Cent’anni di solitudini

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.”

— Gabriel García Márquez

In vigna ci si sente soli.

Di quella solitudine larga, che sa di vento e terra umida.

Parli con le piante.

Le tocchi, le poti, le aspetti.

A volte ti sembrano più sincere delle persone.

In cantina è lo stesso.

Tu e il mosto che borbotta piano,

come se avesse qualcosa da dire.

Lui fermenta.

Tu ascolti.

E speri di aver capito abbastanza.

Forse non sono cent’anni di solitudine,

ma trecentosessantacinque giorni all’anno

passati a fare pace con i dubbi.

Poi arriva qualcuno,

stappa una bottiglia,

chiude gli occhi e sorride:

“Che bel vino.”

E tutta quella solitudine

si trasforma in racconto.

Cinque pollici. E tutto può cambiare.

Ho letto le parole di Lindsey Vonn dopo la sua caduta olimpica a Cortina d’Ampezzo.

“Ieri il mio sogno olimpico non si è concluso come avevo immaginato. Non è stato un finale da favola… è stata semplicemente la vita.”

Non parla di ingiustizia.

Non cerca scuse.

Accetta la realtà.

Poi dice una frase potentissima:

“Nella discesa libera la differenza tra una linea strategica e un infortunio catastrofico può essere di 5 pollici.”

E ancora:

“Sono semplicemente stata 5 pollici troppo stretta sulla mia linea.”

Cinque pollici.

Un margine minuscolo.

La differenza tra una traiettoria perfetta e una caduta.

Nel vino quei “5 pollici” esistono.

Possono essere:

5 giorni in più di macerazione 48 ore di sole prima della vendemmia una fermentazione spontanea che parte lentamente una scelta di raccolta leggermente anticipata

Il margine è sottile.

Ma quel margine non genera solo errori.

Genera anche complessità.

Genera identità.

Genera vini che non avevi programmato ma che ti sorprendono.

La stessa imprevedibilità che può farti perdere una gara può regalarti un’annata memorabile.

“Ho osato sognare e ho lavorato così duramente per raggiungerlo.”

Nel vino è lo stesso.

Il sogno è fare un grande vino.

Il risultato è l’incontro tra preparazione e natura.

Noi possiamo fare tutto il possibile:

osservare, potare, attendere, scegliere.

Poi c’è la vita.

“Non ho rimpianti.”

Ed è qui che sta la lezione.

Ogni vendemmia è un cancelletto di partenza.

Sai che puoi fare tutto giusto e non controllare tutto.

Ma sai anche che proprio in quel margine minimo può nascere qualcosa di più grande di te.

Non facciamo vino per evitare l’errore.

Facciamo vino per incontrare la vita.

E la vita, quando la accetti, spesso restituisce più di quanto toglie.

Gli Smiths in cantina!

Le Driadi, lato B

A Le Driadi il tempo non scorre in linea retta.

Scende, si deposita, resta. Come la terra che tengo sotto le scarpe, come i vini che non hanno fretta di spiegarsi.

Sono in cantina. I vigneti sopra sono fermi, o almeno così sembrano. Qui sotto, invece, qualcosa continua a muoversi. Un disco gira piano. Gli Smiths. Non li ho scelti per un motivo preciso. In cantina i motivi contano poco.

La prima frase arriva mentre osservo una vasca che non parla ancora.

There’s a light that never goes out.

È la stessa luce che resta accesa nei vigneti recuperati, quando all’inizio non promettono nulla. Quella che ti fa tornare, anche quando non vedi risultati. Non è fiducia cieca: è una forma di resistenza. Senza quella, Le Driadi non esisterebbero.

Il disco continua. Io mi muovo tra acciaio e silenzio.

“I am human and I need to be loved.”

Assaggio. Il vino è fragile, aperto, irregolare. Umano.

A Le Driadi il vino non si corregge subito, si accompagna. Ha bisogno di tempo, di ascolto, a volte solo di essere lasciato in pace. Come tutto ciò che nasce senza un progetto troppo rigido.

