Il vino è in bottiglia.
Abbiamo imbottigliato “Primabotte”, vendemmia 2015, barricato, e “Driade Felice”, vendemmia 2016, affinato in acciaio. Due vini diversi, due annate diverse, due produzioni diverse, due approcci completamente diverso. Mi chiedono in tanti se mi piace il mio vino, di cosa sa, a cosa lo accosto. Sono sempre in imbarazzo. La risposta che dò è che non so giudicare il mio vino, non so valutarlo in maniera corretta e soprattutto non so giudicarlo in maniera obiettiva.
Nel vino vendemmiato nel 2015 c’è il gusto della novità, c’è la sorpresa della scoperta, il peso dello scoprire cosa volesse dire coltivare un vigneto; c’è la soddisfazione della prima vendemmia, con i grappoli nascosti in una vigna che dopo averla salvata dall’abbandono era cresciuta a dismisura, nella trascuratezza di noi agricoltori di primo pelo che non sapevamo ancora che avremmo dovuto gestire meglio quella massa vegetative. C’è il sudore dei trattamenti, fatti a mano, bidone in spalla su un pendio del 50%, il dubbio delle cose non fatte e l’amarezza di scoprire la peronospora che aveva rapito alcuni grappoli. Ma c’è il gusto dolce dell’uva ad ottobre, con la buccia appiccicosa di zuccheri, la soddisfazione di una uva perfetta portata in cantina e la passione nel vedere quella singola botte, la “primabotte” con la scritta del mio nome tracciata col gesso. Come potrei non apprezzarlo.
Anche il “Driade Felice” è ingiudicabile. Anche in quel fino c’è tanto sapore, tanto gusto. Il tentativo di diventare “veri” agricoltori, è il vino della conversione bio, dei primi trattamenti con un erogatore serio, in combinazione con i trattamenti a spalla, la sorpresa di vedere una quantità di uva 20 volte maggiore rispetto alla vendemmia microscopica dell’anno prima; oserei dire l’incredulità.
Ma anche la fatica e dubbi di una stagione piovosa che richiedeva di fare e rifare trattamenti quasi tutte le settimane e il chiedersi “ma chi me lo ha fatto fare” quando mi sedevo stravolto in cima al vigneto, o vivevo il dubbio degli amici che mi guardavano (e mi guardano) senza capire cosa mi sia saltato in mente. Il “Driade Felice” è l’etichetta della Driade che sorride, è il vino delle migliaia di bottiglie che il giorno dell’imbottigliamento portiamo al nostro deposito e ci diciamo “ma quante sono”. Driade Felice è il vino che ha il sapore della scommessa quando hai puntato tutte le tue carte sul rosso e la pallina sta ancora girando sulla ruota e speri con tutto il cuore che si fermi dove vuoi tu. E’ il vino che tu compreresti comunque, anche se non fosse perfetto solo per sostenere un progetto che è comunque, ovunque e sempre sarà un progetto folle.
Non ho mai apprezzato tanto il vino da quando cerco di fare (anche) questo mestiere. E ogni volta che assaggio un vino e ho modo di parlare con un viticoltore trovo mille sapori diversi, i sapori delle mille storie di un mestiere antichissimo, che spero di riuscire a continuare a fare.


