Io vivo e tu resisti

È una bella giornata d’inverno.
L’aria è fredda, trasparente. La luce taglia i filari come lame leggere.
Il volto scavato dal sole di molte stagioni è segnato da rughe profonde.
Una barba leggera gli ombreggia il mento.
Il cappello è calcato sulla fronte.
Gli scarponi pesano di terra umida e fango secco, scricchiolano ad ogni passo.
Tiene le forbici in mano e cammina lentamente tra i tralci spogli.
Un ramo si spezza sotto il piede, il suono rimbalza tra i pali metallici.
Il vento solleva piccoli ciuffi di foglie morte, facendoli danzare tra i fili di ferro.
Si ferma, guarda i tralci potati a terra, l’erba ingiallita schiacciata dal gelo, e sospira.

«Oggi sono stanco.»

«Stanco…
Che peso porti oggi?»

L’uomo abbassa lo sguardo sulle forbici.
«Non lo so bene… è tutto dentro… una fatica che non passa mai.»

«Fatica… di corpo?
O fatica di cuore?»

Lui scuote la testa.
«Non è la schiena, non sono le mani… non è il freddo.»

Una poiana passa veloce sopra i filari, il suo richiamo rimbalza tra i tronchi.
Il vento solleva l’odore della terra umida, pungente, che entra nelle narici e nei pensieri.

«Perché senti questo peso?»

L’uomo appoggia le forbici a un palo.
Si piega leggermente, guarda i tralci spezzati, i frammenti di corteccia mescolati al fango.
Un ciocco cade a terra, scricchiolando.

«Ho bisogno di capire…
ho bisogno di capire se quello che faccio ha un senso.
ho bisogno di capire e non sto solo inseguendo un ideale invisibile.»

«E se fosse solo ciò che serve a me?
Ogni tuo gesto cresce in me.
Ogni tua scelta mi fa respirare.»

L’uomo chiude gli occhi un attimo.
Respira a fondo l’odore della terra, il freddo che gli punge le mani.

«Non è solo il lavoro, il peso del gesto, non sei tu, che mi accompagni e mi parli.
È la responsabilità che porto ogni giorno.
È la fatica invisibile.
È la paura che tutto possa sfuggire.»

«E la luce?
Quella che ti manca?»

«Sì…»
Lui apre gli occhi e guarda le colline spoglie.
«Io sono stanco quando non vedo la luce nei gesti, quando le radici trovano solo terra dura.
Quando tutto ciò che faccio sembra invisibile.»

«Io sono stanca solo quando non riesco a prendere luce.
Quando qualcosa mi copre.
Quando cresco ma non respiro.
Quando le mie radici trovano solo terra dura.
La mia stanchezza è semplice.
È mancanza di luce.
La tua è più complessa.
È mancanza di certezza.»

L’uomo guarda il cielo limpido, le ombre lunghe tra i pali metallici.
«A volte penso che sia solo ostinazione…
Che questo fare silenzioso sia un gesto eroico che nessuno vede.»

«E se fosse abbastanza?
Se la fatica non fosse vanità, ma vita?»

Il vento si alza più forte, scuotendo i rami spogli.
Foglie morte danzano nell’aria gelida.
Un corvo gracchia tra le colline, l’eco rimbalza tra i pali metallici.

«A volte penso che ogni gesto mio gesto sia invisibile, infinitamente piccolo…
penso spesso che contare, tagliare, scegliere… sia solo per non tradire ciò che credo giusto, ma sono gesti che cadono nel nulla, nulla emerge di questa fatica, alla fine conta solo la gioia, le gioia del bicchiere.»

«Non contare la visibilità.
Conta la vita.
Io vivo se tu mi dai la forza di stare.
Basta che tu resti, e io respiro.
Se tu vacilli… io mi chiudo.
Se tu arrivi fino in fondo… io esplodo di vita.»

La Poiana fischia ancora tra i tralci, la sua voce secca e improvvisa si mescola al fruscio del vento.
L’uomo chiude gli occhi un istante.
Sente il freddo sul viso, il rumore dei rami sotto i piedi, l’odore pungente della terra umida.

«Resistere…
Resistere ogni giorno, anche quando sembra che nulla cambi…
anche quando tutto pesa e sembra vano…
Forse è questo il senso.»

La vigna tace, lascia che il vento porti via le foglie morte e il silenzio ricada tra i filari.

Poi, con voce chiara e decisa:

«Io vivo se tu resisti.
Ma dimmi…
tu vivresti davvero
se io diventassi bosco?»

Il vento scuote ancora i pali metallici.
La terra profuma di gelo.

L’uomo rimette il cappello.
Si china, posa una mano sulla corteccia ruvida.

Resta così, immobile.

Poi si rialza.

Tra le radici e il cielo,
lì sceglie di stare.

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