C’è chi paga per fare squat, chi per fare spinning… e chi sceglie la vendemmia.
Alzi una cassetta, la posi. La rialzi, la riposi. Decine di volte al giorno, finché le braccia non sembrano più tue.
Poi carichi la deraspatrice, che diventa un tapis roulant infinito, e muovi secchi col mosto come se fossero kettlebell.
In cantina arriva il turno della follatura: spinte, torsioni, respiro che si fa corto, il corpo che si oppone e la testa che dice “ancora una”.
È una palestra vera, senza specchi né abbonamenti.
La differenza è che qui la fatica non è un passatempo, è un dovere. Eppure, se ci pensi bene, è solo lo sguardo che cambia: chiamata lavoro pesa come un macigno, chiamata fitness diventa un gioco.
Forse la vendemmia ci insegna proprio questo: che la fatica non è nemica, ma un modo per sentirsi vivi, presenti, dentro a ciò che si sta creando.
E allora viene da sorridere: se paghiamo per fare fatica in palestra la chiamiamo fitness, se la facciamo in campagna la chiamiamo lavoro.