Più tardi arriva una frase che conosco bene.

Heaven knows I’m miserable now.

Ci sono annate che mettono alla prova anche qui. Clima, pendenze, vigneti strappati all’abbandono. Essere miserabili non è una colpa, è una fase. Il vino non pretende ottimismo, pretende onestà. E spesso è proprio da lì che trova il suo equilibrio.

Cambio vasca, riassaggio.

“Please, please, please let me get what I want.”

Non chiedo un vino perfetto.

Chiedo che regga il tempo, che non tradisca il luogo da cui viene. A Le Driadi questo è sempre stato l’unico vero desiderio: fare vini che tengano, anche quando il percorso è scomodo.

Il disco va avanti senza fare domande.

“That joke isn’t funny anymore.”

Penso alle scorciatoie lasciate indietro, alle parole di moda che non uso più. Non per presa di posizione, ma perché qui non servono. I vini stanno meglio senza sovrastrutture, come i vigneti quando li lasci respirare.

Verso sera la cantina si fa più scura.

“If you’re so funny, then why are you on your own tonight?”

Fare vino a Le Driadi è spesso un atto solitario. Non per scelta, ma per necessità. Alcune decisioni vanno prese così, nel silenzio, quando non c’è nessuno da convincere. Alcuni vini nascono solo in questo modo.

Il disco finisce.

Io resto ancora un po’.

I vini continuano a fare quello che sanno fare.

Le Driadi è questo: un luogo dove non si cerca di spegnere il dubbio, ma di starci dentro abbastanza a lungo perché diventi forma.

Il vino naturale, un atteggiamento. Come Driade Felice

Ci sono parole che a forza di ripeterle perdono peso. “Naturale” è una di queste. Nel vino è diventata una bandiera, un’etichetta, a volte perfino un modo per distinguersi senza sapere davvero perché.

Eppure, per me, il vino naturale non è mai stato una moda. È un atteggiamento.

Un modo di stare in vigna e in cantina con un’idea precisa: non fare troppo rumore.

Lasciare che la fermentazione dica la sua. Fidarsi dei lieviti. Accettare che un vino non debba per forza essere perfetto, ma vivo.

Questa idea non nasce da un libro o da una tendenza. Nasce da un vino:

Driade Felice, il mio primo vino.

Non lo dimenticherò mai, perché è stato il vino in cui ho capito una cosa semplice e definitiva:

che fare vino naturale non significa togliere, ma togliersi — lasciare da parte l’ego, la volontà di controllo, l’ansia di dimostrare qualcosa.

Con Driade Felice ho lasciato parlare l’uva, un Merlot raccolto su una parcella in pendenza, recuperata dall’abbandono. Quindici giorni di macerazione, fermentazione spontanea, acciaio, nessuna scorciatoia.

È nato un rosso fruttato, leggero, elegante, di una bevibilità quasi ingenua: il vino che non sai se ti ha scelto lui o se sei stato tu a permettergli di farlo.

Ecco perché oggi mi dà fastidio vedere il vino naturale trasformato in un trend, in una categoria da scaffale, o peggio ancora in uno stile da imitare.

Non è uno stile.

Non è nemmeno un protocollo.

È un atteggiamento.

È stare al fianco del vino, non davanti a lui.

È riconoscere che non c’è un “ideale sommelieristico” a cui tendere, perché l’ideale non esiste: esistono solo vini autentici, e vignaioli che cercano di non rovinarli.

Se c’è una cosa che Driade Felice mi ha insegnato, è che il vino naturale non nasce da un manifesto. Nasce da un gesto: quello di abbassare il volume del proprio intervento per ascoltare il vino che si sta formando.

E ogni volta che stappo quella bottiglia, mi ricordo che il vino non deve essere perfetto per essere vero.

Deve solo essere sincero

Ancora un goccio!

A diciott’anni iniziai a frequentare le frasche della bergamasca.

Le frasche… erano case di campagna che offrivano ristoro.

