero parlarsi.

L’ingegnere – la materia morta

L’ingegnere lavora con una materia morta, e proprio per questo affidabile.

Una resistenza ha il suo valore, un acciaio la sua durezza, una forma la sua funzione.

C’è un’equazione per tutto.

La materia non tradisce: se qualcosa si rompe, è perché hai sbagliato i calcoli.

È un mondo rassicurante, dove l’errore è misurabile e la soluzione, prima o poi, arriva.

L’ingegnere è un demiurgo freddo: progetta, stabilisce, controlla.

Disegna con la convinzione che ciò che sta nel disegno si realizzerà esattamente così.

È un mestiere di precisione e di ragione, dove il pensiero precede sempre l’azione.

E funziona — fino a quando si rimane nel mondo delle cose che non respirano.

Il vignaiolo – la materia viva

Poi c’è il vignaiolo.

Qui la materia è viva, e non c’è più nulla di prevedibile.

La vite cresce come vuole, l’uva matura quando decide lei, il vino evolve secondo un umore che cambia ogni giorno.

Puoi solo accompagnare, mai imporre.

Il vignaiolo non progetta, interpreta.

Non definisce parametri, ma li osserva.

Il suo mestiere è più simile a un dialogo che a un comando: ascolta la natura e risponde, a volte troppo tardi, a volte nel modo sbagliato.

È come tentare di governare un fiume in piena con un righello da disegno tecnico.

Eppure c’è una magia in questo continuo adattarsi, nel capire quando è il momento di intervenire e quando è meglio lasciar fare.

Ogni anno è una storia nuova: cambiano i personaggi, il tono, il finale.

E ogni volta la natura ha l’ultima parola.

Il vignaiolo si illude di creare un vino, ma in realtà lo scopre.

È un mestiere di umiltà, perché ogni stagione ti ricorda che non sei tu a dettare le regole.

Puoi solo cercare di esserci, di fare meno danni possibile, e di capire — col tempo — che la perfezione non è il risultato, ma l’equilibrio temporaneo tra caos e pazienza.

L’autore di canzoni – la materia invisibile

E poi c’è l’autore di canzoni, che lavora con una materia che non si vede e non si tocca. Che poi non è mai stato un mestiere per me. Non ci ho nemmeno provato anche se di canzoni ne ho fatte.

Una materia invisibile, dicevo. Non è morta, non è viva: è fatta di suoni, parole, emozioni.

Un materiale leggero, ma infido, che si dissolve non appena provi ad afferrarlo.

L’ingegnere misura, il vignaiolo osserva, l’autore ascolta.

Ascolta il ritmo delle parole, il respiro di una melodia, il silenzio tra due note.

Non ha regole da seguire: può conoscere tutta la teoria musicale del mondo, ma se non ha qualcosa da dire, non accade nulla.

Scrivere una canzone è un atto di equilibrio tra conoscenza e istinto, tra costruzione e intuizione.

È il punto in cui la matematica incontra il disordine, e da quel contrasto nasce l’armonia.

L’autore di canzoni non sa mai se quello che sta scrivendo funzionerà.

Come il vignaiolo, prova, ascolta, corregge, a volte distrugge tutto e ricomincia.

La differenza è che la sua vendemmia dura il tempo di un lampo: un’idea che arriva all’improvviso, e che devi catturare prima che svanisca.

Tre mestieri, una sola inquietudine. O meglio due mestieri e tre passioni.

Forse questi tre mestieri non sono poi così diversi.

Cambiano gli strumenti, ma resta la stessa tensione: cercare di dare forma a qualcosa che resiste alla forma.

L’ingegnere domina la materia, il vignaiolo la accompagna, l’autore di canzoni la inventa — ma tutti e tre cercano, a modo loro, di capire come funziona il mondo.

C’è un momento, in ognuno di questi lavori, in cui la logica si ferma.

Lì comincia la parte vera.

È il momento in cui il calcolo non basta più, in cui la vite fa di testa sua, in cui la melodia esce da dove non te l’aspettavi.

È lì che la conoscenza diventa esperienza, e l’esperienza diventa libertà.

Alla fine, potrei dire che ho attraversato tre universi per scoprire sempre la stessa cosa:

non si crea mai davvero, si dialoga con quello che c’è.

Che sia ferro, vite o parola, la materia risponde solo se la tratti con rispetto.

E se qualcuno mi chiede perché passo da un mestiere all’altro, la risposta resta la stessa di sempre:

“Perché no.”

Alla ricerca dell’equilibro

(tra riduzione, ossidazione e un pizzico di solfiti)

Nel vino naturale l’equilibrio non è un punto fermo, ma un respiro.

Troppa aria e si perde la freschezza, troppo poco e il vino si chiude in se stesso.

In mezzo c’è la mano del vignaiolo, e una piccola dose di solfiti che serve solo a tenere in vita l’essenziale.

Fare vino naturale significa convivere con l’instabilità.

Non è una battaglia, ma una danza continua tra forze opposte: ossigeno e riduzione, libertà e controllo, fiducia e prudenza.

Ogni decisione, dal travaso al dosaggio minimo di solfiti, è una scelta di equilibrio.

