In questi giorni sto scacchiando…la parola in bergamasco, come mi insegnano i miei vicini è “sniolà”. Per una volta l’italiano è più duro e meno poetico, è piuttosto onomatopeico per il rumore caratteristico dei germogli quando li taglio e li selezioni. Ma è naturale quello che faccio? No, non è naturale selezionare i germogli, questa è la “scacchiatura”, come non è naturale potare, reggimentare la vigna, tagliare l’erba. Ma allora come mai qualcuno parla di vino naturale?
Innanzitutto occorre chiarire il concetto di naturalità che per noi. Per noi vino naturale significa un vino proveniente da uve e vinificato riducendo al minimo interventi esterni che non siano la mano dell’uomo. Il minimo di zolfo e rame in vigna, una gestione del verde rispettosa, attenta a salvaguardare la vite, pur sfogliandola e addomesticandola per salvaguardare o garantire la qualità dell’uva; una gestione attenta dell’inerbimento per garantire la massima biodiversità e il completo compimento delle fasi vegetative delle essenze erbacee, senza mettere a repentaglio la vite da una parte, con tagli tardivi, o le api, con tagli continui e irrispettosi.
La naturalità è la pesantezza del gesto, il gesto è umano e va a controllare la natura. Un gesto che va a orientare la vite nel suo processo primario: quello di dare frutti.
E il vino? Una vinificazione minimale, attenta a valorizzare il “mondo vigneto” (terroir è una orribile parola), che privilegia lieviti indigeni, un minimo di solforosa, nessuna forzatura, partendo da una selezione attenta delle uve e da una parcellizzazione consapevole del vigneto, mirata a definire particelle omogenee e coerenti con l’obiettivo puntato sul vino da realizzare. Naturale nell’approccio anche se la naturalità potrebbe essere definita meglio come artigianalità non invasiva. E, come dicevo, e scusate il giro di parole, per noi è stato naturale fare così. Non siamo capaci di pensare nemmeno lontanamente a un diserbo, non vogliamo sentire parlare di pratiche enologiche che facilitano, aiutino, addomestichino…pur non riuscendo a fare a meno di mezzi e strumenti assolutamente artificiali, pompe, taniche, botti…
Qualcuno vede nel nostro modo di fare un lato di masochismo molto accentuato. Devo dire che un po’ sconcerta anche certi enologhi, quasi indispettiti nel non dovere (o potere) intervenire (fortunatamente non tutti); è un po’ come quel medico che, pur avendoti visitato e non avendoti trovato nulla di anomalo si sente comunque in dovere di prescrivere una ricetta perché altrimenti si sente di non essersi guadagnato la giornata.
Ma la soddisfazione più grossa è accompagnare passo passo la vigna e il vino: seguire i germogli, proteggerli e vederli crescere, assaggiare spillando dalle botti qualche millilitro di vino seguendolo nella sua evoluzione, cercando di prevederla, quasi a cercare di leggere il futuro nella rossa vitrea sfera del bicchiere.
Ma allora perché devo spiegare i motivi di una scelta, per tanti così estrema di un vino naturale? No, non devo spiegare nulla, saranno gli altri a dirmi perché cercano cose diverse.