Si chiamavano così per i rami appesi sopra le porte — le frasche, appunto — segnale inconfondibile di pane, salame… e soprattutto vino.

Il vino era sempre rosso.

Anzi — come si diceva allora — nero.

Lo si beveva in tazze bianche.

Il calice, nelle frasche, non esisteva.

Si diceva che la tazza avesse un vantaggio: potevi bere senza alzare la testa, così non vedevi i salami appesi al soffitto.

E aveva anche un altro pregio: non faceva domande.

Non ti chiedeva di annusare, di roteare, di commentare.

Tu bevevi, e basta.

La degustazione sensoriale era un sorso robusto.

E appena svuotavi la tazza… ne volevi un’altra.

Poi, quarant’anni dopo, mi ritrovo in un altro mondo.

Il rosso non è più nero, ma rubino, granato, porpora, ciliegia con riflessi violacei.

La tazza è diventata un calice a tulipano.

Il calice un oggetto di culto.

E il culto… una liturgia.

C’è chi agita il vino come se stesse evocando spiriti,

chi annusa con la fronte corrugata,

chi inclina il bicchiere alla luce cercando risposte cosmiche nella trasparenza.

Io guardo, e mi chiedo dove sia finito quel sorso che ti sporcava la bocca di vino e di terra.

Dove sia finita la verità semplice del “me ne dai un altro?”.

Oggi bisogna capire se il tannino è vellutato o ancora scalpitante,

se il finale è lungo, medio o corto.

Ma il finale, quello vero,

è che si parla troppo

e si beve poco.

Forse quarant’anni fa si beveva grossolanamente, certo.

Ma era un vino senza fronzoli e senza paura.

Un vino che non doveva dimostrare niente a nessuno.

Oggi invece… sembra che ogni sorso debba giustificarsi davanti a un tribunale del gusto.

E allora mi torna in mente quella tazza bianca, spessa, un po’ sbeccata.

E penso che, alla fine, il vino buono è sempre quello che — finita la tazza, o il calice, se proprio vogliamo — ti fa dire:

“Ancora un goccio, va’.”

Privilegio di un pranzo in cucina

Non avevo mai pranzato in una cucina di un ristorante stellato.

Non nel senso “vicino alla cucina”.

In cucina, proprio.

Per la verità, non avevo neanche mai mangiato nella cucina di un ristorante… in uno stellato poi…

Ho vissuto un’ora di privilegio, tra il vapore che sale, le padelle che sfrigolano, i coltelli che battono come un metronomo, lo chef che sorveglia e dirige, gli addetti alle partite che corrono.

Mi è capitato al ristorante Assonica — che già nel nome, se ci pensi, sembra una canzone.

Lo chef è un amico, e anche la responsabile di sala.

Capito da loro all’improvviso, in una giornata fresca di novembre che preannuncia l’inverno. Solo, con a casa un frigorifero usato solo per quattro uova, del latte e qualche barattolo.

Mi fanno entrare, si guardano un attimo e mi dicono:

“Non abbiamo posto.”

Poi Giovanna riflette un istante:

“Vieni, mangi qui con noi.”

E io penso che stia scherzando.

Mi ritrovo su una sedia, accanto al banco di lavoro, con una vista perfetta su tutto.

“Sicuri che non dò noia?”

All’inizio sto zitto, quasi impacciato.

Loro si muovono come un’orchestra, ma senza maestro.

Nessuno parla, eppure si capiscono tutti.

Ogni tanto Vittorio alza lo sguardo; gli altri sono concentrati.

La sommelier mi chiede cosa voglio bere.

Le dico cosa ho scelto dal menù.

Alza il pollice: ci siamo capiti.

Un gesto, uno sguardo, un piatto passato al volo.

È come se la cucina avesse un suo respiro, e io stessi cercando di andare a tempo.

E mentre aspetto i miei piatti, iniziano ad arrivare le prime cose.

Piccoli assaggi.

Esperimenti.

Un cuoco si avvicina:

“Questo lo stiamo provando. Dimmi cosa ne pensi.”

