A diciott’anni iniziai a frequentare le frasche della bergamasca.
Le frasche… erano case di campagna che offrivano ristoro.
Si chiamavano così per i rami appesi sopra le porte — le frasche, appunto — segnale inconfondibile di pane, salame… e soprattutto vino.
Il vino era sempre rosso.
Anzi — come si diceva allora — nero.
Lo si beveva in tazze bianche.
Il calice, nelle frasche, non esisteva.
Si diceva che la tazza avesse un vantaggio: potevi bere senza alzare la testa, così non vedevi i salami appesi al soffitto.
E aveva anche un altro pregio: non faceva domande.
Non ti chiedeva di annusare, di roteare, di commentare.
Tu bevevi, e basta.
La degustazione sensoriale era un sorso robusto.
E appena svuotavi la tazza… ne volevi un’altra.
Poi, quarant’anni dopo, mi ritrovo in un altro mondo.
Il rosso non è più nero, ma rubino, granato, porpora, ciliegia con riflessi violacei.
La tazza è diventata un calice a tulipano.
Il calice un oggetto di culto.
E il culto… una liturgia.
C’è chi agita il vino come se stesse evocando spiriti,
chi annusa con la fronte corrugata,
chi inclina il bicchiere alla luce cercando risposte cosmiche nella trasparenza.
Io guardo, e mi chiedo dove sia finito quel sorso che ti sporcava la bocca di vino e di terra.
Dove sia finita la verità semplice del “me ne dai un altro?”.
Oggi bisogna capire se il tannino è vellutato o ancora scalpitante,
se il finale è lungo, medio o corto.
Ma il finale, quello vero,
è che si parla troppo
e si beve poco.
Forse quarant’anni fa si beveva grossolanamente, certo.
Ma era un vino senza fronzoli e senza paura.
Un vino che non doveva dimostrare niente a nessuno.
Oggi invece… sembra che ogni sorso debba giustificarsi davanti a un tribunale del gusto.
E allora mi torna in mente quella tazza bianca, spessa, un po’ sbeccata.
E penso che, alla fine, il vino buono è sempre quello che — finita la tazza, o il calice, se proprio vogliamo — ti fa dire:
“Ancora un goccio, va’.”


