Diciamolo chiaro: in Italia dire “io bevo solo vini francesi” non è segno di raffinatezza. È provincialismo puro. È come pavoneggiarsi con la cintura firmata presa in saldo: un modo elegante di dire “non ho gusto, ma ho il portafoglio”.
Qualche tempo fa, a una degustazione, mi siedo accanto a un signore che si presenta subito: “Sono un manager”. Bene, penso, almeno non ha detto astronauta o cardiologo.
Dopo due minuti, parte con la sua lezione di stile: lui e i suoi amici bevono sempre vini “di un certo livello”. E mentre lo dice, fa il gesto con la mano, palmo in su, che sale e scende come l’ascensore del listino prezzi. Poi la perla di saggezza:
“Perché quando il vino costa caro, si sente”.
Ecco: il dogma del manager. Non importa il vitigno, non importa la storia, non importa l’anima. Basta che costi. Più o meno come scegliere la fidanzata in base alla marca della borsetta.
Il guaio è che tanti ci credono davvero. Non si beve più per ascoltare il vino, ma per obbedire: all’opinion leader, al sommelier televisivo, al prezzo stampato sull’etichetta. Risultato? Tavolate tutte uguali, con le stesse bottiglie “importanti” e gli stessi discorsi da fotocopia: “Che eleganza, che finezza”.
Il vino ridotto a badge aziendale, a biglietto da visita con tappo di sughero. Altro che cultura, altro che piacere.
Bere davvero, invece, è un atto sovversivo: scegliere una bottiglia sconosciuta, sbagliare, sorprendersi, trovare un vino storto ma vivo, che ti fa alzare un sopracciglio invece di abbassare la testa.
La vera eleganza non è dire “bevo francese”. È avere il coraggio di dire: “Bevo quello che mi piace”
Anche se costa dieci euro.
Anche se non lo conosce nessuno.
Anche se il manager storce il naso.