Quando si decide di limitare al massimo l’uso del metabisolfito di potassio — l’unico ingrediente che aggiungo oltre all’uva — si accetta di vivere sul filo.

Troppo poco ossigeno, e il vino rischia di chiudersi in note riduttive, sulfuree, quasi trattenute.

Troppo ossigeno, e si apre la porta all’ossidazione, a un decadimento precoce dell’aroma e del colore.

La riduzione si doma con l’aria.

L’ossidazione, invece, si evita proprio limitando l’aria.

È un paradosso che ogni produttore naturale impara presto a conoscere: ogni intervento che risolve un problema rischia di crearne un altro.

E il segreto non è eliminarli, ma farli convivere in equilibrio.

Il metabisolfito di potassio aiuta a trovare quell’equilibrio: è una protezione, non una scorciatoia.

Usato con misura, preserva il frutto, l’identità del luogo, e permette al vino di camminare da solo, senza stampelle ma nemmeno nudo al vento.

La sua funzione non è standardizzare, ma accompagnare.

Un alleato discreto, se lo si rispetta.

Nel mio caso, è l’unico ingrediente che aggiungo oltre all’uva.

Eppure, dietro quella piccola aggiunta c’è un mondo di decisioni, di travasi fatti al momento giusto, di assaggi quotidiani, di gesti cauti.

Perché il vino naturale non nasce mai per assenza di interventi, ma per presenza di attenzione.

In fondo, fare vino naturale significa questo: cercare un equilibrio vivo, non perfetto.

Un vino che respira, che evolve, che accetta il rischio come parte della sua bellezza.

E forse, in fondo, anche noi cerchiamo la stessa cosa.

— Le Driadi

www.ledriadi.wine

Il senso delle cose che non hanno senso: riflessioni tra vigne e casoncelli

In un mondo che corre sempre alla ricerca di logica e razionalità, c’è un fascino irresistibile nelle cose che sfidano ogni senso. E così, tra vigne che sfidano il meteo e casoncelli degustati in Svizzera, ci si rende conto che spesso è proprio l’assenza di senso a dare significato alla nostra vita.

Il paradosso del senso: Ciò che spesso giudichiamo irrazionale è, in realtà, il cuore pulsante della nostra felicità. La logica dice che non ha senso andare in Svizzera per un piatto di casoncelli, ma il piacere di condividere un momento così speciale è impagabile. Il vino: una metafora di vita: Impiantare una vigna è un atto di fiducia nel futuro, un investimento che sfida la logica e abbraccia l’incertezza. È un percorso che trasforma la fatica in emozione e il rischio in bellezza. Chi definisce il senso? La percezione del senso è soggettiva: ciò che per qualcuno è privo di logica, per un altro può essere la fonte di pura gioia. E così, ogni scelta, ogni esperienza, diventa un mosaico di significati personali.

In fondo, il vero senso delle cose potrebbe essere proprio nella loro apparente irrazionalità. E se ciò che conta è la passione, il divertimento e la condivisione, allora ogni follia trova il suo posto nel grande puzzle della vita.

Bere francese è da provinciali

Diciamolo chiaro: in Italia dire “io bevo solo vini francesi” non è segno di raffinatezza. È provincialismo puro. È come pavoneggiarsi con la cintura firmata presa in saldo: un modo elegante di dire “non ho gusto, ma ho il portafoglio”.

Qualche tempo fa, a una degustazione, mi siedo accanto a un signore che si presenta subito: “Sono un manager”. Bene, penso, almeno non ha detto astronauta o cardiologo.

Dopo due minuti, parte con la sua lezione di stile: lui e i suoi amici bevono sempre vini “di un certo livello”. E mentre lo dice, fa il gesto con la mano, palmo in su, che sale e scende come l’ascensore del listino prezzi. Poi la perla di saggezza:

“Perché quando il vino costa caro, si sente”.

Ecco: il dogma del manager. Non importa il vitigno, non importa la storia, non importa l’anima. Basta che costi. Più o meno come scegliere la fidanzata in base alla marca della borsetta.

Il guaio è che tanti ci credono davvero. Non si beve più per ascoltare il vino, ma per obbedire: all’opinion leader, al sommelier televisivo, al prezzo stampato sull’etichetta. Risultato? Tavolate tutte uguali, con le stesse bottiglie “importanti” e gli stessi discorsi da fotocopia: “Che eleganza, che finezza”.

Il vino ridotto a badge aziendale, a biglietto da visita con tappo di sughero. Altro che cultura, altro che piacere.

Bere davvero, invece, è un atto sovversivo: scegliere una bottiglia sconosciuta, sbagliare, sorprendersi, trovare un vino storto ma vivo, che ti fa alzare un sopracciglio invece di abbassare la testa.

La vera eleganza non è dire “bevo francese”. È avere il coraggio di dire: “Bevo quello che mi piace”

Anche se costa dieci euro.

Anche se non lo conosce nessuno.

Anche se il manager storce il naso.