Me lo spiega con passione, con quella luce negli occhi che riconosci subito — la stessa che hanno i vignaioli quando parlano della vigna e dei loro vini.

(Qui, lo ammetto, sono di parte…)

Ogni boccone ha una logica, un perché.

Niente è messo lì per caso.

Ogni tanto dalla sala entrano e scandiscono le comande…anche in quel caso un codice, un ritmo, e la sinfonia si arricchisce.

Mentre assaggio, mi rendo conto che sto mangiando idee, più che piatti.

Poi arrivano il primo, il secondo…

E allora sì, diventa un concerto.

Il ritmo sale, scende, si incastra perfettamente.

Ognuno fa la sua parte. Nessuno sbaglia il tempo.

Mi colpisce quella fiducia reciproca.

È la stessa che serve in cantina: quando lasci che le cose accadano, senza volerle controllare troppo.

Quando ti fidi del tempo, delle mani, del gesto.

A un certo punto mi accorgo che sto sorridendo.

Non per i piatti.

O forse anche per quelli — ma per la sensazione di equilibrio.

Di qualcosa che funziona, semplicemente.

Senza bisogno di spiegazioni.

Chiedo il caffè e lo sorseggio continuando a sorridere.

Quando esco, sento ancora addosso il ritmo di quella cucina.

E penso che, se oggi il vino avesse un suono, avrebbe suonato così.

Ma cosa ho mangiato?

Come fai a descrivere un’opera parlando delle note?

Lo lasciamo fare agli esperti.

Grazie per il privilegio.

Ingegnere, vignaiolo? Meglio scriver canzoni

Mi sono chiesto spesso se i mestieri che ho fatto nella vita non siano, in fondo, tre facce della stessa ossessione: capire la materia.

Solo che la materia cambia.

L’ingegnere la domina, il vignaiolo la asseconda, l’autore di canzoni la inventa.

E in mezzo ci sto io, che provo a tenerle insieme, come se potessero parlarsi.

L’ingegnere – la materia morta

L’ingegnere lavora con una materia morta, e proprio per questo affidabile.

Una resistenza ha il suo valore, un acciaio la sua durezza, una forma la sua funzione.

C’è un’equazione per tutto.

La materia non tradisce: se qualcosa si rompe, è perché hai sbagliato i calcoli.

È un mondo rassicurante, dove l’errore è misurabile e la soluzione, prima o poi, arriva.

L’ingegnere è un demiurgo freddo: progetta, stabilisce, controlla.

Disegna con la convinzione che ciò che sta nel disegno si realizzerà esattamente così.

È un mestiere di precisione e di ragione, dove il pensiero precede sempre l’azione.

E funziona — fino a quando si rimane nel mondo delle cose che non respirano.

Il vignaiolo – la materia viva

Poi c’è il vignaiolo.

Qui la materia è viva, e non c’è più nulla di prevedibile.

La vite cresce come vuole, l’uva matura quando decide lei, il vino evolve secondo un umore che cambia ogni giorno.

Puoi solo accompagnare, mai imporre.

Il vignaiolo non progetta, interpreta.

Non definisce parametri, ma li osserva.

Il suo mestiere è più simile a un dialogo che a un comando: ascolta la natura e risponde, a volte troppo tardi, a volte nel modo sbagliato.

È come tentare di governare un fiume in piena con un righello da disegno tecnico.

Eppure c’è una magia in questo continuo adattarsi, nel capire quando è il momento di intervenire e quando è meglio lasciar fare.

Ogni anno è una storia nuova: cambiano i personaggi, il tono, il finale.

E ogni volta la natura ha l’ultima parola.

Il vignaiolo si illude di creare un vino, ma in realtà lo scopre.

È un mestiere di umiltà, perché ogni stagione ti ricorda che non sei tu a dettare le regole.

Puoi solo cercare di esserci, di fare meno danni possibile, e di capire — col tempo — che la perfezione non è il risultato, ma l’equilibrio temporaneo tra caos e pazienza.

