Anni fa, un illustre distributore di vini naturali, interpellato da me per valutare possibili sbocchi commerciali, non rispose ad una bella mail in cui cercavo di trasmettere perché il mio vino poteva essere interessante nel suo catalogo…
Siccome mi irrita non ricevere nemmeno risposta e dopo molti mesi ho ripreso la mia mail, l’ho re-inoltrata, ho citato il motto e la missione dell’azienda stessa riportata sul loro sito (“cerchiamo vini naturali”) e ho suggerito loro, sempre cortesemente, “insieme ai vini naturali cercate di trovare un po’ di cortesia, la mia mail di qualche mese fa non ha nemmeno avuto risposta”. Il mio sollecito polemico guadagnò almeno una risposta: “grazie per il suggerimento, ma noi non cerchiamo vini da vitigni bordolesi”.
Beh, da una parte almeno mi avevano risposto e poi avevo capito il motivo per cui non mi avevano risposto (oltre alla scortesia): l’onda lunga del nazionalismo è arrivata anche qui.
Non volevano vini da vitigni bordolesi…considerato che la maggior parte dei vitigni sono nipoti del Pinot….è un buon inizio.
La risposta mi fece riflettere sulle tante prese di posizione nel mondo del vino e ho pensato alle varietà che coltivo e alle scelte nel mio vigneto.
Alla mail ricevuta volevo rispondere: “ma il mio merlot è fatto in provincia di Bergamo, ormai è nazionalizzato, ha lo “ius soli”…ma mi sono reso conto che avrei iniziato un discorso tra sordi”.
In effetti il merlot è italiano? E’ francese? E’ alloctono (che ho scoperto essere l’opposto di autoctono)?
Del merlot si parla dal 1700, in Francia, è arrivato a Bergamo sembra a fine ‘700, probabilmente insieme a Napoleone che in quel periodo scorrazzava nelle nostre terre. Ha “sfondato” nel secondo dopoguerra, soprattutto in Veneto, in Lombardia e in Toscana (si Toscana…) e a metà ‘800 era presente nella collezione della scuola enologica di Conegliano. Ma la storia della diffusione della vite è che è una storia senza confini, tanto più che noi abbiamo in mente confini politici più che geografici. Ormai il merlot è Italiano da secoli, è il quarto vitigno più coltivato in Italia, forse ne abbiamo più noi che i Francesi, siamo convinti che sia bordolese, ma forse la cittadinanza italiana se l’è guadagnata.
Tante cose mi accomunano al Merlot: il mio cognome è Chenet, deriva da Knecht, nel ‘600 la mia famiglia era tedesca in Italia più o meno da quando c’è anche il Merlot, non siamo autoctoni, ma comunque non sarei distribuito dal distributore di vini natuali.
Sono d’accordo, è una provocazione.
Aggiungo però che tutte le viti coltivate oggi sono innestate su viti americane, arrivate in Italia all’inizio del secono scorso, quindi anche i vitigni cosiddetti autoctoni sono in verità degli oriundi, dei mulatti…
Ma esistono vitigni autoctoni a Bergamo? Si, a Bergamo esiste il famosissimo Moscato di Scanzo. Salvato dall’oblio nel secolo scorso sopravvive faticosamente sulle colline di Scanzo e in qualche comune limitrofo.
A Bergamo esiste anche altri vini considerati autoctoni: l’Imbergher che per assonanza fonetica viene considerato bergamasco e invece non è nient’altro che Franconia, un infiltrato austriaco. In Austria è chiamato Limberg, in Friuli Borgogna, in questi termini un “ampelografia geografica”, permettetemi il termine improprio, è quasi impossibile.
Un altro vitigno autoctono bergamasco è il cosiddetto Incrocio Terzi: questo si che è un vitigno sicuramente nato a Bergamo: è nato nei vigneti dell’agronomo Terzi, a Sotto il Monte in provincia di Bergamo appunto, ma è figlio di una barbera e di un cabernet franc. Questo si raccontava qualche anno fa, prima che le analisi del DNA dimostrarono che invece del Cabernet Franc il papà è il Merlot, storia di fradimenti tra francesi, sarà l’aria di Sotto il Monte che allora non era ancora santa. Di fatto comunque nemmeno l’incrocio Terzi è di pura stirpe autoctone, è un Savoia, un Franco/Piemontese. Non si sa se legittimo o no, ma di fatto è un infiltrato, entrambi i genitori non locali, e come si sa nemmeno se in viticultura di adotta lo ius soli.
Sicuramente in Piemonte hanno vitigni autoctoni: il vitigno principe è il Nebbiolo, presente con le sue infinite varianti, origine di vini generosi e austeri, tanto che della loro austerità regale ne portano il nome, severo e importante (Barolo, Barbaresco, Roero, ma anche Ghemme). Tutta l’Italia nord occidentale ha avuto il nebbiolo come vitigno nobile, in contrapposizione con la parte nord orientale, dominata da Venezia con i suoi domini di terra che a vini così severi contrapponeva un vino vivace, colorato, allegro con un nome degno della sua giovialità: il Marzemino. Citato fin dal ‘500 nella repubblica Veneta, ha conquistato tutta la fascia collinare a nord della Pianura Padana fino al lago di Como, con qualche capatina in Trentino dove oggi rimane uno dei vitigni più coltivati.
E’ il Marzemino che ho piantato nel 2018 nel nostro nuovo vigneto. Un veneto oriundo che riporta il vitigno per eccellenza dei veneziani a Bergamo: eh si.
Ma non è finita: dopo un bordolese infiltrato da secoli, e un Marzemino autoctono vero cosa non poteva mancare? Un altro vitigno a bacca bianca ad onorare la ricerca del nord Europa volta ad individuare vitigni resistenti alle malattie: l’obiettivo è ridurre drasticamente l’utilizzo del rame in vigna. Ed ecco il Bronner, un bel vitigno resistente che da vero intruso entrerà a far parte della famiglia delle vigne delle Driadi in quel di Palazzago. Un’altra bella impresa!
Riusciranno i nostri eroi?


