Ho perso il conto del numero di ore che ho passato nel vigneto, dei polloni che ho tagliato, dell’erba, delle spine, dei germogli e delle foglie che ho strappato, delle volte che ho salito e sceso i filari (mannaggia a chi li ha messi lungo il piano inclinato e non su comodi terrazzi in orizzontale) da solo o in compagnia, pettinando la natura ribelle, scacchiando foglie riordinando i grappoli.
I filari sono 3.300 metri, 3,3 km, 6.600 piante, ognuna diversa, ognuna da curare.
Ho perso il filo delle volte che ho spento il motore del mio trattorino per riprendere fiato, che mi sono chiesto tante cose (e vi risparmio le domande e le risposte).
Adesso che il grosso è fatto, passo il testimone alla natura che ha iniziato a colorare i grappoli, sperando che questi grappoli vengano aiutati almeno nei mesi di agosto e di settembre dal sole. Ora tocca a lei.
Che accumulino zuccheri, che maturino bene, che curino le ferite che bombe d’acqua, grandine, vento hanno provocato regalandoci un po’ di buon vino che ci accompagnerà per le sere che passeremo con gli amici.
Devo fare il conto del materiale sparso, del rame e dello zolfo che ho irrorato, dovrò anche fare il contro di quanto ho speso, per cominciare a verificare se alla fine della fiera, una sorta di sostenibilità è possibile nel mio vigneto.
Se seguire la campagna non ha prezzo, certo è che non ha premio e che è difficile fare riconoscere sul prezzo di una bottiglia la fatica di arrivare alla vendemmia, e la fatica il giorno dopo, di pensare alla vendemmia successiva.
A presto