L’autore di canzoni – la materia invisibile

E poi c’è l’autore di canzoni, che lavora con una materia che non si vede e non si tocca. Che poi non è mai stato un mestiere per me. Non ci ho nemmeno provato anche se di canzoni ne ho fatte.

Una materia invisibile, dicevo. Non è morta, non è viva: è fatta di suoni, parole, emozioni.

Un materiale leggero, ma infido, che si dissolve non appena provi ad afferrarlo.

L’ingegnere misura, il vignaiolo osserva, l’autore ascolta.

Ascolta il ritmo delle parole, il respiro di una melodia, il silenzio tra due note.

Non ha regole da seguire: può conoscere tutta la teoria musicale del mondo, ma se non ha qualcosa da dire, non accade nulla.

Scrivere una canzone è un atto di equilibrio tra conoscenza e istinto, tra costruzione e intuizione.

È il punto in cui la matematica incontra il disordine, e da quel contrasto nasce l’armonia.

L’autore di canzoni non sa mai se quello che sta scrivendo funzionerà.

Come il vignaiolo, prova, ascolta, corregge, a volte distrugge tutto e ricomincia.

La differenza è che la sua vendemmia dura il tempo di un lampo: un’idea che arriva all’improvviso, e che devi catturare prima che svanisca.

Tre mestieri, una sola inquietudine. O meglio due mestieri e tre passioni.

Forse questi tre mestieri non sono poi così diversi.

Cambiano gli strumenti, ma resta la stessa tensione: cercare di dare forma a qualcosa che resiste alla forma.

L’ingegnere domina la materia, il vignaiolo la accompagna, l’autore di canzoni la inventa — ma tutti e tre cercano, a modo loro, di capire come funziona il mondo.

C’è un momento, in ognuno di questi lavori, in cui la logica si ferma.

Lì comincia la parte vera.

È il momento in cui il calcolo non basta più, in cui la vite fa di testa sua, in cui la melodia esce da dove non te l’aspettavi.

È lì che la conoscenza diventa esperienza, e l’esperienza diventa libertà.

Alla fine, potrei dire che ho attraversato tre universi per scoprire sempre la stessa cosa:

non si crea mai davvero, si dialoga con quello che c’è.

Che sia ferro, vite o parola, la materia risponde solo se la tratti con rispetto.

E se qualcuno mi chiede perché passo da un mestiere all’altro, la risposta resta la stessa di sempre:

“Perché no.”

Alla ricerca dell’equilibro

(tra riduzione, ossidazione e un pizzico di solfiti)

Nel vino naturale l’equilibrio non è un punto fermo, ma un respiro.

Troppa aria e si perde la freschezza, troppo poco e il vino si chiude in se stesso.

In mezzo c’è la mano del vignaiolo, e una piccola dose di solfiti che serve solo a tenere in vita l’essenziale.

Fare vino naturale significa convivere con l’instabilità.

Non è una battaglia, ma una danza continua tra forze opposte: ossigeno e riduzione, libertà e controllo, fiducia e prudenza.

Ogni decisione, dal travaso al dosaggio minimo di solfiti, è una scelta di equilibrio.

Quando si decide di limitare al massimo l’uso del metabisolfito di potassio — l’unico ingrediente che aggiungo oltre all’uva — si accetta di vivere sul filo.

Troppo poco ossigeno, e il vino rischia di chiudersi in note riduttive, sulfuree, quasi trattenute.

Troppo ossigeno, e si apre la porta all’ossidazione, a un decadimento precoce dell’aroma e del colore.

La riduzione si doma con l’aria.

L’ossidazione, invece, si evita proprio limitando l’aria.

È un paradosso che ogni produttore naturale impara presto a conoscere: ogni intervento che risolve un problema rischia di crearne un altro.

E il segreto non è eliminarli, ma farli convivere in equilibrio.

Il metabisolfito di potassio aiuta a trovare quell’equilibrio: è una protezione, non una scorciatoia.

Usato con misura, preserva il frutto, l’identità del luogo, e permette al vino di camminare da solo, senza stampelle ma nemmeno nudo al vento.