La sostenibilità economica come atto di resistenza

Autonomia come scelta di libertà

Quando si parla di sostenibilità nel vino, il pensiero corre subito all’ambiente: al suolo da preservare, alla biodiversità, ai trattamenti ridotti. Ma c’è una sostenibilità meno raccontata, invisibile agli occhi eppure decisiva: quella economica. Senza basi solide, anche i progetti più virtuosi rischiano di svanire come un profumo troppo leggero nel bicchiere.

Un’azienda che coltiva solo l’uva dei propri vigneti, che sceglie di non affidarsi a consulenze standardizzate, rinuncia forse a scorciatoie tecniche, ma conquista indipendenza. È una forma di sostenibilità economica. Si spende meno in mediazioni. Si conserva la libertà di decidere. Ciò comporta assumersi fino in fondo il rischio e la responsabilità.

Il valore di non inseguire le mode

Le etichette “green” o le mode del momento possono sembrare una spinta sicura per le vendite. Ma affidarsi solo a questo significa vivere e morire seguendo il mercato. Resistere a questa tentazione è più difficile, ma permette di costruire un valore autentico, che non evapora quando la moda cambia.

La forza della rinuncia

Un produttore si misura anche da ciò che decide di non mettere in bottiglia. Scartare il vino che non raggiunge lo standard desiderato è un gesto controcorrente, perché significa produrre meno e incassare meno. Eppure è proprio questa rinuncia che diventa investimento: ogni bottiglia che manca rafforza la credibilità di quelle che restano.

Il territorio come capitale

Il terroir non è solo geografia, ma un capitale collettivo fatto di storia, cultura e gesti quotidiani. Proteggerlo significa investire nel futuro, perché il valore economico di un vino dipende anche dal paesaggio che racconta. Dimenticarlo equivale a intaccare non solo l’ambiente, ma anche la stessa tenuta economica dell’impresa.

L’economia della resistenza

La sostenibilità economica, in fondo, nasce da un intreccio di autonomia, scelte scomode e rifiuto delle scorciatoie. Non si misura soltanto con i numeri del bilancio annuale, ma con la capacità di un’azienda di durare nel tempo restando fedele ai propri principi.

Forse è questa la lezione più importante: anche l’economia, quando è vissuta con coerenza, può diventare un atto di resistenza. E senza questa resistenza, nessuna sostenibilità ambientale o sociale avrebbe gambe abbastanza forti per camminare.

Come ho conosciuto i vini naturali

Il primo vino “naturale” che mi capitò di bere si chiamava Semplicemente Vino, di Stefano Bellotti. Solo in seguito scoprii che Bellotti era stato uno dei pionieri della rinascita del movimento del vino naturale in Italia. Quel vino mi colpì subito: fresco, vibrante, e con qualcosa che all’inizio non sapevo definire. Avrei capito più tardi che era proprio l’essenza del vino naturale: essere un vino diverso, un vino di territorio, di vignaiolo, di artigiano e, perché no, anche di artista. Un vino irripetibile, genuino e vero.

Lo bevevo d’estate, acquistandolo nell’enoteca di fiducia durante le vacanze, finché un anno non lo trovai più. Stefano era passato dal tappo in sughero al tappo a corona, e l’enotecario aveva deciso di non comprarlo. Quel dettaglio mi fece riflettere molto: possibile che la qualità straordinaria di un vino potesse essere messa in discussione da un tappo considerato “povero”?

Eppure era una scelta coerente, radicale, geniale. Proprio come il nome: “Semplicemente Vino”. Due parole forti, di rottura. La semplicità in contrasto con i vini convenzionali, spesso troppo costruiti. E “vino” detto così, senza aggettivi, a ribadire che alla fine di tutto si tratta solo di questo: vino.

Sono passati vent’anni. Nel frattempo tante cose sono cambiate, ma quella lezione rimane intatta

Perfetto? Autentico!

Il vino naturale nasce da un gesto semplice: accettare che la vigna non appartenga all’uomo, ma al paesaggio che la ospita. Non si tratta di dominarla né di piegarla, bensì di accompagnarla, custodendo la biodiversità e lasciando che le stagioni imprimano il loro ritmo. In questa prospettiva il vignaiolo non è un tecnico, ma un custode: lavora con il territorio invece che contro di esso, sapendo che ogni scelta ricade sul futuro della terra.

La cantina diventa allora uno specchio della vigna. Qui non si cerca di cancellare le differenze, ma di amplificarle: i lieviti che fermentano sono quelli che abitano l’uva, i tempi di macerazione e affinamento sono quelli che il vino stesso suggerisce. La variabilità non è un difetto, è l’anima del vino naturale: ogni annata racconta una storia diversa, e ogni bottiglia porta con sé la voce di un luogo unico.

Non è un ritorno nostalgico al passato, ma il riconoscimento che il vino contadino, fatto con semplicità e coerenza, non ha mai smesso di esistere. Il vino naturale è cultura, prima ancora che prodotto: è un linguaggio che parla di paesaggi, di mani che lavorano, di comunità che resistono. È etica e coerenza, perché non si limita a piacere al mercato ma vuole restituire identità e verità.

Così il vino naturale non cerca di essere perfetto, cerca di essere autentico. Ed è proprio in questa autenticità che rivela la sua bellezza più profonda.