La bellezza delle piccole cose

imageI miei nonni non hanno buttato nulla nella loro vita.
Quando dico nulla, è nulla. Hanno usato, consumato, trasformato, ma non hanno buttato via mai nulla.
Ho la fortuna di possedere la casa di famiglia, una grande casa, sperduta in un paesino nelle dolomiti da cui nel secondo dopoguerra scapparono tutti. Tra quelli che scapparono da quel posto ci furono mio padre e mio zio, gli unici figli che i miei nonni riuscirono a portare all’età adulta e a fare studiare.
La casa fu costruita negli anni ’20 con i soldi che il fratello di mio nonno aveva raccolto e risparmiato in America dove era andato, poco più che ventenne a lavorare nello Utah, vicino a Salt Lake City.
Quando sentivo la sua storia stentavo a credere che fosse possibile nel 1911 partire da un paesino del Bellunese ed arrivare a Salt Lake City, più precisamente a Bingham Canyon, dove ancora oggi esiste la più grande miniera di rame del mondo.

Ma torniamo a noi.
La grande casa è stata abitata fino alla fine degli anni ’70, quando insieme ai miei nonni morì tutta una generazione, la generazione che dovette vivere procurandosi ogni giorno il cibo, procurandoselo letteralmente. La casa è rimasta intatta fino a quando, raggiunta l’età adulta ho ricominciato a frequentarla, riscoprendone angoli, oggetti, particolari. Quella casa è stata uno scrigno che ho lentamente aperto e guardandone lentamente è riaffiorato un mondo, il mondo dei nostri nonni.

Nella soffitta c’era (e c’è) di tutto: vecchi scarponi, vecchi copertoni, e poi vecchi scarponi con le suole ottenute da vecchi copertoni. Ho due caschi della prima guerra mondiale cui mio nonno aggiunse saldandole tre gambette e un manico, rendendoli padelle. Uno ha dei fori, probabilmente lo usava per le caldarroste, sperano che quei fori li avesse fatti lui.

I miei nonni erano una famiglia allargata, vivevano con la sorella di mio nonno, che faceva la sarta, la nipote, che accudiva le mucche. La sorella di mio nonno mi misurava tutte le volte che l’estate andavo a trovarla, segnando con la squadra sulla porta la mia altezza. Posso sapere quanto sono stato alto io le mie sorelle e i miei cugini. Fino al 1977, quando in quella casa la gente ha smesso di abitarci ed il tempo si è fermato.
Avevano qualche mucca, che tenevano nella stalla e che l’estate mandavano all’alpeggio. Ho trovato pentoloni di rame dove facevano il formaggio, anzi dove facevano lo schitz, un formaggio povero ottenuto riutilizzando il siero povero di grassi da cui avevano ottenuto il formaggio migliore, un formaggio forte, con una crosta irregolare dal sapore amarognolo che io cercavo ogni volta che l’estate me ne veniva offerto un pezzetto. E solo dopo avere spremuto il latte per ottenere lo schitz buttavano via un po’ del rimanente, ammesso che non lo facessero ri-bere alle mucche. Mio nonno d’estate tagliava l’erba, con la falce; ricordo quei gesti morbidi ed eleganti, calmi e lenti di chi sa che per lavorare tanto deve fare con costanza e regolarità senza strafare, e tagliava l’erba sui pendii, sfidando l’avanzare del bosco.

Con i soldi del fratello aveva comprato un prato, da cui otteneva l’erba per l’inverno, un bosco, da cui otteneva la legna, un piccolo campo all’ombra per le patate, uno al sole per l’orto dove troneggiavano fagioli altissimi, ricchissime insalate e tanti fiori, perché negli orti dolomitici non potevano mancare i fiori, portatori di api e di bellezza. Le grandezze dei campi erano misurate sulla capacità del nonno di lavorare e sul fabbisogno della famiglia.

Nel bosco c’era il faggio, il larice, l’abete, ogni essenza aveva la propria funzione, un legno per le ruote dei carri, uno per i manici degli attrezzi, un legno per travi delle abitazioni. C’era anche un pino cirmolo, mio nonno me lo faceva vedere, era prezioso per lui perché, mi diceva, il legno profumava ed era un legno che si intagliava facilmente, non produceva schegge taglienti, avrei potuto usarlo per fare delle sculture. La sua essenza era chiarissima, quasi bianca e rifletteva la luce della luna. Non l’ho mai più ritrovato quel cirmolo, tornando nella zona dove mi sembra di ricordare me lo avesse mostrato.

Nei prati c’erano le piante di mele e di pere, ma non erano tutte uguali: chi maturava prima, chi maturava dopo, chi fioriva prima, chi dopo. Non potevano mai mancare mele e pere in questo modo, perché non poteva andare male ad ogni fioritura. E c’erano le mele da mangiare subito, quelle che si conservavano in soffitta al fresco e ben allineate senza che si toccassero l’una con l’altra e quelle invece asprigne se mangiate appena raccolte, ottime se mangiate dopo il carnevale.
Io non lo ascoltavo, ero un bambino, e ho faticato a raccogliere dagli angoli della mente questi ricordi e a ricollocarli associandoli alle cose che via via trovavo in quella casa.

Oggi, e siamo al tema dell’articolo, tutte le volte che si parla di “ecologia, decrescita, rifiuti zero, biodiversità (io stesso qualche giorno fa in queste pagine), sapienza contadina, chilometro zero, riuso, biodinamica” ripenso ai nostri nonni e a quanta sapienza avessero maturato dal loro passato e a quanto abbiamo gettato prima di accorgerci di avere bisogno di tornare ad imparare cose che per loro erano scontate.
Quante piccole cose facevano i nostri nonni (e per molti lettori di questa testata bisnonni o addirittura trisnonni, mio nonno, tanto per intenderci era del 1892) se ripetute non costerebbero nulla e porterebbero ad immensi vantaggi per l’umanità.

Il rischio di essere retorici è altissimo, ma mi piacerebbe, che tutti potessero, leggendo questo articolo, ricordarsi qualche piccola “sapienza” che i loro nonni o bisnonni usavano mettere in pratica e magari riattivarla, chissà che si riscopri qualche abitudine antica. Per quanto mi riguarda la tematiche di questo articolo sono quelle che riemergendo mi hanno fatto ripensare al vero senso della vita, guidandomi nelle scelte, magari un po’ folli che ne sono la conseguenza, ma per questo ci risentiamo presto.

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