La sua funzione non è standardizzare, ma accompagnare.

Un alleato discreto, se lo si rispetta.

Nel mio caso, è l’unico ingrediente che aggiungo oltre all’uva.

Eppure, dietro quella piccola aggiunta c’è un mondo di decisioni, di travasi fatti al momento giusto, di assaggi quotidiani, di gesti cauti.

Perché il vino naturale non nasce mai per assenza di interventi, ma per presenza di attenzione.

In fondo, fare vino naturale significa questo: cercare un equilibrio vivo, non perfetto.

Un vino che respira, che evolve, che accetta il rischio come parte della sua bellezza.

E forse, in fondo, anche noi cerchiamo la stessa cosa.

— Le Driadi

www.ledriadi.wine

Il senso delle cose che non hanno senso: riflessioni tra vigne e casoncelli

In un mondo che corre sempre alla ricerca di logica e razionalità, c’è un fascino irresistibile nelle cose che sfidano ogni senso. E così, tra vigne che sfidano il meteo e casoncelli degustati in Svizzera, ci si rende conto che spesso è proprio l’assenza di senso a dare significato alla nostra vita.

Il paradosso del senso: Ciò che spesso giudichiamo irrazionale è, in realtà, il cuore pulsante della nostra felicità. La logica dice che non ha senso andare in Svizzera per un piatto di casoncelli, ma il piacere di condividere un momento così speciale è impagabile. Il vino: una metafora di vita: Impiantare una vigna è un atto di fiducia nel futuro, un investimento che sfida la logica e abbraccia l’incertezza. È un percorso che trasforma la fatica in emozione e il rischio in bellezza. Chi definisce il senso? La percezione del senso è soggettiva: ciò che per qualcuno è privo di logica, per un altro può essere la fonte di pura gioia. E così, ogni scelta, ogni esperienza, diventa un mosaico di significati personali.

In fondo, il vero senso delle cose potrebbe essere proprio nella loro apparente irrazionalità. E se ciò che conta è la passione, il divertimento e la condivisione, allora ogni follia trova il suo posto nel grande puzzle della vita.

Bere francese è da provinciali

Diciamolo chiaro: in Italia dire “io bevo solo vini francesi” non è segno di raffinatezza. È provincialismo puro. È come pavoneggiarsi con la cintura firmata presa in saldo: un modo elegante di dire “non ho gusto, ma ho il portafoglio”.

Qualche tempo fa, a una degustazione, mi siedo accanto a un signore che si presenta subito: “Sono un manager”. Bene, penso, almeno non ha detto astronauta o cardiologo.

Dopo due minuti, parte con la sua lezione di stile: lui e i suoi amici bevono sempre vini “di un certo livello”. E mentre lo dice, fa il gesto con la mano, palmo in su, che sale e scende come l’ascensore del listino prezzi. Poi la perla di saggezza:

“Perché quando il vino costa caro, si sente”.

Ecco: il dogma del manager. Non importa il vitigno, non importa la storia, non importa l’anima. Basta che costi. Più o meno come scegliere la fidanzata in base alla marca della borsetta.

Il guaio è che tanti ci credono davvero. Non si beve più per ascoltare il vino, ma per obbedire: all’opinion leader, al sommelier televisivo, al prezzo stampato sull’etichetta. Risultato? Tavolate tutte uguali, con le stesse bottiglie “importanti” e gli stessi discorsi da fotocopia: “Che eleganza, che finezza”.

Il vino ridotto a badge aziendale, a biglietto da visita con tappo di sughero. Altro che cultura, altro che piacere.

Bere davvero, invece, è un atto sovversivo: scegliere una bottiglia sconosciuta, sbagliare, sorprendersi, trovare un vino storto ma vivo, che ti fa alzare un sopracciglio invece di abbassare la testa.

La vera eleganza non è dire “bevo francese”. È avere il coraggio di dire: “Bevo quello che mi piace”

Anche se costa dieci euro.

Anche se non lo conosce nessuno.

Anche se il manager storce il naso.